Posts Tagged ‘Demetrio Paolin’

Don DeLillo, “Zero K”. Appunti di lettura

31 ottobre 2016

don_delillodi Demetrio Paolin

Ci sono diversi modi per provare a dire qualcosa sull’ultimo libro di Don DeLillo Zero K (Einaudi 2016, trad. Federica Aceto). La maggior parte delle recensioni sono in realtà riflessioni molto profonde e ultime sul tema del romanzo. È vero che Zero K costringe il lettore a questo tipo di taglio speculativo visti i temi che affronta (la vita dopo la morte, i limiti etici e tecnici della scienza, il rapporto padri figli), ma proprio l’immensità di questi topoi letterari fa sì che spesso e volentieri le riflessioni sul romanzo siano più vicine a una speculazione filosofica che una effettiva ricognizione del testo.

Questi pochi e brevi appunti partiranno, invece, da una spia testuale, e spero possano essere altrettanto interessanti. Chiunque abbia avuto una lunga frequentazione dei testi dello scrittore amerciano  non può non aver avvertito un cambio radicale di stile da Underworld a quest’ultima fatica; un evento che potremmo definire: la sparizione della similitudine.

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La servitù dello scrittore

18 ottobre 2016
In periscritto.it, Marzia Tomasin ha pubblicato una lunga e interessante chiacchierata con Demetrio Paolin. Basta cliccare qui sopra.

In periscritto.it, Marzia Tomasin ha pubblicato una lunga e interessante chiacchierata con Demetrio Paolin. Basta cliccare qui sopra.

Dieci proposte per il rinnovamento della letteratura cattolica

30 settembre 2016

di giuliomozzi

1. Tempo fa commisi l’errore di procurarmi un libro che s’intitolava più o meno La letteratura cattolica nel Novecento. Dico “più o meno” perché l’ho poi dato via, e non mi torna in mente il nome dell’autore. L’ho dato via perché in quel libro si identificava la “letteratura cattolica” con (a) narrazioni in prosa, romanzi o racconti, aventi per protagonisti preti o suore; (b) componimenti poetici assimilabili al genere letterario della preghiera. La prima proposta, dunque, è: fare della letteratura cattolica che, se in prosa, non consista di narrazioni aventi per protagonisti preti o suore; se in versi, non consista di componimenti assimilabili al genere letterario della preghiera.

2. Nel 1999 Giovanni Paolo II scrisse una Lettera agli artisti. Vi si parla di arti figurative, di architettura, di musica, di poesia, di teatro, fors’anche di giocoleria e di pirotecnica, ma di romanzi no. I romanzieri, insomma, per la massima autorità dell’organizzazione ecclesiastica cattolica, non esistono. D’altra parte, mi ricordo, più o meno in quel periodo ebbi occasione, dopo la registrazione di un programma di Sat2000, di fare due chiacchiere con il cardinal Paul Poupard, allora presidente del Consiglio pontificio per la cultura: e Poupard mi disse che l’ultimo romanzo che lo aveva veramente colpito era il Diario di un curato di campagna di George Bernanos: un romanzo (molto bello, per carità) con protagonista un prete, per l’appunto, e comunque del 1936. La seconda proposta, dunque, è mandare romanzi in omaggio al papa e ai cardinali. Chissà, magari leggono. (Ve lo vedete, Bergoglio che ogni sera, a letto, prima di spegnere la luce, si legge un capitolo di Infinite Jest? Io sì).

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“Il racconto dell’apocalisse”

3 settembre 2016

di Demetrio Paolin

[Questo articolo di Demetrio Paolin è apparso oggi nel quotidiano Il foglio].

