Una lettera d’amore

14 febbraio 2017 by

di Demetrio Paolin

lettera

Cara Mara

Non so se queste parole arriveranno a te così come le scrivo.  Forse altri occhi che non sono i tuoi, i  tuoi occhi di spillo che guardavano il mare le poche volte che ci siamo stati, vedranno la mia calligrafia, ma nonostante i guardiani cercherò di parlarti chiaramente.

Qui dal carcere, tra le sbarre, vedo uscire la nebbia. Casale è così: un posto pieno di silenzio, che mi viene più facile pensarti in una delle nostre case sicure. Immagino a cosa pensi, immagino quello che senti ora rimescolarti nel sangue. Questo mondo e questa società, così come le abbiamo conosciute e vissute, sono destinate a esplodere. Noi saremo la miccia di questa apocalisse.

So che sorridi perché vedi in me il ragazzo cresciuto tra oratorio e messa. Eppure è così: il mondo è morente. Io lo vedo con nitore da questo angolo buio da cui mi è concessa la vista: tutto geme per la fine prossima. La natura, i pochi alberi che magri appaiono in lontananza, le nubi sparute nel cielo, la pioggia e le cornacchie abbandonate sembrano attendere il momento preciso in cui ogni cosa si svelerà. E io attendo con ansia il momento in cui non ci sarà più nulla di quello che siamo abituati a vedere, ma un mondo nuovo, un cielo terso, una felicità pura, che la sola idea di tutto questo mi rende gravido e partoriente, come se fossi un cavalluccio marino che feconda in sé i piccoli nascituri.

Ci saranno cadaveri lasciati per terra, lo sappiamo. Noi saremo visti come carnefici, ma è il prezzo che si paga per cambiare il mondo. La redenzione è un atto di violenza. Il Dio, in cui noi crediamo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Marx, il Dio dei poveri è un Dio rabbioso che tira fuori i corpi dal nulla e li riporta in vita, che cambia verso alla terra e separa le acque…

È la nostra fede, la nostra gloria di rivoluzionari, sappiamo a cosa andiamo incontro; potevamo maledire il giorno della nostra nascita e la società in cui viviamo e invece ci siamo fatti strumenti di questo cambiamento.

Ora è venuto il tempo di chiudere questa breve lettera e mi prende una malinconia da quindicenne, stupida e impossibile da trattenere, penso a quando sono stato con te l’ultima volta prima dell’arresto e sono entrato nel tuo corpo.

Ti ho sussurrato che stavamo creando un mondo, separando la luce dalle tenebre, le acque dalla terra ferma, ma neppure questo giustifica i morti che faremo, perché abbiamo scelto –  nonostante l’amore e il bene che sentiamo – la violenza. Siamo armati e sappiamo che finiremo la nostra esistenza terrena sul marmo di un tavolo autoptico. Ci amiamo di un amore che non c’entra con la rivoluzione, ma che sacrifichiamo a essa.

E in questa rinuncia di noi stessi, siamo nuovi.

Con amore
Tuo Renato

“Grida quando stai bruciando”

8 febbraio 2017 by

camus[Ho letto con interesse l’articolo del Professor Brugnolo “I fannulloni nella valle fertile” di Albert Cossery e propongo come umilissimo controcanto questo scritto (un temino) su “La peste” di Albert Camus scritto di getto qualche mese fa. Se Cossery mi sembra riprendere e ampliare Gončarov, Camus mi sembra riprendere Balzac. La questione posta dal mio intervento credo sia principalmente: alcune cosiddette allegorie del ‘900 non sono un po’ troppo artificiose? mc]

di Marco Candida

Iniziamo con un paragrafo delle Illusioni Perdute di Balzac:

“La necessità di coltivare il padre, del quale la signora de Bargeton aspettava l’eredità per andare a Parigi, e che invece li fece aspettare tanto che il genero morì prima di lui, costrinse il signore e la signora de Bargeton ad abitare ad Angoulême, dove le brillanti qualità della mente e le ricchezze naturali celate nel cuore di Naïs dovevano perdersi senza frutto, e col tempo diventare addirittura ridicole. In effetti, i nostri lati ridicoli sono in gran parte originati da un bel sentimento, da virtù o da facoltà spinti all’eccesso. La fierezza, non attenuata dalla pratica del gran mondo, si trasforma in durezza quando si esercita sulle piccole cose invece di spaziare in una sfera di sentimenti elevati. L’esaltazione, questa virtù nella virtù, che genera i santi, che ispira dedizioni segrete e stupende poesie, diventa esagerazione quando si appiglia alle inezie della provincia. Lontano dall’epicentro in cui brillano i grandi intelletti, in cui l’atmosfera è carica di pensiero, in cui tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si altera come un’acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rimpiccioliscono ingrandendo le cose trascurabili. Ecco la causa dell’avarizia e dei pettegolezzi che appestano la vita di provincia. La persona più degna è portata in breve ad imitare le idee ristrette e le maniere meschine. Così soccombono uomini nati per essere grandi, donne che, se emendate dagli insegnamenti del mondo e formate da spiriti superiori, avrebbero potuto diventare delle creature affascinanti” (Neretto mio, ndr)

