Il Furore di Steinbeck

26 luglio 2019 by

di Marco Candida

steinbeck

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Note di lettura: “Volevo scrivere un’altra cosa” di Luciano Curreri.

9 luglio 2019 by
di Luigi Preziosi

Scrivere altro.
Con la recente raccolta, Volevo scrivere un’altra cosa (Passigli editore), composta da 18 racconti oltre alla postfazione, Luciano Curreri, che all’attività di docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di Liegi affianca da anni quella di narratore in proprio, contribuisce in maniera originale ad una stagione letteraria in cui pare rinnovarsi un certo interesse per il racconto. Le storie, per quanto del tutto indipendenti l’una dall’altra, hanno un elemento unificatore comune (una sorta di cornice immateriale), costituito da una particolare forma di chiusura costante: una annotazione in cui l’autore enuncia che avrebbe voluto scrivere un’altra cosa rispetto a quanto appena scritto.

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Da sé alla finzione, e ritorno. Valentina Durante intervista Giorgia Tribuiani

27 giugno 2019 by

Valentina Durante intervista Giorgia Tribuiani

Ci sono romanzi fatti per essere amati. Ancor prima che discussi, analizzati, dissezionati, nell’ambizione capìti, semplicemente: letti e amati. È il caso di Guasti, della giovane scrittrice Giorgia Tribuiani. In una manciata di mesi questo breve ma intenso romanzo targato Voland è riuscito a conquistarsi l’attenzione di critica e pubblico: tante recensioni e tanti commenti, impressioni, omaggi, persino lettere alla protagonista Giada. E una prima ristampa.
A colpire, delle restituzioni spontanee, è l’affetto: verso la materia narrata – come spesso, per immedesimazione, succede – ma specialmente (e non è detto che succeda) verso Giada: quest’eroina drammatica, dolente, ossessiva, combattuta fra slanci e ripiegamenti, paralizzata tra una vita non vissuta e una morte inaccettabile, dunque non accettata.
Leggendo Guasti, ci troviamo fin da subito precipitati nel countdown dei trenta giorni di una mostra. Trenta giorni alla fine dei quali, già sappiamo, qualcosa succederà, perché alla fine di un countdown qualcosa succede sempre: un razzo decolla, una bomba scoppia, un nuovo anno si apre. E noi lì, insistentemente lì: dentro la storia e costretti a non abbandonarla, fino a che non è la storia stessa a risolversi e abbandonare noi. È la cifra stilistica e la potenza della scrittura di Giorgia Tribuiani: una prosa nella quale si resta impigliati e che trova il suo specifico seduttivo nel ritmo e in una naturalezza svelta di corpo ben fatto. E questo è tanto più singolare, dato che Guasti ci parla del compianto per un corpo morto: amato, sì, ma morto.

E proprio da questo corpo noi iniziamo.

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Un saluto a Mauro

26 giugno 2019 by

di giuliomozzi

Questo “bollettino di letture e scritture”, vibrisse, iniziò a esistere il 6 agosto del 2000. All’inizio non aveva nemmeno un nome e si chiamva, coerentemente, “bollettino senza nome”. All’inizio non era neanche un blog, ma una lettera circolare: che spedivo a chi me la chiedeva, il più delle volte persone che incrociavo e conoscevo durante corsi, convegni, altre manifestazioni letterarie. Bandii tra gli allora pochissimi lettori una specie di concorso per scegliere il nome. Vinse vibrisse, proposto da Mauro Mongarli, allora giovane copywriter (mestiere che poi, per tanti motivi, abbandonò), mio concittadino.

Mauro se n’è andato velocemente, a cinquantaquattro anni. Il tumore è stato scoperto in aprile, sabato 22 giugno Mauro è morto, oggi 26 giugno è stato sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova, dopo una cerimonia affettuosa e informale.

Di Mauro posso dire: che è stato una persona buona, intelligente, allegra. Non ci siamo mai frequentati tanto, ma in alcuni momenti della mia vita la sua presenza è stata veramente importante. Di qui la gratitudine, che si aggiunge all’amicizia e alla stima.

Chi volesse farsi un’idea di che persona fosse Mauro, può leggere questo suo articolo intitolato: Educazione musicale (o della gioia).

“La perfezione”, di Raul Montanari

26 giugno 2019 by

di Edoardo Zambelli

RAul Montanari, La perfezioneLa perfezione, di Raul Montanari, è uscito la prima volta nel 1994 per Feltrinelli e lo ripropone adesso Baldini e Castoldi, in un’edizione rivista dall’autore. Non ho letto il libro quando è uscito, l’ho fatto solo adesso, e l’ho trovato splendido.