7228419_1572657Ne La ragazza selvaggia Laura Pugno continua a sviluppare il tema che è centrale nella sua poetica, ovvero il racconto dell’apocalisse. Se c’è una continuità tra il suo esordio narrativo (nel 2002 con una raccolta di racconti per Sironi) e questo suo ultimo testo, è sicuramente da rintracciare nella lunga e fedele riflessione sul tempo ultimo. La storia de La ragazza selvaggia, infatti, altro non è che il tentativo di raccontare un ritorno o, meglio, una resurrezione. Il tutto prende le mosse in un immaginario parco naturale di Stellaria (una sorta di ardito esperimento scientifico per fare sì che la natura riprenda il sopravvento senza controlli e senza regole di questi ettari di boschi, campi e monti) dove Tessa – una ricercatrice che monitora le varie fasi del ritorno al “selvaggio” – ritrova dopo dieci anni Dasha, giovane figlia adottiva di una famiglia di ricchi industriali, che due lustri prima si era perduta nel bosco ed era stata data per morta. Dasha, che incontriamo descritta come una ragazza-cagna, ha una sorella gemella, Nina, che è in coma dopo un incidente stradale. Intorno a queste due vicende si muovono tutti i fili di una storia che ha il suo fulcro in due domande, mai dichiarate apertamente, ma che aleggiano nelle pagine. Può ciò che è morto ritornare alla vita? Si può “ritornare” alla vita – Dasha rappresenta appunto un revenant – e che conseguenze ha questo ritorno? La risposta della Pugno è negativa. Sin dalle prime pagine, l’immagine della foresta e del bosco che prendono possesso con silenziosa tenacia delle case abbandonate, delle strutture lasciate in disarmo, rinfoltiscono boschi, cancellano sentieri in una sorta di paradiso vegetale, che ricorda certe suggestioni de La carta e il territorio di Houellebecq, si affianca al suo progressivo fallimento. Non è possibile sostenere i costi del parco e del suo inselvatichimento, molto meglio una “selvaticità” controllata e farlo diventare un parco turistico.

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Il sermone di Tobia

21 luglio 2016

di Demetrio Paolin

[In questi giorni è uscito in libreria il nuovo numero (il  quinto) di Effe. Periodico di Altre Narratività. Otto scrittori, alcuni al loro esordio altri già pubblicati, per otto illustratori per otto “storie inedite narrate attraverso stili diversi e diversi respiri ma accomunate dalla voglia di rendere omaggio alla narrativa di qualità e al genere del racconto”. Di seguito il racconto di Demetrio Paolin con l’illustrazione di Silvia Rocchi]

illustrazione[…] Il corpo dei morti continua a sognare come se una parte del defunto non morisse del tutto, ma rimanesse appiccicata alle ossa e alla carne. Sogna cose belle: luminose giornate, piante rigogliose e verdi, caldo, fiumi d’acqua dolce. Poi il corpo si disfa e si disperde nella terra e nelle radici degli alberi. In questa consistenza c’è Dio, che trattiene, testardo e debole, gli atomi sognanti degli amati corpi fino alla fine dei tempi. Vi ricordate la polvere che c’era quel giorno, appena crollate le case, e che è rimasta ostinata per mesi sulla nostra pelle e sui nostri vestiti, sui segnali stradali e sulle macchine parcheggiate, sui tavolini dei bar all’aperto? Quello era il resto, lo scarto dei nostri morti amati; era i sogni delle persone che ci supplicavano di tenerle con noi. Io, amici, ho raccolto quella polvere in un sacco di plastica, affinché i morti potessero sognare ancora. […]

Leggi Il sermone di Torbia di Demetrio Paolin, da Effe n. 5.

Dieci eventi determinanti che hanno fatto di me lo scrittore che sono

5 aprile 2016

di giuliomozzi

[“Dieci”, mi raccomando, non “I dieci”]

1. Sono nato in una famiglia dove si studiava, e si studiava volentieri; e dove c’erano risorse per studiare. Dai genitori – entrambi biologi – appresi, tra le altre cose, un modo di ragionare e parlare rigoroso. Una logica.

2. Mia sorella Maria Luisa studiava lettere, e mi passava poi dei libri, o me li raccontava, o accettava di parlarne con me – che avevo due anni di meno, molta costanza di meno, e moltissima pazienza di meno. Capivo poco, intuivo qualcosa: sviluppavo l’immaginazione, più che l’intelligenza.

3. All’oratorio conobbi Stefano Dal Bianco. Oggi stimato poeta, allora amico prezioso e istruttivo. Aveva un anno meno di me, mi ha insegnato molto, mi ha portato molte letture: faceva qualcosa che io non capivo, ma che mi sembrava vero.

