Come sono fatti certi libri, 25 / “Fiction 2.0”, di Giulio Mozzi

20 settembre 2017 by

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). Naturalmente, e sia chiaro soprattutto per questo articolo, la bizzarria della forma non comporta necessariamente un’alta qualità letteraria. gm].

Fiction 2.0:

Fiction, libro di Giulio Mozzi uscito per Einaudi nel 2001, torna oggi in libreria per Laurana Editore in edizione «sfoltita e incrementata» e con il titolo di Fiction 2.0.

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“Vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo”

18 settembre 2017 by

di Paolo Pegoraro

[Questo articolo di Paolo Pegoraro, che ringrazio, è apparso nel numero di settembre 2017 del mensile Jesus].

Quando, nel 2001, Fiction fece la sua comparsa in libreria, i social network non esistevano e i reality sbarcavano nel nostro paese. Rileggere questi racconti di Giulio Mozzi sedici anni dopo – Fiction 2.0, nuova edizione «sfoltita e ampliata» per Laurana Editore – riconferma la sensazione di un libro speciale. E non perché “profetico” dell’avvenuto tracollo della realtà nel suo racconto, e del racconto nelle sue forme. Quasi tutte queste storie propongono fin dall’incipit il confronto con la morte: minacciata, dispensata, vagheggiata. Di fronte all’ineluttabile, personaggi asserragliati nella trincea delle parole. Non è un caso che il primo racconto, La fede in Dio, insceni lo scontro tra profeti del niente e suoi nemici (ma attenti a dire chi è chi). Nell’inedito I mostri il demiurgo Giulio Mozzi viene pregato da un personaggio di essere consegnata al nulla. Qual è dunque, la vocazione della parola? Risponde il racconto Narratology, autentica “narratheology”, vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo. «In esso», spiega lo stesso Mozzi, «un uomo domanda: perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire la duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno?». E la risposta che quest’uomo non trova, ma che dà Fiction nel suo complesso, è: perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile. Morale della favola: la scrittura di Mozzi è una sfida continua all’esattezza, formale e contenutistica. Senza mai disumanizzarsi. La sua è una chiarezza appassionata, un grottesco da cattedrale romanica, naturalmente a proprio agio tra le pieghe contraddittorie della «sacra oscenità» di questo mondo materiale.

“Fiducia incrollabile, rigorosa coerenza”

18 settembre 2017 by

di Cesare De Michelis

[Fa sempre una certa impressione essere recensiti dal proprio datore di lavoro. L’articolo è apparso ieri 17 settembre 2017 nel Corriere del Veneto, dorso regionale del Corriere della sera. gm].

Mozzi ha fatto coincidere la propria storia di narratore con quella del secolo scorso. In questo si è dedicato, oltre che ai testi degli altri, a ripercorrere i propri passi, tornando sui suoi testi narrativi per ristamparli con i ripensamenti che intanto gli sembravano indispensabili, in qualche caso appena percepibili tanto erano lievi e «formali», veri e propri ritocchi. In altri, invece, profondi e strutturali, tanto che il libro che ora abbiamo di fronte è davvero un altro rispetto al precedente e suggerisce, quindi, diverse riflessioni e proposte interpretative: è il caso di questo Fiction 2.0 (Laurana, pp. 284, € 15,90), che riprende un precedente Fiction (Einaudi 2001), ora liquidato dall’autore come «un libro sbagliato, costituito di fatto da due libri che non potevano stare insieme». Allora, nella fretta di chiudere i conti col secolo e con il millennio, lo scrittore, «che ormai, come narratore, era – o si sentiva – prossimo alla fine», aveva messo insieme «un po’ di tutto», puntando sul fatto che a tenerlo insieme sarebbe bastata la tensione che aveva deliberatamente aperto tra la vita e la letteratura, o tra la realtà e la finzione, nella certezza di non trovarsi di fronte a un’alternativa, ma a due facce della stessa medaglia, a due aspetti complementari – e inscindibili – che inevitabilmente sulla pagina interagiscono.

