Archive for the ‘La formazione della scrittrice’ Category

Le “formazioni” a Milano (scrittrici e scrittori)

18 maggio 2015
Clicca sulle copertine, leggi la scheda

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Martedì 19 maggio alle 18.30, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7) prima pubblica presentazione dei due volumi – La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore – pubblicati dall’editore Laurana: il primo a cura di Chicca Gagliardo, il secondo a cura di Gabriele Dadati. I due volumi prendono ispirazione dalle due rubriche pubblicate per diversi mesi in vibrisse, e intitolate appunto La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore.

“La formazione della scrittrice”, “La formazione dello scrittore”: intervista

14 maggio 2015
Clicca sull'immagine (che non c'entra niente) per ascoltare l'intervista a Gabriele Dadati.

Cliccate sull’immagine (che non c’entra niente, come avrete capito subito) per ascoltare l’intervista a Gabriele Dadati.

Le “formazioni” in libreria: da venerdì prossimo

4 maggio 2015

di giuliomozzi

copertina_scrittriceIl 2014 è stato, per vibrisse, l’anno delle “formazioni”. Il 13 gennaio pubblicai la prima puntata della rubrica La formazione della scrittrice (l’ospite era Alessandra Sarchi). Gli scrittori arrivarono il 22 maggio (cominciò Valerio Magrelli). Sull’onda, ma con più incertezza, arrivarono le rubriche dedicate alle e agli insegnanti di Lettere e quella dedicata alle e agli insegnanti di scrittura creativa. Ma, sarà stata la naturale ritrosia di certe categorie, sarà stata la mia stanchezza, le due rubriche sono presto andate in pausa (ma perché non riprendere? Ora vediamo). Prosegue senza esitazioni, grazie alla disponibilità di Matteo Bussola che se n’è presa la gestione, la rubrica delle formazioni di fumettiste e fumettisti. In tutto, tra una rubrica e l’altra, sono finora più di un centinaio di articoli.

copertina_scrittoriDalle due rubriche dedicate alla formazione di scrittrici e scrittori sono nati due libri. Che, attenzione!, non coincidono con le rubriche. E’ andata più o meno così: Gabriele Dadati di Laurana mi disse quello che in realtà parecchi (a es. nei commenti agli articoli via via pubblicati) già avevano detto: “Qui un libro s’ha da fare; magari due”. Io potevo essere solo contento, ma poiché la vita umana ha dei limiti (la mia in particolare), non me la sentivo di prendermi il lavoro: perché un conto è una serie di articoli in vibrisse, un conto è un libro. Non bastava certo copincollare. Così proposi a Gabriele: “Facciamo due libri; non coincidenti con le rubriche; nei quali non ci siano necessariamente tutti i testi delle rubriche, e nei quali ci siano anche altri testi, nuovi; io non sono in grado di occuparmene; potresti occupartene tu, magari insieme a Chicca Gagliardo – che per quarantotto ragioni mi pare una persona adatta”. Gabriele accettò; e Chicca pure (grazie).

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Davanti e dietro la scrittura. Donne e uomini alle prese con identità di genere, ruoli, gerarchie e riconoscimento pubblico

15 aprile 2015
Leggi il programma del convegno (Bologna, sabato 18 aprile)

Leggi il programma del convegno (Bologna, sabato 18 aprile)

Link. Pdf.

Professione scrittore

28 novembre 2014
Jean-Paul Belmondo

Jean-Paul Belmondo

Scopro che nel sito Vita da editor di Giovanni Turi c’è una rubrica, Professione scrittore, che in qualche modo somiglia a quelle delle “formazioni” delle scrittrici e degli scrittori pubblicate in vibrisse. Invito quindi chi avesse apprezzato queste ad andare a leggere anche quella. La locandina originale del film è qui. gm

La formazione della scrittrice, 36 / Antonella Lattanzi

3 novembre 2014

di Antonella Lattanzi

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Antonella per la disponibilità. gm].

