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Note di lettura: “Il cannocchiale del tenente Dumont” di Marino Magliani.

7 settembre 2021

        

Il cannocchiale del tenente Dumont - Marino Magliani - copertina

Il cannocchiale del tenente Dumont (L’Orma, mese di fiorile, anno CCXXIX) di Marino Magliani:  ecco finalmente un libro che conferma che ci si può ancora appassionare, che l’entusiasmo per ciò che si legge non è sensazione legata solo alla stagione lontana delle prime letture, quando occhi e intelligenza sono ancora esenti da intellettualismi e da ardite sovrastrutture mentali di critica letteraria, e quindi capaci di intercettare il piacere sorgivo di “essere dentro” il libro.

         Si tratta di un romanzo storico dalla robusta intelaiatura, ambientato in epoca napoleonica, che prende avvio da una impersonale Notizia relativa alla costituzione, da parte di Napoleone, di una Commissione di indagine sulle diserzioni verificatesi durante la campagna d’Egitto, nella quale figura anche il medico di origine olandese Johan Cornelius Zomer. Tre soldati della spedizione, il capitano Philippe Lemoine, il tenente Gerard Henri Dumont e il soldato basco Bernardo Gilbert Urruti hanno, come molti loro commilitoni, scoperto come lenire le angosce della guerra consumando una sostanza che gli indigeni chiamano hascisc, considerata dal dr. Zomer un viatico alla diserzione. Per sperimentare questa teoria, vengono perciò sottoposti a stretta osservazione. Imbarcatisi sulla nave Carrère per rientrare in patria, vengono destinati all’armata che partecipa alla campagna d’Italia. I tre, prevedendone erroneamente un esito catastrofico, disertano effettivamente durante la battaglia di Marengo, non a caso definita “la battaglia che alle cinque era persa e alle sette era vinta”.

            Con la fuga non cessa la sorveglianza, coordinata da Zomer, anche tramite un incaricato di nome Pangloss, che per mezzo di una rete di emissari, spie e informatori locali, riuscirà a rendere puntualmente conto dei movimenti dei tre fuggiaschi.

          Inizia una lunga marcia nell’interno della Liguria, con frequenti attraversamenti di improbabili confini che la bufera napoleonica aveva appena tracciato tra il Piemonte meridionale, la Liguria ed il Nizzardo. Il piano consiste nel raggiungere Porto Maurizio, per trovarvi un imbarco per qualche destinazione remota (Cipro, ma in ultimo si profila anche l’Argentina) dove ricominciare una nuova vita. Allo scopo di tenersi accuratamente lontani da ogni contatto con gli abitanti dei luoghi che percorrono, Lemoine, Dumont e Urruti peregrinano tra monti, pascoli e bivacchi, schivando transumanze e casolari di contadini, ma anche lebbrosari e pattuglie di eserciti tra loro nemici, che continuano in forma diversa ciò che Marengo non aveva concluso. Conducono una vita di stenti, si cibano di ciò che riescono a trovare nei boschi o a sottrarre ai pastori o ai contadini, dormono all’addiaccio. Smettono abbastanza presto di fare uso dell’hascisc, e a mano a mano si abituano alla loro nuova condizione di disertori, iniziano a conoscere il paesaggio, e non solo si adeguano alle sue forme, ma anche le adeguano al fondo oscuro delle loro riflessioni sul proprio destino.

         Li aiuta il cannocchiale del tenente, attraverso il quale scrutano incessantemente l’orizzonte sempre circoncluso da coste di colline, meraviglioso per il paesaggio da cui è colmato, ma anche sempre troppo angusto per le loro aspirazioni di libertà, e soprattutto per il loro interrogarsi sul futuro.

         L’occhio, attraverso il cannocchiale, contempla un paesaggio monotono nel suo splendore, se non per il volgere lento delle stagioni, e non incrocia quel confine che  i tre sperano di attraversare. E’ vincolato al pezzo di terra o di bosco su cui lo strumento è puntato, ma la mente dei soldati aspira ad una visione che è altra (metafora piuttosto trasparente di una specifica condizione umana di latente inquietudine esistenziale): il mare, sempre troppo lontano, ombra irraggiungibile, ma presente come visione: “il capitano diceva che non importa se il mare non appare, in Liguria; c’è lo stesso, dappertutto, è incollato alle foglie delle palme, alle pietre”. La dicotomia tra occhio e mente risalta così nella disarmonia struggente tra la visione a cui i tre anelano e la relativa immobilità del presente.

         Ed in vista del mare arriveranno, guidati da Lemoine, che, per aver combattuto nella zona qualche anno prima, ostenta una sicura conoscenza dei luoghi, espressa a volte in forme oscillanti tra il sentenzioso ed il visionario. Un segreto desiderio lo anima, forse Urruti lo conosce, ma il tenente Dumont ne resterà estraneo per tutto il viaggio. Al progressivo diminuire della sua lucidità corrisponde una crescente disponibilità di Dumont all’osservazione meticolosa del paesaggio, fino a riempirsene gli occhi, e naufragare in esso, nella tensione di cogliere ogni possibile significato da ogni suo infinitesimale elemento.

