Pordenonelegge, 16 settembre

6 settembre 2017 by

Come sono fatti certi libri, 21 / “Greta la matta”, di Geert De Kockere e Carll Cneut

1 settembre 2017 by

di Claudia Grendene

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Greta la matta, di Geert De Kockere (testo) e Carll Cneut (illustrazioni), pubblicato in Itali da Adelphi nel 2005, viene considerato un libro per bambini/ragazzi. In Internet BooksShop l’età indicata è dai sei anni.
L’autore e l’illustratore si sono ispirati al quadro di Pieter Bruegel il Vecchio Dulle Griet, attualmente esposto al Museo Mayer van der Bergh di Anversa.

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“Seconda parte. Storia universale della continuazione”, di Armando Séguito

27 agosto 2017 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Recensisce libri dei quali sostiene, spesso e volentieri, di essere l’unico lettore. gm].

Conobbi Armando Séguito nel 1959, a Milano, presso la trattoria dell’Albero Fiorito (tutt’ora esistente: via Pellizzone 14, 0270123425, chiuso la domenica) nella più che fumosissima (nel senso del tabacco, non certo delle anzi giovanili, affilatissime e traslucide idee) riunione fondativa della rivista Tel Chì, vero e proprio (benché disconosciuto, e per mere ragioni cattedrali, dalla successiva, e quasi idealmente postuma – nel senso della morte delle idalità – storiografia sociale e letteraria) laboratorio seminale della neoavanguardia politico-poetico-letteraria-musicale meneghina. Armando era allora un esile neolaureato in Lettere, autore di una opportunissima – per un curriculum neoavanguardiale – tesi di laurea intitolata Lo “sdegnoso rifiuto della prosodia” di Gian Pietro Lucini e di paio di articoletti sulla questione cubana apparsi in introvabilissime (già allora, figurarsi oggidì) rivistine ciclostilate. Ci perdemmo presto di vista, io assorbito dalla professione – diventai agente per i mercati meridionali della Saag, la Società Anonima Antonio Grossich, specializzata in tintura di iodio – lui più che dagli studi dalla militanza politica, legata anche all’origine latinoamericana (il padre era, come avrete già intuito, cubano).

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Come sono fatti certi libri, 20 / “Questa storia”, di Alessandro Baricco

25 agosto 2017 by

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La Bottega di narrazione a porte aperte (9/10 settembre)

22 agosto 2017 by

Clicca sulla porta per aprirla

Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati

17 agosto 2017 by

di Michela Fregona

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Fu un addio che non riuscì a dare. E, come tutti i congedi senza compimento, gli è rimasto addosso il destino delle cose che non sono state del tutto: un torpore, un’ambiguità, un mistero, una certa vena di rimpianto.
De I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro di Dino Buzzati, sappiamo più della genesi pratica che del pensiero anteriore; eppure non ce n’è un’altra, tra le opere dello scrittore, così sovrabbondante di sogni, ricordi, cronache, dicerie, leggende, invenzioni, autocitazioni, prestiti letterari, corpi, turbamenti, esagerazioni: Buzzati vi attinge con leggerezza e una punta di ribalderia, totalmente a proprio agio, come se la partita con il proprio inconscio fosse ormai scoperta. E’ il suo ultimo segno nel mondo di qua (sa già di essere malato) ed è un segno ricco della sacralità delle ultime cose: stratificato di memorie, verosimile e falsificato insieme, bambino e adulto.
Libero.
Eppure, non avrà una parola: Buzzati farà in tempo a tenerne tra le mani la prima copia stampata, ma non lo presenterà mai; non lo racconta, non lo spiega, non ne parla, non lo commenta, non risponde ad alcuna domanda: nessuna interazione con chi lo legge. Il libro esce in novembre, lo stesso mese in cui il suo autore varca le soglie della clinica da cui non uscirà più. Due mesi dopo, il 28 gennaio, Dino Buzzati è morto.

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Come sono fatti certi libri, 18 / “Elogi degli uomini illustri”, di Paolo Giovio

16 agosto 2017 by

Paolo Giovio, Elogia virorum illustrium, Basilea 1577

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Qualche pensiero (con molte pretese) sulla Bibbia

16 agosto 2017 by

di Marco Candida

[Dopo aver letto qui  la rubrica Come sono fatti certi libri, 16/”La Bibbia”, di Dio (prima parte) mi sono venute in mente un po’ di cose. mc]

Ogni volta che qualcuno dice che la Bibbia racconta cose irrazionali o contradditorie, io mi chiedo: ma a chi lo sta dicendo, quel tipo lì, che la Bibbia racconta cose contraddittorie e irrazionali? Forse sta rivolgendosi a dei ragazzini: già, perché solo un fanciullino potrebbe avere qualche dubbio sull’immacolata concezione, e l’arcangelo Gabriele, e San Giuseppe, e Maria, e l’acqua che si tramuta in vino, e pesci che si moltiplicano, e acque che si dividono, e Adamo, Eva, la mela, il serpente, il Giardino dell’Eden. A chi lo dicono, queste persone, che la Bibbia racconta favole? A chi lo spiegano, mi dico, a chi si rivolgono?

