Tutti i corsi della Bottega di narrazione per il 2021-2022

12 giugno 2021 by

La Bottega di narrazione diretta da Giulio Mozzi ha pubblicato il programma dei corsi per l’annualità 2021-2022. Lo si può consultare visitando il sito della Bottega o prelevando il catalogo in pdf.

Note di lettura: “Dante in love” di Giuseppe Conte.

25 marzo 2021 by

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte con questo suo Dante in love (Giunti editore, Firenze, 2021)rende al Padre della nostra lingua un omaggio tra i più originali tra i tanti che questo anno ricchissimo di rivisitazioni ci propone. “Che cosa è questa poesia (della Commedia)? È la vita umana guardata dall’altro mondo”. Potrebbe questa affermazione di Francesco De Sanctis essere all’origine dell’opera di Conte? Solo un’illazione, certo, ma la suggestione desanctisiana ben s’attaglia all’intuizione su cui Conte fonda questo suo libro, non esattamente definibile nel genere (fantastico, metastorico, storico – filosofico?), indeterminato nella misura (romanzo breve, racconto lungo), e perfino nella natura ibrida, originata dalla presenza nella seconda parte di inserzioni saggistiche illuminanti non solo per la comprensione piena della parte narrativa, ma per la lettura che un poeta del nostro tempo dedica all’opera dantesca.

L’azione si svolge tutta oggi, 25 marzo 2021.

Conte immagina che l’Altissimo, ricevendone l’anima in Cielo, disponesse che, ogni 25 marzo, giorno dell’inizio del viaggio ultraterreno di Dante, l’ombra del poeta facesse ritorno a Firenze dal tramonto all’alba, per suggerne fascino e rimpianto e ogni volta rinnovata meraviglia, finché non tornasse ad amare una donna in carne ed ossa, essendone, a sua volta riamato: “Hai scritto di aver viaggiato con il tuo corpo e le tue ossa tra le ombre dell’al di là fino al Paradiso, ora farai il viaggio opposto, viaggerai come ombra tra gli uomini in carne ed ossa…”; questo può finire ad un patto: “che una donna che tu amerai corrisponda il tuo amore”. Ben singolare contrappasso, per chi ha proclamato l’ineluttabilità della sentenza per cui “amor che a nullo amato amar perdona”.

Questa è dunque la settecentesima notte: Dante la racconta ad un ignoto interlocutore rivolgendoglisi con quel “tu” così usuale nelle sua cerchia di amici poeti, indirizzato di volta in volta o alla propria ballatetta, alla maniera di Guido Cavalcanti, o anche agli amici poeti, come Lapo e lo stesso Guido.

Da allora, ogni ritorno sulla terra è un ritorno a Firenze, cuore del suo mondo, dove staziona ogni notte davanti al Battistero, cuore di Firenze.

All’ombra del suo bel san Giovanni ha visto mutare di anno in anno costumi, oggetti quotidiani, comportamenti, e, soprattutto, la lingua, “una lingua buona come nessuna altra al mondo per contenere tutto. Tutto. Le invettive più violente e le preghiere più dolci. Le liti più feroci, più turbolente, e l’ascesa calma verso dove tutto è pace e luce.” Ma, soprattutto, nel suo soggiorno annuale sulla terra si è dedicato alla ricerca, apparentemente priva di speranza per chi ha sostanza di ombra invisibile agli umani, di una donna non solo da amare, ma capace di ricambiare il suo amore. Impresa apparentemente priva di speranza, ma certo capace di suscitare antiche emozioni per chi, in vita, ha sentito la passione amorosa con quel vigore che traspare evidente dalle sue pagine: “la passione d’amore per me è stata la prima, e col tempo ho riconosciuto che è stata la più giusta e la più vera. Cosa credi che abbia fatto, queste settecento notti?”

Nelle ultime visite incrocia sulla soglia del Battistero un giovane vagabondo, al quale di tanto in tanto una ragazza porta qualche genere di conforto. La stessa ragazza tenta invano di aiutarlo quando la polizia lo ferma, accusato di furto in un bar nelle vicinanze. Dante la osserva meglio, comincia a scrutarne il volto, tentando contemporaneamente di indovinarne qualche pur minimo tratto del carattere. La rivede nel giro di pochi minuti per tre volte: tre volte, come gli abbracci tentati durante il colloquio con Casella, a rinnovare nel tempo presente quel senso di incolmabile distanza tra viventi e defunti che nell’incontro in Purgatorio gli aveva straziato il cuore.

Tanto basta per convincerlo a lasciare l’ombra rassicurante del Battistero per seguire la ragazza attraverso i vecchi quartieri di Firenze. Non c’è un opalescente orizzonte limbale, in questa sera di fine marzo, piuttosto un senso di trepida attesa primaverile, per ciò che può essere ancora, nonostante i limiti umani che permangono oltre la morte.

La vede consolare un’amica, e nel loro dialogo ne scopre il nome, Grace (Grazia…), e poi anche respingere un’aggressione di due malintenzionati, fare una sosta nel dehors di un bar, dove l’ombra del poeta sfiora la mano della ragazza con la sua. La segue fino al suo appartamento, ed assiste ad un colloquio con un corteggiatore di assai scarsa sensibilità, che viene poi allontanato. Nel breve volgere di una sera di inizio primavera è nata ed è cresciuta, tumultuosa come allora, l’antica e sempre uguale a se stessa passione d’amore: “Avrei bisogno, mio Dio, di avere almeno una voce che risuona…per dire: Grace, sono io che ti tenevo la mano sulla tua, poco fa, sono io che ti amo”.

Infine, Grace prende un libro, iniziando a leggere ad alta voce. È il Canto V dell’Inferno, e quando chiude il libro, in preda ad una sottile commozione, bacia l’immagine di Dante sulla copertina. Dante è dunque di nuovo riamato, in una forma del tutto immateriale, per il tramite dell’emozione che scatena la poesia.