antonella_lattanziErano gli anni ’80 e i primissimi ’90, avevo dagli zero ai dieci, dodici anni, andavamo in vacanza dal primo all’ultimo di luglio, sempre. I miei erano professori e, prima che mio padre passasse al superiore e cominciasse con gli esami di maturità, l’ultimo di giugno per loro il lavoro a scuola finiva, e ricominciava il primo di settembre. Nella mia città in quegli anni a luglio c’era ancora della gente, mi pesava andar via proprio quando con i miei amici eravamo in pieno gioco post-scolastico, proprio quando con Debora e Giuditta pattinavamo su e giù per il cortile e io cantavo Perché lo fai ma pure Cogli la prima mela, Io se fossi dio e La domenica delle palme, perché avevo rubato la cassetta di mia sorella maggiore e quando pattinavo mi mettevo le cuffie del walkman nelle orecchie. Mio padre e mia madre ci prendevano di peso – mia sorella chiusa in camera in stile adolescente – ed eravamo Fantozzi (ma mia madre non ci permetteva di guardare alcun Fantozzi, non ne sapevamo niente) o un qualsiasi film italiano di quei tempi. Auto non proprio utilitaria perché a mio padre piace correre, portabagagli e interni traboccanti, portapacchi con valigie e bici a separare il vento, ce ne andavamo per l’Autosole sempre piuttosto in ansia – è sempre così che si è vissuto a casa mia, pure in vacanza. Mia madre non ci hai mai permesso di vedere la tv per più di due ore al giorno, o di giocare a nessuno degli avi del computer che imperversavano in quegli anni. In vacanza leggevamo.

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La formazione della scrittrice, 35 / Paola Rondini

6 ottobre 2014

di Paola Rondini

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Paola per la disponibilità. gm].

paola_rondiniMia madre teneva i libri impilati a terra vicino al letto, il suo amore per una certa trasandatezza (per lei sintomo di chiarezza interiore) le impediva di averne cura: grandi pieghe come segnalibro, copertine con tracce di tazzina di caffè, polvere eloquente sopra quelli che non aveva gradito. Quando mio padre vedeva che la pila, aumentando, traballava, li spostava su qualche scaffale.
Lei leggeva tutte le sere con una dedizione militaresca, mentre lui dimostrava uno strano rapporto coi libri; non ne apriva uno per anni e poi, come in preda a qualche folgorazione stregonesca, leggeva febbrilmente per settimane, in camera sua o in qualche anfratto della casa, invaghendosi di biografie di personaggi secondari: spie meticce, ministri decaduti, attori, cuochi, autisti, guardiacaccia persino; il buco della serratura delle storia, diceva.
Nella libertà anarchica che vigeva in casa, nella velocità con cui i miei genitori entravano e uscivano, scomparivano e riapparivano, ingenui devoti del boom economico degli anni ’70, io non lessi le fiabe e nemmeno i fumetti, ma attinsi direttamente dalla incoerente, sbilenca, variopinta biblioteca dei miei, leggendo tutto ciò che riuscivo ad afferrare per altezza.

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La formazione della scrittrice, 34 / Franca Mancinelli

29 settembre 2014

di Franca Mancinelli

[Questo è il trentaquattresimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Franca per la disponibilità. gm].

Cedere la parola

franca_mancinelliCi si forma per distruzione. Una parte di noi precipita in un luogo senza fondo. Piccole bolle risalgono verso la superficie: lievi increspature poi nulla, più nulla. Un silenzio compatto, una sepoltura perfetta. Un sacrificio che compie qualcuno per noi esaudendo il nostro voto (la nostra paura più grande) o che compiamo noi stessi bendati e inconsapevoli, spinti da invisibili mani.