In fondo, Albert Camus, nella Peste, si è ispirato molto a Balzac. Ha preso una cittadina di provincia e ha mostrato come abitudini e vezzi proseguano anche se in questa cittadina sopraggiunge il morbo della peste. Questo, l’assurdo di Camus – che Balzac, nel profluvio del secondo capitolo delle Illusioni Perdute, definisce “ridicolo”. L’assurdo sta nel continuare a far le cose, anche se non ha più senso farle. Camus si appropria di un aspetto della “commedia umana” di Balzac, e lo espande, facendolo diventare il caposaldo di un intero sistema filosofico. Il provincialismo è specchio di una condizione esistenziale. Il provincialismo è ritagliarsi un’isola, un vivere scollegato, una sorta di volontaria auto-emerginazione. Leggi il seguito di questo post »

Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile”

16 gennaio 2017 by

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di Stefano Brugnolo

E’ uscito nel 2016 per Einaudi un romanzo di Albert Cossery I fannulloni nella valle fertile (pp. 185, euro 18,50), originalmente pubblicato nel 1948. Cossery era nato in Egitto nel 1913, ma a partire da questo suo romanzo ha sempre scritto e pubblicato in francese, fino alla sua morte avvenuta nel 2008, a Parigi, dove dal 1955 viveva in una stanza dell’Hotel Lousiane, un piccolo albergo di Saint-Germain de Prés. Si tratta a suo modo di un autore leggendario che finalmente viene tradotto in italiano grazie a Giuseppe A. Samonà che cura anche un’ottima introduzione, intitolata “La rivoluzione del non fare” dove ci vengono date le coordinate fondamentali per comprendere l’originalissimo e appartato mondo di Cossery.

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Dieci regole-base per l’invio di comunicati stampa su libri autoprodotti (e, eventualmente, di libri autoprodotti)

8 gennaio 2017 by
Un critico letterario si appresta a leggere un comunicato stampa

Un critico letterario si appresta a leggere un comunicato stampa

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Dieci cose che assolutamente non dovete fare se volete mandare in giro un comunicato stampa per promuovere il vostro libro autoprodotto

7 gennaio 2017 by
Un'opinion maker legge un comunicato stampa

Un’opinion maker legge un comunicato stampa

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UtN, 11 / Befana a Roma

7 gennaio 2017 by
Roma, Mandrione. Fotografia di Vincenzo Sagnotti

Roma, Mandrione. Fotografia di Vincenzo Sagnotti

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Un po’ Voltaire, un po’ Cervantes, molto Barbera

30 dicembre 2016 by

di Enrico Macioci

la-truffa-come-una-delle-belle-arti1Che libro bizzarro e originale La truffa come una delle belle arti (Aliberti editore, 2016) di Gianluca Barbera! Un po’ romanzo e un po’ saggio filosofico, un po’ Don Chisciotte e un po’ Candido, con incursioni storiche e puntate, rapide ma acute, nel campo della filosofia, della psicologia, della sociologia.

Ciò che anzitutto colpisce è la padronanza culturale dell’autore, capace di muoversi disinvolto fra i diversi saperi e di scioglierli con naturalezza nel fluido della narrazione. La quale si occupa della dinastia catanese dei Lopiccolo, dal lontano 1842 fino ai giorni nostri. A parlare è l’ultimo discendente della schiatta, Carl Peter, oramai vecchio e malato; Carl si rivolge a un certo signor Ricci, che lo sta intervistando per redigere una biografia su di lui, in uscita presso un importante editore italiano. Il dialogo – in realtà un monologo di Lopiccolo, che di tanto in tanto gira al signor Ricci qualche domanda o esclamazione – si sviluppa nella stanza di un ospedale di Rio de Janeiro. Da Catania, dove all’inizio del libro si muove il bisnonno di Carl, fino a Rio dove il medesimo Carl langue, l’epopea familiare è costellata di spostamenti innumerevoli, quasi impossibili da ricostruire nella loro capricciosità, occasionalità e casualità. Barbera li snocciola con un piacere narrativo evidente, che si trasmette subito al lettore, una sorta di febbre giocosa. L’extravaganza, la deviazione, la parentesi, il racconto nel racconto costituiscono la cifra stilistica di Barbera, assieme a un lessico terso e a una sintassi che non “gratta” mai. Divertenti e preziosi inoltre gli innesti dialettali, a mezzo fra il romanesco e il siciliano.