In un breve saggio del 1972, Notes on film noir, Paul Schrader affermava che il noir non è un genere, non è definibile attraverso convenzioni narrative – siano queste l’ambientazione, i personaggi, il tipo di conflitto; si tratta piuttosto di un tono, uno stile visivo che può impregnare ed attraversare qualunque genere. Questa considerazione è, a mio parere, validissima anche per la letteratura, e viene utile anche per operare una veloce differenziazione tra il noir e il giallo, dato che spesso si tende a pensarli simili, se non addirittura a pensarli come sinonimi. Il giallo è un genere, necessita di precisi elementi per definirsi tale: omicidio, indagine, risoluzione. Certo, è pur vero che vi sono stati – e vi sono ancora – autori capaci di giocare che questo schema e piegarlo ad altri risultati, basti pensare a Todo Modo di Sciascia o La Promessa di Dürrenmatt. Il giallo – giusto per darne una definizione veloce e superficiale – è il tentativo di ricomporre l’ordine che è stato compromesso dal fatto delittuoso, e può muoversi e funzionare solo a patto di rispettare determinate convenzioni. Anche gli autori che ho citato prima ne hanno fatto uso, e solo per dimostrare l’impossibilità di restituire al mondo quell’ordine che il giallo si propone di ristabilire. Di tutto questo, il noir non ha bisogno, si muove anzi in una direzione quasi contraria. Anche quando ha il proprio motore nell’investigazione, questa – e soprattutto il suo scioglimento – non si configura come un ripristino di un ordine, al contrario, è l’affondare in un mondo nero, in un mistero che conserva il proprio segreto. Un esempio su tutti: il Marlowe di Raymond Chandler. Indaga, sì, ma è più un fluttuare negli eventi, è più controllato che in controllo, e partecipa della stessa confusione del lettore. Si muove, per così dire, nel caos. Ecco, allora, per concludere direi così: il giallo è sempre il tentativo di rimettere in ordine il mondo, il noir invece ne celebra il disordine.

Di tutto questo discorso sul noir, La Perfezione è un esempio ideale.

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“Storie”, di Angelo Bottiroli

10 giugno 2019 by

di Marco Candida

La letteratura non è la matematica, ma una delle poche certezze in narrativa è che quando hai difronte un libro scritto da un giornalista o da uno scrittore di fantascienza sarai al cospetto di una storia, comunque sia, ben fatta, e che faticherai a smettere di leggere. La letteratura di fantascienza non vive un momento esaltante, ma il giornalismo ha schiere e schiere di giornalisti-scrittori che dimostrano sul campo l’assunto di questa verità. I giornalisti sono bravi a scrivere. Punto. E’ un dato di fatto. Qualsiasi giornalista che si metta a scrivere un libro di narrativa scriverà un’opera degna di rispetto. Se poi questo giornalista è anche un’amante della fantascienza…

“Storie” di Angelo Bottiroli (appassionato di Isaac Asimov) è un libro di racconti brevi. I racconti sono lunghi in media quattro o cinque pagine. Ogni racconto ha come titolo il nome del protagonista del racconto stesso e ogni storia affronta un sentimento. “La paura”, Maria Teresa e Giusy. “L’angoscia”, Enrica e Mimmo. “L’intraprendenza”, Patrizia e Johnny. “La perseveranza”, Graziella e Luisa. “La debolezza”, Daniela e Carlo. Per ogni sentimento viene offerta al lettore una definizione, un calembour. L’angoscia: “L’angoscia nasce dal nostro inconscio, si impossessa di noi e rimane latente, per poi emergere nelle occasioni che meno ci aspettiamo”.  L’intraprendenza: ”L’intraprendenza è agire dove altri starebbero fermi perché non sanno cosa fare o come muoversi”. La rabbia: “La rabbia nasce dall’impotenza di agire difronte a qualcosa che riteniamo ingiusto”.

I racconti si leggono d’un fiato. Ed è quasi increscioso. Stai lì, e pensi: “Ma guarda come si leggono bene, questi racconti”. Come sono belli. E quante cose innegabilmente giuste dicono. Fanno quasi rabbia. Perché stai lì, e potresti berti qualsiasi cosa pensando che sia vera, e giusta, e in forza solo di una prosa rintoccante, scoppiettante, avvolgente.

Come quando leggi: “Il sole non era ancora alto in cielo ma lui aveva già effettuato tutte le incombenze del mattino: portato fuori il cane, fatto i suoi tre chilometri di corsa, le figlie a scuola e salutato la moglie che andava al lavoro”. Esiste una frase più deliziosa, nella sua semplicità? E poco importa che “portare fuori il cane” o “salutare la moglie” siano o non siano davvero una “incombenza” – per alcuni potrebbe essere un “piacere”, ad esempio. E poco importa anche mettersi lì a fare deduzioni sugli orari in cui queste azioni (piuttosto impegnative e molto diverse tra loro) possano essere state compiute. Se porti le figlie a scuola, le lezioni cominciano alle 8 e 30. Però, se abiti lontano, devi partire almeno per le 8.00 o le 8.15. Potrebbe anche darsi che abiti a cinque minuti dalla scuola. Ma allora, perché accompagnarle, le bambine? Potrebbero andare da sole, le figlie. Ne deduciamo che devono essere molto piccole. Prime classi delle scuole elementari o addirittura la materna. In ogni caso, “portare fuori il cane” e “fare tre chilometri di corsa” sono azioni compiute prima delle 8 e 30, se non 8 e 15 o addirittura 8.00. “Portare fuori il cane”, poi, quanto tempo porta via? Mezz’ora? Un quarto d’ora? E “fare tre chilometri di corsa?”? Be’, dipende dal tipo di “corsa”, anche. Se è corsetta da corsa campestre o corsa da centometrista. Così, insomma, ma quand’è che quest’uomo si è svegliato per fare tutte queste cose impegnative prima di accompagnare le figlie a scuola… e in tempo per tornare a casa e salutare la moglie che sta andandosene al lavoro? E che orari ha la moglie? Forse comincia alle 9.00. Forse ha uno di quei lavori dagli orari flessibili…

Ma appunto, il bello di questi racconti è che sono scritti talmente bene che tutte queste domande uno non se le fa minimamente. Legge spedito fino alla fine gustandosi una storia breve fatta di fatti, idee, sentimenti e tante emozioni.

