“La Megera”, di Eugenio Montile; “L’allergia”, di Giuseppe Ungarelli

6 febbraio 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lamegeraE’ singolare che i due libri di poesia forse più letti del nostro Novecento (non necessariamente i più belli; sicuramente i più influenti sulla poesia successiva, i più spesso propinati a scuola, i più venduti anche nelle edizioni economiche) siano stati più e più volte ritoccati (fin nel titolo) dai loro autori nel succedersi (trionfale) delle riedizioni: tanto che (per dire), dell’Ungarelli oggi non si saprebbe decidere se sia stata più decisiva e incisiva l’originaria – stonata, e disarticolata, e quasi smembrata – secchezza, o la successiva petrarchesca e neoleopardiana ricomposizione (seppure ancor sempre un po’ sghemba) dei disiecta membra. Perciò è interessante, di tanto in tanto, anche per noi lettori non filologi, andare a vedere che cosa fossero state in origine quelle poesie che abbiamo con tanto ardore e tanta gesticolazione (“Sii più espressivo!”) mandate a memoria alle scuole medie: e siamo dunque grati agli editori che, di tanto in tanto, si peritano di pubblicare quelle opere nella loro primaria (editorialmente primaria) forma. Meglio ancora sarebbe, forse, se le liriche in tali edizioni (pubblicae, ahimè, in tirature diabolicamente stitiche) non fossero soffocate da soffocanti paginate di commento: ma tant’è, gli accademici devono pur giustificare gli stipendi (miserelli od opulenti che siano, a seconda dell’età e dell’infornata concorsuale) di cui godono.

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Montale non l’aveva scritta così

6 febbraio 2016 by

di giuliomozzi

Prima di Natale abbiamo giocato un po’ con gli a capo e le rime. Ora vi propongo un altro gioco. Leggiamo una celebre poesia di Eugenio Montale:

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia,
splendido lare
della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?
sovrasta i ciechi
tempi come il flutto
arca leggera
– e basta al tuo riscatto.

La forma è piuttosto chiara: due periodi (separati dal punto fermo) lunghi ciascuno cinque versi, più un verso di chiusa (separato dal trattino). Rime interne a ogni periodo; rima (come lo scatto di una serratura) tra il primo e l’ultimo verso (che ha una consonanza col terz’ultimo). Versi dispari (quinari, settenari, un novenario, un endecasillabo) tranne il terz’ultimo (senario).

Il punto è che, questa poesia, Montale non l’ha scritta così. Ovvero: le parole sono quelle, l’ordine delle parole è quello, ma tutta diversa è la sistemazione degli a capo. Volete provare a “reinventare” la sistemazione originaria? Lo spazio dei commenti è vostro. E poi la domanda sarà: ma perché Montale ha fatto così? (Lo so che guarderete tutti in Google; ma almeno fatelo dopo).

Dieci considerazioni di una certa importanza attorno all’ego degli scrittori maschi

5 febbraio 2016 by

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Dino Campana

4 febbraio 2016 by

di Marco Candida

[L’articolo che segue s’intitola “Un genio da manicomio”. Appare qui su minima&moralia e qui su Atti Impuri. Ne ho parlato anche qui].

dino_campanaImpossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

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“L’amore ai tempi della deindustrializzazione”, di Gianni Dezanni

3 febbraio 2016 by

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Che cosa sucede in una Bottega di narrazione?

2 febbraio 2016 by

Potete farvene un’idea guardando i video raccolti qui, dove le “apprendiste” e gli “apprendisti” dell’annualità 2014-2015 della Bottega di narrazione presentano il loro lavoro, nel corso di un incontro con il mondo dell’editoria. Oltre ai video trovate le schede delle opere.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 19

1 febbraio 2016 by
Preleva il capitolo 19 del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà

Preleva il capitolo 19 del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

La Manu si sente a dieci chilometri di distanza.
«Capito-o?»
Silenzio.
«È – Chiaro-o?»
La porta è chiusa, e l’aula di italiano per stranieri è l’ultima, in fondo a destra: saranno venti, trenta passi. Appena si imbocca il corridoio che inizia dopo l’atrio, però, è come averla di fianco, la Manu: squillante, che taglia con l’accetta tutte le sillabe della prova di lettura, tenendole distese per aria come tante mutande al sole.
La processione parcheggio-scale-bidelleria-scale-aule dei piani di sopra, dove i corsi Eda occupano tutte le stanze disponibili del primo e, nei momenti di grazia, anche qualcosa del secondo, è in pieno svolgimento.
Pedino un gruppo di corsiste di arabo su per la scalinata esterna: parlano fitto tra di loro, elettrizzate.
Dico: «‘sera»
al solito Vincenzo che aspetta solo di suonare la campanella delle sei per immergersi nell’autoproduzione digitale, chitarra imbracciata, dietro i vetri della bidelleria.
Quindi, svolto a proiettile oltre l’atrio, ripassando a memoria la lezione e pianificando un possibile piano b, o c, o d, a seconda di quanti (e quali) saranno gli assenti. Registro qualcosa di strano sulla curva a gomito, ma non c’è tempo per niente.

Continua a leggere il diciannovesimo capitolo del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà.

Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale

31 gennaio 2016 by

di giuliomozzi

Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale. Metto quel “c.d.” (cosiddetta) perché quello che non mi va giù, nell’uso del concetto di “famiglia tradizionale” che sento fare in giro, è che la parola “tradizionale”, anziché essere usata nel senso descrittivo, è usata in senso qualitativo: secondo l’idea che ciò che è “tradizionale” è buono ed è meglio. Tanti anni fa, in una trattoria, la cuoca ci propose un piatto affermando: “E’ fatto come lo faceva la mi’ nonna!”. Io domandai: “Ma sua nonna lo faceva bene?”; e la cuoca non seppe cosa rispondere. Ancora più anni fa, mi ricordo mia nonna, che avendo assunta una nuova signora per i servizi di casa, a ogni domanda di costei su come cucinare la tale o la talaltra cosa (perché, per l’appunto, ogni casa ci ha la sua tradizione), rispondeva: “Nel solito modo, cara”.

Purtroppo anche locuzioni del tipo “famiglia come una volta”, “famiglia come la faceva la mi’ nonna”, “famiglia senza additivi chimici”, eccetera, implicano (oggi come oggi) un qualche giudizio di valore. Forse “famiglia nel solito modo” no; contiene appena un’ombra di noia, ma un’ombretta; e rimanda alla statistica.

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Vacanza

29 gennaio 2016 by

Il curatore di vibrisse va in vacanza per una settimana. Durante la quale si dedicherà, tra un canederlo e l’altro, a preparare un articolo dal titolo (provvisorio): What’s Bissolati to him, and he to Bissolati?

“Mi vida”, di Suelen Bissolati

29 gennaio 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

Suelen_bissolati_mividaVabbè, per i parenti bisogna avere un occhio di riguardo. E questa Suelen Bissolati, almeno a giudicare dalle fotografie che si trovano ovunque in rete, è davvero una ragazza in gamba. Ciò detto, il libro non è gran che. La fotografia in copertina, così casuale e assurda (notate – vi prego – il phon in alto a destra), mi ispirava fiducia. Non dico che speravo in qualcosa come la vita in presa diretta, ma almeno di non trovarmi preso nella solita melassa autocelebrativa di chi ce l’ha fatta, di chi si è dedicato interamente al proprio corpo, di chi fa vita ascetica dedicata alla privazione e all’esercizio, eccetera eccetera. E invece questo Mi vida è esattamente un gran bel mucchio di melassa autocelebrativa, eccetera eccetera, con l’aggiunta della descrizione di allenamenti estremi (peraltro ampiamente documentati già in Youtube) e di diete scoraggiantemente scientifiche.

