Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 3

27 marzo 2017 by

di Federica Pittaluga

[Puntata precedente] [Tutte le puntate]

Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.

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In epoca precedente alle nozze, avete avuto bisogno di cure psichiche? Per quali motivi? Avete conservato documentazione clinica?

Io non sono tipo da cure psichiche. Se la domanda è se sono mai stato dallo psicologo oppure dallo psichiatra, la risposta è no, mai. Non ho mai nemmeno preso pastiglie, niente. Non ho fatto uso di droghe, non fumo neanche. Magari una sigaretta ogni tanto, ma non tutti i giorni.
Non conosco nessuno che ci sia stato, tranne uno del quartiere. Andrea è un ragazzo eccentrico, ha tre o quattro anni meno di me. I suoi genitori sono molto amici dei miei, e in effetti ricordo che avevano parlato con papà per questo figlio che dava loro problemi. Bigiava la scuola, ma non andava a zonzo. Tornava a casa e stava a guardare la tivu fino all’ora di pranzo, usciva e poi fingeva di rientrare. Era un solitario, non aveva interessi particolari. Quando la scuola aveva convocato i genitori per dire che lo avrebbero bocciato, era venuta fuori tutta la storia, del bigiare e dello stare a casa. Fino a quel momento, era un ragazzo come tutti. Con la testa fra le nuvole, non giocava a pallone, strimpellava con la chitarra ma mai all’oratorio e se gli davano una chitarra e gli chiedevano di fare il canto prima del gioco comunitario, lui rispondeva sempre che non ne era capace.
Mio padre, interpellato dai genitori di Andrea, aveva consigliato loro di mandarlo in una scuola del Movimento a Milano, la stessa che aveva frequentato Albina. Se ne era interessato di persona, perché Franco, preside e fondatore, era un suo amico dai tempi del Berchet. Ma anche nella nuova scuola si erano ripresentati gli stessi problemi. Ci eravamo mossi in prima persona: papà aveva provato a parlare con Andrea, mia mamma cercava di aiutarlo nei compiti, ero stato precettato anch’io per dargli una mano con la matematica.
Andrea era una provocazione per la mia umanità: non dava spiegazioni del suo comportamento né ai suoi genitori, né ad altri (non mio padre, non il don dell’oratorio e nemmeno quello della scuola).
Alla fine l’avevano mandato da uno psicologo specializzato in problemi dell’adolescenza, Leggi il seguito di questo post »

“Fare i conti con il ragazzo che ero e l’uomo che sono diventato”.

24 marzo 2017 by

[Esattamente un anno fa Conforme alla gloria veniva pubblicato da Voland e iniziava la sua vita negli scaffali delle librerie. Proprio in questi giorni Chiara Pasin ha discusso una tesi dal titolo Tra umano e disumano. Dal corpo memoria di Primo Levi al corpo-performance contemporaneo (relatore Alessandro Cinquegrani) , in cui un’intera parte, la terza e conclusiva dal titolo Tra corpo-memoria e corpo-performance: il caso di Conforme alla gloria di Demetrio Paolin, è dedicata al mio testo. La sua tesi ha come appendice una intervista che Chiara mi ha fatto nei giorni in cui completava il suo lavoro. Con il suo permesso e con molta mia gioia la pubblico qui. dp]

Chiara Pasin&Demetrio Paolin

Le pagine di Conforme alla gloria racchiudono numerosi riferimenti a fonti più o meno esplicite: Levi, Fergnani, Arendt, Kakfa, Celan, Covacich, solo per citarne alcuni, ma anche artisti e performer. Quali sono i suoi modelli più cari?

“È certamente difficile stabilire un canone letterario, ancorché personale e privato. Se dovessi dire le fondamenta sulle quali poggiano le pagine di Conforme alla gloria, direi che il primo testo di riferimento è la Sacra Scrittura. Soprattutto l’Antico Test amento e gli scritti di Paolo; credo che il Dio che compare più volte nel romanzo debba molto a queste mie letture, che sono state anche le letture della mia infanzia. […]Nello stesso tempo mi rendo conto che in Conforme alla gloria Cristo è assente, l’agnello mite e sacrificale, colui che prende e porta sulle sue spalle i peccati di tutti, non c’è. Dal punto di vista teologico, questo romanzo è stato scritto prima della nascita di Cristo, e il Dio a cui io faccio riferimento è il Dio dell’Antico Testamento e quindi concetti come colpa, peccato e male hanno nel romanzo risuonano al lettore in un modo diverso. Sono, se posso usare un termine, più tragici e originari. Hanno qualcosa che riguarda le scaturigini più profonde nel nostro essere umano.