4. Al liceo ebbi, tra gli altri, due insegnanti che avevano per la loro disciplina un appassionamento autentico: Diana Burla, italiano; Renato Bortot, filosofia. Non so quanto ho ritenuto del loro insegnamento: credo di aver intuito qualcosa dal loro appassionamento.

5. Negli anni Ottanta, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta, per un certo tempo ebbi sopra di me come capo ufficio Guido Lorenzon. Mi fece scrivere molto, mi insegnò molto. Da lui imparai non solo un approccio professionale alla scrittura, ma anche un approccio etico.

6. Nel 1988 trovai in una libreria un libretto di poesie di Laura Pugno, e volli conoscerla. Laura ha dieci anni meno di me, allora ne aveva diciotto: mi ha insegnato molto, ma soprattutto ha riconosciuto qualcosa in me che io stesso non vedevo.

7. Nel 1991 lessi, su istigazione di Stefano Dal Bianco, Grande raccordo di Marco Lodoli. Che Marco Lodoli sia o non sia un grande scrittore, non è questo il punto. Il punto è che quel libro era la cosa più potente che potesse capitarmi in quel momento. E i suoi racconti erano un modello.

8. Nel 1995 o 1996, non so più, conobbi Umberto Casadei: si iscrisse a un mio corso, anzi fu la sorella a iscriverlo. Da lui ho imparato che quando si incontra uno scrittore non c’è altro da fare che mettersi al suo servizio. Lezione utile per gli anni successivi.

9. Nel 2002 o 2003, credo, ricevetti dei racconti da Demetrio Paolin. Non mi convinsero ma mi interessarono. Conobbi così Demetrio. E capii, accidenti se lo capii, che differenza c’è tra uno che fa come me e uno che studia e pensa.

10. E poi sarebbe una lista lunga, molto lunga, di incontri e di apprendimenti. Di alcuni ho preso coscienza solo nel tempo, magari dopo molto tempo. Di altri, chi sa, prenderò coscienza in futuro. Grazie.

“Tre corpi” / In musica

26 gennaio 2016
L'incontro dei tre vivi e dei tre morti

L’incontro dei tre vivi e dei tre morti

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Concerto della memoria e del dialogo / Tre corpi / 3

24 gennaio 2016

Vedi l’articolo del’altro ieri. Pubblico qui il terzo melologo. La musica sarà di Nicola Straffelini.

Tre corpi

3. Quello che era dall’altra parte

Che strana pretesa avete,
che la storia – la storia! – la facciano
i giusti.

La storia, da che tempo è tempo,
la fanno i vincitori.

Quanto a me,
sono di quelli che hanno perso.

Sono morto,
sono stato ucciso,
anch’io sono stato ucciso!
E tuttavia
– poiché sono di quelli che hanno perso –
la morte e l’uccisione
non hanno fatto di me
una vittima.

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Concerto della memoria e del dialogo / Tre corpi / 2

23 gennaio 2016

Vedi l’articolo di ieri. Pubblico qui il secondo melologo. La musica sarà di Claudio Rastelli.

Tre corpi

2. Lo storico

Sapete cosa voglio?
Un libro, voglio un libro.

Un libro che abbia
la forza della carne,
senza le debolezze della carne.

I libri si consumano,
marciscono,
ma sopravvivono
grazie al loro numero.

Quante volte ho ascoltato
mio padre
mentre raccontava.

Ora mio padre è morto
e di quel racconto
non è rimasto nulla.

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Concerto della memoria e del dialogo / Tre corpi / 1

22 gennaio 2016

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Appunti su Mario Pomilio, “Il quinto evangelio”

29 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Antefatto. “Come una narrazione”

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nell’agosto di quest’anno ero seduto fuori da una piccola chiesa in un luogo non ben definito tra Abruzzo, Marche e Lazio. Questa piccola chiesa, il Santuario dell’Icona Passatora, ha conservato in ottimo stato un bellissimo ciclo di affreschi del ‘400. Mentre sono lì che aspetto il sacerdote perché venga ad aprire l’edificio, penso che Pomilio potrebbe aver passato una domenica tra queste montagne. Me lo vedo seduto, come me, sul bordo di una fontana di pietra di fronte la chiesa a contemplare un paesaggio così simile a quello che lui descrive ne Il quinto evangelio [QE]: montagne, boschi e chiese solitarie, nelle quali eremiti e abati scrivono e dialogano tra di loro su un fantomatico testo che corre lungo la storia dell’uomo e che potrebbe cambiarla.

