“Se una notte d’inferno un peccatore”, di Titolo Caldino

2 maggio 2018 by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati si spaccia per bibliofilo. Recensisce libri che sostiene di aver letto solo lui. Tutte le sue recensioni si trovano qui. gm].

Titolo Caldino, Se una notte d'inferno un peccatore“Era una notte lunga e tempestosa”. Comincia proprio così, senza mezzi termini, questo singolare – benché a modo suo pluralissimo – romanzo d’esordio di Titolo Caldino, ultrasettantenne professore di – così la bandella – Patafisica applicata presso l’università di Accavallavacca, facoltà di Architettura nomade. Basterebbe questo a far cogliere, al lettore arguto, o almeno astuto, il punctum della faccenda. Se una notte d’inferno un peccatore è un romanzo (un romanzo, sia chiaro, un vero romanzo, non un retroavanguardisticamente – come se ne leggono fin troppi oggidì – pedante e tristissimo non-romanzo) stocasticamente composto d’incipit e d’explicit tratti dal meglio e dal peggio della letteratura universale: un’operazione, se di operazione è lecito parlare, o non piuttosto di nevrotico virtuosismo, collagistico-combinatoria, dal retrogusto sensibilmente balestriniano (il Balestrini più romantico e suadente, quello del Tristano), con aromi calviniani e un delicato afrore neopostneoavanguardistico: roba per palati fini, insomma, o per ingenui totali. Ma veniamo alla storia, poiché una storia c’è.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Terzo fallimento: “Adeste fideles”

1 maggio 2018 by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo e il secondo fallimento. gm]

Sergio, ex marito di Luce, racconta la campagna elettorale del piccolo comune in cui è tornato a vivere

Dio, se solo avessi una macelleria! Gliela farei vedere io ai macellai di Loiandoro, li sfiderei io, ma io non ce l’ho una macelleria e la gara di Smaialando e svinando la puoi fare solo se hai una macelleria, neanche ci volesse l’iscrizione all’ordine mondiale dei macellai riuniti per disfare un maiale. A Loiandoro di macellerie ce n’è tantissime, ci sono più macellerie che banche, più macellerie che bar, e il 3 febbraio, il giorno di San Biagio, invece che festeggiare il Patrono, a Loiandoro si festeggia il maiale: «non ha mai fatto niente contro la zizzania quel buono da niente d’un santo!», si sente bestemmiare a Loiandoro il 3 Febbraio. E il giorno di Smaialando e svinando, c’è proprio una sfida fra le macellerie, ma mica solo fra le macellerie di Loiandoro, nooo, il 3 febbraio arrivano norcini da ogni dove per partecipare alla gara di Smaialando e svinando, arrivano da fuori provincia e da fuori regione, è famosa la festa di Smaialando e svinando, ormai è la festa più importante che c’è a Loiandoro.

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“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, ovvero L’autofinzione messa alla prova del dialogo

1 maggio 2018 by
Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una "autofinzione"

Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una “autofinzione”

di giuliomozzi

Sono in cucina, sto pelando gli asparagi. Il telefono portatile suona. E’ un numero ignoto. Rispondo.
“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, dice una voce maschile leggermente rauca.
“Sì, buongiorno”, dico, “lei chi è?”.
“Be'”, dice la voce maschile leggermente rauca, “a questo punto potrei dire che sono Giulio Mozzi anch’io, come tutti”.
“Bene, Giulio Mozzi”, dico. “Mi dica”.
“Ero l’altro giorno lì a Milano, alla Statale”, dice Giulio Mozzi, “a sentire la sua lezione sull’autofiction“.
“Non pronunci all’inglese”, dico. “Semmai alla francese”.
“E cioè?”, dice Giulio Mozzi.
Autofiction“, dico. “Oppure può dire, italianamente, autofinzione o finzione di sé”.
“Finzione di sé mi pare brutto”, dice Giulio Mozzi, “mi sa una roba di simulazione, gesuitica…”.
“Ho sempre avuto un’ammirazione incondizionata per i gesuiti”, dico.
“D’altra parte”, dice Giulio Mozzi, “lei ha dichiarato più volte di essere un uomo del Seicento”.
“Sì”, dico. “Il barocco è il mio ambiente naturale, il gesuitismo è la mia forma mentis. Ma è di questo che lei voleva parlare?”.

