“Maps of the Imagination: the Writer as Cartographer”, di Peter Turchi

24 settembre 2016 by

di Franco Foschi

[A volte succedono cose strane. Chiesi questa recensione a Franco Foschi ben due anni fa. Ieri, convinto di averla a suo tempo pubblicata, la cerco. Non la trovo. In effetti, non la pubblicai a suo tempo. Mi scuso con Franco].

peterturchi_mapsofimaginationCi sono dei libri che partono con dei presupposti arditi. Il libro di cui parleremo nelle pagine seguenti ne possiede uno apparentemente sconcertante, e cioè quello di assimilare il lavoro dello scrittore a quello del cartografo. Un gioco intellettuale, un paradosso per professori universitari, un bob bon per degustatori dello sfizio culturale?

A ben pensarci, la premessa teorica non è poi così forzata: se quando scriviamo pensiamo di andare in un luogo, e non di costruire qualcosa, ogni similitudine di questo libro appare chiara. Ma Peter Turchi si sforza di andare oltre. Le metafore non le cerca affatto, e quando accade soprattutto non le forza. Non si arrotola su testi o citazioni per rinvigorire il suo postulato. Non si arrocca in un linguaggio tecnico comprensibile solo ai felici pochi. No. Quel che fa è proprio tuffarsi in un gioco solare, sorridente, comunicativo e affabile, per dire tanto, raccontare, senza annoiare.

Ma veniamo al nucleo del suo argomentare. Le carte geografiche e la scrittura creativa, cos’hanno in comune? Sono, i loro linguaggi, in qualche modo sovrapponibili?

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“Il deuteragonista”, di Leopardo Zimbelli

23 settembre 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

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Il caso vuole che proprio in questi giorni in cui il curatore di vibrisse (sempre sia ringraziato per l’ospitalità) si sbraccia (non me ne voglia: anche un po’ scompostamente) in pro’ del romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli, L’antagonista, al vostro bibliofilo sia capitato di mettere le mani su un’opera che con il predetto romanzo sembra avere, al di là di qualche prossimità fonetica, alcune singolari somiglianze: Il deuteragonista, di Leopardo Zimbelli. Non che si voglia accusare questo o quello, lo Zambelli o lo Zimbelli, per carità, di scopiazzatura o furto: nulla impedisce a due distinti ingegni, come già sperimentò (a proprie spese) Pierre Menard, il noto autore del Don Chisciotte, di concepire universi narrativi assai simili se non addirittura – cosa statisticamente improbabile, ma non impossibile – assolutamente identici. Ma veniamo al dunque.

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Marijuana al buio

22 settembre 2016 by

di Paolo Galli

[Paolo Galli, di Reggio Emilia, classe 1986, ha una raccolta di racconti inediti sul mondo delle discoteche e dei buttafuori. Chissà se ce la farà, a trovare l’editore. Il vantaggio per tutti, nel frattempo, è che lo leggiamo gratis. mc]

Qualche birra e un paio di canne

Un venerdì pomeriggio mi ha chiamato Incio. Era pieno luglio. I ventilatori non facevano altro che spalare tonnellate di umidità da un posto a un altro. Faceva un caldo d’inferno. Si poteva star bene solo con l’aria condizionata. Io non l’avevo. Me ne stavo sdraiato nudo sul pavimento.

Incio era uno degli amici di mio fratello. Era anche lui alla cena per il compleanno della biondina un po’ troia. Aveva una gran cotta per quella biondina. Non che a me fregasse un accidente, ma questa cosa della cotta per quella biondina non riuscivo proprio a capirla. Incio era un tipo sveglio, uno che si dava da fare. Aveva una gran passione per le moto e faceva il meccanico part time. Studiava da ingegnere. Era anche un bel ragazzo, a parer mio. Era alto, largo di spalle, e aveva una faccia pulita, da bambino. Quella biondina non valeva uno sputo di tabacco masticato.

