Auschwitz ovvero il male “pop”

29 ottobre 2018 by

di Demetrio Paolin

Molti, tra ieri e oggi, hanno condiviso una foto, dove è ritratta una donna dal sorriso sguaiato, la dentatura orribile, con indosso una maglietta che, ricalcando i caratteri della Disney, portava scritto “Auschwitzland”. Il mio primo sentimento è stato di indignazione, mi sono sentito offeso, poi mi sono chiesto: cosa ha reso possibile quella maglietta? A me interessa più  comprendere questo che non il semplice condannare un gesto scriteriato.

Provo a fare un ragionamento che inizia con un cortocircuito, che potrei riassumere in questo modo: la maglietta “Auschwitzland” non è molto diversa dalla scritta – che imperversava sui social qualche anno fa – #iosonoannefrank. Anzi direi che sono due facce del medesimo atteggiamento.

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Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani.

21 ottobre 2018 by

 

“Uno è il posto dove si nasce” disse. “Poi ti innestano.” Cosi il protagonista di Prima che te lo dicano altri, ultimo romanzo (Chiarelettere, Milano, euro 11,50) di Marino Magliani, in libreria in questi giorni, identifica la sua vicenda umana, la sua personale parabola esistenziale. Magliani, fedele alla convenzione per cui se vuoi essere universalmente capito devi scrivere del tuo microcosmo fisico ed emotivo, compone qui un altro capitolo, forse il più importante per potenza narrativa e per densità di significati, di una sua personalissima epica personale. L’ambientazione si delinea, almeno parzialmente, su fondali abituali per i suoi lettori, in primis quel lembo estremo di Liguria di ponente, più monte che mare, visto comunque quasi sempre di lontano e a volte come per sbaglio, così spesso presente, come singolare pietra di paragone tra passato e presente, nei suoi libri. Leggi il seguito di questo post »

Due passi nella materia oscura

19 ottobre 2018 by

di Franco Foschi

 

Chi, come il sottoscritto, legge narrativa con passione e attenzione da più di quarant’anni, sa che grossomodo la letteratura sceglie due grandi linee, per narrare storie: quella più realistica, sequenziale, dove invariabilmente 1+1 fa 2, e quella più svolazzante, dai margini ineffabili, che potremmo chiamare metafisica, o con una accezione più moderna ‘sperimentale’. Ovviamente ci sono fulgidi esempi di narratori capaci di smarginare con eleganza di qua e di là a seconda del bisogno (Kafka, Kundera, tanto per citare un paio di grandi campioni), ma più spesso l’editore e il lettore vogliono che il bianco sia bianco, e che il nero sia nero.

La letteratura sperimentale, dunque, non ha mai avuto vita facile, salvo qualche rara eccezione (i francesi del secolo scorso, da Roussel, uno dei capostipiti, poi Sarraute, Claude Simon tanto da arrivare persino al Nobel, Sollers, fino a Perec; in Italia un Savinio, un Landolfi, sono sempre stati ammirati incondizionatamente dai critici e premiati da editori di prestigio, ma hanno fatto storcere il naso al 90% dei lettori). Sarà che lo sperimentatore preferisce uscire dai sentieri segnati, perché è un ex-grege, sarà che gli strumenti che sceglie sono spesso ostici, diciamo che i conti in banca di chi ha scelto di lavorare sulla letteratura sperimentale non sono mai stati troppo pingui.

Però c’è un altro tipo di tesoretto che si può produrre, un tesoretto che non ha niente a che fare col Dow Jones o con il bilancino di precisione, e tantomeno con la grassa soddisfazione che produce la letteratura d’intrattenimento. E’ forse un tesoro che riguarda i felici pochi, ma è impagabile. Passa attraverso un sentiero meno facile (anzi, facilone) di tanti romanzi pop, passa attraverso le circonvoluzioni di chi per fortuna ancora le usa, invece di assorbire acriticamente, passa attraverso la ricerca delle emozioni in modo forse un po’ lambiccato, ma più solido e duraturo.