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“Quattro fallimenti” di Simone Salomoni / Secondo fallimento: “Memento mori”

26 aprile 2018 by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo fallimento. gm]

Secondo, figlio dell’imprenditore edile Settimo Schiavi, racconta la morte di Vanes Percassi

«Non capisco come si fa a piangere così…», mi dici.

Guardo Sergio. Nemmeno al funerale dell’amato nonno, mio fratello era sembrato tanto inconsolabile. Sì, aveva pianto parecchio, ma mai quanto oggi. Chissà, forse perché il nonno gli aveva dato il tempo di abituarsi alla morte. Il nonno era stato malato a lungo. Cancro ai polmoni. Fumava come una ciminiera, il nonno. Nonostante gli ammonimenti della nonna e della mamma aveva sempre fumato come un turco.

Il nonno lo avevamo visto deperire giorno dopo giorno, attaccato a un respiratore, in un letto di ospedale. Lo avevamo visto pronto a convertirsi al buddismo dopo che un inserviente indiano gli aveva spiegato che i buddisti non muoiono, ma si reincarnano in una nuova vita. Proprio lui, quel nonno che spesso chiedeva alla nonna di passarle il lunario di Frate Indovino solo per il gusto di trovare un nuovo santo da bestemmiare; lui, sempre pronto a maledire Dio, la Chiesa e tutti gli Dei di tutte le chiese, sembrava pronto a convertirsi sulla base di tre stronzate inventate da un inserviente indiano, pur di credere che non tutto fosse prossimo a finire per sempre e per davvero.

Nonno, in qualche modo, aveva dato a Sergio il tempo per prepararsi. Vanes no. La morte di Vanes era arrivata violenta, una sassata dal cavalcavia. Venerdì scorso dirigeva il suo cantiere; oggi, sei giorni dopo, è dentro la cassa di mogano che il prete si appresta a benedire. In mezzo: un bizzarro incidente. Anzi: nemmeno un incidente. Un caso, un accidente, una fatalità difficile da credere vera. Una morte assurda, quasi sciocca per uno come Vanes. Vanes è morto mentre lavorava, come forse avrebbe voluto. Però non è morto in uno dei suoi amati cantieri, come avrebbe certamente apprezzato. E dire che Vanes si è sempre preso i suoi rischi in cantiere.

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Smettere (anche solo provvisoriamente) di essere scrittori. Su Giulio Mozzi e “Fiction 2.0”

26 aprile 2018 by

di Luca Fiorentini

[Questo articolo di Luca Fiorentini è apparso nel numero di aprile del mensile L’indice dei libri del mese. Ringrazio per l’attenzione. gm]

Nella Breve notizia collocata in apertura di Fiction 2.0 (Laurana, 2017), Giulio Mozzi dedica qualche riflessione, com’è naturale, alla prima edizione del libro, apparsa presso Einaudi nel 2001 e intitolata semplicemente Fiction. I toni sono quelli che Mozzi impiega usualmente quando illustra il proprio lavoro: molto secchi; Fiction è descritto fra l’altro come l’opera di un narratore ormai “prossimo alla fine”. Che questo giudizio non sia frutto di una riflessione a posteriori, ma che anzi qualifichi il libro fin dalle sue origini, è dimostrato da un’email che Mozzi inviò nel novembre del 1999 all’editor che lo seguiva presso Einaudi. Ampi estratti del messaggio sono oggi disponibili in Vibrisse, bollettino; uno, in particolare, merita di essere citato: “Tu sai che io ho sempre condiviso molto dei miei personaggi. Questa prossimità con i personaggi è sempre stata il mio rischio più forte o uno dei miei rischi più forti. Se alcuni dei miei racconti rasentano la cattiva letteratura, o sono cattiva letteratura tout-court, è perché questa prossimità è eccessiva o mal governata. Ora, i personaggi che parlano in questi racconti nuovi non hanno nessuna prossimità con me. Possono appartenere alla mia stessa parrocchia o abitare nella piazza del mio quartiere, ma non c’è nessuna prossimità”. L’email si chiude con l’annuncio di un cambiamento di ordine esistenziale (“Faremo grandi cambiamenti, benché non sappia ancora ben quali”); e l’ultima frase recita: “E finalmente, spero, smetterò di scrivere”.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Primo fallimento: “Curriculum vitae”

