“Più segreti degli angeli sono i suicidi”. Una chiacchierata con Gian Marco Griffi

5 dicembre 2017 by

Come sono fatti certi libri, 32 / “Fratelli d’Italia”, di Alberto Arbasino

30 novembre 2017 by

di giuliomozzi

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie o parzialissime, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Prima edizione, Feltrinelli 1967, 532 pp.

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Qfwfq e Yhwh

24 novembre 2017 by

Qfwfq, I suppose (click!)

di Marco Candida

[Il racconto di Giulio Mozzi Acqua comparve nella prima edizione, Einaudi 2001, della raccolta Fiction. Non compare nella nuova edizione, Fiction 2.0, Laurana 2017, Si può leggere qui. gm].

Mi butto.

E se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa tribù?

Prima di tutto, chi sono Qfwfq e Yhwh?

Qfwfq è il protagonista di una serie di racconti scritti da Italo Calvino; appare nelle raccolte Le Cosmicomiche, Ti con zero e qua e là ancora. Yhwh, invece, per chi non lo avesse riconosciuto subito, oramai tutti lo abbiamo presente con il nome di… Dio. Qfwfq è noto alle cronache dal 1963 d.c., quando apparve per la prima volta all’interno di un racconto pubblicato sulla rivista Il Caffè. Yhwh, invece, è noto da tempi molto più antichi.

Dunque, ripartiamo: e se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa grande famiglia?

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Come sono fatti certi libri, 31 / “Le note del guanciale”, di Sei Shōnagon

22 novembre 2017 by

Da The Pillow Book, film di Peter Greenaway, 1996

di Valentina Durante

Tutti sanno che una cosa è impossibile da fare, finché arriva un giapponese che non lo sa, e la inventa. Questa rilettura irriverente di una celebre frase attribuita ad Albert Einstein (“Tutti sanno che una cosa è impossibile da fare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa, e la inventa”) è forse il modo migliore per introdurre un genere – la letteratura femminile del periodo Heian – del quale il Makura no sōshi, ovvero Le note del guanciale, è uno degli esempi più noti e pregevoli.
È risaputo che un contesto socio-politico in cui le donne hanno posizione subalterna e opportunità limitate non può che produrre un’arte femminile altrettanto limitata, dove le eccezioni notevoli – che ovviamente ci sono – sono spesso costrette a mascherarsi dietro pseudonimi maschili.
Ma le dame di corte giapponesi dell’anno Mille questo non lo sapevano. E così, pur obbligate a una condizione di inferiorità e isolamento, queste nyōbō (女房) hanno dato origine a un fenomeno che probabilmente non ha eguali in nessun altra parte del mondo: il netto predominio, nella letteratura prodotta in lingua autoctona, di testi scritti da donne. Predominio che non è solo quantitativo, ma anche e soprattutto qualitativo e di immaginario: tanto che molti uomini, quando a questi testi hanno deciso di accostarsi come autori, hanno scelto di utilizzare degli eteronimi femminili. Si sono finti donne.
Come è potuto succedere?

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Come sono fatti certi libri, 30 / “Istantanee”, di Alain Robbe-Grillet

17 novembre 2017 by

Dal film L’Eden après, 1970,
regia di Alain Robbe-Grillet

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Come sono fatti certi libri, 29 / “I falsari”, di André Gide

16 novembre 2017 by

Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, dettaglio

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Il Dio falso [1]

9 novembre 2017 by

di Demetrio Paolin

Mio padre quando si alza vede
la collina davanti a lui e non pensa nulla,
fa colazione come ogni giorno la mattina:
aspetta che il caffè diventi freddo e poi mi
chiama facendomi una carezza sulla testa.
Mio padre è tutto collina quando esce e va
al lavoro, è come le rive che scendono
verso il fiume, che pare gli alberi si muovano;
si dice bosco, ma potremmo dire anche mare
che vale lo stesso, tanto si muove il verde.
Il giorno dopo che Patrick è morto, mio padre
è uguale a se stesso come una figura allo specchio;
io sento una cosa – una grana di sale
infilarsi dentro la pelle – che mi fa diverso,
mio padre mi sembra più alto con un’ombra
dietro lunghissima, che arriva fino
porta di casa che sempre alle 7.30 del mattino
chiude dietro di sé per andare a lavorare.

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Come sono fatti certi libri, 28 / “Spoon River Anthology”, di Edgar Lee Masters

3 novembre 2017 by

di giuliomozzi

Edgar Lee Masters

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Come sono fatti certi libri, 27 / “Inventario privato”, di Elio Pagliarani

26 ottobre 2017 by

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Come sono fatti certi libri, 26 / “Il Maestro e Margherita”, di Michail Bulgakov

17 ottobre 2017 by

Una copia dattiloscritta (samizdat)
de Il Maestro e Margherita

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Una chiacchierata sull’editing (con esempi)

11 ottobre 2017 by

Castelfranco Veneto, 10 ottobre 2017, presso la Libreria Ubik; evento organizzato dall’associazione Porte Aperte; con Claudia Grendene. (Ho scaricato la “diretta” fatta via Facebook; il video non è certo gran che, ma si sente benissimo – almeno quando parla Claudia. Dura un’ora e ventisei secondi). gm