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Chiacchierando con Edoardo Zambelli / 2

3 ottobre 2018 by

Fotogramma dalla serie televisiva Fargo, di Noah Hawley

 

 
Daniele Muriano chiacchiera con Edoardo Zambelli

[Per i tipi di Laurana è da poco uscito Storia di due donne e di uno specchio, il secondo romanzo di Edoardo Zambelli – il primo, L’antagonista, usciva nel settembre 2016 per lo stesso editore.
La prima parte della chiacchierata si può leggere qui. Si è parlato con Edoardo di come funziona la sua immaginazione, del rapporto con i personaggi e di come delle narrazioni gli interessino «più i mondi che non i loro abitanti»].

Vorrei curiosare per il mondo che abita Edoardo Zambelli nel tempo della scrittura. Intendo il tuo mondo interiore.
Prima di tutto, vorrei che ti si potesse immaginare: sarei contento se mi raccontassi dove hai scritto per la maggior parte del tempo l’ultimo romanzo, con quali strumenti, secondo quali orari.
Dopodiché, ripensando a quelle giornate (o a quelle settimane, se ci hai lavorato continuativamente) come potresti definire il tuo stato d’animo? Ti sembrava di vivere più intensamente? Se è stato così, in quale atmosfera sentimentale? (O magari si è trattato solo di fredda fatica della lucidità…)
Hai detto già che la riscrittura è stata «la parte più divertente» e perciò mi interesserebbe quanto alla prima stesura.
Il fantasma che sventola sulle mie domande è sempre uno: la relazione che intercorre tra scrittura e felicità possibile (felicità anche microscopica, puntiforme, istantanea).
Ecco, sarà più difficile adesso dire che non sei stato oggetto di un’invadenza.

Ma no, anche qui nessuna invadenza. Solo, mi è un po’ difficile ricordare il periodo della prima stesura, sono passati diversi anni. Su alcune costanti del mio scrivere sono sicuro: non ho orari di scrittura – e nemmeno periodi, mi capita di scrivere per alcune settimane, e poi magari di non farlo per altrettante settimane -, scrivo solo a casa mia, direttamente al computer, poi rileggo e correggo su un tablet. Sulla tua domanda più generale riguardo al rapporto tra scrittura e felicità posso dire di essere felice quando scrivo, ancora di più quando mi rileggo e mi pare di aver fatto qualcosa di buono. Non vivo lo scrivere come un atto doloroso, forse anche perché, come dicevo alla tua prima domanda, non investo emotivamente nulla nelle storie che scrivo. Quello che mi fa “male” sono i periodi in cui non scrivo, quelli – le settimane, qualche volta anche i mesi di cui dicevo prima –, in cui il romanzo è in corso ma per pigrizia o svogliatezza non lo faccio pur continuando a pensarci ogni giorno; mi dico che dovrei ma poi niente, non c’è verso. È un po’ contorta come cosa, me ne rendo conto, ma funziono così.

Sai, per me è difficile crederci. Il tuo romanzo mi ha sconvolto. Ha agito su di me con una tale violenza. Mi riesce difficile immaginare che la scrittura sia andata davvero così liscia. Ma tutto quel che dice uno scrittore sul proprio lavoro è vero, perché non esiste prova contraria.
Mi piacerebbe sapere qualcosa del tuo rapporto con le altre narrazioni: cinema, musica, fumetti, videoarte, videogiochi o altro. Si intravede una tale quantità di materiali dell’immaginario nel tuo romanzo (anche se l’impressione è che tu non abbia intenzione di prendere a prestito niente, ti appropri e trasfiguri).
Sono molto curioso di capire di cosa si nutre il tuo immaginario.