            Alla fine, la vicenda si dipanerà, per progressive accelerazioni, ci saranno conti da saldare, vite da recuperare, sentimenti da coltivare con cura: il tempo delle vicende umane scorre a velocità proprie e non prevedibili, diverse da quelle che disciplinano lo scorrere delle stagioni sulle aspre alture liguri, e ognuno dei tre soldati incontrerà un destino diverso.

         La storia ci viene consegnata come complesso narrativo originato da più fonti: la  “Cronaca di una diserzione” è il racconto della diserzione di Dumont, Lemoine, Urruti, arricchita dalle “Carte del dottor Zomer”, in forma di appunti e di epistolario; seguono “La Cronaca di Baldiueri”, personaggio dalla identità non dichiarata, ma facilmente smascherabile, e in chiusura, un “Taccuino del dottor Zomer”.

         La composizione del tessuto del romanzo, fondata com’è su documenti così eterogenei, contribuisce a rafforzare la verosimiglianza della storia narrata, ancorandola ad elementi storici (o parastorici). Unitamente all’uso del presente, ne facilita anche in via indiretta l’attualizzazione, consentendo una lettura in filigrana che supera l’ambito cronologico. Non si tratta tanto della diserzione, presumibilmente traslabile ai nostri giorni come tentazione di abbandonare schieramenti politici e culturali che non colmano le richieste di senso che i tempi sollecitano. Si tratta anche della facoltà di traguardare oltre un destino collettivo in cui pare percepirsi, allora come oggi, l’ineludibilità di un naufragio imminente.

         Ma più che per gli aspetti strutturali che lo caratterizzano o per gli itinerari interpretativi che suggerisce, il Cannocchiale impressiona per potenza di scrittura e per finezza stilistica. Magliani, infatti, marchia a fuoco l’immaginazione di chi legge, donandogli una storia epica certo non così consueta nella nostra narrativa contemporanea. La storia dei tre disertori è avventura pura, quella che toglie il fiato e occupa ogni aspettativa sul domani, e coinvolge tutte le risorse fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche, di coloro che la vivono. Per Magliani, così come per Conrad, l’ avventura non è fine a se stessa, gusto del rischio o senso della sfida. E’, invece, occasione di svelamento di se stessi in un aspro confronto con il mondo, rivelazione esistenziale di parti di sé nascoste nel profondo. Ai tre soldati la lunga cavalcata sui monti dell’interno ligure offre il destro per aprirsi sulla loro nuova condizione di disertori, che assume significati che trascendono l’episodio contingente: “perchè disertore non significa mica sbandato, uno sbanda e bene o male si risolve, ma disertare è qualcosa che non finisce, diventa una missione, una carriera. Un grado. A uno dovrebbero scriverlo sulla pietra. Gerard Henry Dumont. Disertore”.

         “Disertore non significa mica sbandato”: certamente è così, se oltre alla sopravvenuta insopportabilità dell’orrore della guerra, il vagabondare dei tre fuggiaschi è sostenuto dall’anelito ad una sperata nuova tollerabilità del vivere, da raggiungere, alla maniera dell’hemingwayano tenente Henry, attraverso un addio alle armi personale, come se fosse mai possibile stipulare una qualche forma di pace separata.

         Nel Cannocchiale colpisce l’equilibrio assoluto raggiunto tra l’oltranza descrittiva e il respiro epico della narrazione. La straordinaria limpidezza di scrittura di Magliani riesce a far vivere il paesaggio, gli attribuisce misteriosi rimandi  E’ evidente lo sguardo al Biamonti maestro di descrizioni di paesaggi liguri (ma anche a tratti al Boine estimatore del valore non solo estetico ma anche e soprattutto etico degli uliveti liguri). Rimane comunque ferma l’attenzione alla storia narrata, in Biamonti a volte poco più di un pretesto per dire altro; per dire le radici di un uomo nel suo mondo, la capacità di trarre dalla terra dove si nasce i modi di sentire la vita che ci circonda e nella quale siamo immersi.

         Qui c’è anche la perfezione del meccanismo narrativo, che attrae e stupisce,  che è costruito sul poco, ma che ad ogni pagina si rinnova, propone svolte nel racconto, a volte minime, a volte perfino difficilmente distinguibili.

         D’altro lato, in Magliani il paesaggio non può segnare i caratteri dei protagonisti, come in  Biamonti: nessuno di loro lo ha vissuto nell’infanzia, nessuno ha origini familiari nei luoghi narrati. Piuttosto, qui il paesaggio viene progressivamente abitato dai tre fuggiaschi, che ne divengono sia osservatori via via sempre più attenti, sia veri e propri elementi costitutivi, alla stessa stregua dei pastori e dei contadini che lo popolano, assorbendone gradatamente l’essenza aspra e scontrosa. Qualcosa di vagamente simile sperimenta anche l’ussaro Pardi di Giono, nel suo vagabondare per terre non distanti da quelle descritte in questo romanzo.