Altrettanto fondamentali sono state per me le opere di De Sade. Dell’opera del marchese mi interessava soprattutto il trattamento dei corpi. Ovvero mi pare che in De Sade, so che sto semplificando, ma mi si perdonerà, c’è in germe l’idea del corpo asservito a una idea, anzi meglio ancora una ideologia, che è poi quello che sottolinea Pasolini – altra fondamenta del mio testo – in Salò. A me interessava questa ipotesi di corpi che passivamente diventano un luogo dove una ideologia si incarna e fa male.”

Leggi l’intervista di Chiara Pasin a Demetrio Paolin su Conforme alla gloria

Dieci considerazioni attorno al problema di decidere se un libro è buono o non è buono

24 marzo 2017 by

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Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 2

23 marzo 2017 by

di Federica Pittaluga

[Puntata precedente] [Tutte le puntate]

Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.
La seconda parte del romanzo racconta invece la versione di Caterina, moglie imperfetta di Giorgio e anima perduta, oltre alla storia di un maneggio, ora chiuso, di un padre missionario e di un uomo diviso tra il bene che desidera compiere e i mezzi illeciti che utilizza per realizzarlo.
Per lungo tempo ho pensato che il romanzo raccontasse uno spaccato di mondo che credevo di conoscere abbastanza bene. Ora, invece, so che tutte le vicende ruotano intorno alle ossessioni di Giorgio e niente le racconta meglio della sua viva voce.

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Quando e come siete arrivati alla decisione di sposarvi in chiesa? Eravate convinti? Avevate dei dubbi su questa scelta?

Ho sempre dato per scontato che ci saremmo sposati in chiesa ed ero certo che Caterina capisse e sapesse che l’amore che provavamo non ce lo stavamo dando noi, ma ci era dato da un Altro. E solo quell’Altro, io lo sapevo, poteva rendere eterno il nostro amore. Caterina forse si è lasciata traviare dall’aspetto mondano della cosa e ha insistito perché celebrassimo il matrimonio nella sua parrocchia. Io non avevo preferenze, mentre per Caterina era importante sposarsi nella stessa chiesa dov’era stata battezzata, dove aveva fatto la prima comunione e la cresima. Anche se non capivo il sentimentalismo che la spingeva in quella direzione, so bene che è tradizione che il matrimonio si celebri nella parrocchia della sposa. Ho accettato questo, anche se mi sarebbe piaciuto che a celebrare fosse don Mario Casati, un prete che aveva fatto GS con mio papà e a cui la mia famiglia è molto legata. Leggi il seguito di questo post »

“Libro non scritto non letto mai aperto bellissimo”, di nessunautore

22 marzo 2017 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene d’essere un bibliofilo. Sostiene anche di essere, spesso, se non sempre, l’unico lettore dei libri che recensisce].