Credo che almeno al giorno d’oggi ci sia un presupposto errato in chi analizza criticamente la Bibbia. Credo che chi analizza criticamente la Bibbia faccia diventare la Bibbia il centro del credo di tutti i credenti. Ma anche qui, occorre rendersi conto che un discorso critico sulla Parola di Dio che ponga la Parola di Dio al centro del credo cristiano, non può rivolgersi a tutti: può rivolgersi solo a quei cristiani che per l’appunto pongono la Parola di Dio al centro del loro stesso credere in Dio. Perciò, da questi vanno certamente esclusi i cristiani di confessione cattolica.

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Come sono fatti certi libri, 17 / “Finnegans Wake”, di James Joyce

15 agosto 2017 by

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“Un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia”

14 agosto 2017 by

di Cristina Taglietti

[Questo articolo di Cristina Taglietti, che ringrazio, è apparso oggi nel quotidiano “Corriere della sera”.]

Bisogna leggere Fiction per rendersi conto di quanto Giulio Mozzi abbia anticipato temi e questioni che oggi sono diventati di moda nel dibattito culturale. Fiction 2.0 è il nuovo titolo dato alla raccolta che uscì nel 2001 da Einaudi e viene ora ripubblicata in una nuova edizione «sfoltita e incrementata» da Laurana, l’editore che a Mozzi si è affidato e a cui lo scrittore veneto affida i suoi testi.

Mozzi è uno scrittore che si mette in discussione, che si rilegge e ripensa il suo lavoro; uno sperimentatore che ama mescolare generi e tecniche ridefinendo continuamente la sua scrittura ma sempre sotto il segno di una straordinaria coerenza stilistica. Prima di molti altri ha praticato l’autofiction, prima di molti altri ha messo al centro l’idea stessa di finzione che, in questo libro, imbocca due strade distinte accomunate dal fatto di giocare sul paradosso e sull’equivoco.

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Come sono fatti certi libri, 16 / “La Bibbia”, di Dio (prima parte)

13 agosto 2017 by

Come sono fatti certi libri 16 la bibbia di dio prima parte

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Come sono fatti certi libri, 15 / “Hypnerotomachia Poliphili”, di Francesco Colonna

12 agosto 2017 by

di Luca Tassinari

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quindici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Hypnerotomachia Poliphili, ovvero La battaglia d’amore in sogno di Polifilo, è un romanzo quattrocentesco, per quello che può indicare l’etichetta “romanzo” a quell’altezza cronologica. Il libro è comunemente attribuito a Francesco Colonna, frate domenicano probabilmente originario di Treviso, a lungo iscritto nei capitoli del convento dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, vissuto tra il 1433 e il 1527. L’attribuzione è stata oggetto di lunghe controversie non so fino a che punto sopite ai giorni nostri. L’attribuzione al frate Colonna è fondata su numerosi argomenti fra i quali il più curioso è il fatto che le lettere iniziali dei trentotto capitoli sono un acrostico che forma la frase «Poliam frater Franciscus Columna peramavit» («Fra’ Francesco Colonna amò intensamente Polia»).

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Come sono fatti certi libri, 14 / “Sopra eroi e tombe”, di Ernesto Sabato

9 agosto 2017 by

Ernesto Sabato con la moglie Matilde

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono quattordici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Breve premessa:

Ernesto Sabato, argentino, scrittore considerato fra i più importanti della letteratura latinoamericana, ha vissuto cent’anni e pubblicato – parlo di narrativa – solo tre libri: Il tunnel, Sopra eroi e tombe e L’angelo dell’abisso. Si tratta di testi tra loro interconnessi, il primo infatti compare nell’universo narrativo del secondo, e l’ultimo, che è il libro cui Sabato ha continuato a lavorare fino alla fine della sua vita, vede i personaggi dei due libri precedenti convivere in un unico ambiente testuale e confrontarsi con lo stesso Ernesto Sabato, anche lui personaggio de L’angelo dell’abisso.
Dei tre libri, si è soliti considerare Sopra eroi e tombe il capolavoro assoluto di Sabato. Il libro, al di là del suo valore letterario, ha una struttura che lo rende particolarmente interessante ai fini di questa rubrica, ed è quindi questo il testo che cercherò di descrivere.

