Ragionamento intorno a una tendenza della narrativa italiana attuale

22 febbraio 2018 by

di Demetrio Paolin

Esiste nella letteratura un personaggio più complesso di Dio? Mi sembra questa una di quelle domande che dovremmo prima o poi iniziare a farci con una certa profondità di analisi. Il problema in questo caso non è tanto essere credenti o meno, quanto riconoscere che il cristianesimo, la Scrittura, la sua teologia e le sue narrazioni sono una miniera inesauribile di immaginazioni. A questo discorso di immaginario si aggiunge, poi, un dato narratologico interessante. Per chi pratica la scrittura osservare il fenomeno di come nasce Dio; o di come Dio si sviluppa nella Bibbia (pensiamo alla differenza tra il Dio della Genesi e quello del Levitico)  è assolutamente centrale.  E questo gioco legato a quale Dio credi potrebbe continuare a lungo, pensiamo solo alle differenze tra il Dio di Paolo e il Dio di Pietro, così pure il Cristo di Luca così differente da quello di Giovanni o di Matteo.

A dire il vero punto focale di questo intervento non è neppure il crociano “non possiamo non dirci cristiani”, ma prendere atto che molte delle categorie che noi usiamo, seppure traslate e rese più liquide dalla modernità, sono in realtà categorie che hanno a che fare con la religione. Il pezzo nasce, quindi, anche dall’esigenza di mettere ordine pensieri che sono nati leggendo una serie di novità  editoriali, che hanno posto al centro la tradizione del libro e la tradizione religiosa, legata alla Scrittura.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio

22 febbraio 2018 by
John Constable, Malvern Hall

John Constable, Malvern Hall

Da qualche giorno vado pubblicando, nel sito dedicato al laboratorio Raccontare il paesaggio della Bottega di narrazione, alcuni “esercizi per l’esplorazione del paesaggio”. Chi fosse interessato a darci un’occhiata, clicchi sul paesaggio qui sopra.

“ADA39” di Cosimo Lupo, secondo estratto

22 febbraio 2018 by

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39” (e, no, non è il nome di un agente segreto). Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

[Leggi o ascolta il primo estratto].

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“Eravamo tutti vivi”, di Claudia Grendene

21 febbraio 2018 by

di Francesca Visentin

[Questo articolo è apparso il 20 febbraio 2018 nel Corriere del Veneto, dorso regionale del Corriere della sera. Claudia Grendene è tra gli insegnanti della Bottega di narrazione. gm]

Claudia Grendene, Eravamo tutti vivi, MarsilioÈ una full immersion in una Padova percorsa in ogni angolo, il romanzo d’esordio di Claudia Grendene, bibliotecaria, nata a Villafranca di Verona, ma da sempre vissuta a Padova. Attraverso le storie di sette amici seguiti e narrati negli ultimi vent’anni, Grendene in Eravamo tutti vivi (Marsilio, 282 pagine, 17 euro) mette a fuoco una città, un’epoca e il mutare di un tessuto sociale e politico.

Illusioni, amori e sogni a Padova

Dai centri sociali alla borghesia, dal muro di via Anelli alle rivolte studentesche, dagli scontri politici all’amoreggiare sui muretti della Specola, l’autrice porta in scena luoghi e personaggi, sogni e realtà di un gruppo di giovani che, come spesso accade, dovrà poi scontrarsi con le disillusioni dell’età matura. Amori perfetti che quando si trasformano in matrimoni diventano gabbie soffocanti e passioni osteggiate che invece non si spegneranno mai.
Ideali di libertà che inseguono utopia e rivoluzione ma si scontreranno con la morte. Il palcoscenico su cui si muovono i sette protagonisti è il tipico oscillare tra poesia e bellezza della giovinezza e degli anni universitari in cui tutto sembrava possibile, e l’amaro risveglio dell’età adulta. E la domanda – quando si ritrovano tutti al funerale di uno di loro, il più sognatore – sembra d’obbligo: «Che cosa abbiamo fatto delle nostre vite? Delle nostre speranze? Dei nostri desideri?»