Ma quanti ne abbiam visti, signori miei, signore mie, dico voi che una certa età ce l’avete, che eravate giovani quando non esistevano ancora i ggiovani, tanti anni fa, negli anni Sessanta, negli anni Settanta, vi ricordate?, quanti ne abbiam visti, di libri, che facevano l’impossibile per essere nonlibri, e di spettacoli teatrali, che sgomitavano per essere nonteatro, e quanta musica abbiamo ascoltata, che riusciva perfettamente a essere nonmusica, per tacer della nonpittura, della nonscultura, della nondanza, ve le ricordate?, quelle cose alle quali pazientemente assistevamo, quei libri che ostinatamente leggevamo, quelle musiche che sonnolentamente ascoltavamo, quelle robe lì, quelle cose che si facevano in teatro che all’improvviso ti saltavano addosso, proprio addosso, e tu diventavi lo spettacolo e loro il pubblico, il pubblico, anzi no, loro per esempio ti processavano davanti al pubblico, ti facevano parlare male della mamma davanti al pubblico, ti facevano piangere di vergogna e di dispetto per la tua animaccia piccoloborghese irrefrenabilmente vivace dentro di te, nella tua mente, nella tua condizione socioculturale, nella tua carne, nelle tue viscere, nel tuo buco del culo, nel tuo cazzo e nella tua fica, ve li ricordate?, quei pensosissimi penosissimi pallosissimi libri che non ci si capiva né una Eva né un Adamo, e a leggerli non sapevamo se sentirci come il cattivo Caino o il poveraccio Abele, e discutevamo, fumosissimamente vinosamente discutevamo, che la birra non c’era ancora, non so quando sia stata creata la birra ma in quegli anni non c’era, c’era il vino rosso, cattivo, c’era il vino bianco, più cattivo, c’era la grappa, cattivissima, e c’era la nonarte, c’erano le nonperformance, c’erano i nongesti, ve li ricordate?, e si faceva tutto così convintamente, così politicamente, così privatamente, tanto il privato era politico, e il politico non era ancora stato privatizzato, e ci avevamo le barbe, noi maschi, ci avevate le gonnellone, voi ragazze, ed eravamo pieni del senso del dovere di liberarci dal senso del dovere, e dovevamo liberarci dalla letteratura, dovevamo, dovevamo liberarci dall’arte, dovevamo, dovevamo liberarci dalla bellezza, dovevamo, dovevamo liberarci dal piacere, dovevamo, vi ricordate?, quanto dovevamo, dovevamo, dovevamo – no, lo so, non vi ricordate. E chi si ricorda, preferisce non ricordare.

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Ammalarsi con i libri (si cercano suggerimenti)

21 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Che leggere sia un’attività positiva, è un luogo comune. I libri sul “curarsi con i libri” non si contano (e recente e duraturo è il Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, appunto, di Ella Berthoud e Susan Elderkin, pubblicato in edizione italiana – non una semplice traduzione: un’edizione italiana, in cui il corpus originario è in parte sfrondato e in parte integrato con titoli nostrani – presso Sellerio) i libri sulla “libroterapia”, da quelli assai garbati di Miro Silvera a quelli più – secondo me – profondi come La biblioteca delle emozioni. Leggere romanzi per capire le nostra vita emotiva di Carola Barbero, filosofa del linguaggio, che non si propone esplicitamente (anzi, direi che se ne guarda bene) come “terapeutico”, ma che sicuramente guida a una riflessione su di sé potenzialmente benefica.

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Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 1

20 marzo 2017 by

di Federica Pittaluga

Giorgio e Caterina si incontrano e si sposano. È un matrimonio breve. Quando il rapporto naufraga, Giorgio si rivolge al tribunale ecclesiastico per una consulenza, nella speranza che ci siano gli estremi per ottenere la dichiarazione di nullità. Il primo passo è rispondere alle domande di un questionario, disponibile sul sito del tribunale ecclesiastico della Lombardia (Vedi, Allegato B). Sono le risposte di Giorgio a permettere la ricostruzione del matrimonio. O almeno, la sua versione dei fatti.
Il questionario di Giorgio, qui pubblicato a puntate, costituiva originariamente la prima parte di un romanzo, rimasto inedito, che si è intitolato per un certo periodo Sequela.
La seconda parte del romanzo racconta invece la versione di Caterina, moglie imperfetta di Giorgio e anima perduta, oltre alla storia di un maneggio, ora chiuso, di un padre missionario e di un uomo diviso tra il bene che desidera compiere e i mezzi illeciti che utilizza per realizzarlo.
Per lungo tempo ho pensato che il romanzo raccontasse uno spaccato di mondo che credevo di conoscere abbastanza bene. Ora, invece, so che tutte le vicende ruotano intorno alle ossessioni di Giorgio e niente le racconta meglio della sua viva voce.

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Allegato B
Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica

Cognome e nome del richiedente: Giorgio Bonomi
Cognome e nome dell’altra parte: Caterina Ravizza

Quando avvenne la conoscenza? Come si svolse il fidanzamento?