Angelo Bottiroli è un giornalista (Direttore di “Oggi  cronaca”, ex-giornalista per il Gruppo Espresso) e come scrittore locale Angelo Bottiroli è bravo, in gamba, assolutamente non retorico, ma senza nemmeno essere cinico. Non è facile trovare libri di “scrittori locali” (una categoria di scrittori precisa e forse ormai un po’ romantica) ben fatti e di buona fattura come questo.

L’apologo dell’uomo schifoso

31 Mag 2019 by

di Demetrio Paolin

Ieri stavo guardando la televisione quando mi sono imbattuto nelle immagini del funerale dell’uomo, che è stato ucciso dalla figlia. Mentre il feretro usciva dalla chiesa alcune persone hanno urlato, scandito con forza, che il morto era un brav’uomo. Le loro parole stridevano con tutto quello che di lui sapevamo e di lui c’era stato raccontato. La diretta continuava, l’eco di quelle parole si assottigliava e rimaneva il silenzio e il motivo strano del perché la gente avesse sentito il bisogno di dire che quell’uomo, accusato di aver picchiato la figlia e la moglie, fosse un bravo o al massimo uno che ogni tanto beveva troppo.

Davanti alla televisione nasceva in me un senso di disagio, la stesso che mi prende quando all’improvviso mi appare la mia figura allo specchio (non amo la mia immagine riflessa). Guardavo quel funerale come se fosse il mio; ascoltavo quelle parole come se fossero rivolte a me, perché – è vero – io sono un brav’uomo, io sono una persona buona. Sorgeva in questo asimmetrico rispecchiamento un intento giustificatorio, che mi ripugna e non riesco a tenere a bada. Una parte di me, nascosta in qualche antro oscuro, che alcuni possono chiamare coscienza, sentiva che quel sentimento di fratellanza verso l’uomo nella bara era qualcosa di sbagliato, nonostante ciò il senso di intimità verso il morto  cresceva. Con molta semplicità quello schifoso non era diverso da me: bianco, cattolico, di genere maschile.  Forse la mia cultura, il mio modo di stare nel mondo e la mia educazione mi hanno permesso di non essere come lui e non essere in quella bara. Mi sentivo più colto, meno violento, ma non meno colpevole.

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Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio

22 Mag 2019 by

di Valentina Durante

[…] Quando in letteratura si parla di “necessità per la vita”, è facile veder comparire lo spettro del capolavoro. È uno spettro terribile: sentirsi caricati, in quanto autori o in quanto persone che semplicemente ci provano, dell’obbligo di produrre l’opera capace di durare, di attraversare la pellicola del tempo per finire in mano ai posteri, è soverchiante. Non so quanti riescano a scrivere con questo fardello addosso. Io non riuscirei. Non riuscirei, cioè, a scrivere sapendo che lo scopo di ciò che sto facendo può sussistere solo in proiezione futura e che tutto ciò che è contingente, in quanto contingente, non ha alcun valore. Preferisco invece pensare che, laddove l’atto di narrare permette la trasmissione di storie e una manutenzione della lingua anche di modestissima entità, quell’atto ha avuto un senso, dunque è bene che si sia prodotto. Anche se il libro finirà dimenticato dopo cinque mesi o cinque anni, in quei cinque mesi, in quei cinque anni, un certo qualcosa sarà avvenuto nella relazione fra opera e lettore, contribuendo alla fertilizzazione di un humus. È vero, siamo in molti nani sulle spalle di pochi giganti, ma si riflette mai sulla quantità di nani che occorre a un gigante per poter nascere e poi dirsi tale? Chi è che realmente sostiene, e chi è sostenuto?[..]

Nel blog “I libri degli altri”, Valentina Durante, autrice del romanzo La proibizione, pubblicato da Laurana, ha pubblicato un interessante articolo dal titolo Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio.

Un gioco: scriviamo un “supplemento” all’ “Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”

21 Mag 2019 by

di Giulio Mozzi

Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, SonzognoL’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, da me compilato e pubblicato dall’editore Sonzogno con le illustrazioni di Lise & Talami, finisce con alcune pagine bianche: nelle quali ogni lettore è invitato a proseguire o integrare il libro scrivendoci le proprie “massime” e i propri “commenti”. Il gioco che vi propongo – che avrà inizio dalla pubblicazione di questo bando, e finirà il 17 giugno, giorno del mio cinquantanovesimo compleanno – consiste appunto nel riempire, idealmente, quelle pagine.

In sostanza: ciascuno di noi, immagino, ha dentro di sé, nella propria mente, delle massime o dei promemoria, quasi dei concentrati della propria esperienza di scrittura (e del ricordo dei propri errori), che consulta mentre scrive o, più probabilmente, mentre progetta una storia o mentre rilegge quanto ha scritto. Io, per esempio, mentre scrivo mi intimo spesso: «Divaga!»; o mi interrogo: «Che cosa deve essere accaduto prima, perché possa effettivamente accadere ciò che sto facendo accadere ora?»; e quando mi rileggo mi dico sempre: «Occhio ai deittici!», perché so che tendo ad abusarne; o mi domando: «Sei sicuro che quei due punti non possano essere sostituiti da un altro segno di punteggiatura?», perché so che tendo a fare dei due punti un uso decisamente bizzarro; o mi suggerisco: «Controlla che le troppe incidentali non rendano incomprensibile ciò che scrivi”; e così via.