Si conclude così il patto con l’Altissimo? Dante è sciolto dal pesante dovere del perenne ritorno? Per la prima volta in settecento anni, il poeta non sembra convinto di tornare al Paradiso che l’attende, destinazione ultima del suo viaggio oltremondano, tanto da elevare al cielo una imprevedibile preghiera: “Lasciami così, Signore dell’Universo, a fianco di questa giovane straniera che dorme, per amarla come può amare un’ombra innamorata”. Ma è un attimo. Dante si abbandona alla volontà del Signore dell’universo, fiducioso che la scintilla d’amore misteriosamente suscitata in Grace valga a porre fine al suo peregrinare. Qualcosa, comunque, di questa notte del 25 marzo 2021 resterà:” non rimpiangerò da Lassù la mia vita da ombra, ma Grace, l’amore impossibile e meraviglioso con lei, come farò a non rimpiangerlo…”.

In Dante in love la passione d’amore occupa l’intera narrazione, brucia ogni altra prospettiva, si fa tensione che condiziona ogni gesto ancora da compiere. La smisuratezza della personalità di Dante, capace di ogni sentimento al grado massimo, non viene colta come possibile spunto per la monumentalizzazione del personaggio (che, data la sua statura, sarebbe scontata). Si evidenzia invece una sconfinata disponibilità ad amare, a lasciarsi pervadere dall’amore per poi restituirlo per il tramite della poesia a chiunque sia in grado di intenderlo, attraverso le relazioni che misteriose si instaurano tra chi ha calcato questa terra, e che sono capaci di attraversare i secoli.

L’emozione, su cui si gioca tutta la vicenda, si esprime con una scrittura briosa, amichevolmente colloquiale, ma anche fortemente evocativa e sapientemente qua e là riecheggiante atmosfere dantesche. Il tumultuare del cuore suggerisce momenti di forte concitazione espressiva. L’assoluta prevalenza attribuita ai sentimenti, che nella notte raccontata si scatenano senza limiti, rivela che Conte, con felice anacronismo, legge Dante alla maniera dei romantici del nostro Ottocento, che ne esaltavano la sapienza nel rappresentare sia la vastità che l’intensità della passione. Del romanticismo ripropone anche l’attenzione alle suggestioni del mito, regalandoci, oltre alle tante che già aleggiano intorno al poeta sommo, la leggenda dantesca che ancora mancava.

“Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

9 gennaio 2021 by

Johann Heinrich Füssli

di Piero Melati

[Questo articolo è apparso ne il Venerdì, supplemento del quotidiano la Repubblica, l’8 gennaio 2014. Qui sopra: Convocazione satanica, di Johann Heinrich Füssli].

Il padovano Giulio Mozzi è lo scrittore dei record. Ha appena esordito nel romanzo a “soli” sessant’anni. E l’ha fatto con 355 pagine costate ventidue anni di lavoro. Un libro infinito (e atteso dagli addetti ai lavori). In gestazione già nel 1998, è stato interrotto nel 2002 e poi nel 2018, infine concluso nella primavera del 2020, «in due mesi trascorsi quasi in sogno». In precedenza Mozzi aveva scritto racconti e poesie, ma mai la “grande opera”. Lo conoscono tutti, tra coloro che bazzicano editoria e festival letterari: ha pubblicato con Mondadori e Einaudi, dal 1993 è stato consulente delle principali case editrici e, a sua memoria, ha reso libri «un paio di centinaia» di manoscritti altrui. È considerato uno degli “editor” migliori. Tanti critici hanno scritto su di lui con fervore. Gli allievi della milanese Bottega di narrazione, che dirige dal 2011, si dicono “mozziani” senza vergognarsi, come iniziati a un culto misterico. Ultimamente ha pubblicato per Sonzogno – con buon successo di vendite – due “manuali oracolari” per aspiranti autori e poeti (uno con Laura Pugno), mutuandone i titoli dall’Oràculo dello spagnolo Baltasar Gracián). Sì, avete capito bene: “oracoli” per letterati principianti. Apri una pagina a caso, nel momento del bisogno creativo, e tutto ti verrà svelato. Una provocazione? Ce ne sarebbero altre, ma qui limitiamoci alla più scabrosa: nel suo «romanzo infinito», dal titolo Le ripetizioni (Marsilio), in libreria dal 14 gennaio, Mozzi ci consegna la scena d’orrore più estrema mai scritta, a memoria di molti, in un testo letterario. Siamo dalle parti dei cosiddetti romans-charogne del gotico infernale di fine Settecento, quello caro a Mario Praz. Un vero pugno nello stomaco, dice chi l’ha sbirciato. «Ho fatto leggere le bozze in anteprima ad alcuni amici» rivela l’interessato. E che ne pensano? «C’è chi non esce da tre giorni e chi non riesce ancora a parlarmi. Speriamo bene» sussurra. Un caso spinosissimo.

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“La scena di orrore più estrema mai scritta”

8 gennaio 2021 by

Nel Venerdì, supplemento del quaotidiano la Repubblica, Piero Melati – che ringrazio – dedica due pagine al mio romanzo Le ripetizioni, che l’editore Marsilio manderà in libreria il 14 gennaio prossimo.

Cronaca di un romanzo, 3

7 gennaio 2021 by

di Giuio Mozzi

L’incontro con il quadro di Claudio Laudani Discorso attorno a un sentimento nascente (di cui ho raccontato qui) non fu privo di conseguenze. Da qualche tempo andavo scrivendo nel mio diario in rete (oggi perduto) delle storielle nelle quali appariva una (prima) trasfigurazione di Claudio, che chiamavo Grande artista sconosciuto (perché Claudio è secondo me un grande artista, ed è effettivamente sconosciuto). Erano delle storielle buffe – credo, spero -, comunque certamente non serie. Ma dopo aver visto quel quadro provai a scrivere qualcosa di veramente serio su Claudio (la seconda trasfigurazione). Uscirono così dei capitoli (in prima persona) che integrai a quanto era rimasto dell’Introduzione ai comportamenti vili, e intitolai il tutto Discorso attorno a un sentimento nascente. L’idea era di continuare a presentare il protagonista – che ora, come già ho detto, portava il mio nome – come un personaggio un po’ abulico, ma la cui vita veniva sfiorata da una quantità di vite straordinarie (nel bene e nel male). Ne avevo in mente, di vite straordinarie. Il primo episodio di “sfioramento” concerneva il Terrorista Internazionale. Il cui corpo – questo era il nocciolo dell’episodio – non recava nessuna traccia di ciò che egli era stato.