Scrivo perché ho ceduto la parola. Cedo la parola alla bocca degli altri. La cedo fino a perderla, fino a ritrovarmi ammutolita, imbavagliata, a una frazione di secondo dalla possibilità di ritornare. Ma quel secondo è decisivo, in quel secondo si è già pattuito, giudicato, stabilita la visione delle cose, intessuta la discussione, riso e deciso anche per te: alla presenza di te che affondi in una delle tante scuciture, maglie allargate e strappi del reale. Sprofondi nell’ascolto, lentamente perdi consistenza, cadi a capofitto. Le parole si stagliano altissime, come nuvole bianche contro un cielo nitido. Appartengono agli adulti, a un mondo che si svolge, che continua ad accadere. Finché qualcuno ha la parola ascolti, persuasa del suo diritto a occupare uno spazio di senso e di suono, della sua ragione a esistere così, nella forza che ha chi prende la parola, contenendosi entro i propri confini o cancellando anche i tuoi labilissimi contorni. Perdendo la parola divento un animale docile, un albero che fruscia. Tutti i graffi e i segni che porto, le fratture, il sangue perso, vengono da questa sfasatura rispetto al reale che accade. Una fenditura in cui è caduto anche qualche grano di polvere. Un giorno vi ho trovato un filo d’erba.

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La formazione della scrittrice, 33 / Leonora Sartori

22 settembre 2014

di Leonora Sartori

[Questo è il trentatreesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Leonora per la disponibilità. gm].

leonora-sartoriQuando penso alle radici della mia scrittura, non posso non citare mia nonna che la mattina scriveva su un foglio accanto al comodino le poesie che aveva sognato di notte. Potrei anche raccontare di mio zio che andò in India in autostop e curò un intero villaggio dalla bronchite e fu assalito da una tigre e scrisse un diario di viaggio davvero pazzesco. Come dimenticare poi la lussuosa biblioteca di classici con la copertina in pelle che mi iniziarono alla lettura, avevo quattro anni, sì, precoce in effetti, e quel particolare triste, come in tutte le storie di supereroi, un lutto simbolico ad inizio carriera, quando una volta venduta la proprietà di famiglia per fallimento, quegli stessi libri per me così importanti vennero regalati ad una cooperativa di sgombero mobili. Potrei svelare che per anni ho desiderato essere rapita da un fortunadrago, che tra le foglie vedevo folletti e che parlavo coi miei pupazzi. Potrei aggiungere dettagli sulla mia famiglia, ebbene sì, nonno fotografo, nonna poetessa, padre pittore (quei quadri fatti di vino e fango, delle cose da non credere), fratello scultore, madre musicista (sentito parlare di Beethoven in ciabatte?). E come non ricordare di quella volta in vacanza, quando sulla spiaggia intorno a me si formò un gruppo di bambini che ignorò il mare e i castelli di sabbia e si mise ad ascoltare la mia storia, inventata lì per lì, sul momento. E per finire quel mio tema di quinta elementare che commosse la maestra e venne appeso in bacheca perché fosse di esempio a tutti gli altri bambini analfabeti e insensibili della scuola.

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La formazione della scrittrice, 32 / Maria Teresa Cipri

15 settembre 2014

di Maria Teresa Cipri

[Questo è il trentaduesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Maria Teresa per la disponibilità. gm].

Come non sono diventata una scrittrice

maria_teresa_cipriIl mio primo approccio con la scrittura – nel senso letterale del termine – è avvenuto in una scuola elementare in bianco e nero degli anni ’50, dalla quale si usciva alle 12 e trenta perché nessuna mamma lavorava, un edificio austero con le aule abitate da alunni con grembiule e fiocco muniti di cartelle non griffate contenenti quaderni piccoli dalla copertina nera, la gomma da cancellare rossa e blu e la gomma pane, astucci già usati dai fratelli più grandi. Lezioni scandite da sillabario, canzoncine e una sequenza interminabile di aste, appesi al muro la cartina geografica dell’Italia con le regioni bel delineate e il crocifisso di legno, le maestre quasi tutte anziane che bisognava salutare alzandosi in piedi, quelle maestre allergiche agli errori di ortografia che facevano fare il dettato con il disegnino a piacere sulla pagina a fianco.