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Come sono fatti certi libri, 24 / “Gita al faro”, di Virginia Woolf

16 settembre 2017 by

di Daniela Russo

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Virginia Woolf ritratta da Roger Fry

Il romanzo di Virginia Woolf To the lighthouse, a lungo noto in Italia come Gita al faro, in diverse edizioni recenti viene proposto col titolo più fedelmente tradotto di Al faro. Nell’Universale economica Feltrinelli, sezione Classici, è pubblicato con la traduzione (e una postfazione) di Nadia Fusini. È lungo 185 pagine e costa (a settembre 2017) otto euro. In copertina, un particolare del Portrait de dame en bleu di Paul Cézanne.

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Come sono fatti certi libri, 23 / “Pedro Páramo”, di Juan Rulfo

15 settembre 2017 by

di Michela Fregona

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Quando Juan Rulfo acquistò per mille pesos la Remington Rand sulla quale avrebbe scritto il romanzo della sua vita era già stato orfano di un padre ucciso a fucilate, nipote di un nonno di otto dita (i pollici gli erano rimasti attaccati alle corde dalle quali i banditi lo avevano lasciato penzolare), bambino depresso in un orfanotrofio dalla disciplina ossessiva.
A trent’anni suonati aveva alle spalle una intima e solida confidenza con la precarietà della vita: l’infanzia se l’era giocata tra la polvere da sparo del Messico in rivolta (Cristeros contro esercito federale) e il fumo dei ceri nelle infinite veglie funebri per morti sparati, morti annegati, morti e basta che andavano costituendo la sua personale costellazione famigliare.

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“Più segreti degli angeli sono i suicidi”, di Gian Marco Griffi

14 settembre 2017 by

di Franco Foschi

[L’opera di Gian Marco Griffi intitolata Più segreti degli angeli sono i suicidi, pubblicata da Bookabook, sarà ufficialmente nelle librerie – o, quantomeno: ordinabile presso le librerie – da domani, 15 settembre 2017. A suo tempo mi spesi perché l’opera fosse pubblicata: ora desidero, veramente, che quante più persone la leggano. Qualche giorno fa ne ho regalata una copia a Franco Foschi, vecchio amico, buono scrittore, formidabile lettore: che mi ha incaricato di far avere a Gian Marco questa lettera. Col suo permesso la pubblico. gm].

Caro Griffi,

benedetto il giorno che Giulio Mozzi mi ha regalato il suo libro! Era da un pezzo che non ridevo così sguaiatamente, che non inorridivo così a fondo, che non arrivavo proprio all’ultimo passo prima dello scandalo, che non godevo dell’iconoclastia invece che della speranza.

Ho già una certa età, quella per intenderci in cui si passa da incendiari a pompieri, per cui da tempo mi sono adagiato su una lettura forse mai del tutto rassicurante, ma comunque sempre più tesa alla ricerca della ‘pregnanza’ che della lucida follia. Il suo romanzo atomico ha ribaltato e scombiccherato questa prospettiva, a favore del leggere come una scudisciata, e a sentirsi appena masochisti perché questa scudisciata ti piace…
Difficile dare una sistemata critica al suo menhir narrativo per cui, esattamente come lei saltabecca come le pare nella scrittura, io farò altrettanto nei pensieri, nelle annotazioni, nelle sbracate, nelle valutazioni. Il suo libro è barocco, eccesivo, indegno, moralissimo, feroce, tenero, laido, ributtante e affascinante. Le idee originali comico-sataniche sono talmente tante che chissà quante riuscirò a ricordarne…

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Note di lettura: “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni.

9 settembre 2017 by

di Luigi Preziosi

L'ultimo angolo di mondo finitoCon L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad edizioni, 2017, € 13,00), Giovanni Agnoloni conclude una trilogia composta dai precedenti Sentieri di notte (2012) e La casa degli Anonimi (2014) – ed affiancata dallo spin off Partita di anime (2014) – tutti usciti presso Galaad. Ognuno dei testi è autonomo, e quindi leggibile a sé, pur costituendo l’insieme un imponente affresco rappresentativo di un futuro abbastanza prossimo, che potrebbe, forse, impegnare le nostre intelligenze, ed ancor più le nostre coscienze, in modo non poi così difforme da quanto l’autore ci propone. Non tanto un’opera di fantascienza, anche se sarebbe facile classificarla così, confondendo il fine della narrazione con gli stilemi che l’autore trae dal genere, piuttosto la registrazione di una voce profetica, che si alza per ammonire (indicando i rischi di una deriva che già stiamo vivendo), minacciare (prospettando un’umanità sempre più confusa e solitaria), ma anche per consolare (segnalando le possibilità che una conciliazione tra tecnologia e spiritualità può offrire).

