Latisana

6 marzo 2015 by

ScopaAllInsu

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Carmen Pellegrino, “Cade la terra”. Appunti di lettura

5 marzo 2015 by

di Demetrio Paolin

Carmen Pellegrino in Cade la terra (Giunti) scrive un romanzo in cui la protagonista ultima è la salvezza tramite la parola: si scrive per salvare le persone che spariscono, ingoiate dalla notte, dalla morte; si scrive per fare in modo che neppure i paesi, i luoghi in cui si è vissuto scompaiano.

Con un’abile mossa pubblicitaria, qualcuno ha rubricato la Pellegrino e la sua opera cartografica sotto l’etichetta di “abbandonologa”. A me pare che questa sia ovviamente una buona trovata per mettere la fascetta sul libro, per creare una sorta di interesse virale sul libro, ma che finisca lì.  Il percorso della Pellegrino è molto più complesso: il vero epigono di Cade la terra è da ricercare, io credo, nell’operato di Franco Arminio, soprattutto per quanto riguarda quell’ibridazione di sguardo tra il narrativo e l’antropologico  nel narrare le zone più “povere” d’Italia. In Arminio, però, la riflessione sul paesaggio ha assunto, con il passare dei libri, una natura più prettamente politica,  un atteggiamento che nella Pellegrino invece è assente; nella sua opera assistiamo a quieta osservazione del luogo: c’è un leggero fatalismo, una malinconia, un lutto trattenuto, che trovano la loro ragione d’essere nella parola.

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Aznalubma, areknames

4 marzo 2015 by
Franco Battiato, compositore

Franco Battiato, compositore

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La formazione del fumettista, 16 / Giorgio Salati

3 marzo 2015 by

di Giorgio Salati

[Questa è la sedicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Giorgio per la disponibilità. gm].

Giorgio_SalatiFlashback #1.
Giorgino è in età da asilo. Agguanta maldestramente gli albi di Topolino del fratellone, e storia dopo storia impara a leggere. Eppure non gli basta.

Flashback #2.
No, non gli basta. Sono passati un paio d’anni, e su Topolino il piccolo Giorgio vuole già scrivere. E lo fa. Prende un pennarellone rosso e scrive su un Topolino a caso il proprio nome. Più o meno, perché sta imparando l’alfabeto e scrive GORGO. Forse ha già sentore di quella passione per i fumetti che come un vortice lo risucchierà senza mai più lasciarlo andare.

Flashback #3.
Giorgio passa gli anni delle elementari a divorare fumetti. Periodici come Topolino e Il Giornalino, ma anche e soprattutto ciò che gli passa suo padre. I paperi di Carl Barks, i topi di Bill Walsh e Floyd Gottfredson, poi Asterix, i Peanuts e vi risparmio il resto di una lista troppo lunga.

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Il cassetto (Le cose che ci sono in casa, 144)

2 marzo 2015 by

di Valentina Furlanetto

[Le regole del gioco sono qui].

L’importante è condividere lo stesso cassetto, aveva detto lui. Ne era convinto.
Suo nonno e sua nonna lo avevano fatto, dentro c’era il sogno di uscire dalla fame e dalla guerra e ne erano usciti: era tutto blu Mediaset mentre mangiavano mucca pazza, spezzatino e trippa, guardando le bombe che cadevano da qualche parte dentro il televisore.
Anche i suoi genitori avevano un cassetto: all’interno, un po’ stropicciato, c’era il sogno di costruire un mondo migliore e c’erano riusciti. Suo padre aveva costruito ville migliori in quartieri residenziali migliori con cassettiere di ottima finitura e sua madre si faceva la tinta che non cola.

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Il collezionista di fotografie di attrici porno vestite

2 marzo 2015 by

di giuliomozzi

Sei e mezzo di mattina. Sono sotto la doccia. Il telefono mobile, appoggiato sulla lavatrice, trilla. Chiudo l’acqua, mi sporgo, il numero non mi è noto, non rispondo.
Dieci minuti dopo, asciugato e vestito, richiamo. Uno, due, tre, quattro squilli.
“Eh?”, dice una voce maschile.
“Buongiorno”, dico. “Sono Giulio Mozzi”.
“Le pare questa l’ora di chiamare?”, dice la voce maschile.
“Veramente mi ha chiamato lei”, dico. “Dieci-quindici minuti fa”.
“Ma lei chi è?”, dice la voce maschile.
“Sono Giulio Mozzi”, dico.
“E cosa vuole?”, dice la voce maschile.
Riempio i polmoni. Svuoto i polmoni.
“Ho ricevuto una chiamata da questo numero, dieci-quindici minuti fa”, dico. “Non ho potuto rispondere perché ero sotto la doccia. Appena ho potuto ho richiamato”.
“E cercava me?”, dice la voce maschile.
“No”, dico. “Qualcuno, che ha chiamato con il telefono che sta usando lei adesso, mi ha cercato ormai un venti minuti fa”.
“Ah…”, dice la voce maschile. “Forse mia moglie”.
“Può essere”, dico.
“Chi ha detto che è, lei?”, dice la voce maschile.
“Giulio Mozzi”, dico.
“Aspetti che chiedo”, dice la voce maschile.
Elena!, sento gridare, Hai cercato tu un certo Duilio Pozzi?
Non sento la risposta.