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“Tette fantastiche, e come trovarle”, di autore incerto

16 marzo 2017 by

di Ennio Bissolati

Hop-là, èccomi qua. La lunga latitanza del Mozzi ha costretto anche il soprascritto, che dalle volontà e dagli umori del Mozzi dipende, a stare muto e celato. Ma Zefiro torna, il bel tempo rimena, e i fiori e l’erbe si danno ormai il loro bel daffare; e come la gallina, tornata in sulla via, ripete il suo verso, ecco il vostro Bissolati pronto a invibrissirsi ed eventualmente a bissarsi, per il vostro spasso (si speri) e la vostra estenuazione (si tema). Hop-là, èccomi qua.

Il libro introvabile del giorno (lo vedete qui accanto) è parossisticamente un libro che insegna, o pretende di insegnare, a trovare: non libri, però, bensì morbidi caratteri sessuali secondari femminili della specie umana. Chi ne sia l’autore, non è noto.

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“Il giro del miele”, di Sandro Campani

16 marzo 2017 by

di Edoardo Zambelli

Fin qui, non oltre.

Nel corso della lunga notte raccontata da Sandro Campani nel suo ultimo romanzo (Il giro del miele, Einaudi), questa frase ritornerà di continuo. La tacca sulla bottiglia di grappa e poi la frase: fin qui, non oltre. È il modo che i due protagonisti, Davide e Giampiero, hanno di misurare il tempo di questo loro (forse ultimo) incontro.
I due, in un passato non troppo lontano, sono stati molto vicini. Nonostante la differenza d’età, in qualche modo sono stati addirittura figli dello stesso uomo, Uliano, che per Davide – il figlio biologico – è stato un padre distante, incapace di grandi slanci, mentre per Giampiero – suo apprendista – è stato un maestro generoso, gli ha insegnato un lavoro e si è lasciato leggere e capire in modo più profondo.
La narrazione si apre, quindi, con Davide che una notte si presenta a casa di Giampiero e chiede di essere ascoltato, portando con sé l’urgenza di un conflitto da risolvere. Inizia da qui un lungo dialogo e presto il tempo della narrazione si sdoppia, il lettore si ritrova a seguire tanto il confronto tra i due quanto la ricostruzione delle loro vite.

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Questionario per lo svolgimento della consulenza canonica, 0

16 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Nel corso di una Bottega di narrazione, e nell’anno (almeno un anno) successivo, Federica Pittaluga ha lavorato a un romanzo che dopo un po’ di esitazioni è stato chiamato Sequela (“La sequela, termine di origine tardo-latina che deriva da sequi («seguire»), esprime nel contesto teologico un atteggiamento di dedizione e obbedienza nei riguardi di Dio, con particolare attenzione e aderenza alla condotta di Gesù Cristo, sul modello degli apostoli e dei primi discepoli, che accolsero la chiamata diretta di Gesù”: Wikipedia). L’intenzione di Federica, lo dico con le sue parole, era di rappresentare “uno spaccato di mondo” che “credeva di conoscere abbastanza bene”, attraverso la narrazione di un evento drammatico: la fine di un matrimonio (ricordiamo la prima celebre massima iniziale di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, tr. Pietro Zveteremich); connessa poi ad altre sottostorie la cui costante era: il fare del male nella convinzione (più o meno profonda e sincera, ec.) di fare del bene. Nulla di machiavellico, nessuna giustificazione dei mezzi con il fine: quasi una sorta di opaca insensibilità.

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Zoologie fantastiche, e come trovarle

15 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Quella che vedete qui a fianco è la copertina di uno dei libri che ho più volte riletto nei miei verdi anni (diciamo, più o meno, tra la fine delle elementari e l’inizio delle scuole medie): Il mondo vivente nei mari tialiani, di Enrico Tortonese, celebre biologo, e L. Rossi, scrittrice per l’infanzia della quale non so nulla. Si tratta di un romanzo didattico, come se ne scrivevano una volta: un gruppo di ragazzini, in vacanza al mare, incontra un giovane naturalista che li introduce a una conoscenza scientifica (molto accurata, e con ottimi disegni) della fauna e della flora marina; perlomeno di quella fauna e flora che si possono conoscere tra spiagge e scogliere. Essere figli di una coppia di biologi facilita certe opportunità.