“E allora alzatevi le gonnelle, signore, dacché si va all’inferno”

28 settembre 2017 by

Forse avete sentito parlare di questo libro, Più segreti degli angeli sono i suicidi, di Gian Marco Griffi. Forse non ne avete sentito parlare. Forse, se seguite vibrisse, avete letto la lettera appassionata che Franco Foschi – un mio vecchio amico, buono scrittore, formidabile lettore – gli ha rivolto qualche giorno fa. Forse, se seguite il sottoscritto in Facebook, vi ricorderete che sostenni come potei la sottoscrizione (l’editore, Bookabook, lavora col crowdfunding) affinché il libro fosse pubblicato.
Ora il libro c’è, può essere ordinato in libreria, può essere comperato in rete (sicuramente presso Bookabook o Ibs o Amazon). Vi invito a dare un’occhiata. Cliccando su Super Pippo potete prelevare una sostanziosa anteprima (sì, anche l’indice, che è comunque tutto da leggere). Buona lettura. (Ah: se volete capire perché ho messo Super Pippo, dovete leggere il libro). [gm]

Come sono fatti certi libri, 25 / “Fiction 2.0”, di Giulio Mozzi

20 settembre 2017 by

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). Naturalmente, e sia chiaro soprattutto per questo articolo, la bizzarria della forma non comporta necessariamente un’alta qualità letteraria. gm].

Fiction 2.0:

Fiction, libro di Giulio Mozzi uscito per Einaudi nel 2001, torna oggi in libreria per Laurana Editore in edizione «sfoltita e incrementata» e con il titolo di Fiction 2.0.

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“Vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo”

18 settembre 2017 by

di Paolo Pegoraro

[Questo articolo di Paolo Pegoraro, che ringrazio, è apparso nel numero di settembre 2017 del mensile Jesus].

Quando, nel 2001, Fiction fece la sua comparsa in libreria, i social network non esistevano e i reality sbarcavano nel nostro paese. Rileggere questi racconti di Giulio Mozzi sedici anni dopo – Fiction 2.0, nuova edizione «sfoltita e ampliata» per Laurana Editore – riconferma la sensazione di un libro speciale. E non perché “profetico” dell’avvenuto tracollo della realtà nel suo racconto, e del racconto nelle sue forme. Quasi tutte queste storie propongono fin dall’incipit il confronto con la morte: minacciata, dispensata, vagheggiata. Di fronte all’ineluttabile, personaggi asserragliati nella trincea delle parole. Non è un caso che il primo racconto, La fede in Dio, insceni lo scontro tra profeti del niente e suoi nemici (ma attenti a dire chi è chi). Nell’inedito I mostri il demiurgo Giulio Mozzi viene pregato da un personaggio di essere consegnata al nulla. Qual è dunque, la vocazione della parola? Risponde il racconto Narratology, autentica “narratheology”, vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo. «In esso», spiega lo stesso Mozzi, «un uomo domanda: perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire la duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno?». E la risposta che quest’uomo non trova, ma che dà Fiction nel suo complesso, è: perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile. Morale della favola: la scrittura di Mozzi è una sfida continua all’esattezza, formale e contenutistica. Senza mai disumanizzarsi. La sua è una chiarezza appassionata, un grottesco da cattedrale romanica, naturalmente a proprio agio tra le pieghe contraddittorie della «sacra oscenità» di questo mondo materiale.

“Fiducia incrollabile, rigorosa coerenza”

18 settembre 2017 by

di Cesare De Michelis

[Fa sempre una certa impressione essere recensiti dal proprio datore di lavoro. L’articolo è apparso ieri 17 settembre 2017 nel Corriere del Veneto, dorso regionale del Corriere della sera. gm].

Mozzi ha fatto coincidere la propria storia di narratore con quella del secolo scorso. In questo si è dedicato, oltre che ai testi degli altri, a ripercorrere i propri passi, tornando sui suoi testi narrativi per ristamparli con i ripensamenti che intanto gli sembravano indispensabili, in qualche caso appena percepibili tanto erano lievi e «formali», veri e propri ritocchi. In altri, invece, profondi e strutturali, tanto che il libro che ora abbiamo di fronte è davvero un altro rispetto al precedente e suggerisce, quindi, diverse riflessioni e proposte interpretative: è il caso di questo Fiction 2.0 (Laurana, pp. 284, € 15,90), che riprende un precedente Fiction (Einaudi 2001), ora liquidato dall’autore come «un libro sbagliato, costituito di fatto da due libri che non potevano stare insieme». Allora, nella fretta di chiudere i conti col secolo e con il millennio, lo scrittore, «che ormai, come narratore, era – o si sentiva – prossimo alla fine», aveva messo insieme «un po’ di tutto», puntando sul fatto che a tenerlo insieme sarebbe bastata la tensione che aveva deliberatamente aperto tra la vita e la letteratura, o tra la realtà e la finzione, nella certezza di non trovarsi di fronte a un’alternativa, ma a due facce della stessa medaglia, a due aspetti complementari – e inscindibili – che inevitabilmente sulla pagina interagiscono.