Eppure mi piaceva quella scuola di Via Tevere lussureggiante di scale intitolata a Grazioli Lante della Rovere e andare a scuola mi piaceva ancor di più. Ero attratta dal rumoreggiare nell’atrio prima di entrare in classe, dal suono della campanella, il fruscio delle foglie dei platani in giardino, l’odore di carta, merende, pastelli a cera, bisognosa della traccia che il gessetto della lavagna lasciava sulle mie dita, sui vestiti, su ogni cosa. Possedere quaderni e sussidiario, matite, penne e colori tutti miei, affacciarmi al mondo della conoscenza, mi faceva sentire grande, importante.

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La formazione della scrittrice, 31 / Anna Maria Bonfiglio

8 settembre 2014

di Anna Maria Bonfiglio

[Questo è il trentunesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Anna Maria per la disponibilità. gm].

Adolescente, avevo una sola certezza: “essere” scrittrice. La difficoltà era costituita dal fatto che non avevo nessuna idea di quali strumenti fossero necessari per arrivare ad esserlo. A scuola andavo bene, il primo tema che svolsi all’Istituto Santa Caterina aveva preso nove ed era circolato per tutte le classi, tuttavia la professoressa Rinaldi mi aveva segnato in blu tutti gli aggettivi in eccesso e mi aveva consigliato di cancellarne quelli inutili dopo che avessi terminato la scrittura di un qualunque testo, foss’anche una lettera privata. Un avvertimento che non ho mai dimenticato e che tengo sempre a mente quando scrivo. La scrittura mi seduceva come una sirena, la lettura mi ammaliava.

Leggevo ciò che capitava: libri, riviste, il vocabolario, l’Enciclopedia Rizzoli-Larousse, i fascicoli del Milione, enciclopedia geografica a dispense, persino i giornali con i quali il verduraio avvolgeva gli ortaggi. Lettura compulsiva e disordinata, in cui era assente ogni concetto di metodologia. Dalla biografia di Hemingway al Dottor Živago, da L’amante di Lady Chatterley alla Certosa di Parma. E tanta poesia: Neruda, Pavese, Lorca, i libri erano come le matrioske, da ognuno ne veniva fuori un altro.

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La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino

1 settembre 2014

di Rosella Postorino

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Rosella per la disponibilità. gm].

rosella_postorinoIl primo libro che ho rubato è Il conte di Montecristo, da uno scatolone confinato in una delle stanze dove si faceva Acr. Appena possibile, cioè a scuola, c’è stato Calvino, ci sono state le poesie di Saba nel sussidiario – mi incantavano le similitudini di A mia moglie, mi stupiva che si potesse paragonare una persona a una pollastra, una cagna, una giovenca, non per offenderla, ma addirittura per celebrarla; questo ribaltamento del linguaggio era una specie di prodigio, per me – e c’è stato anche Cuore, perché mia madre da ragazzina lo aveva amato, e quindi volevo amarlo pure io. I primi testi che ho letto erano scritti da uomini. Ma è grazie alle donne, se scrivo.

Ogni volta che da piccola incontravo una scrittrice i cui libri si leggevano in classe o erano compiti a casa, pensavo che allora era possibile, che avrei potuto scrivere anch’io.

Anne Frank è stata la prima di tutte. Perché era poco più che una bambina. Perché scrivere era per lei un tentativo di mettere ordine nel disastro della Storia precipitata a picco nella sua vita, di aprire finestre nei muri asfittici dell’alloggio segreto, di trasformare gli ingombranti inquilini in personaggi buffi, i litigi in commedia, la paura in immaginazione. Perché Anne era una testimone, e già a nove anni io assegnavo alla scrittura un valore testimoniale. Non di un’epoca storica o di una tragedia sociale, o non soltanto. La scrittura testimoniava di ogni singola esistenza accaduta come evento sulla Terra. Rivelando qualcosa di un singolo individuo – reale o fittizio, non aveva importanza – rivelava qualcosa di tutti, e lo faceva per tutti.

