Note di lettura: “Qui come altrove” di Zena Roncada.

9 dicembre 2016 by

   Quarantanove brani raccolti in mazzetti di sette per affrescare un tempo e un mondo diversi da quelli che per obbligata consuetudine, o magari anche a volte per colpevole indugio sull’effimero che riempie i nostri giorni, ci tocca frequentare nella quotidianità. Anche il lettore ormai assuefatto a ben diversi scampoli di prosa riuscirà ad individuare i piccoli gioielli di scrittura che Zena Roncada offre con il suo Qui come altrove (Effigie edizioni, 2016). Ognuno dei testi occupa una sola pagina, e l’incipit è il sempre ritornante “qui come altrove…”, a segnare al tempo stesso la peculiarità del grumo di terra dove le storie si formano, e la possibilità che le sensazioni e le emozioni che germinano da queste stesse storie si universalizzino. Leggi il seguito di questo post »

Nicola Manuppelli ci invita da Hadelman

8 dicembre 2016 by

di Enrico Macioci

merenda-da-hadelmanMerenda da Hadelman (Aliberti, 2016) di Nicola Manuppelli, è un libro dal ritmo e dal timbro americani, e tuttavia non risulta per nulla artificioso o finto. Manuppelli, eccellente traduttore di Andre Dubus, Charles Baxter, Sara Taylor e numerosi altri autori irlandesi e statunitensi, ha affinato il proprio naturale talento di cantastorie alla scuola dei grandi maestri anglosassoni. Il risultato è quest’opera asciutta ma lirica, breve ma pregna, rapida ma esaustiva; un’opera compiuta senza che si avverta lo sforzo del compimento.

Hadelman, un ex poliziotto che prende in gestione un locale allo scopo di proteggere la ragazza che lavora nell’agenzia dall’altra parte della strada, si trova presto invischiato in una storia a tinte fosche. Il romanzo, che parte quasi allegro, assume man mano i contorni del noir, con picchi di violenza e di tensione che Manuppelli gestisce bene, senza scadere nell’effettaccio e senza indulgere nel patetico. I personaggi sono pochi e delineati con cura, e così gli ambienti. Sembra di osservare un quadro di Edward Hopper: interni precisi e scolpiti, esterni rarefatti e ostili. Il bar di Hadelman in particolare funge da centro geografico ed emotivo della vicenda: “Una caffetteria, un pub, una tavola calda sono contenitori di storie. In fondo, è ciò di cui in parte siamo fatti e di cui abbiamo bisogno. Storie che ci intrattengano e che non abbiano altri fini se non quello di cullarci nella nostra ricerca di qualcosa – la felicità, il bisogno di fuggire, l’ambizione, la semplice allegria – un po’ come i racconti che ci stupivano da bambini.” Intorno al perno del bar si muovono Hadelman, i suoi amici e i suoi nemici; il locale, un po’ come accade in certe serie tv (pensiamo a Happy Days, girato tutto fra casa Cunningham e il bar Arnold’s), risulta talmente familiare che si ha l’impressione di entrarci, sedersi al bancone e prendere un caffè o una fetta di torta, scambiando quattro chiacchiere col gestore.

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UtN, 7 / S.E.N.S.

8 dicembre 2016 by

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UtN, 6 / Harlock! Harlock!

7 dicembre 2016 by

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UtN, 5 / Il rumore

5 dicembre 2016 by

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UtN, 4 / Guarda le cose

4 dicembre 2016 by

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UtN, 3 / Saranno giorni di quiete

3 dicembre 2016 by

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UtN, 2 / Vieni più vicino

2 dicembre 2016 by

collegio

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UtN, 1 / Quella ragazza

1 dicembre 2016 by

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L’uomo col giornale in mano

25 novembre 2016 by
Tranquillo Cremona: Ritratto di Giuseppe Bianchi

Tranquillo Cremona: Ritratto di Giuseppe Bianchi

di giuliomozzi

[Scritto a fine 2005 o inizio 2006, su richiesta di Stefano Fugazza e Gabriele Dadati, per la collana Scrivere l’arte della Galleria d’arte moderna Ricci-Oddi di Piacenza. Forse non è vero che questo quadro è il primo in cui compare un giornale quotidiano: comunque dev’essere uno dei primi].

L’uomo col giornale in mano
ha il braccio destro abbandonato lungo il fianco.
L’uomo col giornale in mano
regge il giornale con la mano destra,
alza lo sguardo e volta il viso verso
noi, che lo guardiamo.
L’uomo col giornale in mano
ha interrotta la lettura del giornale
per guardare
noi, che lo guardiamo.

L’uomo col giornale in mano è morto.
Noi, per ora, siamo vivi.

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Cose sentite dire negli ultimi cinque giorni

21 novembre 2016 by

di giuliomozzi

1. (per la strada). “Certo che è comodo, fare gli scrittori. Scrivi il tuo libro, lo pubblichi, e ogni mese ti arriva il bonifico dei diritti”.

2. (in chat). “I corsi di scrittura creativa non servono a niente. Io ho fatto un corso di rebirthing, e non mi è servito a una cippa. E’ la stessa cosa”.