24 aprile 2018 by

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. gm]

Luce, novizia intenzionata a monacarsi, racconta al Monsignore il primo incontro col Demonio

Avevo già conosciuto il Demonio. Era il 30 settembre del 1984: quattro giorni prima avevo compiuto cinque anni.

Il Demonio lo conobbi a Pietramala, un minuscolo paese ai piedi del monte Raticosa, Appennino Tosco-Emiliano, il luogo nel quale mia nonna era tornata a vivere dopo la morte di suo marito: mio nonno. Numerose leggende gravavano su Pietramala: un luogo sinistro, malefico, conosciuto come la bocca dell’inferno. Fino a tutto l’ottocento Pietramala e la Raticosa erano note in Europa per il fenomeno dei fuochi perenni: fiammate che partivano dal sottosuolo e si libravano alte nel cielo, visibili di giorno, luccicanti di notte; fiammate che non venivano soffocate dalla pioggia, ma, anzi, durante i temporali sembravano acquisire più vigore; fuochi privi di fumo che non temevano l’umidità e lasciavano la terra fredda e priva di cenere. Per secoli, gli abitanti di Pietramala e coloro che vi accorrevano incuriositi dallo strano fenomeno – come gli eredi della aristocrazia europea che attraversavano gli Appennini durante il Grand Tour – avevano creduto che i fuochi perenni fossero una manifestazione del Demonio. In realtà si trattavano di un fenomeno naturale provocato dagli abbondanti giacimenti di metano presenti nel sottosuolo: il metano fuoriusciva dalle crepe del terreno argilloso e, quando veniva colpito da un fulmine, si trasformava in una lingua di fuoco pronta ad arrampicarsi fino al cielo.

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“10”, di Dario Voltolini

24 aprile 2018 by

[Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’introduzione alla nuova edizione del romanzo 10, di Dario Voltolini, per la Collana Laurana Reloaded].

di Demetrio Paolin

Dario Voltolini è uno scrittore d’occasione e di trasparenze. So che questo sembra un incipit facile e a effetto, ma sono queste due tra le caratteristiche migliori della sua prosa e della sua opera, che in particolar modo in 10 si trovano riunite.

Ora ovviamente il lettore vorrebbe capire perché io abbia usato queste due categorie per descrivere la prosa dello scrittore torinese, ma mi si permetta, in omaggio al modo un po’ svagato di procedere di Voltolini stesso, di raccontare un piccolo fatto personale.

Io sono un giocatore di calcetto e una persona che scrive; e quando uscì il libro di racconti di Voltolini fu per me una specie di piccola rivelazione. 10 sanciva la possibilità di scrivere di calcio in un modo totalmente nuovo. La scrittura sul calcio in Italia aveva sempre significato Brera, Arpino e Viola; e guardando fuori i cantori del calcio erano sudamericani (Osvaldo Soriano su tutti). La principale caratteristica di questi narratori, soprattutto delle triade italiana, era costituita da una certa coloritura linguistica, che va dalla barocchismo gaddiano di Brera, al tono neorealistico di Arpino, alla vaga ironia ariostesca di Viola, per non parlare dell’epicità che si respira nei testi di Soriano. Ecco questo tipo di modo di raccontare il calcio era dominante, anche per chi, come me, dovendo pagarsi l’università scriveva di sport sui giornali provinciali e parrocchiali, redigendo cronache di scontri in terza categoria simili a resoconti da poema omerico.

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Note di lettura: “Brevi nuove della terra e del cielo” di Jean – Pierre Jossua.