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La formazione delle scrittrici e degli scrittori / Qualche considerazione

31 luglio 2014
Ventilabro (macchina per separare il grano dalla pula).

Ventilabro (macchina per separare il grano dalla pula).

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La formazione della scrittrice, 29 / Maria Giovanna Luini

28 luglio 2014

di Maria Giovanna Luini

[Questo è il ventinovesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Maria Giovanna per la disponibilità. Con questo articolo la rubrica va in vacanza: riprenderà lunedì 1 settembre 2014. gm].

mariagiovanna_luiniHo sempre rifiutato l’idea di fare analizzare il mio Dna per cercare chissà quale predisposizione alle malattie, trovo che non sia una buona idea. Sono però sicura di avere ereditato il gene dei lettori fortissimi: avevo due anni e mi dannavo per capire cosa significassero le lettere che vedevo sui libri, sui giornali, sulle insegne dei negozi. Mia madre trovava antipatici i bambini precoci quindi mi aiutava sì e no, mio nonno segretamente sogghignava: avrei imparato a leggere prima del tempo. E a tre anni l’esordio: lessi “Farmacia” mentre con mia madre e la nonna passavo in auto da qualche parte. E mia madre ad affannarsi: “Ma no, è un caso, ha solo associato il tipo di negozio a una parola”. Fu costretta a ricredersi: avevo davvero imparato a leggere.

Dalla lettura alla scrittura il passaggio fu immediato: ciò che si può leggere si può anche scrivere, avevo capito come funzionava. Nacque la bambina più odiata dell’asilo, correggevo con voce querula le doppie e le acca ai compagni che, ancora incerti, scrivevano alla lavagna: solo mio fratello Filippo mi ignorava, scelse un’altra sezione per evitare di farsi vedere troppo insieme a me.

La libreria dei miei era varia e nessuno controllava cosa leggessi. L’edizione integrale de I promessi sposi a cinque anni e il trattato di patologia di mio padre, i periodici che arrivavano fuori data e stropicciati dall’ambulatorio dopo che decine di mani li avevano sfogliati: qualsiasi lettura andava bene, mi piaceva tutto. La paura di volare e la fissazione per le stragi familiari arriva da quei giornali: più una storia era drammatica più mi immedesimavo. Potrei raccontarvi la vita di Carolina di Monaco da quando era in collegio in poi, ricordo tutto. Una zia mi regalava i libri adatti alle bambine: leggevo anche quelli ma la trama era troppo facile. Indovinavo e non c’era gusto.

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La formazione della scrittrice, 28 / Emilia Bersabea Cirillo

21 luglio 2014

di Emilia Bersabea Cirillo

[Questo è il ventottesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Emilia per la disponibilità. gm].

Emilia Bersabea CirilloHo sempre letto moltissimo, con la curiosità e l’accanimento di chi cerca un aiuto ai sogni. Di solito compravo i libri attratta dal titolo e dalla copertina. Ma soprattutto leggevo nella biblioteca dei ragazzi, giornate intere con la testa e il cuore nelle storie di altri. Arrivavo alle dieci del mattino e restavo a leggere fino all’una. Avevo una lista di autori: Brontë, Alcott, Colette, Dickens, Barrie, a questi si aggiunsero Harper Lee con il suo Il buio oltre la siepe, la Capanna dello zio Tom, Pattini d’argento, la Piccola sconosciuta di H. V. Gebhard, Davy Crockett di E.L. Meadowcroft, Polyanna, e poi, man mano alcune poesie di Pascoli e Il vecchio e il mare di Hemingway.
Fu allora, nell’adolescenza, che cominciai a scrivere. Mi sembrava un’arte così preziosa, che volevo provare anche io. Ma chi non comincia a scrivere nell’adolescenza. Ho ancora conservate alcune cose, scritte su un quaderno a quadretti, che non ho più riletto. Scrivevo storielline e mi dannavo: un po’ perché non venivano come io volevo, un po’ perché mi sentivo, proprio perché scrivevo, diversa dagli altri. Ho cominciato a scrivere con maggior fiducia in me stessa dopo aver letto Piccole donne ed essermi innamorata di Jo March. Anche questo, credo sia stata una febbre comune a tante donne. Solo che a me questa febbre non è più passata e ho imparato a conviverci, facendola diventare una parte di me necessaria e importante. Scrivevo raccontini d’amore, verso i quindici anni, un po’ scialbi, un po’ prevedibili. Ho letto molto allora. I libri più significativi sono stati Gita al faro di V. Woolf, Riflessioni su Christa T. di C. Wolf, La luna e i falò di C. Pavese e i racconti di K. Mansfield.