Allora, il gioco è questo. Riflettete sui vostri comportamenti di immaginazione e di scrittura. Vedete se vi è possibile estrarre da questi comportamenti alcune massime – suggerimenti, domande, provocazioni ec. -; provate, eventualmente, ad aggiungere a ogni massima un breve commento esplicativo o un esempio; e spedite il tutto al mio indirizzo, giuliomozzi@gmail.com, mettendo nell’oggetto dell’email la parola: «Oracoliamoci». Io pubblicherò massime e commenti nella nel mio profilo in Facebook, e dopo il 17 giugno ne farò un piccolo libro digitale, impaginato più o meno come l’Oracolo originale, che metterò gratuitamente a disposizione in vibrisse. Di ogni massima sarà ovviamente indicato l’autore. Il titolo del libro digitale sarà: Supplemento all’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori; e la copertina, per la quale ringrazio Stefano Bonetti dell’ufficio grafico Sonzogno, sarà quella che vedete qui sotto.

So bene che ogni gioco ha bisogno di un premio. E perciò vi dico che, tra tutti i partecipanti, alla fine ne estrarrò a sorte dieci: che riceveranno un dono (nota: ecco un uso bizzarro dei due punti), consistente – come è mio solito – (nota: ecco un’incidentale) in un libro pescato in quella miniera inesauribile che è la mia biblioteca. Potrà essere un libro nuovo, un libro usato; sarà sempre un libro che a me pare degno di lettura.

Se non avete acquistato l’Oracolo, e volete comunque partecipare, potete leggere questo articolo qui per farvi un’idea di che cos’è e di come funziona. Oppure potete decidervi, con tutta la mia approvazione, ad acquistarlo. Se volete proporre il gioco ad amici e conoscenti, condividete pure questo bando: ve ne sarò grato.

Note di lettura: “Il postino di Mozzi” di Fernando Guglielmo Castanar.

9 Mag 2019 by

di Luigi Preziosi

A queste Note di lettura non può proprio mancare Il postino di Mozzi (Arkadia editore), che con tutta evidenza fin dal titolo lascia intuire un coinvolgimento del fondatore di questo sito. E’ opera di Fernando Guglielmo Castanar, autore appartato a quanto si sa, e che, a voler attribuire al racconto una coloritura di autofiction, realizza il suo progetto letterario solo dopo una lunga e tormentata attesa della pubblicazione. Il libro sfugge ad una definizione precisa, pur essendo a prima lettura evidente la sua natura di raccolta di racconti: come tale se ne può anzitutto parlare, senza dimenticare però altre sfaccettature che lo rendono un’opera più complessa di quanto appare.

In questa prospettiva, il libro risponde, con felice tempestività, a quella tendenza a rivalutare il genere che ultimamente sembra farsi strada con una certa insistenza. Una recente indagine tra alcuni critici promossa da L’indiscreto ha sancito l’insorgere di una sorta di nostalgia del racconto, pur nel predominio straripante del romanzo (per lo meno sotto il profilo della sua fruizione di massa, e del conseguente successo editoriale). Ad essa si affianca una specie di incredulo stupore circa la contraddizione tra l’attitudine contemporanea al consumo veloce delle emozioni e la posizione marginale del racconto rispetto ad altre forme del narrare. Comunque sia, il racconto non pare oggi comunque in cattiva salute, e lo dimostra la vivacità di alcune iniziative (siti e case editrici specializzate) e certe recenti uscite meritevoli di ben più di una citazione. In prima fila, questo Postino di Mozzi, raccolta notevole anche ad una prima superficiale lettura per la straordinaria invenzione narrativa che la sostiene.

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A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 2

6 Mag 2019 by

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Ecco la seconda parte della conversazione con Valentina Durante (qui la prima) a proposito del suo romanzo d’esordio, La proibizione (Laurana).

E tra la prima stesura e la pubblicazione, come hai lavorato?

Tre anni mi ci sono voluti, per arrivare alla pubblicazione: anni affaticati psicologicamente dal respingimento da parte di agenti ed editori. In questo periodo, e soprattutto durante il nostro lungo editing, il romanzo ha attraversato molte riscritture che lo hanno reso ciò che è adesso. Le riscritture hanno inciso sulla voce, sull’andatura e sulle scelte lessicali. Ma questo forse non è più di tanto interessante. Quel che è interessante, per me, di questi tre anni di stasi produttiva sul testo (stasi perché non ho prodotto della nuova immaginazione su di esso, produttiva perché comunque del lavoro si è prodotto), è stato l’accadere di tre cambiamenti, che riassumo in tre scoperte:

La scoperta degli altri.
La scoperta dell’altro da me.
La scoperta di ciò che è altro dall’uomo.

La scoperta degli altri è accaduta quando ho iniziato a far entrare gli altri nell’opera. La scrittura non è mai stata un fatto privato, come ho detto, perché in me c’è sempre stata tensione verso un lettore. Ma era privato il suo farsi: la prima stesura del romanzo è arrivata davvero di getto e per lo più in solitudine (tu stesso sei intervenuto poco, non ti ho dato il modo di farlo). Cominciando a far circolare il manoscritto, intensificando le conversazioni non solo a proposito del testo ma anche (forse soprattutto) a proposito dei dintorni del testo, ecco che la scrittura è diventata pubblica nella sua gestazione e questo ha aiutato il processo di estraniamento al quale alludevo: il romanzo ha cominciato davvero ad apparirmi come qualcosa di altro da me, sul quale potevo eventualmente (finalmente?) formulare un giudizio di valore che non fosse giudizio di valore su di me – sulle mie intenzioni, sulla mia etica, sulla mia persona.