Quando il prete arriva, mi fa entrare e accende le luci: il colpo d’occhio è incredibile; è come se tutte le immagini mi venissero incontro. C’è qualcosa di familiare, ma non riesco a spiegarlo in nessun modo, il mio interlocutore mi toglie dall’imbarazzo, dicendomi: “Sembra che parlino alle persone. Era il modo che aveva la Chiesa di annunciare l’evangelio”. Dice proprio “evangelio”, in questo modo, così come il titolo del libro. Mi sorride e continua: “Una volta per annunciare la novella si usavano le immagini. Questo affresco è qualcosa di più: non ci sono solo le storie del vangelo e quelle della pietà popolare, ma anche rappresentazioni dei concetti presenti nelle lettere apostoliche”. Così mi porta verso un dipinto: si intravede una collina, con tre croci innalzate. “È una crocifissione”, dico io. Lui mi guarda: “No, questa è la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare il passaggio dove Cristo viene indicato come il nuovo Adamo”. Guardo con più attenzione e vedo che il pittore ha fatto in modo che il sangue dei piedi di Cristo scenda lungo il legno per filtrare in una specie di montagnola di terra dove si intravede un teschio. “È il teschio di Adamo”, dice il prete, “il sangue di Cristo salva l’umanità che viveva nella morte rappresentata da Adamo”. Dopo un po’ di silenzio, il prete aggiunge: “Tutti, così ci ha salvati”. Quindi mi saluta e va da altri turisti a raccontare le storie di questi affreschi.
Così non appena penso di scrivere le mie note di lettura al QE, mi torna alla memoria quel giorno d’agosto e l’affresco, come se lì davanti a quei dipinti avessi intravisto il significato della bellezza del romanzo di Pomilio, di cui gli appunti a seguire sono un semplice tentativo di razionalizzazione.

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Un dolore nella spina dorsale / Demetrio Paolin

1 agosto 2015

di Demetrio Paolin

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Demetrio Paolin ha pubblicato: Mi sono suicidato di già, Stylos 2003; Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale 2008; Il mio nome è Legione, Transeuropa 2009; La seconda persona, Transeuropa 2011; Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura, LiberAria 2014.

Preleva gratis il libro

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L’omicidio è un atto di intimità, e per questo quasi nessun uomo o donna vuole compierlo. Certo qualcuno mi dirà: ma la guerra? Ovvio che è un’altra cosa, ma comunque non è di questo che volevo parlare; dicevo che l’omicidio è un atto intimo, perché quando ho pensato di uccidere Giulio Mozzi ho provato un sentimento ambiguo, molto simile alla prima volta che feci la comunione e mangiai il Cristo. Pensai ora mi mangio Cristo, e la schiena ebbe un fremito. Penso ora uccido Mozzi e la pelle s’accappona.
L’omicidio ha a che fare con l’amore, mi dico, certe volte si uccide per il bene, si uccide per conservare nella propria testa l’amato bene così come ce lo ricordiamo, lo facciamo perché ciò che amiamo si è allontanato; allora uccidendo lo facciamo diventare una cosa nuova, tutta nostra. Lo cristallizziamo.
L’omicidio è una cosa brutta. Io ho visto i morti di morte violenta, e non è una cosa bella. Ecco: quando li scruti aperti come polli sul tavolo autoptico capisci che ci sono cose che tieni insieme nella tua mente, ma che nella realtà sono tremende; e allora le scrivi, così le cose che scrivi dicendole rimangono tremende, ma hanno una grammatica che le addomestica.
La prima volta che ho visto Giulio Mozzi io ero pieno di queste immaginazioni ma non lo sapevo. Era salito in treno a Milano, l’editore Sironi aveva bocciato il mio libro di racconti, facendo bene a bocciarlo che era un libro orrendo, ma Giulio mi voleva incontrare lo stesso. Quel lungo incontro, a tratti penoso per il mio stato di ansia, ha il suo seme di verità in una frase che Giulio pronuncia. Lui sfoglia quelle pagine, mi guarda e dice: «Qualcosa c’è».
Quella frase è la sua colpa, quella frase è tutto quello che posso salvare di Giulio Mozzi. Lui aveva una semplice possibilità, rimandarmi a casa, dimenticarsi di me, dire: «Ok, ci hai provato, ti abbiamo letto, non ci sei piaciuto. Fai altro. Hai una vita, hai un lavoro».