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“In su la cima”, di Eugenio Montile

28 gennaio 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

MontileAllora, facciamo un po’ di decifrazione. Eugenio Montile fu in vita un grande, grandissimo poeta: forse il poeta che più determinò il corso della poesia italiana tra il 2 novembre e il 31 dicembre 1975. Poi morì, come càpita a tutti. E lasciò delle carte, come capita a tutti gli imbrattacarte (capiterà anche a me, purtroppo). (Felice refuso: scrissi, e poi corressi, imbrattacarne: e si potrebbe commentare, con Poessoa: Il poeta è un tatuatore. Ma procediamo). Morì dunque il Montile, lasciò delle carte, alcune in casa alcune in mano agli amici, e come normalmente accade le carte furono via via pubblicate: in riviste, in collettanee d’omaggio allo scomparso, in un prezioso volumetto delle Edizioni del Rosso d’Uovo, e così via. Poi le carte finirono (con poche aggiunte) nel volumone delle Poesie complete, nella sezione Inedite – curiosamente ultima dopo le penultime Giovanili. A quel punto si poteva pensare che fosse finita. E invece no. E invece no, signore e signori. Perché pure i poeti, pure i sommi poeti, son venali. O quantomeno, devono campare.

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016 by
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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“La morte è un clown che non fa/sa ridere”, di Nicola Di Giacomo

26 gennaio 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lamorteLa sciatteria degli autopubblicati è terribile. Al di là dell’immagine (disgustosa: ma non è questo il problema), evidentemente pescata con un motore di ricerca senza andare oltre la prima schermata (è questo il problema), il fatto è che noi lettori di questo romanzo non sappiamo nemmeno quale sia il vero titolo: La morte è un clown che non fa ridere, come è scritto in copertina, o La morte è un clown che non sa ridere, come è scritto nel frontespizio? In realtà, parola di bibliofilo, entrambi i titoli – entrambi orrendi – sono compatibili con ciò che nel romanzo si racconta. E il romanzo, sorprendentemente, è piuttosto bello. Non un capolavoro, ma insomma. Non conosciamo l’autore (e l’internet, a parte quel vecchio pagliaccio di Jack Nicholson, ci restituisce una frotta innumere di Nicola Di Giacomo, più d’uno dei quali sommariamente candidabile) ma nemmeno ci interessa conoscerlo: come si diceva una volta, l’opera è tutto. Mettiamoci dunque all’opera.

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“Tre corpi” / In musica

26 gennaio 2016 by
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti

L’incontro dei tre vivi e dei tre morti

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Dieci consigli agli esordienti circa il corretto uso di Facebook

26 gennaio 2016 by
Il progresso della specie umana

Il progresso della specie umana

di giuliomozzi

1. Sia chiaro che “scrittore esordiente”, in lingua italiana, significa: “colui che ha pubblicato la propria prima opera”. Non “colui che aspira a pubblicarla“. (Metto gli esempi solo al maschile perché l’errore, per l’esperienza mia, è tipicamente maschile: le donne si considerano “esordienti” sono quando sono realmente tali, i maschi ci hanno l’eiaculazione precoce).

2. Non mettete come foto segnaletica del profilo la copertina del vostro libro. Al di là del fatto che è cosa sfacciata e pacchiana, comunque la vostra faccia non è quella.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 18

25 gennaio 2016 by
Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Quando gli elicotteri tornano indietro per la terza volta, tagliando davanti alle montagne, la sensazione diventa evidenza: sta succedendo qualcosa di grosso. Non è il Soccorso Alpino. E neanche un Suem di volata verso gli ospedali della pianura, oltre il passo Fadalto.
Questi, scuri lunghi e troppo radenti, sono nuovi per il cielo basso di questa periferia della periferia d’Italia.
È un mattino secco di ottobre. Siamo usciti che le campane di Santo Stefano cominciano appena a suonare il mezzogiorno: tra noi, scivolati fuori dall’ultimo portone di ferro del carcere, e l’acropoli del centro storico, c’è la valletta verde aperta dal torrente Ardo. Il giardino del carcere di Baldenich è un posto assurdo, fermo nel tempo, incoerente con il dolore dei muri tirati su dai Gesuiti. C’è perfino un gazebo di ferro battuto, gentile, con le rose che gli crescono in primavera a godersi lo spettacolo in anfiteatro delle montagne appena oltre la città.
Il tempo che Cecco si accenda la sigaretta (il pollice destro che sfrega sul meccanismo della piastrina, l’altra mano curva, a riparo della fiamma), e i tre bestioni blu ci passano davanti.
«E questi?»
farfuglia il fumatore, tra le nebbie in uscita dal naso.
«Boh».
«Ma sono gli stessi di stamattina?»
«Pare».
Effettivamente, il rumore che torna indietro e riempie tutta la valle, amplificato dalle pareti delle montagne in semicerchio, è lo stesso di due ore e mezzo prima, quando, all’entrata, abbiamo preso la stessa infilata di porte al contrario: attesa ed elicotteri in porta due, attesa ed elicotteri in porta tre, poi il doppio klank del blindo. Corridoio con odore di cipolle e il neon, stinto: sala polivalente; enorme, gelidina, sporca. Come sempre. E gli elicotteri solo un pelo attutiti sopra le nostre teste.
«Sembra la polizia, no?»