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Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle

8 agosto 2017 by

di giuliomozzi

1. Fa 800 pagine, circa.

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Come sono fatti certi libri, 13 / “Il suicidio di Angela B.”, di Umberto Casadei

7 agosto 2017 by

di Arianna Ulian

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

È una fortuna che Giulio Mozzi abbia proposto per l’estate la rubrica Come sono fatti certi libri, perché di questo libro (Il suicidio di Angela B., di Umberto Casadei, pubblicato nel 2003 presso Sironi) si può dire solo come è fatto. Naturalmente non intendo negare che la trama sia riassumibile, le sottotrame siano riconoscibili, cose così. Voglio però insinuare cosa è giusto fare (ci metto presunzione): si può onestamente dire solo come è fatto perché la sua forma è una ampia vivace e articolata luminosa scommessa sulla dicibilità della vita. Se questa scommessa sia vinta o persa, è una domanda insensata. Naturalmente, per me, è vinta perché c’è stata scommessa.

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Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

5 agosto 2017 by

di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

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Essere Mauro Corona

1 agosto 2017 by

di Demetrio Paolin e Giulia Blasi

Quella che segue è una conversazione sul sé in letteratura  a margine di eventi realmente accaduti

D: Ieri sui social e in televisione si è parlato di Mauro Corona e della sua folle corsa per inseguire alcuni ragazzi, colpevoli di avergli “vandalizzato” casa. Al di là dei risvolti più politici, che sono stati montati – diritto di legittima difesa, la violenza gratuita, ecc. – c’è una cosa che mi interessa, ed è legata al mio primo pensiero quando ho letto la notizia. Ho pensato: “Sarebbe un’immagine perfetta di un romanzo di Corona”. Mi spiego: quello che mi è stato raccontato sul giornale l’avrei trovato comprensibile e pure “divertente” in una sua storia, perché coerente con quello che lui ha sempre narrato, con quello che lui ha costruito come immaginario che sottende ai suoi testi. Il problema qual è? Che in questo caso non siamo in un romanzo, ma l’inseguimento, l’ascia, i ragazzi sono reali e accaduti. E così vengo alla mia prima riflessione: esiste un momento in cui lo scrittore smette di essere percepito come tale e diventa una cosa sola con le cose che scrive. Questo cortocircuito è pericoloso sia quando avviene nella mente del lettore, sia quando – come in questo caso – avviene nella mente dell’autore. Io ho avuto l’impressione che Corona abbia agito pensando a come si sarebbe comportato “Mauro Corona” scrittore e inventore di storie. C’è un bisogno diffuso, mi pare, di confondere chi scrive con cosa scrive. La letteratura diventa così una sorta di esperienza di vita altrui, mentre io credo che mettere le distanze tra sé e le cose che si scrivono è salutare, metterle se si scrive “io” lo è ancora di più: o si finisce di creare un cortocircuito come quello in cui è caduto Mauro Corona

G: Fra il Corona scrittore e il Corona persona non c’è mai stata tutta questa distanza. Corona è prima di tutto personaggio, una personalità debordante, che funziona in televisione, che colpisce. Non sparisce dentro i suoi libri, i libri sono un’emanazione di lui, sono parte della performance. Si comprano e leggono i libri di Corona per essere parte della Corona Experience, immaginarsi un po’ uomini di montagna (o donne col fazzoletto in testa e la polenta sul fuoco), immergersi in un tempo rude, spiccio, senza vanità, senza selfie e Rovazzi e rumore di fondo. Un tempo povero, in cui non dureremmo dieci minuti senza urlare “CHE PALLE RIDATEMI LA CONNESSIONE VOGLIO UN IPHONE 12 TEMPESTATO DI SWAROVSKI PER GUARDARE TEMPTATION ISLAND”, e per questo aspirazionale, perché distante da noi.

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Come sono fatti certi libri, 12 / “Super-Eliogabalo”, di Alberto Arbasino

1 agosto 2017 by

Le rose di Eliogabalo, di Lawrence Alma Tadema, 1888
(L’imperatore uccide gli ospiti di una sua cena soffocandoli
con una massa di petali di rose fatti cadere dal soffitto)

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Gli undici articoli finora pubblicati in questa rubrica dovrebbero ormai aver suggerito alle gentili lettrici e ai gentili lettori che un “libro” è una cosa ben diversa da un “romanzo”, anche quando il “libro” contenga, in effetti, un testo che è un “romanzo”.

Se poi il “libro” contiene qualcosa che viene spacciato per “romanzo” (a es. perché fa parte di una collezione di “romanzi”, o perché reca in copertina la dicitura “romanzo”, o perché l’autore è generalmente considerato un “romanziere”, ec.) benché in realtà sia qualcosa che, per carità, al “romanzo” più o meno vagamente somiglia o allude, ma senza esserlo propriamente, e in qualche caso addirittura senza che si possa dire che cosa quel testo effettivamente sia, ec. – allora la differenza si sente ancora di più.

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Come sono fatti certi libri, 11 / “I send you this cadmium red”, di John Berger & John Christie

31 luglio 2017 by

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Come sono fatti certi libri, 10 / Fisarmoniche

30 luglio 2017 by

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono dieci articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire, come hanno già fatto Antonella Bavetta, C. P. ed Emanuela Carbonelli – e domani Valentina Durante, che ci parlerà di I Send You This Cadmium Red, di John Christie e John Berger – si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

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