3. (sul treno). “Una fiera del libro a Milano non serve a niente, ci sono già tutti gli editori, a che gli serve? Le fiere bisogna farle dove i libri non arrivano, tipo Venezia”.

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Un momento un po’ così

21 novembre 2016 by

Aula e piuma

14 novembre 2016 by
Domenica 13 novembre 2016, ore 7.35

Domenica 13 novembre 2016, ore 7.35

di giuliomozzi

Ieri mattina alle sette e mezza circa sono entrato in quest’aula. Ho acceso il riscaldamento, ho lasciata aperta la porta per cambiare l’aria. Mi sono seduto, mi sono guardato intorno, e ho fatto un conto: negli ultimi sei anni ho trascorso qui dentro, a far lezione, circa millecinquecento ore: poco più di un migliaio con Gabriele Dadati e con ospiti occasionali, le altre da solo.

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Rivoluzione Quentin

11 novembre 2016 by

di Marco Candida

[Il testo si intitola La rivoluzione di Quentin]

con affetto a Quentin Tarantino

pulpbooks-7-900x1350È sbalorditivo constatare quanto Ernest Hemingway sia debitore di Sherwood Anderson. Eppure, pochi autori come Hemingway hanno consolidato il cammino della letteratura negli ultimi decenni – e qui “letteratura” ha valore altissimo: significa soprattutto “modalità di rappresentazione del mondo”. Esempi come quelli di Hemingway, in letteratura, ce ne sono un bel po’. Generalmente, sappiamo che tutti i grandi autori, o una parte non trascurabile d’essi, sono debitori. Forse, però, questa parola, la parola “debitore”, colpisce ormai in maniera troppo debole la nostra immaginazione. Infatti, se i grandi autori sono “debitori”, allora dobbiamo immaginarci “debitori” “pieni e strapieni di debiti”: non soltanto un paio di collane in una gioielleria e qualche bottiglia di whisky nel negozio di liquori sotto casa. Se sono “ladri”, li dobbiamo immaginare non semplici furfantelli che svaligiano un appartamento o commettono qualche scippo per strada: piuttosto quel tipo di birbanti che s’impadroniscono di capitali interi, società, know-how. Ecco, questo è il tipo di “debitori” o di “ladri”, se vogliamo usare i vocaboli “ladri” e “debitori”, che dobbiamo immaginarci. Ma, se sono “debitori” o “ladri”, che cosa consente a questi grandi autori di seguitare a essere considerati “grandi”? O, ancora meglio: perché questi autori sono indubitabilmente più grandi, importanti, belli e migliori degli altri autori?

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Quel fragoroso silenzio: il testo completo

6 novembre 2016 by
Clicca su Rossini per prelevare il testo

Clicca su Rossini per prelevare il testo

Quel fragoroso silenzio (buffonata rossiniana a Riva del Garda e a Nonantola)

3 novembre 2016 by

Giacchino Rossini manifesta tutto il suo entusiasmo

di giuliomozzi

Domani venerdì 4 novembre 2016, alle 21, a Riva del Garda presso l’Auditorium del Conservatorio, andrà in scena una faccenda che s’intitola Quel fragoroso silenzio. Non è una commedia in prosa (e tantomeno in versi), non è un’operetta (e tantomeno un’opera): è – me lo dico tra me e me, sperando che non mi si senta – una specie di buffonata. Gioacchino Rossini, che da lassù (spero non da laggiù) forse ci sentirà schiamazzare, e magari si sporgerà dai balconi celesti a vedere che succede, spero non s’adonterà.

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Cinquanta minuti con Tullio Avoledo

2 novembre 2016 by
Clicca per guardare l'intervista di Marzia Tomasin a Tullio Avoledo

Clicca per guardare l’intervista di Marzia Tomasin a Tullio Avoledo

Come sconfiggere la sindrome della pagina bianca, in dieci mosse

1 novembre 2016 by
Tre scrittori affrontano la sindrome della pagina bianca

Tre scrittori affrontano la sindrome della pagina bianca

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Don DeLillo, “Zero K”. Appunti di lettura

31 ottobre 2016 by

don_delillodi Demetrio Paolin

Ci sono diversi modi per provare a dire qualcosa sull’ultimo libro di Don DeLillo Zero K (Einaudi 2016, trad. Federica Aceto). La maggior parte delle recensioni sono in realtà riflessioni molto profonde e ultime sul tema del romanzo. È vero che Zero K costringe il lettore a questo tipo di taglio speculativo visti i temi che affronta (la vita dopo la morte, i limiti etici e tecnici della scienza, il rapporto padri figli), ma proprio l’immensità di questi topoi letterari fa sì che spesso e volentieri le riflessioni sul romanzo siano più vicine a una speculazione filosofica che una effettiva ricognizione del testo.

Questi pochi e brevi appunti partiranno, invece, da una spia testuale, e spero possano essere altrettanto interessanti. Chiunque abbia avuto una lunga frequentazione dei testi dello scrittore amerciano  non può non aver avvertito un cambio radicale di stile da Underworld a quest’ultima fatica; un evento che potremmo definire: la sparizione della similitudine.

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Il Corso fondamentale di narrazione a Cagliari

28 ottobre 2016 by
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