Immagine dal videogioco The Secret of Monkey Island

Allora, parto dai videogiochi, perché se mi guardo indietro sono stati il mio primo contatto con le narrazioni e con un determinato tipo di narrazioni. Sono un grande appassionato di quei videogiochi chiamati avventure grafiche (o punta e clicca, o adventure games). Credo che il mio primissimo contatto col mistero (e con il piacere di subirlo e poi raccontarlo) sia stato quando da piccolo, vedendo mio fratello più grande giocare a The Secret of Monkey Island, ho letto la scritta “nel profondo dei Caraibi, l’isola di Melee”, e sotto c’era questo effetto sonoro un poco oscuro e il fermo immagine di quest’isola buia, una specie di cono, con solo un piccolo gruppetto di luci su una baia, in basso. Ecco, lì mi si è aperto un mondo. I videogiochi sono stati e continuano a essere uno stimolo, in questi ultimi anni ci sono stati sviluppatori indipendenti che hanno fatto cose strepitose.
Ovviamente poi c’è la letteratura, certo. Ho i miei scrittori favoriti, quelli a cui ritorno di continuo, per sentirmi “a casa”. I libri di Tullio Avoledo, Filippo Tuena, Carlo Lucarelli, Alberto Ongaro, Antonio Tabucchi, Giulio Mozzi, Laura Pugno, Garcìa Marquez, Juan Carlos Onetti, Roberto Bolaño sono quelli che leggo e rileggo di continuo. Funziono un po’ così, leggo cose nuove, ma poi avverto il bisogno di tornare a leggere quelle storie e quelle prose che mi ispirano, che in qualche modo sento mie.
Lo stesso vale per il cinema, ci sono cose che riguardo all’infinito perché mi piace stare in quei mondi. I film di David Lynch e dei fratelli Coen, ad esempio, o quelli di Roman Polanski. Serie tv ne guardo poche, ma Fargo è stata una delle più belle scoperte degli ultimi anni, mi pare che dentro ci sia tutto quello che mi piace, è un mondo meraviglioso in cui stare.
È diventata una risposta lunghissima, e me ne scuso. Aggiungo solo che per me i fumetti (a parte Dylan Dog, che leggevo da piccolo e che mi ha insegnato molto, e Asterix e Lucky Luke) sono una scoperta recente, graphic novels ne ho lette poche ma ci sono autori come David B. o Daniel Clowes che mi piacciono molto. La musica poi, è fondamentale, se non ascolto ogni giorno Bruce Springsteen non mi sento a posto.
Ecco, tutto questo, in un modo o nell’altro, finisce nelle cose che scrivo. Magari non in modo diretto, ma c’è.

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Chiacchierando con Edoardo Zambelli / 1

2 ottobre 2018 by

Edoardo Zambelli

 
 
Daniele Muriano chiacchiera con Edoardo Zambelli

[Per i tipi di Laurana è da poco uscito Storia di due donne e di uno specchio, il secondo romanzo di Edoardo Zambelli – il primo, L’antagonista, usciva nel settembre 2016 per lo stesso editore.
L’autore ha accettato di chiacchierare con me pubblicamente a proposito del suo romanzo, della scrittura e dell’immaginario che lo anima. Adesso, prima di interpellarlo, mi piacerebbe tentare una presentazione minima dell’opera, per far capire di che si tratta.
Mi sento di poter dire che Storia di due donne e di uno specchio è un romanzo sull’infinitudine e sull’inesauribilità dell’incontro. L’autore con questo romanzo ci suggerisce che non è possibile incontrare qualcuno, incontrarlo davvero senza scoprire prima o poi che l’incontro rimandava ad altro, a qualcun altro, e che in fondo l’accadimento in sé è indecifrabile, o insignificante, fuori dal contesto degli altri incontri, e che nemmeno avendo compreso la geografia dei rapporti umani di una vita è possibile dare un senso compiuto a un singolo incontro.
Storia di due donne e di uno specchio racconta l’incontro fra una donna che torna alla casa del padre – vecchio, malato, incomunicabile –, dopo essere fuggita altrove e aver tentato di ricostruirsi una vita, e una donna più giovane che fugge da un passato che non ricorda. Alessandra e Marta si incontrano e non si incontrano. D’altronde, è difficile incontrare una persona che non ricorda metà della propria esistenza. E da quei diciassette anni cancellati viene l’uomo che la perseguita. È un uomo che Marta ha incontrato nella zona oscura della sua vita, e che lei non ricorda di avere incontrato, eppure qualcosa dev’essere successo dal momento che costui le attribuisce colpe non dicibili. La storia d’amore fra Alessandra e Marta si rifletterà a questo punto in uno specchio. È uno specchio fantastico, come quello delle fiabe, e dall’altra parte non c’è niente di rassicurante, eccetto una nuova – derealizzante, onirica – possibilità di incontro per le due donne].