Un altro libro che lessi e rilessi, ma del quale non ricordo l’autore o gli autori, s’intitolava Le rocce. Un altro ancora s’intitolava forse Dal pallone all’aeroplano, ma nel ricordo l’immagine del libro si confonde con quella di Dalla terra alla luna, di Jules Verne. Ma di tutti questi libri, scientifici o fantascientifici (di Verne avevamo anche Viaggio al centro della terra oltre a, naturalmente, Ventimila leghe sotto i mari), quello più affascinante era uno che non potevo leggere: perché era scritto in francese.

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“L’ombra abitata”, di Alberto Ongaro

12 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Istigato da Edoardo Zambelli, che considera Alberto Ongaro un suo maestro, se non addirittura il suo maestro (e, innegabilmente, il romanzo d’esordio di Zambelli, L’antagonista, è tutto un omaggio a Ongaro – o, se si vuole, a un certo modo di far funzionare l’immaginario del quale Ongaro, ma anche il suo a lungo sodale Hogo Pratt, è un esponente assai rappresentativo), ho finalmente letto il romanzo appunto di Ongaro L’ombra abitata, pubblicato da Longanesi nel 1988 e ora disponibile in edizione digitale presso Piemme. E’ un romanzo ottimamente scritto, con quella scrittura apparentemente sbrigativa ma in realtà precisissima che è il marchio di fabbrica di Ongaro; ma di questo non parlerò. Vi parlerò della storia, e del modo in cui viene raccontata.

Il dispositivo d’avvio è semplice: un uomo maturo, con un’intensa vita alle spalle, italiano di Venezia, proprietario a Londra di un prestigioso negozio di arte africana e oceanica, va a vedere una mostra di un grande fotografo scomparso un paio d’anni prima. E s’imbatte in un’immagine che ritrae, presa di spalle e di nascosto, Rose, la ragazza che lo fece impazzire (d’amore e di disperazione) a Parigi più di vent’anni prima, mentre a un tavolino di bistrot si protende a baciare un ragazzo del quale non si vede il viso (la testa di Rose lo copre) ma sicuramente non è il ragazzo che lui era più di vent’anni prima. Cosa fareste voi al suo posto? Non importa: lui prende su, sistema due affari, avvisa la molto più giovane compagna Pauline (ma non le dice il vero motivo; peraltro il suo lavoro impone frequenti viaggi) e va a Parigi. Qui fa ciò che vi aspettate: cerca.

Che cosa cerca? Perché cerca? Non è importante: importante è la ricerca in sé; è la ricerca che ha un significato, e non ciò che si cerca.

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Quanto ci vuole per diventare veneti? (invito a firmare una petizione)

9 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Il 14 febbraio 2017 il Consiglio regionale del Veneto ha modificato la legge regionale n.32 del 23 aprile 1990 Disciplina degli interventi regionali per i servizi educativi alla prima infanzia: asili nido e servizi innovativi. L’articolo 8 ora stabilisce che

Hanno titolo di precedenza per l’ammissione all’asilo nido nel seguente ordine di priorità:
a) i bambini portatori di disabilità;
b) i figli di genitori residenti in Veneto anche in modo non continuativo da almeno quindici anni o che prestino attività lavorativa in Veneto ininterrottamente da almeno quindici anni, compresi eventuali periodi intermedi di cassa integrazione, o di mobilità o di disoccupazione.

Il criterio sarà applicato negli asili nido comunali, che coprono circa il 20% del fabbisogno; non sono tenuti ad applicarlo gli asili nido privati.

La ratio della modifica è, come scrissero a suo tempo i proponenti, l’intento di

privilegiare quei cittadini che dimostrino di avere un serio legame con il territorio della nostra regione, vuoi perché vi risiedono da almeno quindici anni, vuoi perché vi lavorano da almeno quindici anni.

Al di là della banale considerazione che se si volesse davvero garantire la serietà del legame si dovrebbe piuttosto chiedere ai genitori un formale impegno a risiedere e lavorare nel Veneto fino al compimento del quindicesimo anno di età del figlio (non saremo mica così coglioni da agevolare negli asili nido i figli di gente che poi va a contribure al Pil di Mantova o di Pordenone, eh!); al di là che sulla poca serietà dei concetti di serietà e di legame si potrebbero dire molte cose (e io le dissi già il 18 agosto e il 19 agosto del 2010: e non sto a ripetermi); a me pare evidente che un simile provvedimento, in un mondo nel quale si vive oggi qui e domani là, e si cerca il lavoro dove lo si trova, eccetera, è semplicemente stupido.

