“Un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia”

14 agosto 2017 by

di Cristina Taglietti

[Questo articolo di Cristina Taglietti, che ringrazio, è apparso oggi nel quotidiano “Corriere della sera”.]

Bisogna leggere Fiction per rendersi conto di quanto Giulio Mozzi abbia anticipato temi e questioni che oggi sono diventati di moda nel dibattito culturale. Fiction 2.0 è il nuovo titolo dato alla raccolta che uscì nel 2001 da Einaudi e viene ora ripubblicata in una nuova edizione «sfoltita e incrementata» da Laurana, l’editore che a Mozzi si è affidato e a cui lo scrittore veneto affida i suoi testi.

Mozzi è uno scrittore che si mette in discussione, che si rilegge e ripensa il suo lavoro; uno sperimentatore che ama mescolare generi e tecniche ridefinendo continuamente la sua scrittura ma sempre sotto il segno di una straordinaria coerenza stilistica. Prima di molti altri ha praticato l’autofiction, prima di molti altri ha messo al centro l’idea stessa di finzione che, in questo libro, imbocca due strade distinte accomunate dal fatto di giocare sul paradosso e sull’equivoco.

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Come sono fatti certi libri, 16 / “La Bibbia”, di Dio (prima parte)

13 agosto 2017 by

Come sono fatti certi libri 16 la bibbia di dio prima parte

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Come sono fatti certi libri, 15 / “Hypnerotomachia Poliphili”, di Francesco Colonna

12 agosto 2017 by

di Luca Tassinari

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quindici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Hypnerotomachia Poliphili, ovvero La battaglia d’amore in sogno di Polifilo, è un romanzo quattrocentesco, per quello che può indicare l’etichetta “romanzo” a quell’altezza cronologica. Il libro è comunemente attribuito a Francesco Colonna, frate domenicano probabilmente originario di Treviso, a lungo iscritto nei capitoli del convento dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, vissuto tra il 1433 e il 1527. L’attribuzione è stata oggetto di lunghe controversie non so fino a che punto sopite ai giorni nostri. L’attribuzione al frate Colonna è fondata su numerosi argomenti fra i quali il più curioso è il fatto che le lettere iniziali dei trentotto capitoli sono un acrostico che forma la frase «Poliam frater Franciscus Columna peramavit» («Fra’ Francesco Colonna amò intensamente Polia»).

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Come sono fatti certi libri, 14 / “Sopra eroi e tombe”, di Ernesto Sabato

9 agosto 2017 by

Ernesto Sabato con la moglie Matilde

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quattordici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Breve premessa:

Ernesto Sabato, argentino, scrittore considerato fra i più importanti della letteratura latinoamericana, ha vissuto cent’anni e pubblicato – parlo di narrativa – solo tre libri: Il tunnel, Sopra eroi e tombe e L’angelo dell’abisso. Si tratta di testi tra loro interconnessi, il primo infatti compare nell’universo narrativo del secondo, e l’ultimo, che è il libro cui Sabato ha continuato a lavorare fino alla fine della sua vita, vede i personaggi dei due libri precedenti convivere in un unico ambiente testuale e confrontarsi con lo stesso Ernesto Sabato, anche lui personaggio de L’angelo dell’abisso.
Dei tre libri, si è soliti considerare Sopra eroi e tombe il capolavoro assoluto di Sabato. Il libro, al di là del suo valore letterario, ha una struttura che lo rende particolarmente interessante ai fini di questa rubrica, ed è quindi questo il testo che cercherò di descrivere.

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Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle

8 agosto 2017 by

di giuliomozzi

1. Fa 800 pagine, circa.

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Come sono fatti certi libri, 13 / “Il suicidio di Angela B.”, di Umberto Casadei

7 agosto 2017 by

di Arianna Ulian

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

È una fortuna che Giulio Mozzi abbia proposto per l’estate la rubrica Come sono fatti certi libri, perché di questo libro (Il suicidio di Angela B., di Umberto Casadei, pubblicato nel 2003 presso Sironi) si può dire solo come è fatto. Naturalmente non intendo negare che la trama sia riassumibile, le sottotrame siano riconoscibili, cose così. Voglio però insinuare cosa è giusto fare (ci metto presunzione): si può onestamente dire solo come è fatto perché la sua forma è una ampia vivace e articolata luminosa scommessa sulla dicibilità della vita. Se questa scommessa sia vinta o persa, è una domanda insensata. Naturalmente, per me, è vinta perché c’è stata scommessa.