Questo fu il primo spostamento. Dalle “vite straordinarie” alle “vite che non lasciano traccia sui corpi di chi le porta”. Il tema mi affascinò per un po’. Nelle prime pagine del Jean Santeuil (così è intitolato, credo dai filologi, il primo tentativo di Marcel Proust di scrivere il suo romanzo) il protagonista, appunto Jean, incontra uno scrittore famoso, da lui molto ammirato: e si stupisce di trovarlo anonimo, quasi dozzinale, completamente diverso dall’artista che aveva immaginato a partire dai libri (cito a memoria e spero di non sbagliare). Così noi spesso ci stupiamo nell’incontrare persone che, per così dire, non assomigliano alla loro vita (o almeno: non lasciano trasparire quella che noi immaginiamo essere la loro vita vera). Ma la vita, in effetti, che tracce lascia sul nostro corpo? In tutti noi, credo, giace un’idea un tantino ottocentesca, in un certo senso lombrosiana (un lombrosismo rovesciato), per cui se una persona ha attraversato certe esperienze particolari, o addirittura eccezionali, o è stata capace di creare grandi opere, o di commettere grandi delitti, eccetera, di tutto ciò nel suo corpo una traccia *deve* esserci.

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Cronaca di un romanzo, 2

18 dicembre 2020 by

di Giulio Mozzi

Dicevo: “Stava per accadere un incontro importante. Molto importante”. Non mi ricordo esattamente il giorno e l’ora e il punto, e essere sinceri nemmeno l’anno (direi il 2000 o giù di lì), ma un bel giorno mi ritrovai a casa di Claudio Laudani, pittore. Lo guardavo lavorare. Claudio aveva preparato un fondo scuro, petrolio, su una tavola di compensato; e in quel momento ci stava facendo sgocciolare sopra degli altri colori: rosso, giallo, non so più se altro. Faceva colare il colore, muoveva la tavola, faceva andare il colore di qua e di là. Ora, io sono sicuro che se facessi qualcosa del genere riuscirei al massimo a ottenere un insieme di macchie – o, più probabilmente, un pastrocchio confusamente monocromo. Invece Claudio, con questa tecnica – lui la chiama “dripping”, appunto sgocciolamento – riesce a fare cose che a me sembrano meravigliose.

Quando apparve la figura che vedete qui sotto io uscii di testa. Intanto bloccai Claudio, che stava per fare altri interventi sulla tavola. Gli feci anche delle minacce, credo. Poi cominciai a parlare, e parlai – con Claudio che stava fermo ad ascoltare – per almeno mezz’ora. Poi me ne andai, tutto scombussolato. Qualche tempo dopo (giorni? mesi? e chi si ricorda?) Gualtiero, che di tanto in tanto fotografava i lavori di Claudio, mi fece vedere la fotografia di quella tavola lì; e mi disse che il titolo era Discorso attorno a un sentimento nascente. “Bel titolo”, dissi, “ma è strano: Claudio non dà mai ai suoi lavori dei titoli così”. “Lui dice che gliel’hai dato tu”. Da parte mia, nessun ricordo: e non ho motivi per dubitare della memoria di Claudio o di Gualtiero.

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Cronaca di un romanzo, 1

11 dicembre 2020 by

di Giulio Mozzi

Chiunque si metta in testa di raccontare il modo e la maniera in cui ha scritto il proprio romanzo deve innanzitutto prendere atto dell’esistenza del Romanzo di un romanzo, il libro nel quale Thomas Mann raccontò la genesi del Doctor Faustus: il che significa, prima di tutto, prendere atto della distanza enorme che c’è tra il proprio lavoro e il lavoro di una delle più eminenti personalità della letteratura (e della moralità, direi) occidentale del Novecento. Quindi metto le mani avanti: no, non ho nessuna intenzione di immaginare di essere più di quel che sono – un pover’uomo, come tutti -, e non pretendo nemmeno di raccontare una storia esemplare. Più banalmente: ho sfiancato per più di vent’anni le mie amiche e i miei amici – e i lettori e le lettrici di vibrisse – con la storia di questo romanzo che avevo lì, che di tanto in tanto dichiaravo “in corso d’opera” o “in traiettoria d’arrivo” o addirittura “praticamente finito”, e che regolarmente svaniva dietro ai miei “non sono soddisfatto”, “non mi piace”, “non so come fare a chiuderlo”, e tutte quelle cose là. E quindi offro la mia cronachetta a mo’ di risarcimento per la pazienza che ho chiesta, e di ringraziamento per la pazienza che ho ricevuta. Dunque comincio.

Era il 1998. Avevo appena pubblicato presso Mondadori Il male naturale. Il libro aveva avuto uno strano destino: tiepide lodi da parte della critica, qualche sostanziale stroncatura (un recensore, addirittura, attaccandosi al fatto che in calce a ogni racconto erano indicate le date di inizio e fine di scrittura, lo bollò senz’altro come libro raccogliticcio), e a un certo punto la bomba. Mi chiama una giornalista dell’Adn Kronos, mi dice che un parlamentare ha fatto un’interrogazione parlamentare sul mio libro, e minaccia una denuncia con richiesta di sequestro. Tutto era legato a un racconto, molto breve, due paginette, intitolato Amore, nel quale si descriveva un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino (Geno Pampaloni lo definì “crudele e freddo, ma privo di compiacimenti stilistici”). Ci fu un po’ di polverone, ci fu una riunione con qualche strillo in Mondadori, e tutto finì lì (ci fu anche, mesi dopo, anche la risposta all’interrogazione parlamentare, per bocca dell’allora presidente del Consiglio dei ministri Massimo D’Alema: ma ovviamente la cosa non interessava più a nessuno). Non so se effettivamente la denuncia fu mai presentata. Tutta la storia è raccontata in appendice alla nuova edizione de Il male naturale, uscita presso Laurana nel 2012, con una postfazione di Demetrio Paolin.

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Il mio primo romanzo

9 dicembre 2020 by

Mi fa un po’ impressione dirlo così, ma è così: dopo ormai ventisette anni che faccio libri, il 14 gennaio 2021 l’editore Marsilio pubblicherà il mio primo romanzo. S’intitola Le ripetizioni. In copertina c’è il ritratto di un giovinetto, un quadro della cerchia del Giorgione che è conservato a Milano presso il museo Poldi Pezzoli.

Note di lettura: “Marca gioiosa” di Roberto Plevano.