Devo aver visto Incio tre o quattro volte in tutto. Ma avevo il suo numero, e lui aveva il mio. Mi sono alzato, ho preso il telefono. Mi sono sdraiato di nuovo e ho risposto.

“Incio”, ho detto.

“Ciao Pà”. Mi chiamava Pà, non so perché. Non mi piaceva quel soprannome, ma non gliel’ho mai detto. “Stasera ti va di venire con me a una festa”?

Il caldo umido m’imprigionava le forze. Non avevo voglia di parlare. Non avevo voglia di fare assolutamente nulla che non fosse starmene sdraiato nudo sul pavimento. Quindi ho tagliato corto. “Va bene”.

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Lo storico recalcitrante: “La via di Schenèr” di Matteo Melchiorre

22 settembre 2016 by

di giuliomozzi

melchiorre_viadischenerQualche anno fa, nel 2004, si parlò parecchio, almeno all’interno della Repubblica delle Lettere, di un piccolo libro pubblicato dalle edizioni Spartaco: Requiem per un albero. Resoconto dal Nord-Est. Ne era autore Matteo Melchiorre, di professione storiografo, cioè scrittore di storia, ma anche – diciamo così – scrittore di storie. Il piccolo libro raccontava la storia di un albero, niente di più, di un grosso albero, di un alberón, come lo chiamavano gli abitanti del paesello di Tomo, dalle parti di Feltre, nella cui piazza sorgeva. Da quell’albero, da ciò che se ne diceva nel paesello, da ciò che si poteva ricavare dagli archivi, dall’osservazione dei luoghi, dall’ascolto delle persone, eccetera, Melchiorre riusciva a tirar fuori la storia di una comunità. Bel libro, molto bello.
Altrettanto bello, secondo me, ma forse meno notato benché pubblicato da un editore maggiore (Laterza), era il successivo La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), per il quale vi rimando (ma dovete mettervi comodi: è una cosa lunghetta) a questo bel documentario-intervista. E colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Christian Raimo, che di quel libro si prese molta cura.
Ora Matteo Melchiorre (che, nel frattempo, ha prodotto alcune serissime opere da storiografo puro: delle quali qui, per incompetenza mia, non parlo) torna in libreria con La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi. Visto che ne ho scritta la bandella (e che mi pare una bandella abbastanza ben riuscita), ve la riporto pari pari qui:

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“La mia dislessia”, di Philip Schultz. Appunti di lettura

21 settembre 2016 by

di Demetrio Paolin

Una volta, mi pare qualche anno fa, camminando per il paese che mi aveva visto bambino, ho incontrato la mia maestra delle elementari. Avevo pubblicato da poco Il mio nome è Legione e la donna, ormai anziana, si avvicinò e mi disse parolcopertinae che suonavano più o meno così: “Io l’avevo sempre detto che tu avresti scritto dei libri”. Io in quel momento non dissi nulla, ma io avevo chiaro nella mia mente un altro ricordo. Una donna, simile a quella stava di fronte ma più giovane, diceva a mia madre che io non riuscivo a scrivere correttamente parole come “terra” e “rabbia”, che scrivevo le doppie scempie e viceversa; che tutte le “effe” diventavano “vu” e tutte le “vu” diventavano “effe”, che spesso mi distraevo e sembrava mi assentassi da quello che dicevano; senza contare una leggera balbuzie sulla “bi” e la “esse” che sibilava. Mi ricordo anche uno studio con una dottoressa che mi spiegava come non c’era niente di male in me, niente di sbagliato, solo che “avevo un cervello più veloce della mano”.

Ora questo episodio mi è tornato in mente leggendo La mia dislessia di Philip Schultz (Donzelli Editore, traduzione Paola Splendore), che non è il solito memoir in cui il malato parla della sua patologia, ma è la testimonianza di uno dei più importanti poeti americani (vincitore nel 2008 del premio Pulitzer per la poesia), che all’età di otto anni non era ancora in grado di leggere e di scrivere.