Edoardo, non sono sicuro di aver fatto un buon riassunto. Ammetto la difficoltà di parlare di un romanzo così misterioso. A una scrittura pienamente leggibile, cristallina e felice sembra opporre un’anima dolorosa, torbida e fittamente simbolica, e forse è questo che più sconcerta il lettore. Ma se parlare di un libro simile è difficile, scriverlo dev’essere quasi impossibile. È per questo che mi piacerebbe conoscere quali difficoltà hai incontrato nelle varie fasi di lavorazione: sul piano emotivo (?), su quello tecnico narrativo e immaginativo.

Intanto, grazie per la chiacchierata. Il riassunto a me pare buono. La tua domanda ne contiene tre, quindi cercherò di rispondere un punto alla volta. Sul piano emotivo non ho incontrato particolari difficoltà, non investo emotivamente nulla nelle storie che scrivo, non mi riguardano. O, al limite, mi riguardano nella misura in cui uso dettagli del mio mondo – un ricordo, una suggestione, un luogo e via dicendo – per creare quello del libro. Mi azzardo anzi a dire che ho bisogno di una certa distanza dal mio mondo per costruirne un altro. Non mi riesce, ad esempio, di scrivere dei luoghi in cui ho vissuto, mi sembrano troppo veri, troppo esatti, e quindi, per assurdo, falsi. Non c’è spazio per inventare. Di conseguenza finisco sempre per ambientare le mie storie in posti che ho visto “di striscio”, per un breve periodo, ma che in qualche modo mi hanno lasciato una suggestione. Emotivamente, quindi, posso dire di investire più nell’atto stesso di raccontare che non nell’oggetto del racconto.
Dal punto di vista narrativo, la cosa più difficile è stata quella di far sì che le due parti in cui il libro è diviso andassero a formare un gioco di richiami interni, un piccolo mondo chiuso in se stesso. Per fare questo era necessario stare un po’ attento all’equilibrio tra i vari elementi della trama, renderli visibili senza che apparissero sfacciatamente esibiti. Avevo una scaletta – ho sempre una scaletta, anche se poi finisco per allontanarmene –, e questo ha aiutato. A questo libro, poi, ho fatto un “regalo” che al primo, un po’ per affetto e un po’ per pigrizia, non avevo fatto: l’ho riscritto completamente, a distanza di diversi anni dalla sua prima stesura. E nel riscriverlo sono venute fuori cose nuove e inaspettate, magari piccole, ma che lo hanno reso, almeno mi pare, più completo, più giusto. Ecco, la riscrittura è stata sicuramente la parte più divertente.

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Il quadrato di M.

24 settembre 2018 by

[Il 27 settembre uscirà per D editore una raccolta di racconti dal titolo Illusioni. Ovvero 13 modi di raccontare i quadri, tra i vari contributi c’è anche un non-racconto mio, che grazie al permesso dell’editore pubblico qui. dp]

di Demetrio Paolin

 

[…]Non ho più voglia di scrivere; l’ho capito questa estate al mare, mentre guardavo il cielo e l’acqua entrambi verdastri la mattina. Mia figlia e mia moglie si mettevano la crema e osservavo loro e le altre persone. Ascoltavo i loro discorsi, li registravo, notavo i loro tic, collegavo certe frasi le une alle altre, interpretavo segni, gesti, minuzie e attenzioni. Mi dicevo: ne avrei per scrivere un romanzo o un racconto, potrei averne anche per scrivere un saggio. Poi guardavo l’immensità vedastra davanti a me, la complessità dei riflessi della luce sull’acqua, la precisione con cui l’onda si infrangeva sulla battigia, il modo con cui le nuvole cedevano la loro forma sulle montagne alle mie spalle e mi dicevo: Ecco potrei scrivere una poesia, un poemetto o una frase brillante.
Invece nulla. Poggiavo la mia testa sullo sdraio e mi addormentavo per lungo tempo. […]

Continua a leggere “Il quadrato di M” di Demetrio Paolin (pdf)

Il vento dell’immensità nell’infinito leopardiano

31 luglio 2018 by

di Marco Candida

« Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare. »

 