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Raccontare il paesaggio / Roma-Amelia, passando per Orte

20 febbraio 2018 by

Fotografia di Marcello Paolocci

di Fiammetta Palpati

Arrivai ad Amelia la prima volta a metà pomeriggio di un sabato, dopo un pranzo che si era protratto in chiacchiere in un ristorante di campagna in fondo a una piccola valle – non dico agriturismo perché di turistico c’era davvero poco. Mio marito e io venivamo dalla delusione di aver visitato una casa in vendita a Orte: un rudere di blocchetti di tufo su un terreno ripidissimo, in alto a sinistra i piloni del viadotto della superstrada, in basso a destra la ferrovia. Nell’andarcene, alla svelta, imboccammo casualmente la via Amerina. In macchina, naturalmente.

Era stata l’ennesima delle ricognizioni nelle zone in cui avremmo potuto andare ad abitare da quando avevamo deciso di lasciare Roma, e alle quali dedicavamo i fine settimana. La scelta del giorno era dettata dalla pagina degli annunci immobiliari. Generalmente visitavamo le case al mattino – le tipologie più disparate: terreni, casali, cielo-terra nei centri storici – e poi rimanevamo a gironzolare nei dintorni. Da neo-genitori – mediamente agiati, mediamente velleitari – cercavamo i palloni bianco sporco dei centri sportivi, le palette dello scuolabus sparse nelle campagne o quelle con gli orari dei pullman extraurbani, le scuole e scuolette di musica, le ludoteche. Generalmente tutto si esauriva in una scampagnata e un pranzo in trattoria.
Nel giro di qualche mese, comunque, perlustrammo e poi scartammo la maggior parte delle zone, soprattutto quelle residenziali: volevamo evitare di insediarci in uno dei numerosi neo-nati quartieri satellite della enorme fascia urbanizzata in cui si è trasformata la storica campagna romana. Nelle nostre convinzioni non si poteva lasciare Roma se non a patto di abitare un luogo, di trovare un’identità alternativa. Allargammo dunque il nostro raggio d’esplorazione.
Finché arrivò il turno di Orte.
Era il limite nord, la porta per l’Umbria – l’Umbria che solo a nominarla ti si allarga il petto.

Continua a leggere il racconto di Fiammetta Palpati nel sito dedicato al laboratorio Raccontare il paesaggio.

“L’ultima notte di Antonio Canova”, di Gabriele Dadati

16 febbraio 2018 by

di giuliomozzi

E’ in libreria più o meno da oggi questo romanzo di Gabriele Dadati, L’ultima notte di Antonio Canova (Baldini e Castoldi). Io ne lessi una prima e una seconda (appena aggiustata) versione, se non ricordo male nel settembre del 2014. Se ce ne vuole, di pazienza, per pubblicare un romanzo! Ma Gabriele, devo dirlo, era tranquillamente sicuro e moderatamente ottimista. Dopo un libro di racconti (con almeno due perle dentro) e tre romanzi tutti in qualche modo (traslato, autofinzionale ecc., come si usa oggi) legati alla sua esperienza di vita (ricordo in particolare, ma solo per affetto, Piccolo testamento, Laurana), sentiva che era arrivato per lui il momento di osare il romanzo-romanzo. E poiché da un pezzo si era trovato a dedicarsi, per lavoro e per passione, e per appassionato lavoro, ad Antonio Canova, gli venne naturale metterlo al centro del suo progetto.

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“ADA39”, di Cosimo Lupo / Primo estratto

15 febbraio 2018 by

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39” (e, no, non è il nome di un agente segreto). Ve ne proporrò sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

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“Raccontare il paesaggio”. Un laboratorio di scrittura ad Amelia (Terni)

29 gennaio 2018 by

Clicca su Amelia per leggere il programma del laboratorio

Il laboratorio Raccontare il paesaggio, organizzato dalla Bottega di narrazione, si svolgerà ad Amelia, in provincia di Terni, dal 14 al 21 luglio 2018. Sarà condotto da Fiammetta Palpati e da Giulio Mozzi. I docenti ospiti saranno il critico letterario Andrea Cortellessa, la fotografa Sabrina Ragucci, lo scrittore Giorgio Falco. Il programma del laboratorio e tutte le informazioni si trovano nel blog dedicato Raccontare il paesaggio. Il termine ultimo per iscriversi è il 31 marzo.