Certo: la maggioranza del Consiglio regionale veneto, dominata dalla Lega Nord, l’ha adottato sapendo che è un provvedimento stupido. L’ha adottato solo per ragioni di bandiera. Ma non è che sventolando una bandiera si smette di essere stupidi.

Se condividete questa mia opinione, vi invito a firmare questa petizione. Se non la condividete, parliàmone.

Dieci esempi di paragoni, dai quali si dovrebbe capire che è bene usare con cautela i paragoni

9 marzo 2017 by

di giuliomozzi

1. Il suo sorriso era come un muro di mattoni rossi illuminato dalla luna in una notte novembrina piena di strani venticelli gelidi che spuntavano all’improvviso dai vicoli, dalle strade secondarie, perfino dalle grandi avenue, dopo una giornata di svendite e offerte speciali nelle quali nessuno aveva comperato né venduto nulla che fosse veramente necessario all’anima come il respiro è necessario alla vita del corpo.

2. S’imbufalì come una iena.

3. Durante tutta la visita all’acquario si sentì come un pesce fuor d’acqua.

4. Camminavano in fila indiana come i pellerossa.

5. Sua nuora era petulante come una suocera.

6. Lui uscì subito da lei, con lo scatto di una murena che intravede la preda.

7. Spogliarla fu come sbucciare un’arancia sotto il sole dell’estate.

8. La sua voce somigliava allo sferragliare lontano di un treno in corsa nella notte, al fischiettare di un ugonotto ignaro del suo destino infame, al ronzio del pelapatate in un collegio di gesuiti, all’eco di un’ombra in una sera nuvolosa, all’odore dell’olio rancido in una padella non lavata da mesi.

9. Selene aveva le gote bianche e rosse di una ragazza di montagna, Stella era di un milanesissimo pallore lunare.

10. Qualunque cosa dicesse la diceva in dieci punti, come il Mozzi.

Esercizio

9 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Ritornerò, ritornerò alla vita
futura, quando tutto sarà morto;
ritornerò, nel corpo luminoso
che sarà dato per la nuova vita.

Ritornerò, ritornerò all’amore
e sarà vinta per l’eterno Morte;
e sarà tolto il giogo doloroso,
e guarderò negli occhi il Creatore.

Nessun giudizio sarà pronunciato:
occhi negli occhi sarà detto tutto;
da me, per me, sarò salvo o dannato.

La vita al mondo è vera, non fasulla;
la vita nella carne è vita in tutto:
è questa la speranza, e il resto è nulla.

Esercizio: Qualsiasi atto con cui si addestri il corpo o si applichi la mente con lo scopo di svilupparne o conservarne le forze, l’agilità, l’efficienza, per acquistare assuefazione, pratica e sim. Nel sing., indica per lo più la ripetizione abituale di tali atti (Treccani).

“Se trovo il coraggio”, di Dario Buzzolan

8 marzo 2017 by

di Edoardo Zambelli

Era il 1980, e per due ragazzi quella notte fredda di ottobre era stata l’ultima delle loro brevi accidentate vite.

Matteo ha 47 anni, due figli (Maddalena e Valerio), e una ex moglie (Sara). Una sera, sfogliando un giornale, vede due foto e viene a sapere che un suo amico di infanzia, intanto diventato pubblico ministero, ha riaperto un caso di molti anni prima: durante una festa, secondo dinamiche mai del tutto chiarite, ha perso la vita un ragazzo di diciassette anni, assassinato. E non è l’unico ad aver perso la vita, c’era anche una ragazza di quindici anni, il cui corpo non è mai stato ritrovato.
Matteo quella notte c’era, sa cosa è successo davvero, ma non ha mai avuto il coraggio di dirlo a qualcuno, forse nemmeno a se stesso. Adesso però sa che quel coraggio deve trovarlo, deve ricordare e rivivere quella notte che tanto peso ha avuto nella sua vita.