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Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

5 agosto 2017 by

di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

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Essere Mauro Corona

1 agosto 2017 by

di Demetrio Paolin e Giulia Blasi

Quella che segue è una conversazione sul sé in letteratura  a margine di eventi realmente accaduti

D: Ieri sui social e in televisione si è parlato di Mauro Corona e della sua folle corsa per inseguire alcuni ragazzi, colpevoli di avergli “vandalizzato” casa. Al di là dei risvolti più politici, che sono stati montati – diritto di legittima difesa, la violenza gratuita, ecc. – c’è una cosa che mi interessa, ed è legata al mio primo pensiero quando ho letto la notizia. Ho pensato: “Sarebbe un’immagine perfetta di un romanzo di Corona”. Mi spiego: quello che mi è stato raccontato sul giornale l’avrei trovato comprensibile e pure “divertente” in una sua storia, perché coerente con quello che lui ha sempre narrato, con quello che lui ha costruito come immaginario che sottende ai suoi testi. Il problema qual è? Che in questo caso non siamo in un romanzo, ma l’inseguimento, l’ascia, i ragazzi sono reali e accaduti. E così vengo alla mia prima riflessione: esiste un momento in cui lo scrittore smette di essere percepito come tale e diventa una cosa sola con le cose che scrive. Questo cortocircuito è pericoloso sia quando avviene nella mente del lettore, sia quando – come in questo caso – avviene nella mente dell’autore. Io ho avuto l’impressione che Corona abbia agito pensando a come si sarebbe comportato “Mauro Corona” scrittore e inventore di storie. C’è un bisogno diffuso, mi pare, di confondere chi scrive con cosa scrive. La letteratura diventa così una sorta di esperienza di vita altrui, mentre io credo che mettere le distanze tra sé e le cose che si scrivono è salutare, metterle se si scrive “io” lo è ancora di più: o si finisce di creare un cortocircuito come quello in cui è caduto Mauro Corona

G: Fra il Corona scrittore e il Corona persona non c’è mai stata tutta questa distanza. Corona è prima di tutto personaggio, una personalità debordante, che funziona in televisione, che colpisce. Non sparisce dentro i suoi libri, i libri sono un’emanazione di lui, sono parte della performance. Si comprano e leggono i libri di Corona per essere parte della Corona Experience, immaginarsi un po’ uomini di montagna (o donne col fazzoletto in testa e la polenta sul fuoco), immergersi in un tempo rude, spiccio, senza vanità, senza selfie e Rovazzi e rumore di fondo. Un tempo povero, in cui non dureremmo dieci minuti senza urlare “CHE PALLE RIDATEMI LA CONNESSIONE VOGLIO UN IPHONE 12 TEMPESTATO DI SWAROVSKI PER GUARDARE TEMPTATION ISLAND”, e per questo aspirazionale, perché distante da noi.

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Come sono fatti certi libri, 12 / “Super-Eliogabalo”, di Alberto Arbasino

1 agosto 2017 by

Le rose di Eliogabalo, di Lawrence Alma Tadema, 1888
(L’imperatore uccide gli ospiti di una sua cena soffocandoli
con una massa di petali di rose fatti cadere dal soffitto)

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Gli undici articoli finora pubblicati in questa rubrica dovrebbero ormai aver suggerito alle gentili lettrici e ai gentili lettori che un “libro” è una cosa ben diversa da un “romanzo”, anche quando il “libro” contenga, in effetti, un testo che è un “romanzo”.

Se poi il “libro” contiene qualcosa che viene spacciato per “romanzo” (a es. perché fa parte di una collezione di “romanzi”, o perché reca in copertina la dicitura “romanzo”, o perché l’autore è generalmente considerato un “romanziere”, ec.) benché in realtà sia qualcosa che, per carità, al “romanzo” più o meno vagamente somiglia o allude, ma senza esserlo propriamente, e in qualche caso addirittura senza che si possa dire che cosa quel testo effettivamente sia, ec. – allora la differenza si sente ancora di più.

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Come sono fatti certi libri, 11 / “I send you this cadmium red”, di John Berger & John Christie

31 luglio 2017 by

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Come sono fatti certi libri, 10 / Fisarmoniche

30 luglio 2017 by

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono dieci articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire, come hanno già fatto Antonella Bavetta, C. P. ed Emanuela Carbonelli – e domani Valentina Durante, che ci parlerà di I Send You This Cadmium Red, di John Christie e John Berger – si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

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Come sono fatti certi libri, 9 / “Jusep Torres Campalans”, di Max Aub

29 luglio 2017 by

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Come sono fatti certi libri, 8 / “Terra matta”, di Vincenzo Rabito

28 luglio 2017 by

di Emanuela Carbonelli

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

[Articolo riveduto].