21 aprile 2018 by

di Luigi Preziosi

Carlo Bo scrive in uno dei testi fondativi dell’ermetismo (Letteratura come vita, del 1938) che la letteratura (come la vita) è uno strumento di verità, un tramite per conseguire la condizione esistenziale di “attendere con dignità, con coscienza, una notizia che ci superi”. Lo stesso atteggiamento di attesa, e la stessa concezione della letteratura come ausilio indispensabile per la comprensione del mondo,  si ritrova (e non per caso) nell’intera opera del domenicano Jean – Pierre Jossua. Teologo e critico letterario, studioso particolarmente attento ai rapporti tra teologia e letteratura, nei suoi studi ha valorizzato quella parte dell’universo letterario che possiede anche significato teologico nel senso etimologico del termine, si costituisce cioè come un discorso da cui traspare il divino, e non soltanto in praesentia ma anche e soprattutto in absentia, come nostalgia o come rimpianto. Leggi il seguito di questo post »

La stitichezza della letteratura italiana

19 aprile 2018 by

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Appunti su Una grazia di cui disfarsi di Elisa Ruotolo

18 aprile 2018 by

di Demetrio Paolin

Elisa Ruotolo torna in libreria con un breve testo dedicato a Antonia Pozzi Una grazia di cui disfarsi (rueBallu editore, con disegni di Pia Valentinis). Uso la parola “testo” non a caso perché in questo frangente mi risulta difficile spiegare al lettore quale sia il genere a cui le pagine della Ruotolo appartengono. Da un lato potrebbe essere una sorta d’invito alla lettura per i più giovani; l’autrice infatti descrive e traccia una breve biografia della poetessa accompagnata da disegni molto belli e concludendola con una breve antologia di poesie della Pozzi, tra l’altro con una scelta non scontata e diversa dalle liriche che solitamente si legano al nome della giovane poetessa suicida.

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Il bando per la Bottega di narrazione 2018-19

10 aprile 2018 by

Paura, eh? Ma no, niente paura. Il bando si può leggere qui.

“ADA39”, di Cosimo Lupo / Sesto e ultimo estratto

22 marzo 2018 by

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39”. Ve ne propongo sei estratti – oggi l’ultimo -, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

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“Dal disincanto all’innocenza”

16 marzo 2018 by

Il cammino dei sette personaggi di Claudia inizia quando sono ormai maturi, i giochi fatti, i destini compiuti. Giovani adulti che hanno combattuto come potevano il loro destino. Il lettore fa il tifo per tutti loro, o quasi, ma non può più sperare che si salvino. Può solo riannodare i fili delle vite di quei personaggi scritti dagli stessi scaltri autori che scrivono le vite di molti di noi: difficoltà economiche, violenze familiari, perbenismo soffocante, solitudine.
Claudia Grendene decide così di procedere all’indietro, dal disincanto all’innocenza, e la narrazione si mantiene perfettamente coerente e conseguenziale. Pagina dopo pagina il carattere dei personaggi si delinea e prende forza ma alla fine di ogni capitolo ci si chiede come abbia fatto a gestire la marcia contraria, come sia riuscita a ragionare invertendo futuro e passato. (continua)

In Cultweek Roberta Virduzzo recensisce il romanzo di Claudia Grendene Eravamo tutti vivi, testè pubblicato presso Marsilio.

“ADA39”, di Cosimo Lupo / Quinto estratto

15 marzo 2018 by

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39”. Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

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Che cosa c’entrano Jane Birkin e Serge Gainsbourg con il racconto del paesaggio?

14 marzo 2018 by

C’entrano, c’entrano. E neanche poco. Per scoprirlo, leggete l’articolo Je t’écoute moi non plus, nel sito dedicato al laboratorio Raccontare il paesaggio, organizzato dalla Bottega di narrazione. gm.

“Fantasmi e fughe”: un libro in omaggio

13 marzo 2018 by

Fantasmi e fughe, di Giulio Mozzi

Clicca e preleva il libro

Uno scrittore viaggia a piedi per mezza Italia, nell’estate più calda del secolo. Incontra persone, osserva luoghi, sta giorni interi senza parlare con nessuno, vive piccole avventure di inospitalità. Poi torna a casa e racconta la piattezza dell’Emilia, l’orrore della circonvallazione di Bologna, l’interminabilità della costa marchigiana. E, curiosamente, dal racconto di questo viaggio nascono racconti di altri viaggi, sempre a piedi, attraverso città, paesi, stanze, bar, uffici pubblici, corridoi di treno.