19 novembre 2020 by
di Luigi Preziosi

Marca gioiosa (Neri Pozza editore, 2017, € 18,00) è un libro di cui si può scrivere anche a distanza di tempo dalla sua uscita, prescindendo dalle ordinarie stringenti esigenze di maggior o minore riuscita editoriale. Il suo autore, Roberto Plevano, consegna al lettore un romanzo storico tutt’altro che effimero dalla robusta impalcatura, in cui accanto ad una precisa e circostanziata ricostruzione dei modi di essere dell’epoca di ambientazione, risalta la precisa scansione dei tempi interna alla vicenda narrata, il che è in fondo una delle principali doti che si richiedono al narratore di razza.

La storia si svolge all’inizio del XIII secolo, e si dipana attraverso luoghi e vicende emblematiche dell’epoca raccontata, un Medioevo di indicibili efferatezze e di vertiginose guglie di spiritualità, di carnalità grassa e di sublimazioni del sentimento amoroso.

In Provincia, cioè in Provenza, Amalrico, il giovane protagonista, ritorna al suo paese Bézieres dopo aver studiato presso il dotto magister artium Amalrico (Amalrico di Bène) di Tolosa, per ritrovare il padre barrocciaio e gli amici di infanzia. Ma si scontra con la realtà terribile delle persecuzioni contro i Catari: la crociata contro gli albigesi sta mettendo a ferro e fuoco le campagne e le città. I Crocesignati, preceduti da fama di valorosi nelle crociate in Palestina, si dimostrano nella realtà dei fatti un’orda barbarica, gioiosamente esecutori di quell’“uccideteli tutti: Dio riconoscerà i suoi” pronunciato (probabilmente) dal legato pontificio Arnaud Amaury, in forza del quale si risparmiano il disturbo di distinguere tra cristiani e cristiani, figli tutti dello stesso Dio, anche se non lo sanno più.
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Una buona storia

14 aprile 2020 by

di Giulio Mozzi

Una buona storia è fatta di questo: di un prima e di un dopo. Di un dopo necessitato dal prima, ma anche di un prima necessitato dal dopo. Tanti anni fa, in un bar dalle parti di Macchine – uno degli edifici della facoltà di Ingegneria della mia città, Padova – ebbe luogo una furibonda discussione a causa della morte, avvenuta in circostanze assai improbabili, di una persona a tutti nota – nota a tutto quel pubblico di pensionati impegnatissimi, alle dieci del mattino, nella compulsazione dei giornali e nella verifica di qualità del bianco della casa. Le due fazioni così si dividevano: quella morte, è stata fatalità, o destino? Fatalità (la discussione si svolgeva in dialetto, naturalmente) è il caso; destino è ciò che “sta scritto”. Dopo aver lungamente e duramente discusso, unanimemente i due schieramenti pervennero alla decisione di ordinare dell’altro bianco, e di passare a un altro punto dell’ordine del giorno. Così mi venne riferito: non so se ci fu, nei giorni successivi, un secondo round.

Un sacerdote al quale volli molto bene – è morto una decina d’anni fa – per molti anni frequentò in ospedale un reparto di malati terminali. Erano, all’epoca, soprattutto persone abbastanza giovani, in preda all’Hiv. Una sera, mentre nella sua 126 rossa andavamo da non so dove a non so dove, mi disse: “Andando lì ho capito una cosa. La vita umana non ha senso”. Il che, detto da un sacerdote, potrebbe sembrare a prima vista blasfemo; in realtà è ortodossissimo. Se la vita umana come la conosciamo, se questa vita qui, sulla terra, avesse qualche chance di avere senso, a che cosa servirebbe l’immaginazione di un’altra vita, in un indescrivibile altrove? Dove non ci sarà né morte, né lutto, né dolore e, asciugata ogni lacrima, i nosri occhi contempleranno l’origine e la fine di tutto.

Il romanzo, dico il romanzo così com’è andato assestandosi nelle sue forme e dei suoi modelli dal 25 aprile del 1719 in poi, è in fin dei conti un tentativo di fare a meno del mondo che verrà. Le vite dei personaggi trovano il loro senso, quasi immancabilmente, nello spazio compreso tra la prima e l’ultima parola della narrazione. Dico quasi: perché l’illuministico sforzo, in realtà, non riesce proprio a tappare tutti i buchi. Perfino nei Promessi sposi, scolasticamente spacciato senza esitazioni come “il romanzo della Provvidenza”, nell’ultimissima pagina, nelle ultimissime righe, Renzo e Lucia giungono alla conclusione che “i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani”; o, come si direbbe oggi, “la sfiga non ha regole precise”; e tale conclusione, “benché trovata da povera gente”, pare al narratore “così giusta” da piazzarla lì, alla fine, come “il sugo di tutta la storia” (ed è chiaro che l’ulteriore considerazione, ossia che “i guai, quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”, è biecamente consolatoria).

Peraltro nel corso dell’Ottocento i romanzieri, quasi in massa, caddero in preda a illusioni positivistiche: vedi ad esempio il grande affresco sociale di Balzac o le teorie pseudodarwiniane di Zola (che a Darwin, tra parentesi, avrebbero potuto solo fare ribrezzo). Ma una teoria pseudoscientifica (e vale la pena di ricordare che il positivismo, con tutta la sua idolatrazione della scienza, fu un movimento di pensiero nei fatti antiscientifico) o l’ambizione di un “affresco sociale” (il “marxismo senza Marx”, cioè senza filosofia, di Balzac) non riescono, non ce la fanno, a prendere il posto di un’immaginazione religioso-cosmologica del mondo.

I grandi romanzi modernisti, o acquisiti nel modernismo (è il caso del Moby-Dick di Melville), sono poi o romanzi sostanzialmente mitologici (es. Ulisse di Joyce, Giuseppe e i suoi fratelli di Mann) o romanzi in qualche modo mistici (Doktor Faustus ancora di Mann, L’uomo senza qualità di Musil, I sonnambuli e La morte di Virgilio di Hermann Broch). Poi, certo, c’è Proust: che è Proust, e non mi pronuncio.