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“Il cadavere distratto”, di Gambardella

16 settembre 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

gambardella“Anzitutto gioverà dire, per l’intelligenza dei lettori, che il celebre Gambardella di cui si parla nel presente racconto, non ha niente a che fare con gli altri Gambardella più o meno celebri, e non sono pochi, che girano per il mondo. Questo è un celebre Gambardella noto a pochi intimi. Anzi, diciamola com’è, perché la sincerità è sempre la miglior cosa: si tratta d’un celebre Gambardella che nessuno conosce”. Esordiva così l’inarrivabile Achille Campanile nell’unico intervento – unico a nostra conoscenza: ma nel caso specifico il soprascritto, bibliofilicamente parlando, non teme smentite – che sia mai stato pubblicato in pro del Gambardella in questione: la cui celebrità rimase, e tuttora è, ristretta a un così minimo numero di intimi, che nemmeno l’editore Garzoni, pur impegnato nella ripubblicazione dell’opera completa, ne conosce il nome di battesimo.

Gambardella peraltro, alla fine della fiera, è Gambardella: e tutti gli altri Gambardella sono solo qualcosa di Gambardella: dall’amabilissimo Vincenzo Gambardella, autore di eleganti prose narrative (pubblicate da Marietti) all’onnipresente Cherubino Gambardella, architetto assai prolifico di scritture (per tacere del Joe Gambardella, reso noto dal cinema, che è peraltro e resta personaggio fittizio): tutti costoro, in virtù del nome di battesimo, sono solo delle possibili determinazioni del Gambardella: mentre il Gambardella in questione, del quale già questionò Campanile, essendo Gambardella e basta, è un Gambardella “alla massima espressione” (come avrebbe detto il Bernazza): è la quintessenza della Gambardellità.

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“Gli impotenti della letteratura”, di Autori Varii

14 settembre 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

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Absit iniuria verbis, ma quando il vostro bibliofilo si trovò per le mani il libriccino (formato tascabile, un’ottantina di pagine) la cui copertina decisamente optical e Anni Settanta potete contemplare qui accanto (e se lo trovò tra le mani senza averlo cercato, essendogli stato notturnamente deposto nella cassetta delle lettere, in plico anonimo, da mano altrettanto anonima, in una fresca notte d’inizio settembre), la prima cosa che gli venne in mente fu quel generere di barzellette che ci divertivano tanto quand’eravamo bambini, e non ci appaiono oggi che insulsamente razziste: ci sono un italiano, un tedesco, un inglese eccetera. Qui, quattro critici (il francesce Jean-Claude Pelletier, lo spagnolo Manuel Espinoza, l’italiano Piero Morini, l’inglese Elizabeth Norton) e uno scrittore (il tedesco Hans Reiter) si sono messi insieme e hanno unito le forze allo scopo di dare degna sepoltura a ciò cui devono, in effetti, qualunque risultato o successo abbiano ottenuto nella vita: i quattro critici campano infatti dello stipendio che fornisce loro la rispettiva università, lo scrittore campa dell’omaggio che la schiera critica, e i nostri quattro moschettieri in prima fila, gli rende: perché il pubblico (e non turbatevi, dunque, se il vostro primo pensiero è stato: “Hans Reiter! Chi era costui?”) effettivamente gli latita.

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Le lettere delle eroine: il premio va a Elisabetta Michielin

13 settembre 2016 by

di giuliomozzi

Tutte le lettere

Tutte le lettere

Dopo lunga meditazione, e qualche consulto, ho deciso che il premio per la migliore “lettera di eroina” va a Elisabetta Michielin per la sua lettera di Emma Bovary a Rodolphe. Non che non abbia apprezzato gli altri 34 testi pubblicati (quello di Mariella Prestante è, com’è ovvio, una faccenda a parte) sugli 86 pervenuti: ma il gioco di Elisabetta Michielin, che per comporre la lettera di Emma ha saccheggiato il “dizionario dei luoghi comuni” dello stesso Flaubert, mi è sembrato particolarmente interessante e arguto.