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Come sono fatti certi libri, 24 / “Gita al faro”, di Virginia Woolf

16 settembre 2017 by

di Daniela Russo

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Virginia Woolf ritratta da Roger Fry

Il romanzo di Virginia Woolf To the lighthouse, a lungo noto in Italia come Gita al faro, in diverse edizioni recenti viene proposto col titolo più fedelmente tradotto di Al faro. Nell’Universale economica Feltrinelli, sezione Classici, è pubblicato con la traduzione (e una postfazione) di Nadia Fusini. È lungo 185 pagine e costa (a settembre 2017) otto euro. In copertina, un particolare del Portrait de dame en bleu di Paul Cézanne.

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Come sono fatti certi libri, 23 / “Pedro Páramo”, di Juan Rulfo

15 settembre 2017 by

di Michela Fregona

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Quando Juan Rulfo acquistò per mille pesos la Remington Rand sulla quale avrebbe scritto il romanzo della sua vita era già stato orfano di un padre ucciso a fucilate, nipote di un nonno di otto dita (i pollici gli erano rimasti attaccati alle corde dalle quali i banditi lo avevano lasciato penzolare), bambino depresso in un orfanotrofio dalla disciplina ossessiva.
A trent’anni suonati aveva alle spalle una intima e solida confidenza con la precarietà della vita: l’infanzia se l’era giocata tra la polvere da sparo del Messico in rivolta (Cristeros contro esercito federale) e il fumo dei ceri nelle infinite veglie funebri per morti sparati, morti annegati, morti e basta che andavano costituendo la sua personale costellazione famigliare.

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“Più segreti degli angeli sono i suicidi”, di Gian Marco Griffi

14 settembre 2017 by

di Franco Foschi

[L’opera di Gian Marco Griffi intitolata Più segreti degli angeli sono i suicidi, pubblicata da Bookabook, sarà ufficialmente nelle librerie – o, quantomeno: ordinabile presso le librerie – da domani, 15 settembre 2017. A suo tempo mi spesi perché l’opera fosse pubblicata: ora desidero, veramente, che quante più persone la leggano. Qualche giorno fa ne ho regalata una copia a Franco Foschi, vecchio amico, buono scrittore, formidabile lettore: che mi ha incaricato di far avere a Gian Marco questa lettera. Col suo permesso la pubblico. gm].

Caro Griffi,

benedetto il giorno che Giulio Mozzi mi ha regalato il suo libro! Era da un pezzo che non ridevo così sguaiatamente, che non inorridivo così a fondo, che non arrivavo proprio all’ultimo passo prima dello scandalo, che non godevo dell’iconoclastia invece che della speranza.

Ho già una certa età, quella per intenderci in cui si passa da incendiari a pompieri, per cui da tempo mi sono adagiato su una lettura forse mai del tutto rassicurante, ma comunque sempre più tesa alla ricerca della ‘pregnanza’ che della lucida follia. Il suo romanzo atomico ha ribaltato e scombiccherato questa prospettiva, a favore del leggere come una scudisciata, e a sentirsi appena masochisti perché questa scudisciata ti piace…
Difficile dare una sistemata critica al suo menhir narrativo per cui, esattamente come lei saltabecca come le pare nella scrittura, io farò altrettanto nei pensieri, nelle annotazioni, nelle sbracate, nelle valutazioni. Il suo libro è barocco, eccesivo, indegno, moralissimo, feroce, tenero, laido, ributtante e affascinante. Le idee originali comico-sataniche sono talmente tante che chissà quante riuscirò a ricordarne…

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Note di lettura: “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni.

9 settembre 2017 by

di Luigi Preziosi

L'ultimo angolo di mondo finitoCon L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad edizioni, 2017, € 13,00), Giovanni Agnoloni conclude una trilogia composta dai precedenti Sentieri di notte (2012) e La casa degli Anonimi (2014) – ed affiancata dallo spin off Partita di anime (2014) – tutti usciti presso Galaad. Ognuno dei testi è autonomo, e quindi leggibile a sé, pur costituendo l’insieme un imponente affresco rappresentativo di un futuro abbastanza prossimo, che potrebbe, forse, impegnare le nostre intelligenze, ed ancor più le nostre coscienze, in modo non poi così difforme da quanto l’autore ci propone. Non tanto un’opera di fantascienza, anche se sarebbe facile classificarla così, confondendo il fine della narrazione con gli stilemi che l’autore trae dal genere, piuttosto la registrazione di una voce profetica, che si alza per ammonire (indicando i rischi di una deriva che già stiamo vivendo), minacciare (prospettando un’umanità sempre più confusa e solitaria), ma anche per consolare (segnalando le possibilità che una conciliazione tra tecnologia e spiritualità può offrire).

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Come sono fatti certi libri, 22 / “Curriculum mortis”, di Enrico Emanuelli

7 settembre 2017 by

di Antonio Celano

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

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