La formazione della scrittrice, 35 / Paola Rondini

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di Paola Rondini

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Paola per la disponibilità. gm].

paola_rondiniMia madre teneva i libri impilati a terra vicino al letto, il suo amore per una certa trasandatezza (per lei sintomo di chiarezza interiore) le impediva di averne cura: grandi pieghe come segnalibro, copertine con tracce di tazzina di caffè, polvere eloquente sopra quelli che non aveva gradito. Quando mio padre vedeva che la pila, aumentando, traballava, li spostava su qualche scaffale.
Lei leggeva tutte le sere con una dedizione militaresca, mentre lui dimostrava uno strano rapporto coi libri; non ne apriva uno per anni e poi, come in preda a qualche folgorazione stregonesca, leggeva febbrilmente per settimane, in camera sua o in qualche anfratto della casa, invaghendosi di biografie di personaggi secondari: spie meticce, ministri decaduti, attori, cuochi, autisti, guardiacaccia persino; il buco della serratura delle storia, diceva.
Nella libertà anarchica che vigeva in casa, nella velocità con cui i miei genitori entravano e uscivano, scomparivano e riapparivano, ingenui devoti del boom economico degli anni ’70, io non lessi le fiabe e nemmeno i fumetti, ma attinsi direttamente dalla incoerente, sbilenca, variopinta biblioteca dei miei, leggendo tutto ciò che riuscivo ad afferrare per altezza.

Leggevo in maniera segreta, solitaria, “apedagogica”, senza riuscire a prescindere da un coinvolgimento totale sia verso le storie raccontate, che verso lo scrittore che le dipanava.
Gli autori di quei primi libri divennero essi stessi un mondo da scoprire: li pensavo esseri scontenti, curvi sulla stesura dei loro testi, costretti alla più vuota solitudine, circondati solo da cartacce di bozze, da appunti e schemi, li immaginavo scontrosi e smunti, consumati dai loro stessi personaggi che, come ectoplasmi ostinati a non svanire, erano sempre affamati di più parole e di più considerazione.
Quando le note biografiche erano corredate da fotografie, mi incantavo a osservare le fattezze di quei poveretti che, ne ero certa, non potessero avere amori, famiglia, serenità.
Se un libro mi piaceva diventavano di colpo degli eroi e io non potevo resistere alla tentazione di rileggere quello che consideravo un capolavoro fino a saperne a memoria alcuni passaggi. Se all’opposto, non mi avevano soddisfatto, rimuginavo giorni sul perché, soffrendo con quei protagonisti lasciati a vagare nella nebbia e su quelle storie sfilacciate che non avevano mantenuto la promessa fatta a una bambina.
Fu così che, ovviamente, giudicai pessimi e cattivi alcuni capisaldi della letteratura, e mirabolanti insulse storie dalle copertine colorate: saghe familiari russe, amori in tenute di campagna, avventure africane.
Ci vollero gli anni del liceo per riposizionare pesi e distanze rispetto a quella prima formazione anarchica.
Gli stessi anni che aprirono la porta a ruggenti amori verso una certa letteratura classica: quella che viaggiava, immaginava, inventava; da Dante a Marco Polo, da Ariosto a Voltaire giù fino a Mary Shelley, Swift e poi Bradbury, Ballard, Dick, Vonnegut ma soprattutto Calvino e Borges.
Con un approccio periscopico verso i lidi lontani di ciò che sognavo, iniziai a scrivere paginette di invenzioni letterarie, ritratti di professori e storielle metafisiche, con risultati, manco a dirlo, confusi, obliqui, affannati.
Ma la scrittura era un’attrazione blu, un suono di sonar, un labirinto, un desiderio colloso a cui non sapevo resistere. Era anche patetica, inconciliabile, scabrosa e così, per molti anni divenne una pratica clandestina, difesa con lucchetti e chiavi, cassetti e scatole.
Non erano diari, né pagine di confidenze, non c’era nessun tentativo di conoscermi meglio; solo scorribande nella fantasia, nell’immaginazione convulsa dove il cinema e la musica avevano un ruolo predominante. In quegli anni carsici in cui la persona integrata procedeva in superficie e l’altra vagava nell’ombra delle parole, scrissi romanzi di fantascienza, lunghi, estranianti e distopici, tele infinite che, tra tessitura, disfacimento, abbandoni e recuperi, occuparono decenni della mia vita.
La mia famiglia, gli amori, le amiche, ne erano tutti all’oscuro.
Avrei continuato a tenere rigidamente il timone della mia schizofrenia che mi faceva normale di giorno e totalmente folle, nella scrittura, la notte, se non fosse arrivata la rete, internet.
Grazie all’anonimato, l’alieno che mi abitava dentro cominciò a uscire: iniziai a pubblicare, sotto pseudonimo, qualcuna delle mie storielle.
Di colpo avevo dei lettori, altri pazzoidi che amavano quei primi esperimenti vaghi e cangianti.
Negli anni da Penelope, agli amori letterari giovanili, si aggiunsero quelli eterni, provocatori e consolatori allo stesso tempo: Fitzgerald, Parise, Auster, Foster Wallace e molti altri e si delineò il rapporto che avrei potuto avere io con la mia scrittura e di come avrei voluto esordire, se me ne fosse mai data la possibilità.
Dovevo stare intorno al campo base della trama, mi dicevo, dovevo patire la fatica degli scarponi al piano e i solchi di perimetri stabiliti, il plot sarebbe stato il mio strumento artigiano, la dura palestra, la lavagna, il compasso e il righello. Ciò che scrivevo, ma soprattutto come lo facevo, era una corda flebile che non avrebbe retto se mi fossi avventurata in alture, le pagine buone non reggevano alla distanza; non ero pronta, lo sentivo, per andare in esplorazione.
Il primo editore, Sergio Fanucci, commentando il romanzo che si accingeva a pubblicare, mi scrisse: la storia regge e la scrittura è funzionale alla trama, basta.
Ricordo che ne fui felice: l’obiettivo di intrattenere un lettore con una trama solida e una scrittura funzionale sembrava centrato e avevo l’impressione di essere stata onesta con chi avrebbe letto: intrattenimento senza sbavature.
Il secondo romanzo è arrivato dopo tre anni ed è stato come il figlio che scappa di casa presto, il secondogenito che si ribella alle regole.
Volevo scrivere un altro giallo, ma tutti i meccanismi mi si inceppavano tra le mani: il commissario era un filosofo, la vittima non era innocente, i colpevoli solo ombre.
Alla fine ho scritto un romanzo sull’umidità, le puzze e i profumi di una metropoli, Hong Kong, sul perdersi in un posto lontanissimo ed estraneo, un blues.
Quando ho capito che al campo base non mi volevano più, che le mie stesse regole mi si rivoltavano contro, ho preso tempo.
In questi ultimi quattro anni ho scritto abbandonando, a momenti, la terza persona, e accettando che la bizzarria degli anni schizofrenici, le visioni strampalate della mia infanzia.
Ne è uscito un romanzo che l’editore Fernandel ha definito “intenso e strano”, che mi suona ancora dentro sul pezzo Weird fish arpeggi dei RadioHead.
Lo scrittore, come il bravo alunno e il professore lungimirante, come il buon cittadino, il buon politico, si forma di continuo, è sempre seduto al banco, ascolta, osserva; è solo così che può confermare la propria strada e le scelte, i maestri. Nel mio caso, nonostante le moltissime aperture e curiosità, sento che l’amore verso quegli autori che mi hanno insegnato a togliere più che ad aggiungere, a descrivere per immagini riflesse e ad avere fiducia nelle visioni, non è mutato e rappresenta ancora la guida.