La scoperta dell’altro da me è stata la scoperta di ciò che non posso controllare né scatenare, e che pure lavora, fa fatica al posto mio, e questo qualcosa è il tempo. La scrittura, quella narrativa in particolare, è un’arte del tempo. Richiede del tempo per svolgersi – il viaggio attraverso il testo deve partire da un punto A per arrivare a un punto B – e richiede molto più tempo per essere prodotta e prodursi: tempo riempito dallo scrivere (e questo è ovvio), ma anche tempo vuoto o svuotato, in cui il testo viene lasciato riposare e tu dai alla mente il modo di dimenticarsene (ecco perché ho usato il riflessivo prodursi). Non puoi comprimere il tempo dell’attesa o della pausa o del silenzio, perché non puoi prescriverti o accelerare la dimenticanza. Ma dimenticare devi, diversamente non potrai superare la vischiosità che t’impedisce di intervenire su una materia che a ogni maneggiamento ti appare conclusa e conchiusa, irriducibile a ogni modifica. Tu insisti molto sull’esitare prima di scrivere. Ma io credo che occorra esitare altrettanto anche dopo aver scritto, prima di considerare un testo finito.

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A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 1

6 Mag 2019 by

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Da qualche giorno è in libreria il primo romanzo di Valentina Durante, La proibizione, pubblicato da Laurana. E’ un romanzo scritto nel corso di una Bottega di narrazione, ma non è per questo – nonostante i danni dell’età, credo di essere ancora lucido nel giudizio – che lo considero un romanzo importante. Lo considero un romanzo importante perché è una storia inesorabile, raccontata con una scrittura precisissima. In poche parole: mi sembra un romanzo di grande bellezza. Di una bellezza che si sente, immediatamente, nella lettura. Il fatto che numerosi editori lo abbiamo rifiutato, ahimè, non m’interessa. Mi fido del mio corpo, che reagisce alle storie come alle cose.

A Valentina Durante ho proposto una chiacchierata, ovviamente per iscritto. Questa è la prima parte.

La prima domanda è d’obbligo, Valentina. Ti chiedo di raccontare la genesi di questo romanzo.

Nella “Breve notizia” che apre il tuo Fiction 2.0, tu scrivi:

“[…] trattai il libro come il baule nel quale il viaggiatore, non sapendo che cosa gli accadrà lungo il viaggio e di che cosa avrà bisogno davvero, stipa un po’ di tutto”.

Ecco, questa frase contiene una metafora – la scrittura come viaggio – che a sua volta contiene la gestazione di questo romanzo. Nello scrivere mi percepisco così: figura camminante (non passeggiante, non divagante), una proiezione o fantasma di me stessa che, partita da un punto, deve raggiungere un altro punto. Posso durante questo itinerario smarrirmi – errare, ma non nel duplice senso del termine – e però la tensione verso un (una) fine, lo scioglimento e di conseguenza la conquista di un senso, deve esserci. Senso e conclusione sono ciò che separa una narrazione dalla vita vera.

Si viaggia portandosi appresso qualcosa: tu parli di “baule”, ma io – figura camminante – preferisco immaginarmi con un più pratico zaino. Si viaggia essendo e possedendo qualcosa: una specifica e personale andatura, un certo fiato nel petto, resistenza poca o molta, muscoli che nel corpo si tendono e si rilasciano e una tolleranza più o meno robusta alla fatica, alla strada, alla polvere, al sole e alla solitudine. E si viaggia a partire da un luogo, dal quale ci si allontana per poi ritornarvi mentalmente con la consapevolezza: ero lì, adesso sono qui.

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“Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”

3 Mag 2019 by

Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, Sonzognodi Giulio Mozzi

E’ in libreria da un paio di settimane, pubblicata dall’editore Sonzogno, questa cosa qui, che si chiama Oracolo manuale per scrittrici e scrittori. E’ una cosa nata quasi come uno scherzo: era il giugno dell’anno scorso, stavo in treno, stavo andando a Venezia – dove ha sede l’editore Marsilio, per il quale lavoro – e rimuginavo sul fatto che da tempo desideravo fare qualcosa che somigliasse alle Oblique Strategies di Brian Eno (più spiegazioni qui) o almeno almeno al Libro delle risposte di Carol Bolt (del quale oggi si trova in commercio solo l’edizione minore).

La sostanza è: stai facendo qualcosa, devi prendere una decisione, hai un problema che non riesci a risolvere. Ti rivolgi al mazzo delle Oblique Strategies o al Libro delle risposte, peschi una carta a caso o apri una pagina a caso, e ci trovi un suggerimento, una domanda, una suggestione. Ti ci confronti.

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Note di lettura: “Fratello minore : sorte, amori e pagine di Peter B.” di Stefano Zangrando.

7 aprile 2019 by

di Luigi Preziosi

di Luigi PreziosiDi quali intrecci di emozioni, nonostante l’approccio razionale che si raccomanda nell’avvicinare l’opera di un autore, di quali aspirazioni identitarie, anche inconsce, e anche di quali aspirazioni ad evidenziare distanze per mantenere un atteggiamento critico si colora, soprattutto se sostenuto da una intensa frequentazione, il rapporto tra uno scrittore ed uno suo studioso? Quali implicazioni possono implicitamente arricchire chi studia rispetto all’esempio che riceve? Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando (Arkadia editore) è la trascrizione di questo genere di avventura interiore, resa ancora più intensa dal fatto che lo studioso è anche autore in proprio, disponibile quindi alla decifrazione degli aspetti più nascosti della relazione vita – composizione letteraria. Zangrando infatti è studioso di narrativa in lingua tedesca, nonché autore di opere di narrativa, come Quando si vive (Keller, 2009) e Amateurs (alpha beta, 2016). L’autore oggetto dell’indagine è Peter Brasch (1955 – 2001), scrittore tedesco poco noto in Italia, ed un po’ dimenticato anche nel suo paese. Leggi il seguito di questo post »