         Ed allora il paesaggio diventa desiderio, emozione, dialogo: “Un vapore annunciava qualcosa, e dietro il buio li aspettava l’aurora degli ulivi. Sono di un muschio azzurro e coprono le fasce fin sui costoni di fronte. Il mare non c’è nemmeno oggi,  in qualche  modo le onde degli alberi sostituiscono il contraltare liquido. Risaltano  strutture di diamanti, sentieri, crepe, da cui emergono gruppi di tetti di ardesia. Al mare degli ulivi manca solo il mare, ed è davvero come se fosse nell’aria, nei colori.”

         Il paesaggio, in Liguria, come insegnano anche alcuni tra i suoi autori più illustri frequentati da Magliani, forma l’uomo che lo abita: ”Qui la vita è mica nient’altro, compimento delle stesse cose severe e sofferte, un’unica attesa, in mattinata s’aspettano le campane di mezzogiorno, la sera quelle dell’Ave Maria, e il resto si fa fatica, preghiera da buio a buio. Poi a un certo punto le mulattiere assomigliano a colonne di formiche ed esce la luna”.

         Più passa il tempo, più la natura pare compassionevole verso i fuggiaschi: “lo spettacolo della natura, fin su per le fiancate, è in ciò che manca: il colpo di luna sulla rugiada; e in ciò che si sente: il filo d’acqua del corso e la brezza e poco lontano le rane…I giorni dell’attesa non si ripetono come il resto, non si danno il cambio, è solo come se allungassero un rantolo. Se sommassero paure”.

         Anche dal mare, finalmente visibile in lontananza, possono echeggiare emozioni umane, consentanee al momento vissuto: “…lo stesso avviene al largo: la pelle del mare si chiazza di terra che sale dai fondali e si sgretola dagli scogli, raccoglie i colori delle palme e degli ulivi, e delle dolcezze dei dossi prativi, delle sabbie. Della noia.”

         Magliani concentra l’attenzione sul singolo gesto, traendone significati che superano l’immediato. Il carattere dell’uomo è nella sequenza di gesti che compongono il suo agire. Magliani si compiace del gesto, vi si adagia, nella sua curvatura individua a volte una sicurezza, a volte un modo di esporre se stessi. Stare dentro il gesto è come stare dentro la vita che ci tocca, espletare un destino. “Tornati al bivacco,  Urruti affila la baionetta sulla pietra di cote, si avvicina alla riva e si rasa alla bell’e meglio. Gli stracci di divisa cantano, le labbra sempre riarse, e la ferita alla fronte che non secca, ma lui si rade lo stesso regolarmente, è la prima cosa che fa quando si fermano su una riva. Lemoine si sveglia: “le tracce della rassegnazione, basco, non le cancella una barba fatta.”  C’è,  a volte, un gesto che ci definisce, che supera il momento contingente in cui avviene, che, nella memoria altrui, può proiettarci oltre l’oblio cui siamo destinati. Per il tenente Dumont arriva quando consegna l’ultimo bottone della sua divisa: “(il bambino) se ne andò che i licheni dormivano ancora sotto la neve, e quando lo seppellimmo nel luogo recintato e pieno di crocette che l’aspettava, prima di coprirlo con la terra nera che nella notte avrebbe accolto altra neve, vidi Enrico chinarsi sulla piccola morte, mettergli in mano il bottone, e stringergli le dita.”  Anche noi, come l’autore, vorremmo credere che sia lo stesso bottone ritrovato due secoli dopo di cui abbiamo notizia dall’elenco iniziale dei materiali che hanno costituito questo racconto.

         Il cannocchiale del tenente Dumont, nonostante il fatto che la storia si dipani attraverso un percorso di avventure su sipari ottocenteschi, riesce a comprimere al minimo possibile la distanza che separa il lettore dalla materia narrata, dandoci contemporaneamente notizie, in via indiretta, del nostro vivere e suggerendo modi di leggere il mondo in cui viviamo: i paesaggi, in primo luogo, ma anche il modo di tentare di decifrare natura e stati d’animo, e di capire se e ed in quali circostanze sia possibile definire un continuum tra questi due elementi tra cui si aggirano i nostri sguardi, quello interiore e quello  esteriore. Per l’ampiezza del respiro narrativo, per l’opulenza degli spunti che ne derivano, per la straordinaria capacità evocativa di pagine che affastellano colori suoni sensazioni di un tempo che non ci appartiene ma che inopinatamente ritroviamo come nostri, Il cannocchiale del tenente Dumont può iscriversi a pieno titolo nella ristretta categoria dei romanzi imprescindibili, quelli in grado di ampliare, anche in modo appena percettibile, gli orizzonti che delimitano i nostri sguardi  di lettori.