Continua a leggere il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona.

“La passione è solitaria”, di Roberta Ritorta

24 gennaio 2016 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

ritortaRoberta Ritorta si autopubblica, e forse con un eccesso di esplicitazione s’inventa l’editore Torquato Accetto. In effetti questo romanzo – breve, brachilogico e raggelante – s’iscrive nell’illustre tradizione (barocca: ma non viviamo forse in tempi novellamente barocchi?) delle scritture dedicate alla negazione di sé, o meglio: alla preservazione de sé (contro gli intrighi delle corti e le paranoie degli inquisitori) mediante processi di (non sapremmo come altrimenti definirli) crisalidizzazione.

Torquato Accetto (personaggio così oscuro che l’incertezza grava sia sulla data di nascita, vagamente e variamente collocata dagli studiosi nell’ultimo decennio del Cinquecento, sia sulla data di morte, ipotizzata attorno al 1640) scrisse un’ottantina scarsa di pagine intitolate Della dissimulazione onesta, e (forse per prudenza) non le pubblicò; furono date alle stampe, postume per dichiarazione dell’editore Egidio Longo, nel 1641 (da qui l’ipotesi circa la data di morte). Il libro non ebbe nessun successo e fu dimenticato (oppure, come possiamo romanzescamente immaginare, in tanti lo lessero ma non lo fecero sapere ad alcuno, e magari l’ighiottirono – foglio per foglio, con l’aiuto di un po’ d’insalata – man mano che procedevano nella lettura. Lo ritrovò e lo pubblicò nuovamente 1928 (in un’edizione peraltro scorrettissima) Benedetto Croce; ma solo dagli anni Ottanta del secolo scorso ne circolano edizioni non di studio.

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Concerto della memoria e del dialogo / Tre corpi / 3

24 gennaio 2016 by

Vedi l’articolo del’altro ieri. Pubblico qui il terzo melologo. La musica sarà di Nicola Straffelini.

Tre corpi

3. Quello che era dall’altra parte

Che strana pretesa avete,
che la storia – la storia! – la facciano
i giusti.

La storia, da che tempo è tempo,
la fanno i vincitori.

Quanto a me,
sono di quelli che hanno perso.

Sono morto,
sono stato ucciso,
anch’io sono stato ucciso!
E tuttavia
– poiché sono di quelli che hanno perso –
la morte e l’uccisione
non hanno fatto di me
una vittima.

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Dieci buoni argomenti per sostenere che il romanzo non è morto

23 gennaio 2016 by

keep-calm-and-kill-the-novel

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Concerto della memoria e del dialogo / Tre corpi / 2

23 gennaio 2016 by

Vedi l’articolo di ieri. Pubblico qui il secondo melologo. La musica sarà di Claudio Rastelli.

Tre corpi

2. Lo storico

Sapete cosa voglio?
Un libro, voglio un libro.

Un libro che abbia
la forza della carne,
senza le debolezze della carne.

I libri si consumano,
marciscono,
ma sopravvivono
grazie al loro numero.

Quante volte ho ascoltato
mio padre
mentre raccontava.

Ora mio padre è morto
e di quel racconto
non è rimasto nulla.

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