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La fotografia riproduce la realtà

1 marzo 2015 by
Questa è la realtà.

Questa è la realtà.

“O voxe, ùnica voxe”

28 febbraio 2015 by

silencio

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Appello ai teatranti (per “Emilio delle tigri”)

26 febbraio 2015 by
Clicca sulle maschere per leggere l'appello

Clicca sulle maschere per leggere l’appello

“Un libro ipertrofico e ambiziosissimo”

25 febbraio 2015 by

di Francesco Durante

la circostanza[…] Un libro eccezionale: in oltre 620 pagine fitte fitte racconta tutto, dall’alfa all’omega, quello che c’è da raccontare intorno a una dinastia salernitana di industriali del caffè – i Saraceno – e tutta la storia (grande e piccola, italiana e internazionale) che fa da sfondo alla sessantina d’anni lungo i quali si dipanano le vicende. È un libro ipertrofico e ambiziosissimo, gioiosamente inventivo ma anche documentato al limite della paranoia, serissimo e buffonesco, scritto-scritto, e scritto benissimo. Per certi versi, Di Salvia mi appare come un postmodernista che d’un colpo solo abbia risolto tutti i problemi teorici presenti agli scrittori americani anni ‘60: come un John Barth che, stanco dello stucchevole rimpiattino della tradizione, teorizzi la morte dell’autore e la «literature of exhaustion» nel mentre sa già praticare quella del «replenishment». Tutto ciò per la gioia del lettore… […]

Leggi tutta la recensione del romanzo La circostanza di Francesco Paolo Maria Di Salvia, scritta da Francesco Durante e pubblicata nel Corriere del Mezzogiorno.

Che a me piacciano i romanzi mostruosi, e però divertenti, è cosa risaputa. Il romanzo di Francesco, pubblicato dall’editore Marsilio – presso il quale lavoro da un anno – è di questa specie. Che fosse un gran bel romanzo lo aveva già notato la giuria del premio Calvino, che nel 2014 lo selezionò tra i finalisti. gm

Il ficus (Le cose che ci sono in casa, 143)

24 febbraio 2015 by

di Elisabetta Galgani

[Le regole del gioco sono qui].

Il mio ficus non sta bene.
In realtà non è mio
ma è come se lo fosse.
L’ho preso in ufficio
dove, senza luce,
stava morendo.
L’ho portato a casa.
Adesso è vicino alla finestra
e prende la luce migliore
del pranzo.
A volte, quando rientro
è la prima materia vivente
che osservo dalla porta.
Attenta a notare
ogni minimo cambiamento:
una foglia sotto o sopra,
il colore del tronco,
le piccole venature,
il modo di stare al mondo.
Ma il ficus è immobile.
Non accenna trasformazioni.
A volte mi giro di scatto
per vedere se, magari,
si sta muovendo,
in combutta con la mia distrazione.
Lui, imperturbabile,
mi guarda.

Poliambulatorio

24 febbraio 2015 by
L'avéz del prinzep, Malga Laghetto, lavarone

L’avéz del prinzep, Malga Laghetto, lavarone

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La cassetta della posta (Le cose che ci sono in casa, 142)

22 febbraio 2015 by

di Stefano Serri

[Le regole del gioco sono qui].

La mia cassetta della posta è un tempio
dove sbucano rari ormai quei fogli
messi di sbieco da un postino empio
che copre l’indolenza con imbrogli:
un indirizzo falso, per esempio.
Emergono da quegli scrigni spogli
imposte, tasse, schemi che non riempio
e cartoline senza monti o scogli.

No, non mi aspetto che da quella grata
scenda volando un angelo che tenda
verso di me la sua notizia lieta
a fare la mia notte meno fonda.
Anche la mail ormai è desolata:
la uso quasi solo come agenda.
Apro la posta anche indesiderata
sperando in qualche spam che mi sorprenda.

Dieci buoni motivi per leggere “Favole del morire” di Giulio Mozzi

22 febbraio 2015 by
Volete una nocciolina?

Volete una nocciolina?

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Coda al Bancomat

21 febbraio 2015 by

di giuliomozzi

“C’ero prima io”, dice la signora col cappotto blu.
“Sì”, dice il ragazzo tarchiato, già armeggiando con i tasti, “ma io sono stato più veloce”.