Caravaggio astratto

5 gennaio 2018 by

di Demetrio Paolin

[Nell’aprile del 2017 ho partecipato a un convegno presso il Monastero di Fonte Avellana dal titolo Viaggio al termine della notte. Oscurità, penombra e splendore. In questi giorni la casa editrice Nicomp ne ha pubblicati gli atti. Per gentile concessione dell’editore pubblico di segiuto il mio intervento su Caravaggio].

Sono seduto alla scrivania nella scomoda situazione di dover scrivere un saggio a proposito di Caravaggio Astratto. In realtà la scomoda situazione me la sono creata da me quando ad aprile 2017 al Convegno, di cui questi atti sono testimonianza, ho deciso di parlare a braccio di questo tema. Ecco, il problema principale è questo: non ho più gli appunti che avevo redatto su di un piccolo quadernino con la spirale. In questo momento non ho nessuna idea del percorso che avevo intrapreso nella mia comunicazione. Potrei chiedere a Matteo se si ricorda qualcosa o alle persone che erano lì, ma invece quasi mi diverte costruire questa cosa partendo da questo vuoto totale di quello che ho detto. Quindi perché astratto?

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“Non avrai altro Dio”

26 dicembre 2017 by

di Marco Candida

[“La casa benedetta” è un romanzo uscito da non molto per una piccola casa editrice tenuta da un editore giovane. Qui se ne può leggere un consistente estratto. Però, desidero precisare ancora il contenuto dell’estratto (che è poi il cuore del libro) con le righe che seguono. mc]

Nel Vangelo di Marco si racconta che Gesù interrogato dai dottori della Legge su quale fosse il comandamento principale indicò il primo: “Avrai un solo Dio; questo Dio”. Poi il Cristo aggiunge un secondo comandamento, il quale riassume gli altri: “Ama”. Se ami, non uccidi. Se ami, non menti. Se ami, onori i genitori. Se ami, non desideri altro da quel che hai.

Dicendo questo, il Gesù secondo Marco, lascia intendere: i comandamenti sono ordinati per importanza; e sono tutti la conseguenza del primo. Se avere un Dio e solo questo Dio è tanto notevole, allora (secondo comandamento) non usare il Suo nome appiccicandolo come un’etichetta: se lo fai non solo contravvieni al secondo comandamento, ma anche al primo, e indirettamente agli altri: rubi a Dio, cancelli Dio, porgi una testimonianza lontana dalla Verità di Dio, tradisci Dio… E se hai questo Dio, bada (terzo comandamento) di santificarlo e di celebrarlo: lui è da festeggiare, non altro. Onora i genitori; loro ti hanno messo nella condizione di scorgere Dio, di essere Sue creature. Gli altri comandamenti sono: non lasciare che nulla si sostituisca a Dio. Tieni lontani i demoni. I demoni sono un falso dio. Ti dice, questo dio falso, che, date alcune circostanze, uccidere è cosa che si può fare. Rubare. Mentire. Tradire. Desiderare altro da ciò che si ha. E se si cede a questo dio, si sostituisce Dio; ma Dio è uno e uno soltanto e si contravviene, pertanto, al primo e più sostanzioso dei comandamenti: “Non avrai altro Dio”.

Se il primo comandamento è la legge fondamentale, domandiamoci: non sarà forse che ogni episodio del Libro di Dio dal più piccolo al più grande soggiaccia a una e una sola regola, una e una sola logica? E che tale norma sia da individuarsi proprio nel primo e più importante dei comandamenti?

Non c’è nessun Dio sulla Terra. Leggi il seguito di questo post »

Come sono fatti certi libri, 33 / “Siamo in un libro”, di Mo Willems

19 dicembre 2017 by

Mo Willems al lavoro

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica pubblico descrizioni, talvolta dettagliatissime e talvolta sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano, del tipo di scrittura o del loro valore– presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

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“Più segreti degli angeli sono i suicidi”. Una chiacchierata con Gian Marco Griffi

5 dicembre 2017 by

Come sono fatti certi libri, 32 / “Fratelli d’Italia”, di Alberto Arbasino

30 novembre 2017 by

di giuliomozzi

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie o parzialissime, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Prima edizione, Feltrinelli 1967, 532 pp.