Il punto fondamentale del presente intervento è il seguente: siamo sicuri che l’Infinito di Giacomo Leopardi dia conto di un’esperienza di fusione del poeta con l’infinito? La questione ruota intorno a una figura retorica ampiamente utilizzata dal Leopardi che si chiama deissi. Nell’Infinito il Leopardi utilizza una deissi prossimale (“questo”) e una deissi distale (“quello”). La deissi distale serve a indicare l’infinito, ma anche la deissi prossimale alla fine dello pseudo-idillio leopardiano ha la medesima funzione. Quando il Leopardi scrive “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio” e il conseguente “e il naufragar m’è dolce in questo mare”, il Leopardi si sta riferendo a un infinito nel quale egli ormai si trova beatamente in mezzo. Ma se non fosse così? E se invece, Leopardi avesse più semplicemente utilizzato sì le deissi “questo” e “quello”, ma mantenendo l’opposizione netta dal principio alla fine? Il Leopardi scrive: “E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando”. La scena è questa. L’autore è seduto davanti a una siepe su un colle isolato e s’immagina l’infinito al di là di quella: spazi interminabili, silenzi sovrumani, quiete profondissima. Insomma, per il Leopardi l’infinito è immobilità e silenzio. Silenzio e immobilità tanto grandi da atterrirlo. Dopodiché, l’autore sente un fruscio: è il vento che soffia tra le piante, i rami, le foglie. Così, paragona l’infinito silenzio di cui ha appena avuto percezione a quel fruscio. Lo paragona, sì: poiché il Leopardi usa “vo comparando”; e dunque, lo “stormir” del vento non suggerisce al poeta una sensazione di infinito, come quando, ad esempio, ci si porta una conchiglia all’orecchio e quel che si sente fa pensare, suggerisce l’incessante sciaguattio delle onde del mare. E questo fruscio cosa fa balenare in mente al poeta? Il Leopardi avverte in quel fruscio un chiassoso passato: in un momento stagioni morte e sepolte gli riecheggiano nella testa sino ad arrivare al “suono” del presente. Ed è curioso che nello Zibaldone sia proprio il Leopardi a scrivere: “”La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago”. Com’è possibile che il Leopardi nel rappresentare l’infinito faccia riferimento, pertanto, al “presente”? Forse perché quel “presente” non è all’infinito che si riferisce: è da ricondursi, invece, al fruscio. Ecco qual è la spaventosa prospettiva del più celebrato idillio leopardiano. Ecco, il soffocante pessimismo cosmico del poeta di Recanati. Che cosa siamo noi? Difronte al silenzio dell’infinito noi siamo soltanto un fruscio. E questo “fruscio” rimane pur sempre un’eternità, secoli e secoli, millenni, stagioni su stagioni, un’immensità dove perdersi e annegare; ma pur sempre un’immensità dove “naufragare”, ossia non smettere di perdersi, annaspando, (e “immensità” e “mare”, di per sé, connotano uno spazio finito) è mille volte più confortante che restare inghiottiti da quell’infinito glaciale, annichilente per il quale noi siamo solo rumore prodotto da un po’ di vento, fruscio. Leggi il seguito di questo post »

“Oltre il confine”, di Igor Greganti

13 luglio 2018 by

di Edoardo Zambelli

Igor Greganti Oltre il confineVelocità e straniamento. Se penso a Oltre il confine, romanzo di Igor Greganti da poco pubblicato per l’editore Laurana, mi vengono in mente queste due parole. Tutto succede nel giro di pochissime pagine, la narrazione presenta un primo personaggio, poi un secondo e in breve il lettore si ritrova con quattro personaggi principali e un viaggio già iniziato. L’obiettivo: portare oltre confine una valigetta di cui nessuno conosce il contenuto.

Greganti fa muovere i suoi personaggi attraverso un’Italia sfasciata, un paese devastato da una guerra civile, governato – ma si direbbe ancora per poco – da un presidente del Consiglio che quella guerra continua a negarla. L’Italia raccontata è un paese metafora – di oggi, di domani, difficile stabilirlo -, un’allucinata Macondo, un mondo narrativo regolato da leggi interne che trovano nell’assurdo la loro chiave di lettura più appropriata. Direi, anzi: l’unica chiave di lettura possibile.