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Ancora un attimo di pazienza, grazie

30 dicembre 2016 by

Ci scusiamo per l’interruzione

29 dicembre 2016 by

UtN, 10 / Voglio parlare a mamma

18 dicembre 2016 by

buio

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Le dieci regole dell’amicizia tra gli abitanti della Repubblica delle lettere

15 dicembre 2016 by

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di giuliomozzi

1. Gli editor pubblicano solo i libri degli amici, lo sanno tutti.

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Una conversazione con Alessandra Sarchi

14 dicembre 2016 by
Clicca sull'immagine per vedere e ascoltare la conversazione di Alessandra Sarchi con Marzia Tomasin

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UtN, 9 / La pipa del vecchio pazzo

13 dicembre 2016 by

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UtN, 8 / Start

11 dicembre 2016 by

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Note di lettura: “Qui come altrove” di Zena Roncada.

9 dicembre 2016 by

di Luigi Preziosi

   Quarantanove brani raccolti in mazzetti di sette per affrescare un tempo e un mondo diversi da quelli che per obbligata consuetudine, o magari anche a volte per colpevole indugio sull’effimero che riempie i nostri giorni, ci tocca frequentare nella quotidianità. Anche il lettore ormai assuefatto a ben diversi scampoli di prosa riuscirà ad individuare i piccoli gioielli di scrittura che Zena Roncada offre con il suo Qui come altrove (Effigie edizioni, 2016). Ognuno dei testi occupa una sola pagina, e l’incipit è il sempre ritornante “qui come altrove…”, a segnare al tempo stesso la peculiarità del grumo di terra dove le storie si formano, e la possibilità che le sensazioni e le emozioni che germinano da queste stesse storie si universalizzino.

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Nicola Manuppelli ci invita da Hadelman

8 dicembre 2016 by

di Enrico Macioci

merenda-da-hadelmanMerenda da Hadelman (Aliberti, 2016) di Nicola Manuppelli, è un libro dal ritmo e dal timbro americani, e tuttavia non risulta per nulla artificioso o finto. Manuppelli, eccellente traduttore di Andre Dubus, Charles Baxter, Sara Taylor e numerosi altri autori irlandesi e statunitensi, ha affinato il proprio naturale talento di cantastorie alla scuola dei grandi maestri anglosassoni. Il risultato è quest’opera asciutta ma lirica, breve ma pregna, rapida ma esaustiva; un’opera compiuta senza che si avverta lo sforzo del compimento.

Hadelman, un ex poliziotto che prende in gestione un locale allo scopo di proteggere la ragazza che lavora nell’agenzia dall’altra parte della strada, si trova presto invischiato in una storia a tinte fosche. Il romanzo, che parte quasi allegro, assume man mano i contorni del noir, con picchi di violenza e di tensione che Manuppelli gestisce bene, senza scadere nell’effettaccio e senza indulgere nel patetico. I personaggi sono pochi e delineati con cura, e così gli ambienti. Sembra di osservare un quadro di Edward Hopper: interni precisi e scolpiti, esterni rarefatti e ostili. Il bar di Hadelman in particolare funge da centro geografico ed emotivo della vicenda: “Una caffetteria, un pub, una tavola calda sono contenitori di storie. In fondo, è ciò di cui in parte siamo fatti e di cui abbiamo bisogno. Storie che ci intrattengano e che non abbiano altri fini se non quello di cullarci nella nostra ricerca di qualcosa – la felicità, il bisogno di fuggire, l’ambizione, la semplice allegria – un po’ come i racconti che ci stupivano da bambini.” Intorno al perno del bar si muovono Hadelman, i suoi amici e i suoi nemici; il locale, un po’ come accade in certe serie tv (pensiamo a Happy Days, girato tutto fra casa Cunningham e il bar Arnold’s), risulta talmente familiare che si ha l’impressione di entrarci, sedersi al bancone e prendere un caffè o una fetta di torta, scambiando quattro chiacchiere col gestore.

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UtN, 7 / S.E.N.S.

8 dicembre 2016 by

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UtN, 6 / Harlock! Harlock!

7 dicembre 2016 by

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UtN, 5 / Il rumore

5 dicembre 2016 by

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UtN, 4 / Guarda le cose

4 dicembre 2016 by

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