In mezzo tra questi e quelli ci stanno, giganteschi, Dostoevskij e Tolstoj: due romanzieri intensissimamente religiosi. L’ultima pagina del romanzo più bello di sempre, I fratelli Karamazov, ovvero l’ultima pagina di Dostoevskij, mette in scena uno sperdutissimo Alëša Karamazov che – al pari dei fratelli Ivan e Dimitri -, nonostante la sua profonda fede non riesce a trovare un senso alla propria vicenda, alla vicenda familiare – quindi a nulla. E Tolstoj scrive un intero romanzo, e pure bello lungo, Guerra e pace, per dimostrare che il lavoro degli storiografi è insensato, perché la vita umana è governata dal caso: peraltro le pagine in cui ci si impegna di più (quelle su Napoleone, l’epilogo “filosofico”) sono di una bruttezza indicibile, mentre laddove rimane un “senso magico”, per non dire “religioso” della vita la bellezza esplode impareggiabilmente: il ballo di Nataša, le nuvole in viaggio osservate dal principe Andrej ferito e a terra…

E’ una lotta, una lotta. Come tra le due fazioni al bar: sempre presi tra un’idea di destino – qualcosa su di noi, su tutti noi e su ciascuno di noi, “sta scritto” da qualche parte – e un’idea di fatalità – nulla ha senso, il caso domina. Questo fa, chi racconta storie: entra in questa lotta.

E questo, vi piaccia o no, è un post pasquale.

Una buona storia è fatta di questo: di un prima e di un dopo. Di un dopo necessitato dal prima, ma anche di un prima necessitato dal dopo.

(Fonti non esplicitate: storia del bar, mio fratello Pietro. Sacerdote: don Franco Geronazzo (https://tinyurl.com/vy6h65s). “Apocalisse”, 21: 3, 4 + preghiera eucaristica III. Data di pubblicazione del “Robinson Crusoe”: Wikipedia. Alessandro Manzoni, “I promessi sposi” (https://tinyurl.com/sj9xek4). Emile Zola, “Il romanzo sperimentale”, Pratiche 1992. Karl Marx e Friedrich Engels, “Scritti sull’arte”, Laterza 1976. Aki Kaurismaki, “Nuvole in viaggio”. Andrea Mantegna, “Cristo morto”; Piero della Francesca, “Resurrezione”).

Dieci domande che si stanno facendo gli editori in queste settimane

6 aprile 2020 by

di Giulio Mozzi

1. Nel mese di febbraio ho fatturato tot, e grazie a questo tot la banca mi ha concesso, usabile nel mese di marzo, un fido pari a tot% di tot. Nel mese di mazo ho fatturato in tutto 96 euro: che fido avrò, in questo mese di aprile? Esisterà ancora, nella lingua italiana, la parola “fido”?

2. In realtà, ormai è il giorno 6, e dalla banca non mi hanno ancora telefonato: che siano tutti morti? O che mi abbiano dato per definitivamente morto? Non so quale sia l’ipotesi preferibile.

3. L’unico modo che ho per emettere fatture, e così ottenere un po’ di fido – almeno da pagarci, in parte, gli stipendi – è pubblicare dei libri. Ma il distributore accetterà di vedersi arrivare dei libri, e una fattura? O non potremmo metterci d’accordo, e io per intanto gli mando la fattura, e quanto a stampare davvero i libri, si vedrà?

4. E tutte le forniture dirette che ho fatto alle librerie indipendenti. Non grandi cose, ma insomma. Non una che abbia pagato. Devo attaccarmi al telefono. Ma cosa mi risponderanno? Mi risponderanno? O saranno tutti morti, malati, reclusi? O accamperanno chissà quali ragioni, peraltro buonissime? O finiremo, al telefono, a piangerci addosso entrambi?

5. Comunque, tutta questa storia finirà. Finirà, vero? E’ vero che finirà? Ditemi, c’è qualche segnale credibile di un avviamento, magari lento lento, verso una fine? Finirà magari a maggio? A giugno? A luglio? Ditemi che finirà!, vi prego.

6. Che poi: che cosa avrà voglia di leggere, la gente, quando tutto questo finirà, o piuttosto quando tutto questo comincerà a finire? Vorranno leggere cose serie, o cose fatue? Vorranno distrarsi, non pensare più alle brutte cose, o vorranno coltivare un livello superiore di consapevolezza acquisito durante la reclusione?

7. Che poi, non so, facciamo un appartamento di due camere e cucina, una coppia monoreddito e mezzo con lui vabbè, facciamo cassintegrato, lei che lavoricchia da casa, due bambini… Che razza di livello superiore di consapevolezza avranno avuto il tempo di acquisire? Sarà già tanto se non si sono scannati. E se non si sono riempiti di debiti. Se sono sopravvissuti.

8. E tutti questi contratti che ho già firmato? Ma chi se ne fotterà più di questi libri. Più li guardo, e più mi domando che senso hanno. E se me lo domando io, che volevo farci dei soldi. Ma se non li pubblico, sono soldi persi. Magari in qualche contratto ho pure la penale. Vabbè, persi per persi. Potrei pubblicarli. Almeno fatturo.

9. Che poi lo so: un po’ di librerie riapriranno, mica tutte, riapriranno le catene, a ranghi ridotti, e le indipendenti più piccole, quelle familiari, che non hanno buste paga; e i grandi editori faranno lo sforzo, l’estremo sforzo prima di crepare, e le inonderanno, queste poche librerie, di un qualche tipo di merda che andrà benissimo, un superthriller un superromanticone o che so io, e con tutto quello che gli resta dei loro fidi faranno credito credito credito alle librerie, metteranno uno due tre non più di tre titoli dappertutto, e via. Non ce ne sarà per nessuno.

10. Ma gli ebook? Finché si stava tutti rinchiusi gli ebook avevano un senso, anche per chi non ci era abituato. Ma adesso? Che poi si è visto che cosa ha comperato la gente in ebook: qualche classico, e i libri dei soliti. Idem per le vendite a distanza. Fare un nuovo libro, farlo vedere, far sì che un possibile pubblico si accorga che eissta, sarà durissima. Ce la faremo? Chi lo sa. E poi, chi è che ci ha voglia ancora di mettere il naso davanti a uno schermo?

(Non intendo dire che gli editori, tutti, si facciano tutte e solo queste domande. Ce ne sarebbero molte altre, e molto cambia da editore a editore).

“Anatomia di un profeta”, di Demetrio Paolin

5 aprile 2020 by

di Giulio Mozzi

Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin (Voland 2020) è un libro di cattivo gusto.