Poiché Elisabetta risiede in una città nella quale sarò nel prossimo fine di settimana, tenterò di effettuare la consegna del premio – un’edizione secentesca delle Eroidi di Ovidio – di persona e non per via postale.

I giudizi di valore sono sempre discutibili (nel senso che, avendo sempre un fondamento irrazionale, sono propriamente indiscutibili). Se il vostro giudizio è diverso, se avreste assegnato il premio a un’altra lettera, vi prego di dirlo nei commenti – e di spiegare brevemnte il perché. Se volete dare un’occhiata a tutte le lettere, cliccate sull’immaginetta qui sopra.

E: grazie per l’attenzione.

Fulvia a Milton (Lettere delle eroine, 36: ultima)

10 settembre 2016 by

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Dulcinea del Toboso a Sancho Pancha (Lettere delle eroine, 35)

9 settembre 2016 by

di Manuela Mazzi

[Le Regole del gioco].

220px-el_ingenioso_hidalgo_don_quijote_del_mancha_pg_54Sono molto irritata, Messere Sancio Pancia delle mie sottane. Ho ricevuto la vostra lettera fatta scrivere dal sagrestano. Me l’ha consegnata il curato, che passava per di qua a darmi lezione di scrittura. Cosicché vi è chiaro come può essere che questa mia, me la scrivo da me: io che son capace. E che sia chiaro altresì che non amo le vostre gelosie, come siete solito a dimostrarmi: il curato – lo sapete bene – ha esaurito il tempo delle sue scorrerie. Non tiene denari e ha una fede al dito più stretta di quella che qualsiasi donna avrebbe potuto mettergli. Come quella che indossate voi. E io di uomini così non voglio più averne a tiro.

Vi starete pure rendendo conto che per risolvere la vostra ignoranza, giacché non sapete neanche leggere, ho chiesto al barbiere – che me lo ha promesso in cambio di due pani, un quarto di pecorino e una sbirciatina alle mie due grazie che hanno già sorriso anche a voi in altri tempi – di rendervene conto lui stesso al momento della consegna. Sicché alla fine di questa lettera c’avrete il vostro bel da fare per spiegarvi: non resterà un solo segreto taciuto. Per questo so già di certo che la mia presente scomparirà dai resoconti di questa vostra assurda avventura.

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Cappuccetto Rosso al lupo (Lettere delle eroine, 34)

8 settembre 2016 by

valerie

di Alessandro Cecchinelli

[Le Regole del gioco].

Quando ti aprirono la pancia io sono stata libera. Ho sentito subito molto freddo. Là, infatti, nello scuro, c’era caldo come se ci fosse acceso il fuoco. Ma non c’era e infatti era buio e non ci si vedeva niente. Era come se il fuoco fosse l’aria buia e il caldo fosse un soffio continuo tutto attorno. Solo oggi, che non so neanche quanto tempo fa è stato, qualche mese, nove mesi, forse un anno, ho capito che non eri solo tu, ma anch’io, che respiravo, e la vecchia lì stretta con me che sfiatava anche lei, borbottando le sue preghiere di catarro. Ci scaldavamo da sole, in fondo, in quella grotta scura al di là della tua bocca, con la fessura di luce che sembrava lontanissima a filtrare tra i tuoi denti, raggiava.