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La formazione della scrittrice, 27 / Irene Cao

14 luglio 2014

di Irene Cao

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Irene per la disponibilità. gm].

All’inizio scrivevo per anestetizzare il dolore. Per far finta che non esistesse. Per liberarlo da me.
Usavo fogli bianchi, senza righe né quadri, strappati da un bloc notes con la copertina rossa. Li sporcavo di pensieri, sensazioni, ricordi, frammenti di giornate colme di tormento.
1997. Ero in Terza liceo. L’anno scolastico era appena iniziato, ma un medico e una malattia mi avevano proibito di andare a scuola. Mia madre mi accompagnava all’ospedale ogni mattina alle otto e veniva a prendermi verso l’una, a volte anche prima, dipendeva da quanto ci mettevano le flebo a finire: una era bianca, più densa, e una gialla, più liquida, di solito attaccate allo stesso braccio, o a due se la vena non prendeva. Il medico sosteneva che era quella, la via più rapida per farmi tornare a un peso accettabile; che solo così avrei permesso al corpo di riavere la giusta sostanza per proteggere e nutrire il cuore.
È iniziata in questo modo, in una stanza di ospedale. Al terzo piano dell’Ospedale Civile di Sacile, per la precisione. L’anoressia mi aveva ridotta a un mucchietto di ossa doloranti, ma non mi aveva tolto la voglia di vivere.

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La formazione della scrittrice, 26 / Grazia Verasani

7 luglio 2014

di Grazia Verasani

[Questo è il ventiseiesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Grazia per la disponibilità. gm].

grazia_verasaniIn casa mia non c’erano molti libri. Qualche Cassola, qualche Berto, La Divina commedia illustrata da Doré, I Quaderni dal carcere di Gramsci, le poesie di Pascoli, Carducci, Ungaretti, e naturalmente Il capitale di Marx. Dico naturalmente perché mio padre, ex partigiano, nella libreria di tek del salotto, a parte montagne di copie ingiallite de L’unità, teneva i libri che aveva letto da ragazzo e soprattutto autori appartenenti alla sua stessa “ideologia”. C’erano anche un paio di enciclopedie: una di scienze e l’altra sulla seconda guerra mondiale.

Il primo libro che ebbi per le mani fu Guerra e pace di Tolstoj. Avevo dieci anni e, dato che mio fratello diciottenne era a letto malato, mi costrinse a leggergli quel tomo ad alta voce. Ci capii qualcosa? Non me lo ricordo. Ma per ragioni misteriose amavo i libri, e presto chiesi a mio padre di comprarmene sempre di più. Non romanzi rosa, non ero una bambina sentimentale, ma mi piacquero da subito l’Aleramo, la Ginzburg, la Fallaci e i romanzi di Pratolini e Moravia.

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La formazione della scrittrice, 25 / Teresa Ciabatti

30 giugno 2014

di Teresa Ciabatti

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Teresa per la disponibilità. gm].