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Una Risposta to “La formazione della scrittrice, 35 / Paola Rondini”

  1. Paolo Says:

    Leggendo questa testimonianza, percepisco più che mai il “progress”, l’indefinito e indefinibile sotteso all’esigenza di scrivere e al processo creativo in genere. L’autrice – ho la presunzione di leggere in queste righe – non solo non sa dove sia giunta o dove stia andando, ma pare non se lo chieda nemmeno. “Quando ho capito che al campo base non mi volevano più, che le mie stesse regole mi si rivoltavano contro, ho preso tempo”. Così “spiega” e in qualche modo lei stessa reagisce al mutamento (sostanziale) nel proprio modo di scrivere e comporre. Sposando (tornando, direi, nonostante la conferma e l’apprezzamento “editoriale”) un atteggiamento più viscerale e istintivo, inconscio. Rigettando, forse, architetture, plot, regole e “tecnici stratagemmi”, da lei stessa adottati e affinati.
    “Weird fish arpeggi” ha accompagnato e accompagna anche me nel sospeso viaggiare fra ricordo, parola, racconto, pensiero, sogno, fuga, illusione… Intuisco forse così qualcosa di intimo e inesplicabile racchiuso in queste righe che, in fondo, non vogliono più di tanto spiegare, né rispondere (la chiusura “frettolosa” e “impersonale” del testo ne è, a mio parere, una riprova).
    Ma va bene così. Resto volentieri agganciato a quei liquidi e ossessivi arpeggi, così come a quei due aggettivi, “intenso e strano”, e proseguo il mio viaggio senza farmi troppe domande.
    Grazie.

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