Questo non è un libro di viaggio, né un libro di racconti, bensí un libro di storie incontrate e ricordate camminando. È nato da un desiderio dell’autore («Voglio vedere l’Italia com’è, guardarla da vicino»), e si è trasformato in un’avventura della percezione. Lo scrittore-viaggiatore si muove negli spazi urbani, nelle periferie, nelle campagne, lungo il Po e lungo l’Adriatico, come una sorta di Palomar-Hulot concentratissimo e distratto, osservatore e sognante, libero e impedito.
Chi ha apprezzato i precedenti libri di Giulio Mozzi, troverà qui uno scrittore diverso; spesso comico, a volte avventuroso, appassionato alla superficie delle cose: ciò che si può vedere, ossia tutto ciò di cui possiamo avere davvero conoscenza.

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“ADA39” di Cosimo Lupo, quarto estratto

9 marzo 2018 by

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39” (e, no, non è il nome di un agente segreto). Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio / Mappe in profondità

8 marzo 2018 by

di giuliomozzi

[Nel sito dedicato al laboratorio Raccontare il paesaggio sto pubblicando degli Esercizi per l’esplorazione del paesaggio. Vi propongo quello di oggi. gm].

Focalizziamo. Un vecchio proverbio statunitense dice, più o meno: se qualcosa accade nel Kansas, può accadere ovunque (o forse dice l’inverso: se qualcosa accade da qualche parte, può accadere anche in Kansas). Il Kansas è più o meno al centro fisico degli Stati Uniti d’America (trascurando Alaska e Hawaii):

Il centro degli Usa: il Kansas

Il centro degli Usa: il Kansas

Non esattamente al centro del Kansas, ma proprio per questo forse più vicina al centro degli Stati Uniti, c’è la Chase County:

Chase Conuty, Texas

Chase Conuty, Texas

Poco meno di 2.700 abitanti, densità di una persona e mezza (scarsa) per chilometro quadrato, fondata l’11 febbraio del 1859 dal signor Salmon Portland Chase, la Chase County è quello che si potrebbe ben definire un posto da nulla. Un luogo trascurabile. Ai bordi, ma già immersovi, dell’immensa prateria che ricopre quasi completamente la Grande Pianura.

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Desiderare figlio non è come scolpire marmo

5 marzo 2018 by

di Demetrio Paolin

[questo articolo è stato pubblicato nel numero de La lettura, supplemento del Corriere della sera, in edicola questa settimana].

Gabriele Dadati con L’ultima notte di Antonio Canova (Baldini & Castoldi, 2018) ci consegna, coraggiosamente, un romanzo storico alla vecchia maniera. Siamo a Venezia nel 1822, il grande scultore Antonio Canova, prossimo alla morte, decide di raccontare al fratellastro Giovan Battista Sartori una vicenda di cui è stato protagonista e spettatore, e che riguarda l’uomo più potente del quel tempo: Napoleone Bonaparte. Nel 1810 Canova è a Fontainebleu, l’imperatore di Francia l’ha chiamato perché vuole che Maria Luisa d’Austria venga ritratta in un busto di marmo. Lo scultore, mentre è a corte, viene avvinto nelle spire di una strana congiura, che riguarda Napoleone, la sua sposa e il futuro della Francia.

L’ultima notte di Antonio Canova è un serie di cerchi via via più stretti, che corrispondono a diversi punti focali della narrazione: in primo luogo abbiamo il grande artista alle prese con la sua morte solitaria, la sua debolezza fisica, la malinconia per il tempo sprecato e i rimpianti per la gioventù. In questo contesto si inserisce un secondo quadro temporale, l’ottobre del 1810, dove nello sfarzo della corte di Napoleone lo scultore viene a conoscenza del terribile segreto, che  viene raccontato – e abbiamo qui il terzo e più importante scenario –  dal punto di vista di Maria Luisa.

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Uno scrittore

2 marzo 2018 by

Andrea Comotti. Clicca sulla sua barba