Teresa_Ciabatti“Sono orfana, senza mamma e papà, la prego signore mi prenda con lei, mi porti a vivere nella sua villa” imploro il calciatore Antonio Cabrini inspiegabil- mente in visita alla nostra scuola, scuola elementare Cesare Balbo Orbetello-Neghelli.
“C’è questa bambina identica a me, – racconto ai compagni di classe, terza elementare – uguale uguale, stessi occhi, stessi capelli, vive in America in un ranch, è una star tipo Shirley Temple. Tutti la amano. Era mia sorella gemella, l’hanno uccisa ieri.”
“Voi non capite – diciassette anni, singhiozzo agli amici sulla porta di casa – hanno tentato di rapirmi, un gruppo di uomini, nove dieci, poi mi hanno scaricato sulla strada. Non ricordo altro, forse mi hanno violentato.”
E dunque per me l’inizio non è stata la scrittura, ma la mitomania.
Che poi ogni perdita evocata nell’infanzia sia avvenuta, che quella rappresentazione ricattatoria sia diventata realtà è stata la mia vera formazione. L’inversione di mondo. Il cielo che diventa terra, la terra che diventa cielo, l’aspirazione nostalgia, la felicità perduta.
Sono diventata scrittrice quando sono morti tutti. E io sono rimasta qui. A ricordarli.

La formazione della scrittrice, 24 / Simona Vinci

23 giugno 2014

di Simona Vinci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Simona per la disponibilità. gm].

Ricordo con chiarezza il tempo in cui nella mia vita la scrittura – la mia, ma soprattutto quella degli altri – non c’era: un tempo così breve da farmi pensare che, forse, nella mia vita la scrittura ci sia sempre stata, anche prima che imparassi a distinguerla e riconoscerla.
Ho cominciato a leggere molto presto, prima delle scuole elementari, e le mie letture da subito sono state voraci e onnivore. Nella casa dove abitavamo allora c’era una stanza che chiamavamo “la stanza della televisione”, era una specie di salottino, con un divano, una televisione ovviamente e un lungo scaffale che correva ad angolo su due pareti: lì, c’erano i libri di mia madre. Tascabili, edizioni economiche e Club degli Editori, soprattutto. I miei genitori non erano persone colte – nessuno dei due è laureato – ma mia madre è sempre stata una grandissima lettrice. Saggi, romanzi, poesie, filosofia, psicoanalisi. Leggeva nel modo confuso in cui leggono quelli che hanno fame ma non hanno le basi per apprezzare l’alta cucina; questo però le permetteva una grande libertà che piano piano la affinava e offriva a me un panorama – ristretto a quegli scaffali, certo, ma che vista!- che comprendeva universi distanti: Erica Jong stava accanto a Baudelaire, Pirandello di fianco a Erskine Caldwell e io tutto toccavo, sfogliavo e assimilavo.

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La formazione della scrittrice, 23 / Elisabetta Bucciarelli

16 giugno 2014

di Elisabetta Bucciarelli

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da poco affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Elisabetta per la disponibilità. La prossima ospite sarà Simona Vinci. gm].

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Erano i racconti di mia nonna, di paese marchigiano, spiritismo e magia, che mi catturavano più di ogni altra cosa. Mi ricordo che ascoltavo mentre lavava i piatti e intanto pensavo che avrei dovuto scriverli per non perderli, per non perdere lei più che le sue parole, ma non l’ho mai fatto.
Per questo succede che ogni incontro di persona importante, “lo scrivo”, lo imprigiono nelle mie parole e lo rendo mio per sempre sulla carta. Così resta, rimane con me.

Nei temi raccontavo storie. I miei venivano convocati per sapere se fossero vere. Non lo erano quasi mai. La mia fortuna è che non mi hanno mai fatto sentire diversa o bugiarda, la mia fortuna è che potevo permettermi di essere quello che ero perché sembravo altro.

A casa giravano tanti libri, ma la formazione di autrice è passata piuttosto dall’ascolto, dalle parole dette, dai contrasti, dalle azioni, dalle negazioni. Le parole lette arrivano dopo, almeno nella memoria.
Erano i libri di psicologia di mia madre che mi attiravano, i volumi degli esistenzialisti francesi, di Sartre, Camus e soprattutto, di Simone de Beauvoir. Alle medie non erano previsti, ne parlavo con gli adulti, soprattutto quelli che non avevano parole adatte a parlare con i bambini.

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