Raccontare il paesaggio

7 marzo 2019 by

Raccontare il paesaggio / Monghidoro (Bo) 3-10 luglio 2019

Raccontare il paesaggio 2019 è la seconda edizione di un laboratorio di scrittura residenziale organizzato dalla Bottega di narrazione e dedicato alla narrazione dei luoghi e dei paesaggi. Si svolgerà a Monghidoro, sull’Appennino bolognese, a 841 metri di altitudine, dal 3 al 10 luglio 2019.
Nel corso del laboratorio si lavorerà concretamente alla creazione di un volume legato ai luoghi che ci ospiteranno, e a un’iniziativa – il Mangirò – che ha l’ambizione di attraversarli, rappresentarli, e raccontarli.

Dove e quando si svolgerà Raccontare il paesaggio?

Una settimana (da mercoledì 3 a mercoledì 10 luglio 2019) nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano, all’incirca sul picco di una strada che per secoli è stato il principale transito di persone e merci tra la pianura padana e l’Italia centrale; tra il versante adriatico e quello tirrenico della catena appenninica; tra i territori di due città, Firenze e Bologna, al punto da venirsi a costituire come una vera e propria frontiera. Per il resto è un luogo che si deve voler raggiungere. Ci si arriva in automobile, lungo strade provinciali che partono da Bologna (o da Firenze appunto); o sulle medesime strade, ma con la corriera. Naturalmente si può arrivare a piedi.

Continua a leggere.

Note di lettura: “N.B. Un teppista di successo” di Riccardo Ferrazzi.

27 gennaio 2019 by

Riccardo Ferrazzi, con questo suo N.B. un teppista di successo (Arkadia Editore, 2018) intreccia con mano felice il romanzo storico e la biografia, riuscendo a rendere non solo godibile, ma molto spesso anche non scontata, una narrazione su un tema la cui bibliografia è peraltro immensa, di dimensioni proporzionate alla grandezza del mito di cui tratta. Ferrazzi affronta l’impresa senza mostrare timori reverenziali, tentandone piuttosto semplificazioni e cercando, nel dipanarsi degli episodi decisivi, quelle coerenze interne alla vicende senza le quali si rischia di disorientare il lettore di narrativa. Perché questa è infatti una prova di narrativa, prima che un saggio storico, o per lo meno, di essa ha il passo, il senso dei tempi propri del racconto, la cura dei personaggi, la ricostruzione degli ambienti per descrizioni suggestive. Leggi il seguito di questo post »

Appunti sul concetto di Trinità

30 dicembre 2018 by

di Marco Candida

(Questi appunti riprendono qualche pensiero espresso in questo articolo qui)

Mi è venuto in mente che uno dei limiti della storiografia è che si occupa di cose le quali vanno inesorabilmente allontanandosi giorno dopo giorno. A pensarci, questo genera alcuni paradossi. Uno studioso che si concentri in particolare sulle questioni del bellum sociale a Roma nel 90 a.C., e lo faccia da circa quarant’anni, anziché “saperne sempre di più”, dovrebbe “saperne sempre meno” visto che si allontana dai fatti di cui si occupa ogni secondo che passa. Ma non credo uno studioso tenderebbe a sorridere di questo paradosso.

La fantascienza invece occupandosi del futuro si avvicina via via alle cose che ha per oggetto. Qui non ci sono paradossi particolari. Semmai, rispetto alla storiografia, è più facile smascherarla. Ad esempio, gli extraterrestri non si sono fatti ancora vivi come vaticinavano i fumetti degli Anni 50 ambientando le loro storie ai giorni nostri; né usiamo gli areoplani al posto delle automobili per recarci in ufficio, eccetera.

Ecco, una delle qualità della Bibbia è che riesce a intrecciare passato e futuro, mescolando, per così dire, storiografia e fantascienza. Da un lato testimonia di eventi sempre più lontani, dall’altro grazie al libro dell’Apocalisse, di cose a cui ci si avvicina ogni giorno – e non ci sono nemmeno date precise.

La domanda che mi faccio da un po’ è: la Bibbia è quel libro confuso e fantasioso che ci appare oggi? O è percorso al contrario da estremo rigore? Ed è questo rigore estremo che abbiamo perso di vista, non capiamo più. Abbiamo smarrito il senso unitario totale della mastodontica narrazione biblica. Eppure, non solo la Bibbia è un libro che si colloca nel passato e nel futuro, ma essendo “libro”, essendo lì, consultabile, è anche nel presente e ci offre la possibilità di riconquistare quel messaggio unitario fondamentale in esso contenuto. La Bibbia parla di cose passate e di cose future, ma è anche presente.

Allora, se la Bibbia non è un libro fantasioso, bensì rigoroso, è possibile spiegare lo strano concetto di trinità alla luce di una tale regolatezza? In questi appunti abbozzo, certo in modo un po’ goffo per uno studioso, qualche ipotesi.

Già nel Vecchio Testamento Dio appare con diversi nomi, e da questo punto di vista si potrebbe ravvisare una tendenza a presentare Dio stesso, nel Vecchio Testamento, come un’entità non del tutto padroneggiabile. Sì, Dio è uno, e l’unicità del Signore viene a più riprese confermata e ribadita nel corso della narrazione veterotestamentaria, ma il Dio Unico ha quantomeno una molteplicità di nomi a designarlo. Sotto questo profilo, l’elemento trinitario introdotto dalla dottrina del Cristianesimo non è altro che un’espansione di questa sorta di “monoteismo debole” già ravvisabile nel Vecchio Testamento. Dio non solo può avere più nomi, e può presentarsi sotto forme diverse (il roveto ardente), ma può anche assumere intere identità o essere Spirito.