Il romanzo di Dario Buzzolan Se trovo il coraggio si articola, quindi, nel racconto di due notti: quella presente, in cui Matteo vaga alla ricerca dei ricordi, e quella del 1980, che è stata per lui tanto un’iniziazione all’amore quanto un’iniziazione alla morte. La narrazione, diciamo così, sdoppiata è un espediente che Buzzolan ha già usato con successo nel precedente (e bellissimo) Tutto brucia e nel più recente (e altrettanto bello) Malapianta. Qui l’arco narrativo dura dodici ore, dalle 20 alle 8, con i capitoli che scandiscono il passare del tempo un’ora alla volta.

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Due volte qualche tempo fa

8 marzo 2017 by

di giuliomozzi

Qualche tempo fa assistetti a una conversazione interessante. Erano i tempi del “caso Welby”; si parlava dunque di testamento biologico, di eutanasia, di morte assistita, di diritto al suicidio, di dignità della vita: tutte queste cose insieme, come al solito – questa è la sensazione che ho sempre – troppo confusamente.
Alla conversazione partecipava una coppia sposata. A un certo punto il marito disse, chiaro e netto, rivolto alla moglie: “Di me, anche quando sarò incosciente, voglio decidere io. Tu, se ci sarai tu, dovrai fare quello che avrò detto, anzi scritto, io”.
Mi domandai, e continuo a domandarmi da allora, che cosa sia il matrimonio.

Qualche tempo fa un amico mi raccontò di aver agito in un certo modo. Si parlava di sua madre. “Lei avrebbe preferito così”, mi disse. “Ne sono sicuro”, insistette. “Lei era stata sempre così piena di vita, così solare”, aggiunse. “Non avrebbe voluto continuare a vivere così”, dichiarò. “Ne sono sicuro”, ripeté. Cercava da me un’approvazione, era evidente. Io non potevo dargliela: non ero stato lì, non ero figlio di sua madre, non la conoscevo se non di vista, molto meno di lui potevo permettermi di immaginare che cosa sua madre, se fosse stata cosciente e capace di comunicare, avrebbe espressamente voluto.
Da quella volta mi domando, che cosa sia l’essere figli – in questi tempi in cui i genitori vivono vite lunghissime.

Dieci buoni motivi per continuare “vibrisse”, nonostante la stanchezza

7 marzo 2017 by

di giuliomozzi

1. vibrisse, pare impossibile, ma è la mia principale fonte di reddito. Quasi tutti coloro che negli ultimi sedici anni mi hanno proposto di fare questo o quel lavoro (cose grandi, cose piccole) mi hanno conosciuto attraverso vibrisse (più che per i miei libri ec.) o attraverso vibrisse si sono fatti una certa idea di me.

2. Per gli altri social media non sono tagliato. Sono troppo vecchio. Appena appena Facebook, ma giusto quello. Già Twitter mi sfugge. Tutti gli altri, sostanzialmente, non so neanche cosa sono.

3. vibrisse è, in qualche modo, un’opera. Certo, le due domande immediatamente successive sono: che tipo di opera? E in quale modo? (Chi ha fatto un editing con me sa che ogniqualvolta m’imbatto nell’espressione “in qualche modo”, domando subito: “In quale modo, dunque?”; e non mi schiodo finché non troviamo la risposta).

4. Tento di rispondere: vibrisse è un’opera ascetica: perché è costituita da pratiche, svolte secondo ritmi definiti, il cui scopo è generare un controllo. Si potrebbe dire che è come cucinare e lavare i piatti tutti i giorni, e non sarebbe tanto diverso (purché nella pratica di cucinare e lavare i piatti si miri a formare dei ritmi definiti, allo scopo – se non altro – di controllare una certa porzione di tempo).

5. Potrei anche dire che, nel corso di sedici e passa anni (il primo numero di vibrisse, allora un bollettino spedito via posta elettronica, fu distribuito il 6 agosto del 2000), mi sono io stesso identificato in vibrisse (e non solo in vibrisse, sia chiaro: mi identifico moltissimo anche in quel coso con due gambe che tutti i fine settimana – o quasi – entra in un’aula e ci sta per un tot di ore).