Di Vincenzo Rabito e del suo unico “libro” autobiografico, Terra matta, credo che pochi sappiano e abbiano letto. Rabito, bracciante agricolo siciliano semianalfabeta (pare conquistasse la scrittura a trentacinque anni), fu “ragazzo del ’99” e morì nel 1981 dopo aver caparbiamente scritto, dal 1968 al 1975, le sue memorie. L’incontro con la sua autobiografia fu, per me, casuale: rovistavo nel mare magnum di internet alla ricerca di scritture con punti di vista “dal basso”, per conto di un amico che insegnava in carcere e s’ingegnava a trovare percorsi didattici che in un qualche modo catturassero l’attenzione degli studenti, problematici e con pochi strumenti culturali, ai quali doveva insegnare. L’argomento concerneva gli avvenimenti storici del novecento e io avevo in testa Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, ma l’amico era (è) siciliano, gli studenti erano perlopiù siciliani, il carcere è un carcere della Sicilia, l’input doveva essere siciliano.

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Come sono fatti certi libri, 7 / “I promessi sposi, da sposati”, attribuito ad Alessandro Manzoni

27 luglio 2017 by

di Ennio Bissolati

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Milano, 1873, 6 gennaio. Alessandro Manzoni scivola mentre scende gli scalini della chiesa di San Fedele. Batte la testa. Perde molto sangue. Nelle settimane successive alternerà momenti di benessere e di lucidità e momenti di sconnessione. Fa in tempo a veder morire il figlio maggiore, Pier Luigi, il 28 aprile, e il 22 maggio muore. Il Comune di Milano decide di far imbalsamare il corpo, e incarica della procedura sette medici, che la eseguono tra il 24 e il 27 maggio. Il funerale viene celebrato il 29, in Duomo, con grande concorso di folla. Commovente è il racconto che ne fa Felice Visconti Venosta, in un opuscolo scritto a spron battuto e pubblicato prima della fine dell’anno. Leggiamone qualche pagina (152-158):

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Come sono fatti certi libri, 6 / Proliferazioni del “Don Chisciotte”

23 luglio 2017 by

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Siamo sinceri: il Chisciotte è un equivoco. Tutti i ditirambi dell’eloquenza nazionale non sono serviti a nulla. Tutte le ricerche erudite sulla vita di Cervantes non hanno chiarito neppure un angolo del colossale equivoco. Si burla Cervantes? E di che si burla? Lontano, sola nell’aperta pianura della Mancia, la lunga figura di Don Chisciotte s’incurva come un punto interrogativo; ed è come un custode del segreto spagnolo, dell’equivoco della cultura spagnola. Di che si burlava quel povero gabelliere dal fondo di una prigione? E che significa burlarsi? La burla è necessariamente una negazione? Non esiste alcun libro in cui sia così grande il potere di allusioni simboliche al significato universale della vita, e tuttavia non esiste alcun libro in cui troveremo meno anticipazioni, meno indizi per la sua stessa interpretazione.

Così scriveva, nel 1914, nel suo primo libro Meditazioni del Chisciotte (Meditazione preliminare, n. 13), José Ortega y Gasset, all’epoca un giovane professore di Metafisica dell’Università di Madrid. Forse la densità delle domande poste dal Don Chisciotte (il romanzo) può spiegare, almeno per intuizione, da un lato il movimento proliferativo del quale presto parleremo, dall’altro la fortuna di Don Chisciotte (il personaggio): lo stesso aggettivo “donchisciottesco”, testimoniato in diverse lingue anche non europee, è tutt’altra cosa dagli aggettivi derivati dagli autori (pirandelliano, kafkiano, eccetera): questi esprimono uno specifico clima, una specifica dinamica di eventi, mentre doncisciottesco è sempre qualcosa di pertinente alla persona: un gesto donchisciottesco non è solo un gesto, per dirla con Ortega y Gasset, “da burla”; è un gesto che pone dei problemi metafisici. “Combattere contro i mulini a vento” non significa qualcosa come “sprecare inutilmente le proprie energie”, o “lottare per una causa persa”, eccetera, ma significa propriamente: “sostituire alla realtà comunemente riconosciuta un’altra realtà, e in questa vivere con serena convinzione”.