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Due o tre cose che so (o che credo di sapere) sul conto di Tullio Avoledo

7 settembre 2016 by

di giuliomozzi

Tullio Avoledo

Tullio Avoledo

Spesso, quando parlo di Tullio Avoledo, mi sento dire: ah, sì, quello dell’Elenco telefonico di Atlantide. In effetti quel romanzo, apparso nel 2003 presso l’editore milanese Sironi – per il quale all’epoca lavoravo – fu un esordio memorabile. Dopo il la dato da Antonio D’Orrico, che si era appena divertito a lanciare Giorgio Faletti come “il più grande scrittore italiano” e che aveva reagito positivamente a una mia provocazione (più o meno: a far diventare famoso uno già famoso sono buoni tutti, prova con questo qui che non lo conosce nessuno ed è pubblicato da una casa editrice che esiste da sei mesi), ne parlarono praticamente tutti (nel bene e nel male, ovviamente). Tanto che le vendite effettive dell’edizione Sironi (circa diciassettemila copie, circa un mese di permanenza tra il secondo e il quinto posto in classifica nelle vendite di romanzi italiani) venivano ampiamente sovrastimate anche dagli stessi operatori del settore.

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Edoardo Zambelli, “L’antagonista”, a breve presso l’editore Laurana

6 settembre 2016 by

di giuliomozzi

cop_antagonistaAttorno al 22 settembre (ma in qualche libreria anche un po’ prima) arriverà nelle librerie un romanzo veramente importante. Si tratta dell’esordio di Edoardo Zambelli – trentenne tranese, oggi residente a Cassino, curiosamente nato a Città del Messico – e s’intitola L’antagonista (lo so, s’intitolava così già un romanzo di Cassola: ma c’era poco da fare, il titolo giusto era quello).

Perché è importante il romanzo di Zambelli? Per tre ragioni, secondo me.

La prima è che, detto nel modo più semplice possibile, mi pare un romanzo assai bello, letterariamente denso ma di agevole lettura, con una trama semplice e molto tesa (si tratta, in sostanza, dell’inseguimento di una persona che continuamente sfugge – non tanto fisicamente, poiché è già morta, quanto alla comprensione; direi addirittura: alla percezione).

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Elisabetta François a Gonzalo Pirobutirro d’Eltino (Lettere delle eroine, 33)

4 settembre 2016 by

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di Davide Di Finizio

[Ieri scrivevo scherzosamente in Facebook: Tra le “lettere di eroine” che mi sarebbe piaciuto leggere, ma che ahimè non sono pervenute, quella che mi manca di più è la lettera di Elisabetta François al figlio Gonzalo (lettera che Gonzalo troverà sullo scrittoio della madre, incompiuta, dopo la morte della madre stessa). E la lettera, imprevedibilmente, è arrivata].

Gonzalo,

o dovrei dire Coriolano?

Già, ti ricordi tutte quelle storie greche e latine che ti raccontavo da bambino? Ora mi sento proprio come in una di quelle, mi sento Veturia, la madre di un iracondo che vorrebbe distruggere casa sua. E anche se non siamo a Roma, ma nel villaggio di Lukones, sono qui a supplicarti, per iscritto, visto che a voce non ci intendiamo: smettila di urlare, ché quando urli ti sentono tutti; ti sente Battistina, ti sentono i peones, ti sente Di Pascuale (con la c, non come quei barbari italici che lo scrivono con la q), ti sente persino Gaetano Palumbo che finge di essere sordo (e finge pure di chiamarsi Pedro Manganones, che al Nistitúo evidentemente fa più figo).

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“Il racconto dell’apocalisse”

3 settembre 2016 by

di Demetrio Paolin

[Questo articolo di Demetrio Paolin è apparso oggi nel quotidiano Il foglio].