L’autore pretende che non sia un romanzo (“Ecco perché questo libro non è un romanzo”, p. 236) e pretende che sia un romanzo (“E quindi non è neppure così strano che questo libro sia effettivamente un romanzo”: stessa pagina!): mi toglierò il problema chiamandolo “libro”, e basta.

Il 19 dicembre del 2017 pubblica in Facebook un post piccolo piccolo, di poche righe ma con un titolo: “PUBBLICA CONFESSIONE DELL’INSEGNANTE DI SCRITTURA. – E’ un mio allievo: tutto quello che sa, l’ha imparato da me. Però l’ha capito meglio, l’ha studiato di più, e lo fa come io non sarei mai capace” (vedi). Demetrio fu il primo a commentare, stolidamente: “È il desiderio che dovrebbe guidare l’insegnamento, che l’allievo sia migliore più capace del maestro”. Non gli era passato nemmeno per l’anticamera del cervello che io, scrivendo quelle poche righe, avessi in mente lui. All’epoca avevo già letto una prima parziale stesura dell’Anatomia (che non si chiamava ancora così).

In realtà Demetrio non è mai stato mio allievo. Ci siamo conosciuti parecchi anni fa, sì, a mia memoria (ma non mi fido, per principio, della mia memoria) nel 2002, al tempo in cui io curavo per l’editore Sironi la collana Indicativo Presente: Demetrio mi aveva mandato dei raccconti, a me era sembrato che ci fosse dentro “qualcosa”, avevamo concordato di vederci. Passammo insieme forse un paio d’ore, io cercai di dirgli che cosa era quel “qualcosa” che avevo visto, e lo feci nell’unico modo che sapevo e che so: indicandogli alcune pagine nelle quali mi pareva che quel “qualcosa” ci fosse, e scartandone altre – molte di più – nelle quali mi pareva che quel “qualcosa” non ci fosse. Facemmo anche tante chiacchiere, un po’ imbarazzate come può capitare in un primo incontro, e in mezzo a queste chiacchiere Demetrio mi raccontò quanto segue.

Che qualche anno prima lavorava come cronista di nera, più o meno, per un settimanale piemontese. Che un giorno il suo capo lo aveva convocato, gli aveva buttato là un libro, e gli aveva detto: “Il senatore Ernesto Rossi [eletto in Alessandria] ha fatto un’interrogazione parlamentare per questo libro, ha minacciato una denuncia, sostiene che sia un libro che incita alla pedofilia. Visto che tu sei uno che legge, facci un pezzo”. Che il libro era il mio Il male naturale (quindi era il 1998), pubblicato da Mondadori. Che se lo lesse, e ne rimase folgorato.

(Poi, negli anni, Demetrio ha fatto tante cose, tante ne ho fatte anch’io, alcune ne abbiamo fatte insieme).

Tredici anni dopo, quando Il male naturale fu ripubblicato presso l’editore Laurana, chiesi a Demetrio di scrivere un breve saggio che facesse da posfazione. Demetrio acconsentì e scrisse, e tra le altre cose scrisse: questo libro è “il tentativo di mettere in chiaro il male, ma nello stesso tempo tale nitore è sadico perché infligge al lettore un dolore acuto pagina per pagina come a dire che il male può essere detto, ma l’unica esperienza di male che possiamo fare è quella del dolore fisico. Ovvero io sento il male perché ho un corpo”.

Anatomia di un profeta è il tentativo di non mettere in chiaro il male. Di prenderlo così com’è, oscuro e inspiegabile. Per questo, rispetto a quello che scrissi io, è un libro molto più forte e coraggioso.

Era da un pezzo – perché da un pezzo so di questo libro, ne ho lette due versioni e mezza, e mi sono sempre ben guardato dal dire a Demetrio che cosa me ne paresse: non volevo entrarci – che dicevo a me stesso, e dicevo a certe persone amiche, e credo di aver detto anche all’interessato: “Bisognerà che con Demetrio ci faccia i conti, prima o poi”.

Anatomia di un profeta tenta caparbiamente, pagina dopo pagina, di prendere la forma di romanzo; e continuamente fallisce. Fallisce con un certo compiacimento, direi, e anche con un certo fasto: tutta una serie di trucchi grafici e di impaginazione, palesemente mutuati un po’ dal Tristram Shandy di Laurence Sterne e un po’ dall’Anatomy of melancholy di Robert Burton sono la testimonianza del tremento sforzo sostenuto da Demetrio per dare l’illusione – è complicato da dire, ci provo – che ci sia una “forma”, di tipo “informale”, in un testo che invece è semplicemente “informe”. Un travestimento, insomma.

Ufficialmente Anatomia di un profeta è un tentativo di Demetrio (del Demetrio reale, che ha scritto il libro, attraverso il Demetrio finzionale, che vi compare dentro) di fare i conti con la morte per suicidio di un bambino, Patrick (del bambino reale, che il Demetrio reale conobbe, e del bambino immaginario, che il Demetrio finzionale instancabilmente produce e sonda); e di fare i conti con Dio. Il tramite di questa contabilità è Geremia, il profeta involontario, il profeta inascoltato, il profeta di sventura, il profeta lapidato.

Non è, Anatomia di un profeta, un romanzo spritiuale. Tutt’altro. E’ un romanzo carnale. E’ un romanzo dal quale ogni trascendenza sembra bandita. La stessa speranza della “resurrezione dei corpi” e del “mondo che verrà” (p. 138 sgg) è da un lato presentata come speranza disperata, e dall’altro rappresentata così materialisticamente da non sembrare nemmeno una speranza di un “al di là”: “io mi figuro questo tornare in vita come quando ci si sveglia dopo un sogno angoscioso: il cuore in gola, il respiro affannato, un dolore vasto lungo le membra” (p. 139). Per i Demetrio, tutti e due, una cosa è certa: che ciò che c’è è il corpo, e che non c’è nulla della persona oltre il corpo.

In fondo, nelle sue duecentocinquanta pagine Anatomia di un profeta non fa che ripetere una e una sola cosa. “Lui che si è fatto morte diventerà vita, perché Dio gli è entrato dentro” (p. 65): e potete scegliere chi sia questo “lui”, se sia il Messia o il bambino Patrick o il profeta Geremia o – per immaginazione – il Demetrio finzionale o – per desiderio – il Demetrio reale. Potete scegliere tanto fa lo stesso. La vita è morte, la morte è vita, la perdizione è salvezza, la bestemmia è lode, il Dio è il male, il dolore è il bene, la fine è…

No. In realtà non c’è scritto, che la fine è l’inizio. La fine è la fine, e poi eventualmente c’è quello svegliarsi confuso dopo un sogno angoscioso.