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Note di lettura: “Il caso letterario dell’anno” di Marco Visinoni.

21 giugno 2018 by

di Luigi Preziosi

Il caso letterario dell’anno, di Marco Visinoni, da oggi in libreria (prima uscita di Senza rotta, nuova collana di narrativa italiana di Arkadia Editore, curata da Marino Magliani con l’amichevole partecipazione di chi scrive queste note), squaderna davanti al lettore le conseguenze ultime del desiderio (meglio sarebbe forse dire tentazione?) comune a tanti di noi di evadere dal moto costante del flusso del tempo, di mescolare presente e futuro, e poter andare e tornare almeno all’interno di quella quota infinitesimale di tempo che ci è dato vivere.

E’ quanto avviene a Leifur, uno scrittore squattrinato dalla incerta fortuna letteraria che dopo il primo libro non riesce a scrivere altro: così tira avanti (maluccio) vendendo su internet spunti per romanzi ad altri scrittori in crisi come lui.

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“Guasti”, di Giorgia Tribuiani

8 giugno 2018 by

di Claudia Grendene

Guasti di Giorgia Tribuiani è un romanzo d’esordio che non potrà lasciare indifferenti.

Racconta la storia di Giada, una giovane donna, che si trova a dover elaborare il lutto per il compagno in una situazione che le rende impossibile distaccarsi da quel corpo inanimato. Ciò che impedisce la separazione tra Giada e il compagno -in vita un fotografo di notevole fama- è il fatto che egli abbia scelto di donare il proprio corpo al dottor Tulp per farsi plastinare da cadavere e diventare un’opera d’arte.

Ci avevano riso su, lui e Giada, nessuno credeva che la morte potesse arrivare così presto.

Questo corpo, che diventa l’importante pezzo di una mostra, genera l’ossessione della protagonista, la quale decide di passare le giornate a vegliare il cadavere, pagando l’ingresso quotidiano alle sale dell’esposizione e trascorrendo le ore immersa in una bolla fatta dal miscuglio tra gli ansiolitici, i ricordi, i dialoghi col morto e con i diversi personaggi, in particolare con il “il guardiano del piano di sotto”, e la compagnia degli altri pezzi immortalati dal dottor Tulp.

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“Mamme con la partita Iva”, di Valentina Simeoni

7 giugno 2018 by

di giuliomozzi

[Il libro Mamme con la partita iva, di Valentina Simeoni, pubblicato presso Sonzogno, sarà in libreria il 28 giugno 2018].

Conobbi Valentina Simeoni nel 2013, quando lei si iscrisse a un breve corso di scrittura presso il circolo Arci di Padova “Lanterna Magica”. Era un momento difficile della mia vita e in quel corso, devo ammetterlo, non detti il meglio di me stesso. Mancavo di concentrazione, mancavo di tempo, mancavo dunque di tutto ciò che mi serve per condurre bene un corso. Amen: mi dispiacque, mi dispiace, e me ne scuso ancora oggi con chi partecipò.

Il mio stato poco felice non mi impedì, peraltro, di notare Valentina. Mi sembrò, per dirla nel modo più semplice, una persona dall’intelligenza fuori dal comune: per di più, sgobbona. E perciò, negli anni successivi, anche grazie a quegli strumenti diabolici ma meravigliosi che sono i social media, cercai di non perderla di vista. Lei è antropologa («La cosa che mi piace di più fare e che so fare meglio – parole sue – è osservare le persone»), lessi nel tempo alcune sue pubblicazioni, mi rafforzai nella mia opinione. Di tanto in tanto, quando se ne presentava l’occasione, cercavo di far sentire la mia presenza. Lei mi prestò dei libri, io le prestai dei libri. Cose molto semplici.

È così che funziona, più spesso di quanto non si creda, il lavoro di scouting. Quando conobbi Valentina non avevo la possibilità di proporle niente di preciso; e, in effetti, in ogni caso non avrei saputo che cosa proporle. Ma in tutto ci vuole pazienza, e nell’editoria più che in altri ambiti. Un’occasione sarebbe arrivata, pensavo, anche se non sapevo un’occasione per cosa.

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“Mattina”, di Giuseppe Ungaretti (dall’Antologia maniacale).