7228419_1572657Ne La ragazza selvaggia Laura Pugno continua a sviluppare il tema che è centrale nella sua poetica, ovvero il racconto dell’apocalisse. Se c’è una continuità tra il suo esordio narrativo (nel 2002 con una raccolta di racconti per Sironi) e questo suo ultimo testo, è sicuramente da rintracciare nella lunga e fedele riflessione sul tempo ultimo. La storia de La ragazza selvaggia, infatti, altro non è che il tentativo di raccontare un ritorno o, meglio, una resurrezione. Il tutto prende le mosse in un immaginario parco naturale di Stellaria (una sorta di ardito esperimento scientifico per fare sì che la natura riprenda il sopravvento senza controlli e senza regole di questi ettari di boschi, campi e monti) dove Tessa – una ricercatrice che monitora le varie fasi del ritorno al “selvaggio” – ritrova dopo dieci anni Dasha, giovane figlia adottiva di una famiglia di ricchi industriali, che due lustri prima si era perduta nel bosco ed era stata data per morta. Dasha, che incontriamo descritta come una ragazza-cagna, ha una sorella gemella, Nina, che è in coma dopo un incidente stradale. Intorno a queste due vicende si muovono tutti i fili di una storia che ha il suo fulcro in due domande, mai dichiarate apertamente, ma che aleggiano nelle pagine. Può ciò che è morto ritornare alla vita? Si può “ritornare” alla vita – Dasha rappresenta appunto un revenant – e che conseguenze ha questo ritorno? La risposta della Pugno è negativa. Sin dalle prime pagine, l’immagine della foresta e del bosco che prendono possesso con silenziosa tenacia delle case abbandonate, delle strutture lasciate in disarmo, rinfoltiscono boschi, cancellano sentieri in una sorta di paradiso vegetale, che ricorda certe suggestioni de La carta e il territorio di Houellebecq, si affianca al suo progressivo fallimento. Non è possibile sostenere i costi del parco e del suo inselvatichimento, molto meglio una “selvaticità” controllata e farlo diventare un parco turistico.

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Micòl a Celestino (Lettere delle eroine, 32)

3 settembre 2016 by

ilgiardinodefinzicontini

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Nora a Torvald (Lettere delle eroine, 31)

31 agosto 2016 by
Lene Nystrøm in Barbie Girl, Aqua

Lene Nystrøm in Barbie Girl, Aqua

di Nuccia Benvenuto

[Le Regole del gioco].

Aeroporto di Oslo, Momento giusto della vita

Ti scrivo mentre aspetto l’aereo che mi porterà in tournée per un mese e fra un mese esatto verrò a prendere i bambini, come stabilito dal giudice. Non voglio sentire altro, Torvald, nemmeno la tua voce: per questo motivo non ti telefono. La stai facendo grossa, sempre più grossa, Torvald. Pensaci. Una denuncia per stalking non ti gioverebbe. Devi finirla con le tue telefonate nel cuore della notte, con i tuoi stupidi squilli, gli squallidi sms e wathsapp; con gli sciocchi appostamenti.

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Cécile a Cyril (Lettere delle eroine, 30)

30 agosto 2016 by

ritaglio

di Francesca Barsotti

[Le Regole del gioco].

Parigi, 23 giugno 1974

Mio caro Cyril,

piove a dirotto e io provo qualcosa di indefinibile, un specie di istinto da animale selvatico che mi porta a rifugiarmi tra queste righe. Sono le nove e sto bevendo un caffè seduta al tavolino del bar sotto casa. Oggi fatico a svegliarmi. Sarà questo tempo uggioso, sarà che le vacanze per me sono ancora lontane…

Ci separa un’estate indimenticabile.

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Agnese a don Rodrigo (Lettere delle eroine, 29)

27 agosto 2016 by

manzoni

di Mariella Prestante

[Le Regole del gioco].

Al signore don Rodrigo.

La mi perdoni se nella mia ignoranza non so quale titolo di preciso applicarle, se di eccellenza o di eminenza o altro. La chiamerò dunque signore, poiché lei è signore di queste terre.

Le scrivo per dirle che lei ha fatto una gran cavolata, se mi è permesso dirlo, ma ormai l’ho detto, a spaventare tanto quella merdina del nostro curato don Abbondio, che è come un vaso rotto che spande acqua e che cosa sia successo ormai lo sanno tutti, anzi tutti sanno il doppio o il triplo, perché la sua governante è come un mulino a vento e ci ha ben messo del suo, mica poco.

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Concetta a Tancredi (Lettere delle eroine, 28)

26 agosto 2016 by

leopar

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