E tanto è il cattivo gusto che abita in questo libro, che spesso non si capisce se ci si trova davanti a un tentativo di dire l’indicibile (letteratura mistica, o giù di lì), o a una rinuncia a dirlo (idem), o a un tremendo gioco di parole, o a un vanitoso “concetto” barocco – come qui: “Ecco la salvezza del mondo: le ossa di Patrick nella terra diventeranno presto alberi e fiori. Saranno il nutrimento delle radici e lui, che ha bevuto il diserbante, diventerà nutrimento per le piante”.

Davanti a tanta sfacciataggine o spudoratezza, davanti a tanto esibizionismo, davanti a tanta mancanza di gusto, davanti a un tale orrore io – che provai, come scrisse Demetrio, a suo tempo, a “mettere in chiaro il male”, mi ritiro in un angolo. Demetrio ha superato questo bisogno – illuministico, in fondo – e ha accettato l’oscurità del male, l’incomprensibilità di Dio, l’inenarrabilità della salvezza, l’indescrivibilità del miscuglio. E infatti mentre io, qua e là, nei miei racconti, e anche nel libricino 10 buoni motivi per essere cattolici che compilai con Valter Binaghi in quello stesso 2011 in cui si ripubblicava Il male naturale, mi sono confrontato con l’immaginario biblico – riducendo così la Bibbia a una cosmologia mutevole ma in fin dei conti ordinata -, con molta più forza Demetrio si è confrontato con il testo biblico: incorporandolo, riscrivendolo, subendone l’incoerenza e la magmaticità, prendendolo per quello che è.

Forse è vero che ho insegnato qualcosa a Demetrio. Certamente è vero che lui, oggi, è molto più in là. In queste settimane (non ditelo a nessuno, per carità) sono tornato alacremente a lavorare su quello scartafaccio – le cui carte più vecchie risalgono al 1998 – che sarebbe il mio famoso romanzo; e, come faccio spesso, pur essendo lo scartafaccio ancora un cantiere aperto ho provveduto già a dotarlo di una “Notizia” finale: che rende brevemente conto del lungo lavoro, delle successive redazioni, e così via. In questa “Notizia” ho scritto anche:

“Mi fa compagnia, e mi istruisce, in questi giorni, il romanzo di Demetrio Paolin Anatomia di un profeta. Demetrio ha detto, ha scritto spesso che fu un mio libro del 1998, Il male naturale, a mostrargli che di certe cose si poteva parlare, e in quali modi si poteva parlarne; Anatomia di un profeta mi ricorda, spero definitivamente, che l’importante non è la letteratura, l’importante è la vita – e il coraggio.

Dunque: m’inchino, e sono grato.

(E un applauso a Daniela Di Sora, la signora Voland, l’editrice: che ci vuol fegato, a pubblicare un libro così).

Questo è ciò che ho saputo scrivere: non una recensione, ma un fatto privato tra me e Demetrio. Se vi interessa una recensione vera e fatta bene, leggete quella che – per conto del gatto Luigi – ha scritto Sandro Campani: è in Facebook, qui.

Fahrenheit Radio Rai 3

20 febbraio 2020 by

Mercoledì 19 febbraio 2020 si è parlato del romanzo di Marco Candida “Incendio nel bosco” nel corso della puntata di Fahrenheit su Radio Rai 3. Qui il podcast. (Un sentito special thank a Tommaso Giartosio)

Note di lettura: “Baco” di Giacomo Sartori.

9 febbraio 2020 by
Luigi Preziosi.

La produzione più recente di Giacomo Sartori, con la sola eccezione del romanzo Sono Dio, è improntata all’esplorazione, condotta privilegiando toni partecipi ed insieme oggettivi, di condizioni esistenziali di segregazione e di confinamento. Così è in Rogo, in cui le tre protagoniste sono materialmente o psicologicamente prive di libertà, così in Cielo nero, in cui la prigionia di Galeazzo Ciano, rinchiuso nel carcere di Verona in attesa della morte, si fa metafora di altre privazioni di libertà, meno storicamente note, ed anche in Sacrificio, dove un arcigno paesaggio alpino restringe gli orizzonti spirituali dei giovani protagonisti.
Anche il protagonista di Baco (Exorma, 2019) vive una condizione di separazione, non claustrofobica, come alcuni dei personaggi dei romanzi citati, ma certamente di isolamento interiore. Si tratta di un ragazzino di dieci anni, di cui non è rivelato il nome, affetto da sordità, iperattivo, a volte protagonista di intemperanze che si manifestano soprattutto in ambito scolastico. Leggi il seguito di questo post »