(Un paio di riflessioni a margine: 1) per i fratelli ebrei Dio può diventare un roveto ardente, e questo non è blasfemo, ed è accettato; ma se diventa uomo, questo è dubbio, eresia; 2) Dio in quanto carne viene flagellato, e una volta risorto porta sulla carne i segni di cicatrici orribili, mentre invece a Dio in quanto Spirito, pura immaterialità, nulla accade: pertanto, si potrebbe dedurre (dico, si potrebbe!) che il male non è nel mondo terreno, ma nella carne. Ecco la differenza tra il mondo biblico e ad esempio Dostoevskij: per Dostoevskij il male è nel mondo, e investe sia le persone che le cose – tutti sono dissoluti, maligni o brutti, e tutte le cose mezze rotte e sporche, decadenti, e non è possibile, mai, manifestazione di bene. Invece, Sant’Agostino è assai più  in linea con il messaggio cristiano: secondo il Santo, la carne è la casa del peccato e del dolore, e solo nella condizione di puro spirito non è possibile (è materialmente impossibile) peccare).

A ogni modo, riprendendo il discorso, lo stesso Gesù ribadisce, nel Nuovo Testamento di cui Egli è artefice e protagonista, l’unicità di Dio Padre, e lo fa nel modo più netto e chiarificatore possibile, affermando che il comandamento più importante è il primo: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”. Chiarito questo, Gesù non ha problemi, più tardi, a farsi riconoscere come Figlio di un Dio Insostituibile. Il che non è una contraddizione, ma un’affermazione della consustanzialità Padre-Figlio. Poiché non può esservi nessun Dio all’infuori di Dio, se Gesù è Dio allora Gesù è Dio. Non un rappresentante o la longa manus: è Dio nel suo intero. Il primo comandamento, nell’economia della narrazione biblico-neotestamentaria, viene osservato in pieno nel caso e solo nel caso in cui Dio, per così dire, si sostituisca a Sé stesso.

Il primo comandamento è il principio-guida di ogni evento raccontato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Tutto ciò che accade non contradice mai, in nessun caso, il primo comandamento. Ecco la straordinarietà del messaggio cristico. Gesù è venuto a spiegare meglio la Bibbia. Il Dio biblico non è quel castigatore severo che può sembrare a un’occhiata superficiale. E’ l’uomo a essere malvagio e a volersi sostituire a Dio per dominare sugli altri uomini (e magari su Dio stesso). L’uomo fabbrica continuamente idoli. Nel Vecchio Testamento Dio interviene per fare piazza pulita di questi uomini – sia di chi si propone come idolo sia di chi a questi da corda adorandoli. E se qualcuno pensa di potersi sostituire a Dio o di potersi mettere alla pari con Lui o che si trova nella posizione (anche senza volerlo) di poter essere venerato come un dio, allora Dio è costretto ad agire. Si veda la storia di Giobbe, buon osservatore delle leggi di Dio, ma che proprio per questo avrebbe finito per essere paragonabile a Dio stesso. O come altro esempio lampante si veda Mosè che se avesse portato il popolo d’Israele nella Terra Promessa, sarebbe inevitabilmente stato venerato come un dio e avrebbe regnato come un dio. Così, il Signore non volle fargli vedere la Terra per cui Mosè tanto aveva combattuto e sofferto. E poi, ovviamente, il figliolo di Dio. Che è Dio, ma anche Uomo, e che è stato martoriato nei modi peggiori, perché non può esserci un Dio in Terra, quand’anche questi – il Vangelo lo dimostra –  fosse il Dio Vero. E poi, Gesù è l’Agnello offerto da Dio agli uomini per togliere i peccati dal mondo. Anche qui, se vogliamo, una ripresa e un’espansione dell’episodio biblico di Abramo e del figlio Isacco. Il Dio biblico non vuole sacrifici umani. Non solo, ma è disposto a fare Lui un sacrificio umano per le sue creature. Un capovolgimento totale, rivoluzionario – qui sì, quasi eresia. Il Figlio è l’Agnello che Dio offre agli Uomini; e gli uomini non esitano naturalmente a farne ciò che vogliono. Anche in questo caso, è interessante notare come la narrazione rispetti con estremo rigore il primo comandamento: abbiamo un Dio-Padre che fa sacrifici umani agli uomini quasi come a chiedere scusa per il diluvio universale e le altre cose, pur meritate e assolutamente in linea con i principi cardine della narrazione biblica, inflitte alle sue creature; e abbiamo altresì un Figlio che non ha nessun potere di Dio, ma anzi è prostrato e inerme difronte agli uomini. Il Dio del Vangelo è un Dio che si comporta come se non fosse un Dio. Antitesi massima, se ci soffermiamo a riflettere, degli atteggiamenti che generano di solito idolatria: forza, imbattibilità, invulnerabilità.