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Qfwfq e Yhwh

24 novembre 2017 by

Qfwfq, I suppose (click!)

di Marco Candida

[Il racconto di Giulio Mozzi Acqua comparve nella prima edizione, Einaudi 2001, della raccolta Fiction. Non compare nella nuova edizione, Fiction 2.0, Laurana 2017, Si può leggere qui. gm].

Mi butto.

E se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa tribù?

Prima di tutto, chi sono Qfwfq e Yhwh?

Qfwfq è il protagonista di una serie di racconti scritti da Italo Calvino; appare nelle raccolte Le Cosmicomiche, Ti con zero e qua e là ancora. Yhwh, invece, per chi non lo avesse riconosciuto subito, oramai tutti lo abbiamo presente con il nome di… Dio. Qfwfq è noto alle cronache dal 1963 d.c., quando apparve per la prima volta all’interno di un racconto pubblicato sulla rivista Il Caffè. Yhwh, invece, è noto da tempi molto più antichi.

Dunque, ripartiamo: e se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa grande famiglia?

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Come sono fatti certi libri, 31 / “Le note del guanciale”, di Sei Shōnagon

22 novembre 2017 by

Da The Pillow Book, film di Peter Greenaway, 1996

di Valentina Durante

Tutti sanno che una cosa è impossibile da fare, finché arriva un giapponese che non lo sa, e la inventa. Questa rilettura irriverente di una celebre frase attribuita ad Albert Einstein (“Tutti sanno che una cosa è impossibile da fare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa, e la inventa”) è forse il modo migliore per introdurre un genere – la letteratura femminile del periodo Heian – del quale il Makura no sōshi, ovvero Le note del guanciale, è uno degli esempi più noti e pregevoli.
È risaputo che un contesto socio-politico in cui le donne hanno posizione subalterna e opportunità limitate non può che produrre un’arte femminile altrettanto limitata, dove le eccezioni notevoli – che ovviamente ci sono – sono spesso costrette a mascherarsi dietro pseudonimi maschili.
Ma le dame di corte giapponesi dell’anno Mille questo non lo sapevano. E così, pur obbligate a una condizione di inferiorità e isolamento, queste nyōbō (女房) hanno dato origine a un fenomeno che probabilmente non ha eguali in nessun altra parte del mondo: il netto predominio, nella letteratura prodotta in lingua autoctona, di testi scritti da donne. Predominio che non è solo quantitativo, ma anche e soprattutto qualitativo e di immaginario: tanto che molti uomini, quando a questi testi hanno deciso di accostarsi come autori, hanno scelto di utilizzare degli eteronimi femminili. Si sono finti donne.
Come è potuto succedere?

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Come sono fatti certi libri, 30 / “Istantanee”, di Alain Robbe-Grillet

17 novembre 2017 by

Dal film L’Eden après, 1970,
regia di Alain Robbe-Grillet

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Come sono fatti certi libri, 29 / “I falsari”, di André Gide

16 novembre 2017 by

Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, dettaglio

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Il Dio falso [1]

9 novembre 2017 by

di Demetrio Paolin

Mio padre quando si alza vede
la collina davanti a lui e non pensa nulla,
fa colazione come ogni giorno la mattina:
aspetta che il caffè diventi freddo e poi mi
chiama facendomi una carezza sulla testa.
Mio padre è tutto collina quando esce e va
al lavoro, è come le rive che scendono
verso il fiume, che pare gli alberi si muovano;
si dice bosco, ma potremmo dire anche mare
che vale lo stesso, tanto si muove il verde.
Il giorno dopo che Patrick è morto, mio padre
è uguale a se stesso come una figura allo specchio;
io sento una cosa – una grana di sale
infilarsi dentro la pelle – che mi fa diverso,
mio padre mi sembra più alto con un’ombra
dietro lunghissima, che arriva fino
porta di casa che sempre alle 7.30 del mattino
chiude dietro di sé per andare a lavorare.

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Come sono fatti certi libri, 28 / “Spoon River Anthology”, di Edgar Lee Masters

3 novembre 2017 by

di giuliomozzi

Edgar Lee Masters

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Come sono fatti certi libri, 27 / “Inventario privato”, di Elio Pagliarani

26 ottobre 2017 by

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