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Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo (finalmente)

21 luglio 2015

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Le “formazioni” a Milano (scrittrici e scrittori)

18 maggio 2015
Clicca sulle copertine, leggi la scheda

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Martedì 19 maggio alle 18.30, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7) prima pubblica presentazione dei due volumi – La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore – pubblicati dall’editore Laurana: il primo a cura di Chicca Gagliardo, il secondo a cura di Gabriele Dadati. I due volumi prendono ispirazione dalle due rubriche pubblicate per diversi mesi in vibrisse, e intitolate appunto La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore.

Il cardine della salvezza

30 marzo 2015

di Demetrio Paolin

Nel mio paese tutti bestemmiavano allo stesso modo, tutti i maschi dico. Il vecchio che andava alla vigna, l’operaio alla catena di montaggio, il verduriere che metteva la frutta nelle ceste o il macellaio quando portava la bestia a morte. Che ci fosse il sole lungo i prati del paese o cadesse una pioggia fastidiosa ciò non cambiava si bestemmiava dicendo le stesse due parole; anche i nonni bestemmiavano e i bimbi che stavano con loro imparavano subito dopo mamma, papà, acqua le due parole come una litania. Mio padre bestemmiava, quando lavorava o quando doveva fare una commissione senza voglia, lui s’alzava e a ogni passo puntuali le due parole.

Io ho bestemmiato a 9 anni la prima volta e quando l’ho fatto mia madre mi ha dato uno schiaffo.

Leggi tutto Il cardine della salvezza di Demetrio Paolin (pdf)

Gabriele Dadati, “Per rivedere te” / Appunti di lettura

11 giugno 2014

di Demetrio Paolin

per-rivedere-te_gabriele-dadatiLeggendo il nuovo libro di Gabriele Dadati Per rivedere te (Barney Edizioni) ho più volte pensato di trovarmi davanti non a un romanzo, ma a un libro di etnografia. Questi appunti brevi sono il tentativo di spiegarmi e di spiegarvi il motivo di questa mia convinzione

Se diamo retta alla dicitura di copertina Per rivedere te è sicuramente un romanzo, ma se decidiamo di addentrarci dentro le pagine della storia che Dadati ci racconta, qualcosa ci suona diverso. Intanto, però, cerchiamo di rendere conto della trama. Il protagonista, Gabriele Dadati – scrittore con all’attivo un libro di racconti pubblicato con un piccolo editore e in procinto di uscire con un romanzo storico con un editore importante – deve intervistare, per una collana di libri editi dal Corriere della Sera, Manlio Castoldi, anziano scrittore, tra i più importanti della sua generazione, che vive in Brianza dove ha ambientato tutte le sue storie. Durante queste sedute per la preparazione del romanzo, Gabriele conoscerà Tabita, nipote di Manlio, e tra di loro nascerà una storia d’amore.

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Non fate troppi pettegolezzi

6 febbraio 2014

di Demetrio Paolin

[esce oggi nelle librerie un mio piccolo saggio dal titolo Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria). Il libro è una sorta di escursione nei testi di quattro autori a me molto cari (Salgari, Pavese, Levi e Lucentini) e nella città dove loro hanno vissuto (Torino). Oggi alla Feltrinelli di Torino, piazza CLN, alle 18 lo presenterò insieme a Alessandro Perissinotto. Di seguito l’incipit del capitolo su Primo Levi. dp]