Dieci buoni motivi per non leggere “Favole del morire”, ultimo libro di Giulio Mozzi

20 febbraio 2015 by

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Breve storia di “Favole del morire”

19 febbraio 2015 by
Da oggi è in libreria Favole del morire. Non è un capolavoro

Da oggi è in libreria Favole del morire. Non è un capolavoro

di giuliomozzi

Ci sono libri che scrivo, per così dire, senza rendermene conto… [leggi tutto]

La formazione dello scrittore, 31 / Ivano Porpora

19 febbraio 2015 by

di Ivano Porpora

[Questo è il trentunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Ivano per la disponibilità. Le due rubriche ormai escono irregolarmente, seguendo l’arrivo dei contributi. gm]

Domenica è morta mia nonna Teresa.
Aveva 86 anni e andava per gli 87. La testa, ormai, andava e veniva. Quando veniva diceva cose come: È ora che io vada. Non parlava di essere stanca o meno, ma di necessità; e in questo è stata la nonna di Correggioverde, in provincia di Mantova. (Per quella di Napoli ricordo sempre una delle due imprecazioni più divertenti che abbia sentito in vita mia, un giorno che la esclusero da un problema tenendola all’oscuro di quanto stesse realmente accadendo: Azz, cazz e stracazz).
Quando la testa andava, la nonna Teresa diceva: C’è il prete nell’aia – e non c’era nessuno –, oppure: C’è il nonno, e il nonno sono due anni che è morto.
Ho assistito alla cerimonia funebre, officiata da un prete cieco, in una panca della terza fila della chiesa di Dosolo. Quella di Correggioverde, una chiesolina di campagna, è inagibile dal terremoto. Quando sono arrivato al cimitero che stava proprio di fronte alla casa della nonna, nel mio dolore di petto causato dalla bronchite, ho pensato: Se ne vanno radici che non ho mai voluto. Un pensiero patetico.
Poi ho visto l’inserviente del cimitero darsi da fare come un pazzo con la pala per caricare dal cumulo di terra quanto più peso, e rovesciarlo sulla bara; caricare e rovesciare; caricare e rovesciare. Quando l’inserviente, dai capelli bianchi, si è girato, ho scoperto che non di quello si trattava ma di mio zio Ivano. Aveva detto al vero inserviente di farsi da parte, e con un’intelligenza che gli è tutta nelle mani, e che sempre e solo nel lavoro si è rivelata, ha deciso che l’addio a sua madre avrebbe dovuto darlo in un modo solo: con il lavoro. Ci sono volute le insistenze dei fratelli, e alcuni minuti di sessanta secondi l’uno, per fermarlo.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 12 / Monica Cerroni

18 febbraio 2015 by

di Monica Cerroni

[Questo è il dodicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse quasi tutti i mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Monica per la disponibilità. gm]

monicacerroniQuesto è il mio tredicesimo anno d’insegnamento: l’ottavo in un liceo di Roma, dove curo l’italiano e le discipline umane.
Quando ripenso agli inizi, si spalancano davanti a me gli sguardi dei primi alunni, come una voragine. E li rivedo uno per uno dal rettangolo della porta, mentre avanzo celando la mia paura di giovane laureata in un nerissimo tailleur da signora. Uscita da anni di studi e ricerche, avevo appena vinto la cattedra e dal silenzio operoso dei miei libri mi tuffavo nell’oceano scuola. Dopo aver tessuto parole di carta, giunsi nel regno della parola viva. Fu un approdo eccitante e fortuito, per il quale dovetti chiamare a raccolta tutte le mie forze: culturali e umane. Non potevo contare su nient’altro.
Nonostante la paura e la solitudine della novizia, varcata quella soglia scoprii il lavoro che non sapevo di amare. E fu una rivelazione: autentica, fulminea, inesorabile.
Da allora, di anno in anno, senza altro supporto che quello frammentario di qualche collega più esperto, ho navigato divenendo più consapevolmente appassionata.
Insegnare è per me un altro modo di vivere: arrischiarsi, inciampare, rialzarsi. Ho imparato ascoltando gli sguardi dei miei alunni. Ho imparato a leggere e a pronunciare parole invisibili; ad essere l’arciere e l’armatura; ho imparato a far parlare chi non ha più voce. Il mio è il lavoro dell’impossibile. E questo mi elettrizza o sconforta, a seconda degli incontri, delle occasioni, dei bilanci.
La scuola mi appare un infaticabile laboratorio: si sperimenta quasi ogni giorno, senza avere mai la certezza dei risultati e neppure il conforto d’essere stati indispensabili a raggiungerli. Quando poi devi andar via, può capitare che il lavoro che hai fatto svanisca con te in un pulviscolo di ricordi.

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Volete una presentazione di “Favole del morire” a casa vostra?

17 febbraio 2015 by
Clicca sulla foto (scattata da Lillo Garlisi)

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