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Come sono fatti certi libri, 22 / “Curriculum mortis”, di Enrico Emanuelli

7 settembre 2017 by

di Antonio Celano

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

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Pordenonelegge, 16 settembre

6 settembre 2017 by

Come sono fatti certi libri, 21 / “Greta la matta”, di Geert De Kockere e Carll Cneut

1 settembre 2017 by

di Claudia Grendene

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Greta la matta, di Geert De Kockere (testo) e Carll Cneut (illustrazioni), pubblicato in Itali da Adelphi nel 2005, viene considerato un libro per bambini/ragazzi. In Internet BooksShop l’età indicata è dai sei anni.
L’autore e l’illustratore si sono ispirati al quadro di Pieter Bruegel il Vecchio Dulle Griet, attualmente esposto al Museo Mayer van der Bergh di Anversa.

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“Seconda parte. Storia universale della continuazione”, di Armando Séguito

27 agosto 2017 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Recensisce libri dei quali sostiene, spesso e volentieri, di essere l’unico lettore. gm].

Conobbi Armando Séguito nel 1959, a Milano, presso la trattoria dell’Albero Fiorito (tutt’ora esistente: via Pellizzone 14, 0270123425, chiuso la domenica) nella più che fumosissima (nel senso del tabacco, non certo delle anzi giovanili, affilatissime e traslucide idee) riunione fondativa della rivista Tel Chì, vero e proprio (benché disconosciuto, e per mere ragioni cattedrali, dalla successiva, e quasi idealmente postuma – nel senso della morte delle idalità – storiografia sociale e letteraria) laboratorio seminale della neoavanguardia politico-poetico-letteraria-musicale meneghina. Armando era allora un esile neolaureato in Lettere, autore di una opportunissima – per un curriculum neoavanguardiale – tesi di laurea intitolata Lo “sdegnoso rifiuto della prosodia” di Gian Pietro Lucini e di paio di articoletti sulla questione cubana apparsi in introvabilissime (già allora, figurarsi oggidì) rivistine ciclostilate. Ci perdemmo presto di vista, io assorbito dalla professione – diventai agente per i mercati meridionali della Saag, la Società Anonima Antonio Grossich, specializzata in tintura di iodio – lui più che dagli studi dalla militanza politica, legata anche all’origine latinoamericana (il padre era, come avrete già intuito, cubano).

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Come sono fatti certi libri, 20 / “Questa storia”, di Alessandro Baricco

25 agosto 2017 by

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La Bottega di narrazione a porte aperte (9/10 settembre)

22 agosto 2017 by

Clicca sulla porta per aprirla

Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati

17 agosto 2017 by

di Michela Fregona

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Fu un addio che non riuscì a dare. E, come tutti i congedi senza compimento, gli è rimasto addosso il destino delle cose che non sono state del tutto: un torpore, un’ambiguità, un mistero, una certa vena di rimpianto.
De I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro di Dino Buzzati, sappiamo più della genesi pratica che del pensiero anteriore; eppure non ce n’è un’altra, tra le opere dello scrittore, così sovrabbondante di sogni, ricordi, cronache, dicerie, leggende, invenzioni, autocitazioni, prestiti letterari, corpi, turbamenti, esagerazioni: Buzzati vi attinge con leggerezza e una punta di ribalderia, totalmente a proprio agio, come se la partita con il proprio inconscio fosse ormai scoperta. E’ il suo ultimo segno nel mondo di qua (sa già di essere malato) ed è un segno ricco della sacralità delle ultime cose: stratificato di memorie, verosimile e falsificato insieme, bambino e adulto.
Libero.
Eppure, non avrà una parola: Buzzati farà in tempo a tenerne tra le mani la prima copia stampata, ma non lo presenterà mai; non lo racconta, non lo spiega, non ne parla, non lo commenta, non risponde ad alcuna domanda: nessuna interazione con chi lo legge. Il libro esce in novembre, lo stesso mese in cui il suo autore varca le soglie della clinica da cui non uscirà più. Due mesi dopo, il 28 gennaio, Dino Buzzati è morto.