6. Quasi mai ho dedicato alla scrittura di vibrisse più tempo di quello strettamente necessario a scrivere. Si potrebbe dire che è arte performativa, o qualcosa del genere. Si potrebbe dire che porto ancora i segni del corso di dattilografia (metodo Scheidegger) frequentato quattordicenne: e non sarebbe tanto fuori luogo. C’è una fisicità dello scrivere, c’è una particolare fisicità nello scrivere per pubblicare immediatamente.

7. E Facebook? No, non c’è paragone. Ciò che è pubblicato in vibrisse ha, anche per banali motivi tecnici, una durata che ciò che è pubblicato in Facebook non ha. Facebook è il regno della labilità. Qui si lavora per la permanenza (anche con i libri si lavora alla permanenza, certo; in altro modo).

8. C’è un concorso da finire, e voglio finirlo.

9. Giusto l’altro giorno ho sentito uno (uno dotto, uno colto, uno di quelli che quando ti spiegano una cosa facile la fanno diventare difficilissima) parlare, in tutta serietà, della “casta dei blogger”. E in quella casta mi ci includeva anche a me. Ci misi venti minuti a capire che appartenere a tale casta è, secondo quell’uno, un’infamia. E a quel punto non potevo sottrarmi.

10. Il motivo è uno solo, in realtà: e non l’ho detto.

“Questa non è una fine, ma un nuovo inizio”

1 marzo 2017 by

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Una lettera d’amore

14 febbraio 2017 by

di Demetrio Paolin

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Cara Mara

Non so se queste parole arriveranno a te così come le scrivo.  Forse altri occhi che non sono i tuoi, i  tuoi occhi di spillo che guardavano il mare le poche volte che ci siamo stati, vedranno la mia calligrafia, ma nonostante i guardiani cercherò di parlarti chiaramente.

Qui dal carcere, tra le sbarre, vedo uscire la nebbia. Casale è così: un posto pieno di silenzio, che mi viene più facile pensarti in una delle nostre case sicure. Immagino a cosa pensi, immagino quello che senti ora rimescolarti nel sangue. Questo mondo e questa società, così come le abbiamo conosciute e vissute, sono destinate a esplodere. Noi saremo la miccia di questa apocalisse.

So che sorridi perché vedi in me il ragazzo cresciuto tra oratorio e messa. Eppure è così: il mondo è morente. Io lo vedo con nitore da questo angolo buio da cui mi è concessa la vista: tutto geme per la fine prossima. La natura, i pochi alberi che magri appaiono in lontananza, le nubi sparute nel cielo, la pioggia e le cornacchie abbandonate sembrano attendere il momento preciso in cui ogni cosa si svelerà. E io attendo con ansia il momento in cui non ci sarà più nulla di quello che siamo abituati a vedere, ma un mondo nuovo, un cielo terso, una felicità pura, che la sola idea di tutto questo mi rende gravido e partoriente, come se fossi un cavalluccio marino che feconda in sé i piccoli nascituri.

Ci saranno cadaveri lasciati per terra, lo sappiamo. Noi saremo visti come carnefici, ma è il prezzo che si paga per cambiare il mondo. La redenzione è un atto di violenza. Il Dio, in cui noi crediamo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Marx, il Dio dei poveri è un Dio rabbioso che tira fuori i corpi dal nulla e li riporta in vita, che cambia verso alla terra e separa le acque…

È la nostra fede, la nostra gloria di rivoluzionari, sappiamo a cosa andiamo incontro; potevamo maledire il giorno della nostra nascita e la società in cui viviamo e invece ci siamo fatti strumenti di questo cambiamento.

Ora è venuto il tempo di chiudere questa breve lettera e mi prende una malinconia da quindicenne, stupida e impossibile da trattenere, penso a quando sono stato con te l’ultima volta prima dell’arresto e sono entrato nel tuo corpo.

Ti ho sussurrato che stavamo creando un mondo, separando la luce dalle tenebre, le acque dalla terra ferma, ma neppure questo giustifica i morti che faremo, perché abbiamo scelto –  nonostante l’amore e il bene che sentiamo – la violenza. Siamo armati e sappiamo che finiremo la nostra esistenza terrena sul marmo di un tavolo autoptico. Ci amiamo di un amore che non c’entra con la rivoluzione, ma che sacrifichiamo a essa.

E in questa rinuncia di noi stessi, siamo nuovi.

Con amore
Tuo Renato