16 maggio 2018 by

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Mattina

M’illumino
d’immenso.

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

Il 26 gennaio 2017 – cent’anni dopo – Tiziano Scarpa ha pubblicato in Il primo amore un bell’articolo su questa poesia di Giuseppe Ungaretti (della quale potete leggere, nella riproduzione qui sopra, la prima – più lunga, come spesso in Ungaretti – redazione). L’articolo di Scarpa ricostruisce il contesto, mette Mattina in relazione con altre poesie degli stessi giorni, racconta un breve viaggio a Santa Maria La Longa, cerca di ricostruire in immaginazione come quei pochi – e poi ancora più pochi – versi siano potuti venire in mente al soldato Ungaretti. L’articolo è bello, è chiaro, e vi invito a leggerlo.

Qui farò dell’altro.

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Torquato Tasso e l’oseleto (dall’Antologia maniacale)

15 maggio 2018 by

Torquato Tasso

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Torquato Tasso. Un madrigale.

Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’orïente:
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo,
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.

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Note di lettura: “Neghentopia” di Matteo Meschiari.

14 maggio 2018 by

di Luigi Preziosi

Difficile definire Neghentopia di Matteo Meschiari, uscito da qualche mese presso Exorma. Certo ne è il contenuto distopico, per la rappresentazione proiettata in un futuro indefinito e particolarmente drammatico, di un mondo collassato, popolato da un’umanità ridotta al minimo delle sue funzioni vitali e tesa ad una mera quanto precaria sopravvivenza. Il testo è poi impostato come una sceneggiatura cinematografica. Ne deriva una prosa scarnificata, ma paradossalmente di non facile decifrazione: il rigoglioso fiorire di immagini lascia intuire la particolare densità concettuale che le ha generate. Ma tentare di incasellare il libro in un qualche genere narrativo canonico è ulteriormente complicatoper la compresenza di forme espressive eterogenee. Innanzitutto, la narrazione è splendidamente accompagnata dalle suggestive illustrazioni di Rocco Lombardi, evocanti, in piena coerenza con il testo, una rappresentazione purgatoriale del mondo, immerso in una foschia che intorbidisce insieme il paesaggio e le menti degli uomini. Ancora: il libro andrebbe letto ascoltando la musica che il testo, tra parentesi, di volta in volta propone: si va da Patti Smith a Ernst Reijseger, da Brian Eno a Schoenenberg. La dimensione musicale, nel suo complesso e per i riferimenti scelti, aumenta ulteriormente il senso di spaesamento che dalla parola scritta promana.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

11 maggio 2018 by

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne ho offerto ieri l’inizio; e oggi un altro pezzo. gm]

Qui da noi in Italia «quella cosa lì» si può dire in tanti modi: frocio, finocchio, omosessuale, checca, rottinculo, pederasta, sodomita, bardassa, culattina, invertito, paraculo, ricchione, uranista… Mi piace tantissimo come dicono a Firenze: «c’è le paste», che sembra l’annuncio di una festa. Invece odio come lo dicono a Genova, «buliccio», che sembra una specie di lumaca o verme bavoso.

Negli ultimi vent’anni circa, specie dopo la guerra, s’è diffusa un’espressione nuova: «fascista».
Ora, il fascismo che imperversò per l’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale era tutta un’altra cosa. Non per niente l’aveva fondato Benito Mussolini.

Mussolini, un romagnolo, figlio del fabbro del paese, dopo aver fatto il maestro, il muratore, il barbone e chissà che altro, aveva risolto il problema di come mettere insieme il pranzo con la cena buttandosi in politica. Un fantastico oratore, era rapidamente diventato un caporione socialista, fino a diventare direttore dell’Avanti. Poi, nel 1914, era uscito (o era stato cacciato) dal partito, che non voleva la guerra mentre Mussolini la voleva: s’era messo con D’Annunzio e aveva fatto di tutto per far entrare nel conflitto l’Italia al fianco degli Alleati, generosamente finanziato da massoni e francesi.