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Come sono fatti certi libri, 5 / “Tristano”, di Nanni Balestrini

23 luglio 2017 by

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Nanni Balestrini nel 1961

Cominciamo leggendo. Il libro in questione, Tristano di Nanni Balestrini, è composto di capoversi – ma preferirò chiamrli “lasse” – di lunghezza pressoché uguale, separati da una riga bianca. I capitoli sono dieci. Ogni capitolo, a occhio, consta di un identico numero di lasse. Ne prendo una a caso – la prima che trovo citata per intero in rete, così mi risparmio la fatica di copiare:

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“L’unico scrittore che Mozzi abbia deciso di nascondere è lui stesso”

22 luglio 2017 by
Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa, che ringrazio, è apparso oggi in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa]. [Il medesimo articolo, in una versione un po’ più lunga, è poi uscito in Le parole e le cose].

Cos’hanno in comune Laura Pugno e Vitaliano Trevisan, Giorgio Falco e Franco Arminio? A parte la statura di scrittori niente, si direbbe, o quasi. Il loro link d’origine è un altro scrittore che, in quanto tale, poco parrebbe avere a che fare con tutti loro. Questo scrittore è Giulio Mozzi, che – come consulente editoriale (se ciò basta a designarne la vocazione rabdomantica) – tra la metà dei Novanta e i primi del decennio seguente ha permesso loro di riconoscere la propria voce, poi di farla conoscere ai lettori. Se un giorno si farà un bilancio, di questo passaggio di secolo, si dovrà ammettere che è stata una delle stagioni più fertili, per la terra della prosa. E che, se per ogni generazione c’è un maestro segreto – non perché non riconosciuto, ma in quanto arduo è circoscriverne il magistero –, il maestro di questa generazione è Giulio Mozzi.

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Come sono fatti certi libri, 4 / “Le amicizie pericolose”, di Choderlos de Laclos

21 luglio 2017 by

di C. P.

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

L’autore delle Amicizie pericolose (Les liaisons dangereuses) era un ufficiale di artiglieria, appassionato di balistica e conosciuto ai suoi tempi per aver vivacemente stroncato, in uno scritto che avrebbe dovuto essere elogiativo, il concetto difensivo dell’architetto militare Vauban. A parte le Amicizie, di Laclos si conoscono i titoli di solo altri due esperimenti letterari, due testi teatrali composti in gioventù di cui non è rimasta traccia e che pare non siano mai stati rappresentati.

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Come sono fatti certi libri, 3 / “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni

20 luglio 2017 by

Alessandro Manzoni, in un ritratto giovanile.

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Un paesotto lombardo, circa il 1630 o 1631 o poco dopo. E’ estate, si prende il fresco. Un giovanotto racconta. Gli sono capitate delle avventure. Doveva sposarsi (e ora è sposato: la sua bella moglie è lì, un po’ discosta come è suo solito, un bimbetto ancora minuscolo tra le braccia), un potente delle sue parti (non è originario di lì) aveva chissà come messo gli occhi sulla promessa sposa (non che lei gliene avesse dato lo spunto: era stato un caso), e così il giorno prima del matrimonio il prete, spaventato da due scherani del potente, aveva imbastito su un sacco di scuse per rimandare. E poi: il tentativo di forzare la mano, presentandosi davanti al prete di notte e di sorpresa a proferire le frasi fatidiche (poiché i ministri del matrimonio sono gli sposi, mica lui); gli scherani del potente che si presentano alla casa della promessa, trovandola fortunatamente vuota; la fuga; il ricovero di lei in un monastero, presso una monaca di buona famiglia, una tipa strana; lui invece a Milano, a cercar fortuna, e a cacciarsi invece nei guai; lei dai guai inseguita, invece, rapita e portata in un castellaccio: il cui castellano, peraltro – la Provvidenza! – quell’istessa notte decide di cambiar vita; e poi la peste, la peste (e qui, l’uditorio al completo fa una faccia cupa: tutti hanno perso qualcuno, in quella peste); e finalmente il ritrovarsi, e il ritrovare nel Lazzaretto di Milano proprio quel potente cattivo, e poterlo perdonare, sgravando il cuore dal risentimento e dall’odio – la Provvidenza, ancora – e finalmente èccoci qui, come vedete, l’abbiamo scampata, l’abbiamo scampata bella.

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Come sono fatti certi libri, 2 / “La Vie mode d’emploi”, di Georges Perec

18 luglio 2017 by

Un disegno di Saul Steinberg.

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