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Come sono fatti certi libri, 18 / “Elogi degli uomini illustri”, di Paolo Giovio

16 agosto 2017 by

Paolo Giovio, Elogia virorum illustrium, Basilea 1577

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Qualche pensiero (con molte pretese) sulla Bibbia

16 agosto 2017 by

di Marco Candida

[Dopo aver letto qui  la rubrica Come sono fatti certi libri, 16/”La Bibbia”, di Dio (prima parte) mi sono venute in mente un po’ di cose. mc]

Ogni volta che qualcuno dice che la Bibbia racconta cose irrazionali o contradditorie, io mi chiedo: ma a chi lo sta dicendo, quel tipo lì, che la Bibbia racconta cose contraddittorie e irrazionali? Forse sta rivolgendosi a dei ragazzini: già, perché solo un fanciullino potrebbe avere qualche dubbio sull’immacolata concezione, e l’arcangelo Gabriele, e San Giuseppe, e Maria, e l’acqua che si tramuta in vino, e pesci che si moltiplicano, e acque che si dividono, e Adamo, Eva, la mela, il serpente, il Giardino dell’Eden. A chi lo dicono, queste persone, che la Bibbia racconta favole? A chi lo spiegano, mi dico, a chi si rivolgono?

Credo che almeno al giorno d’oggi ci sia un presupposto errato in chi analizza criticamente la Bibbia. Credo che chi analizza criticamente la Bibbia faccia diventare la Bibbia il centro del credo di tutti i credenti. Ma anche qui, occorre rendersi conto che un discorso critico sulla Parola di Dio che ponga la Parola di Dio al centro del credo cristiano, non può rivolgersi a tutti: può rivolgersi solo a quei cristiani che per l’appunto pongono la Parola di Dio al centro del loro stesso credere in Dio. Perciò, da questi vanno certamente esclusi i cristiani di confessione cattolica.

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Come sono fatti certi libri, 17 / “Finnegans Wake”, di James Joyce

15 agosto 2017 by

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“Un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia”

14 agosto 2017 by

di Cristina Taglietti

[Questo articolo di Cristina Taglietti, che ringrazio, è apparso oggi nel quotidiano “Corriere della sera”.]

Bisogna leggere Fiction per rendersi conto di quanto Giulio Mozzi abbia anticipato temi e questioni che oggi sono diventati di moda nel dibattito culturale. Fiction 2.0 è il nuovo titolo dato alla raccolta che uscì nel 2001 da Einaudi e viene ora ripubblicata in una nuova edizione «sfoltita e incrementata» da Laurana, l’editore che a Mozzi si è affidato e a cui lo scrittore veneto affida i suoi testi.

Mozzi è uno scrittore che si mette in discussione, che si rilegge e ripensa il suo lavoro; uno sperimentatore che ama mescolare generi e tecniche ridefinendo continuamente la sua scrittura ma sempre sotto il segno di una straordinaria coerenza stilistica. Prima di molti altri ha praticato l’autofiction, prima di molti altri ha messo al centro l’idea stessa di finzione che, in questo libro, imbocca due strade distinte accomunate dal fatto di giocare sul paradosso e sull’equivoco.

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Come sono fatti certi libri, 16 / “La Bibbia”, di Dio (prima parte)

13 agosto 2017 by

Come sono fatti certi libri 16 la bibbia di dio prima parte

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Come sono fatti certi libri, 15 / “Hypnerotomachia Poliphili”, di Francesco Colonna

12 agosto 2017 by

di Luca Tassinari

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quindici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Hypnerotomachia Poliphili, ovvero La battaglia d’amore in sogno di Polifilo, è un romanzo quattrocentesco, per quello che può indicare l’etichetta “romanzo” a quell’altezza cronologica. Il libro è comunemente attribuito a Francesco Colonna, frate domenicano probabilmente originario di Treviso, a lungo iscritto nei capitoli del convento dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, vissuto tra il 1433 e il 1527. L’attribuzione è stata oggetto di lunghe controversie non so fino a che punto sopite ai giorni nostri. L’attribuzione al frate Colonna è fondata su numerosi argomenti fra i quali il più curioso è il fatto che le lettere iniziali dei trentotto capitoli sono un acrostico che forma la frase «Poliam frater Franciscus Columna peramavit» («Fra’ Francesco Colonna amò intensamente Polia»).

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