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Petrarca spiegato con la mela e la banana (dall’Antologia maniacale)

10 maggio 2018 by

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

dai Rerum vulgarium fragmenta
di Francesco Petrarca

Pace non trovo, e non ho da far guerra;
E temo, e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
E volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

10 maggio 2018 by

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne offro qui l’inizio; e domani un altro pezzo. gm]

Il cameriere di mezz’età, col suo maldestro riporto e l’aria di uno schiacciato dalla vita, sa di chi è la colpa se fuori non si può uscire e dentro non si può stare.

«Sono tutte ‘ste bombe atomiche che fanno esplodere gli americani e i maledetti russi! Non s’è mai visto un luglio così! Altro che 2000, qui non arriviamo al mille e novecento e sessanta!» lo pronuncia così, scandendo.

E cosa vuoi dirgli? L’atomica ha la colpa di tutto, dicono, dal cancro alla violenza giovanile, dall’arte astratta al fatto che quest’anno non siamo nemmeno arrivati in finale ai Mondiali. Figuriamoci il caldo e le stagioni che non sono più le stesse (che magari è pure vero). È più di due mesi che l’Italia pare un deserto di piante secche e nuvole di sabbia, come se la Libia avesse conquistato l’Italia e non viceversa. Nelle ultime due settimane, poi, 40 gradi fissi, da Bolzano a Siracusa. Ogni giorno qualcuno muore di insolazione. Dicono che pure il Papa stia male. Abbiamo traversato un Po ridotto a rigagnolo. Sì, è luglio, ma un luglio così davvero non c’era mai stato.

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Ciro di Pers, “Orologio da ruote” (dall’Antologia maniacale)

9 maggio 2018 by

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

Orologio da ruote.
Sonetto di Ciro di Pers (1599-1663).

Ciro di Pers nella Treccani. Un breve commento a questo sonetto, sempre nella Treccani. Una larga scelta di poesie di Ciro di Pers in Wikisource.

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.

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Note di lettura: “Sesso e apocalisse ad Istanbul” di Giusepppe Conte.

8 maggio 2018 by

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte è poeta di lungo corso e di sicuro valore, accertato dalla critica a partire dalla prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo, uscita in Italia nel 1983 e ristampata nel 2002, e costantemente manifestato nella successiva produzione in versi, raccolta nella sua (provvisoria) completezza in Poesie (1983-2015), con introduzione di Giorgio Ficara. Già nel 1994, in sede di prima rendicontazione della produzione letteraria del Novecento, Spagnoletti (Storia della letteratura italiana del Novecento) lo segnalava come “uno dei migliori talenti introspettivi della lirica nuova”. Autore anche di saggi e traduzioni (da Blake, Shelley, Whitman e Lawrence), e di due importanti antologie internazionali di poesia, Conte ha compiuto negli anni diverse incursioni nel territorio della narrativa (Il terzo ufficiale, La casa delle onde, L’adultera, Il male veniva dal mare). L’ultima di esse è questo recente Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti, 2018), inaspettato romanzo d’azione, almeno in apparenza, che dei modelli del genere richiama l’attitudine ad animare piani narrativi divergenti, con conseguente piena padronanza nella scansione delle varie sequenze in si articola l’intreccio.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Quarto fallimento: “Alter ego”

4 maggio 2018 by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo, il secondo e il terzo fallimento. gm]

Vanes, pittore di poca fama, racconta all’avvocato il suo rapporto con Nicole, modella autolesionista

Potevo fare qualcosa per Nicole? Potevo evitare ciò che le è accaduto? Non lo so. Forse sarebbe bastato cercare Nicole nei giorni successivi, farle sapere che per lei c’ero, che non era sola. E invece non ho fatto niente, e la verità è che se anche avessi saputo cosa fare, se anche avessi avuto la certezza del risultato, non avrei fatto niente. Se avessi fatto il bene di Nicole avrei potuto in qualche modo riscattarmi da tutto il male che in passato ho agito. E io sono contro il riscatto.

Io voglio continuare a sanguinare. Io non lascio correre, non dimentico. Io conservo pianti, sorrisi, carezze, insulti, baci, disprezzo. Io non taglio corde, non spezzo catene. Io ripenso alle cose, le giro, le apro, le rivolto e non permetto alle ferite di rimarginarsi. Le mie ferite non devono rimarginarsi mai.

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