L’arte di fingersi autore di finzione

17 gennaio 2020 by

di giuliomozzi

The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, Of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an un-inhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver’d by Pyrates. Con questo titolo-didascalia, redatto secondo l’uso dell’epoca, si presentò al pubblico, il 25 aprile 1719, il romanzo a tutt’oggi notissimo con il titolo opportunamente scorciato di Robinson Crusoe, e un’attribuzione d’autore diversa: Daniel Defoe. Già: perché questo romanzo che qualche manuale considera più o meno «il primo romanzo moderno» o «il primo romanzo modernamente realistico», eccetera, ovvero questo romanzo che è considerato una pietra miliare del romanzo europeo (e quindi di tutto il romanzo, dato che il romanzo è tutt’altro che una forma universale), tanto che alcuni manuali di storia del romanzo ritengono di poter bellamente ignorare ciò che fu romanzescamente scritto prima del 25 aprile 1719, o di poterlo trattare come se fosse scritto sì ma romanzescamente no, questo romanzo, insomma, si presentò al pubblico dell’epoca non come un romanzo bensì come un libro di memorie: il cui autore, ovviamente, era il titolare della Life e delle Strange Surprizing Adventures, e cioè lo stesso Robinson. All’epoca, sia chiaro, il romanzo non godeva del prestigio del quale gode oggi: se si può dire che attualmente il romanzo è la forma-regina della letteratura, all’epoca del Robinson Crusoe il prestigio andava – nell’ambito anglosassone – piuttosto al poemetto lirico-narrativo-sentimentale, alle raccolte di lettere morali, e così via (roba, in sostanza, che noi oggi ci indigneremmo di avere nella nostra biblioteca). Ma non per schivare il disonore di aver scritto un romanzo Daniel Defoe nascose il proprio nome, lasciando che tutti credessero reale il suo Robinson, e che Robinson avesse realmente scritto quel libro di memorie (due credenze che vanno ben distinte, faccio notare), bensì per accorta strategia anche commerciale ma soprattutto artistica (non che Defoe fosse insensibile al soldo: scriveva solo per quello): quella storia lì, capiva benissimo Defoe, sarebbe stata letta in un modo se fosse stata ritenutavera, e in tutt’altro modo (e con, prevedibilmente, molto minore interesse) se fosse stata ritenuta inventata: l’unica via, dunque, era quella di farne un falso. Alla sua epoca, peraltro, i viaggi – e soprattutto quelli per mare – erano realmente avventurosi, e i naufragi all’ordine del giorno, e le isole deserte frequentissime (non come oggi, che ovunque tu vada ci trovi un Kentucky Fried Chicken o un negozio di telefonini): e, in mancanza del National Geographic Channel, che fu inventato solo molto dopo, il pubblico leggeva avidamente i resoconti di viaggi, e tanto più avidamente quanto più erano avventurosi. Il naufragio, l’isola deserta, i cannibali: questa roba, intuì Defoe, tirava moltissimo.

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“Incendio nel bosco””, di Marco Candida

20 dicembre 2019 by

di Cinzia Rescia

(Recensione della dott.ssa Rescia, funzionario responsabile di biblioteca e sistema bibliotecario della biblioteca civica tortonese “Tommaso de Ocheda”. (Tortona, in provincia di Alessandria, è la città dove abito). mc)

Note di lettura: “La lingua della terra” di Giacomo Revelli.

6 novembre 2019 by

di Luigi Preziosi

L’estate che racconta Giacomo Revelli in La lingua della terra (Arkadia editore, 2019) è la stagione in cui matura il senso del cambiamento, dell’adeguamento al tempo nuovo che prima o poi tutti ci coglie. La genericità di questa formula di ingresso nel libro è dovuta alle diverse modulazioni che il cambiamento assume nei confronti dei personaggi della storia. Il principale, Bedè, è un contadino ormai quasi vecchio che nell’entroterra ligure accudisce con ostentata pervicacia il suo uliveto abbarbicato sulla costa della collina: un pezzo di terra che era di suo padre e prima ancora dei suoi nonni e che difficilmente riuscirà a tramandare ai due figli, i quali proprio nell’estate che abbraccia il racconto maturano un definitivo disinteresse a continuare l’attività di famiglia, impegnati come sono nella ricerca di altre strade: il primo, che è anche la voce narrante, affronta le formule matematiche degli esami del politecnico, mentre le forti emozioni di un primo amore estivo assorbono l’attenzione del secondo. Leggi il seguito di questo post »

Romanzi, atlanti

29 ottobre 2019 by

di giuliomozzi

Per capire che cos’è il libro Plotted: a literary atlas di Andrew DeGraff basta spendere due minuti e guardare il video qui sopra. In sostanza, contiene una serie di “mappe” di un mannello di capolavori della letteratura soprattutto anglosassone (eccezioni: Omero, Kafka, Borges). Libri che conosciamo tutti, da Moby-Dick ad Amleto passando per Orgoglio e pregiudizio e Le avventure di Huckleberry Finn. Ho messo tra virgolette la parola “mappe”, perché va intesa nel senso più largo: la “mappa” di Moby-Dick, per esempio, non riporta i viaggi della Pequod, ma illustra gli esterni e gli interni della nave e di un capodoglio; mentre la “mappa” di Amleto riporta fedelmente i movimenti di tutti i personaggi della tragedia all’interno del castello di Elsinore [e mi ha fatto venire in mente, senza possibilità di scampo, l’Amleto a fumetti di Gianni De Luca (disegni) e Raul Traverso (sceneggiatura)].

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I personaggi producono l’ambiente che li circonda

28 ottobre 2019 by

di Demetrio Paolin

La prima volta che ho visto il Compianto di Niccolò dell’Arca è stato per caso. Avevo accompagnato mia sorella a Bologna sulle tracce di Luca Carboni, quando sono entrato in questa chiesa vicino a piazza Maggiore e ho visto l’opera. Da allora, le volte che passo per Bologna e ho un tempo sufficiente da far due passi, io un momento per contemplare il compianto lo trovo sempre. Cosa mi colpisce di quest’opera? Perché da anni la guardo ma mi sfugge sempre qualcosa. Qualche giorno fa, complice una serie di ragioni accessorie, che qui non si nominano, stavo rileggendo Body Art di Don DeLillo e mentre leggevo Body Art mi sono venuti in mente Niccolò dell’Arca e il suo Compianto. Del romanzo di DeLillo ho posto la mia attenzione su quei passaggi in seconda persona che di solito stanno in testa ad alcuni capitoli, una sorta di soliloquio del personaggio principale, che potrebbero benissimo essere i pensieri di Mr. Turtle o – perché no – gli stessi penesieri del narratore. Comunque quello che mi colpiva era la descrizione dell’ambiente, intesa come somma di aria, luce, profumi, odori, luoghi, che veniva come suscitata dagli stessi pensieri di chi in quel momento prendeva la parola. L’ambiente non era seperato dal personaggio, ma il personaggio costruiva l’ambiente.

Ecco. Ora guardate il Compianto: cosa vi colpisce? Non c’è uno sfondo, un paesaggio, non c’è nulla; eppure, se guardate bene le statue, tutto emana una descrizione paesaggistica: il paesaggio non c’è eppure è totalmente interiozzato dai diversi protagonisti. La donna che si lancia con il suo grido sul corpo morto di Cristo, quella bocca spalancata e le vesti che le si allungano non danno l’idea di un momento di bufera, in cui la terra trema e il cielo si oscura? Non c’è nella disposizione dei diversi corpi, nel loro porsi a corona attorno al corpo morto, una sorta di protezione? Da cosa? Dalla pioggia che cade? Possibile, perché no?

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Il Furore di Steinbeck

26 luglio 2019 by

di Marco Candida

steinbeck

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