Ora, è chiaro che nel Nuovo Testamento se Dio è un Dio che non si sostituisce, Lui per primo, a Se Stesso (non dice mai, per dire: “Adesso vi faccio vedere di che cosa sono capace”, o se lo fa lo fa attraverso opere buone e meravigliose come camminare sull’acqua o guarire i malati), allora anche il concetto stesso di Dio è un concetto ad alto potenziale esplosivo. Se il primo comandamento è il più importante, e non esiste un Dio al di fuori di Dio, come si fa a dire infatti con sicurezza: “Dio è questo” o “Dio è quest’altro”?. Come si può dire: “Dio è Uno, Vero, Bene”? Se fossimo in grado di stabilirlo, allora noi il concetto di Dio lo padroneggeremmo. Saremmo noi i padroni. Noi decideremmo. E presto fabbricheremmo vessilli, bandiere, gonfaloni… Ma così si contravverrebbe, e nel modo più paradossale, al primo comandamento. Allora, ecco il trinitarismo. Il trinitarismo serve a gettare quell’incertezza necessaria a non padroneggiare mai pienamente un concetto tanto vasto e inesauribile e inafferrabile (e potente – oh sì, tremendamente potente) come quello di Dio. Dio è unità e trinità, e questo per l’uomo è inconcepibile, dunque è incomprensibile, e se non si può capire, non si può padroneggiare. Ecco il senso della trinità divina all’interno della logica (logica, sì) narrativa del Libro di Dio – dove ovviamente non viene espressa a chiare lettere la trinità divina, ma che è assai plausibilmente deducibile, così come assai plausibilmente deducibili sono i concetti fisici di spazio e tempo…). E la disputa nicena e la teologia negativa… tutto questo non fa che confermare quanto l’espediente, dopotutto, abbia funzionato. L’uomo difronte a Dio è inerme, e non può nulla. Persino il concetto stesso di Dio non gli è chiaro. Venera qualcosa che non riesce a comprendere, non può, non gli è dato. Non è in suo potere.

Ecco, più o meno è qui che volevo arrivare con i miei appunti sul concetto di trinità, e mi fermo.

Note di lettura: “Un marito” di Michele Vaccari.

30 dicembre 2018 by

Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Michele Vaccari nel suo Un marito ( Rizzoli, euro 20,00) al numero sconfinato di risposte a questa domanda che popolano la letteratura di ogni tempo aggiunge la sua, non superficiale, densa di significati, ricca di una tensione emotiva resa con partecipazione tale da riuscire a volte difficilmente tollerabile.
Ci propone una forma di amore totale: la normalità del contesto in cui prospera si fa cemento di un’unione che cresce nel piccolo, nel particolare di singoli gesti, in un susseguirsi di prospettive sul futuro prevedibilmente sempre uguali, caldamente rassicuranti, confermate da una quotidiana sottintesa confidenza. E’ al tempo stesso un amore assoluto, ne sono fondamento stilemi romantici trasferiti, con abile gioco di contrasti, in una contemporaneità rappresentata come deserta di speranze. Un amore talmente ancorato alla più ovvia quotidianità da diffidare da qualsiasi mutamento, da negare lo stesso scorrere del tempo. Leggi il seguito di questo post »

Piombo (un’autobiografia)

30 novembre 2018 by

[è uscita a inizio novembre per la casa editrice tedesca NonsoloVerlag una antologia che raccoglie 10 racconti di  autori italiani dal titolo Vite allo specchio.  Pubblico qui il mio racconto.]

Di Demetrio Paolin

 

Sono nato nell’agosto del millenovecentosettantaquattro il giorno quattro di trentadue settimane, e questa furia di uscire mi ha salvato la vita, o così dice mia madre, che altrimenti sarebbe stata sull’Italicus per salire a nord da mio padre. Il mio nutrimento è stato il piombo dei ‘70, mi hanno ingrassato un latte che sapeva di zinco e gli ormoni negli omogeneizzati; le mie ossa non sono altro che il risultato della crisi energetica e il sangue è quello dei poliziotti e dei terroristi mischiato insieme. Io sono venuto al mondo mentre ogni cosa esplodeva e l’aria sapeva di tritolo e di C4. Sono nato e i corpi come quello di mia madre venivano uccisi da pallottole vaganti. Come era bella di schiena Giorgiana Masi quando il proiettile le si infilò all’altezza del polmone e lo perforò per uscire dall’altra parte, e la donna continuò la sua corsa per qualche secondo per poi sfiorire a terra morta. Io sono nato nel tempo in cui saltavano in aria treni, banche e loggiati medioevali. Io sono figlio di questa patria che chiamo Italia che è una lunga giovinezza piena di pomeriggi di noia, di sogni disfatti, di donne che avrei potuto amare e che ho cancellato; ho levigato la mia persona con una ferrea disciplina di purezza e oggi – passati 44 anni dal mio nascere – se leggete queste parole, io, Demetrio Paolin, sono morto, saltando in aria con la mia classe di alunni del liceo scientifico Keplero di Torino.

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Note di lettura: “Autismi” di Giacomo Sartori.

27 novembre 2018 by

Autismi di Giacomo Sartori potrebbe essere preso come esempio della non del tutto serena relazione tra pubblicazione via web e pubblicazione cartacea, oggetto di tante dissertazioni in materia che ormai da una ventina d’anni occupano i siti letterari. Sarebbe facile pensare che una raccolta di racconti in volume pubblicati in prima versione su una delle riviste on line più autorevoli tra quelle in circolazione possa incontrare un largo favore ed una altrettanto ampia diffusione. Diversa la storia di questi racconti. Usciti dal 2008 al 2010 su Nazione indiana, di cui l’autore è tra gli esponenti più autorevoli (e più appartati), sono stati antologizzati a fine 2010, quando, come si legge nella Nota dell’autore, “un microeditore ha stampato centotredici eleganti copie della versione rivista della raccolta, che non sono mai arrivate in libreria, forse perché si sentivano incomprese e sole.” Leggi il seguito di questo post »