copertinaSono a Berlino. Nelle stanze del Museo Ebraico non c’è nessuno. Sono sceso nel piano interrato, tutto è nero e bianco. Cammino per un corridoio detto “dell’Olocausto”. Sono vestito leggero, una camicia e un paio di pantaloni. Arrivo alla fine di questo lungo camminamento e trovo una porta. Spingo il maniglione rosso e sono ai piedi di una torre. È buia e fredda. Il pavimento è di terra battuta. Non c’è luce se non da una fessura posta in alto: indovino il cielo grigio carico di neve. La porta dietro di me si chiude, fa un tonfo che riecheggia per l’altezza, che pare infinita, della torre. Il freddo mi assale di colpo, mi aggredisce come i cani di una muta; la paura diventa qualcosa di concreto e antico; è come se il mio corpo ricordasse. Non è una memoria recente, bensì qualcosa che è inscritto nella mia carne, nelle cellule del mio corpo, è qualcosa di primitivo. È la paura assoluta, quella che provarono i miei antenati nel buio della caverna; è quella che provò Adamo dopo che ebbe mangiato la mela. La paura viene dal freddo e il freddo viene dal male, che ci fa sentire nudi.

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Note di lettura: “Il Dio che fa la mia vendetta” di Federico Platania.

18 novembre 2013

di Luigi Preziosi

platania_IlDioCheFaLaMiaVendettaUn’umanità disorientata, avara di disponibilità all’ascolto ed incapace di immaginare condizioni esistenziali diverse dalle proprie, esitante, perfino nelle persone più disponibili all’esplorazione dell’altro, nella ricerca di qualche cosa di comune per cui sia possibile sognare un’aggregazione solidale, popola l’ultimo romanzo di Federico Platania, Il Dio che fa la mia vendetta (Gallucci, € 15,00). Su di essa pare aleggiare una colpa collettiva, che non sminuisce certo le responsabilità individuali, individuate del resto con chirurgica accuratezza; rende, invece, plausibile lo smarrimento dei singoli, che, posti improvvisamente di fronte ad una vicenda drammatica, ne sono in buona parte, anche se in diversa misura, travolti. Tutto ha inizio con l’incidente stradale, nel quale Ivan, giovane dal passato turbolento, di ritorno da una festa investe con l’auto un uomo e lo uccide. Dell’omicidio è testimone Tommaso, che decide di non palesarsi per cogliere l’occasione di mettere in atto un suo sciagurato piano di riscatto. Nell’episodio intravede una possibilità di rivincita verso una sorte che da tempo gli si accanisce contro, costringendolo dentro un’esistenza rattrappita, compressa tra la penosa assistenza prestata alla madre invalida, un lavoro oscuro ed una totale assenza di relazioni personali. La sua vendetta contro il destino si dovrebbe consumare rivelando in via anonima ai familiari della vittima l’identità del pirata, figura in sé squallida ma che, nell’immaginazione deviata di Tommaso, possiede tutto ciò che questi desidera essere, ancor più di tutto ciò che desidera avere, per indurli a farsi giustizia da sé.

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“Fisica della malinconia”, di Georgi Gospodinov

26 giugno 2013

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Gerusalemme, 11 aprile 1961

10 aprile 2013

Eichmann

di Demetrio Paolin

[Questo è un breve estratto dal romanzo che sto scrivendo. Il romanzo ruota intorno alla data dell’11 aprile. dp]

Il vetro di cui è fatta la gabbia è sottile, limpido indistruttibile. L’hanno costruito apposta per il prigioniero, perché tutti lo vedano. Adolf Eichmann entra vestito come un impiegato. Una giacca di fattura modesta, una camicia altrettanto usuale, gli occhiali al naso. L’intera sua persona mostra al mondo la sua ordinarietà. Se non fosse per quelle smorfie che ogni tanto fa con la bocca, che sembrano un rigurgito di chi ha mal digerito qualcosa, il pubblico del processo ha davanti una statua di cera. Sua madre e suo padre, buonanime, sarebbero contenti di lui: Adolf Eichmann è una persona temuta, una persona odiata e non ha mai ucciso nessuno. Lui non ha mai ucciso nessuno. Ha fatto di conto. Sa farlo bene, sa incolonnare i numeri e fare tornare sempre l’addizione. Si ricorda quando da piccolo, alle elementari di Solingen, il maestro lo riempiva di caramelle dopo la prova di aritmetica, una per ogni operazione giusta. Le operazioni erano dieci e dieci caramelle stavano nel palmo della mano del bimbo Adolf, che tornava a casa felice.

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