Archive for the ‘Archivio giulio mozzi’ Category

“Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

9 gennaio 2021

Johann Heinrich Füssli

di Piero Melati

[Questo articolo è apparso ne il Venerdì, supplemento del quotidiano la Repubblica, l’8 gennaio 2014. Qui sopra: Convocazione satanica, di Johann Heinrich Füssli].

Il padovano Giulio Mozzi è lo scrittore dei record. Ha appena esordito nel romanzo a “soli” sessant’anni. E l’ha fatto con 355 pagine costate ventidue anni di lavoro. Un libro infinito (e atteso dagli addetti ai lavori). In gestazione già nel 1998, è stato interrotto nel 2002 e poi nel 2018, infine concluso nella primavera del 2020, «in due mesi trascorsi quasi in sogno». In precedenza Mozzi aveva scritto racconti e poesie, ma mai la “grande opera”. Lo conoscono tutti, tra coloro che bazzicano editoria e festival letterari: ha pubblicato con Mondadori e Einaudi, dal 1993 è stato consulente delle principali case editrici e, a sua memoria, ha reso libri «un paio di centinaia» di manoscritti altrui. È considerato uno degli “editor” migliori. Tanti critici hanno scritto su di lui con fervore. Gli allievi della milanese Bottega di narrazione, che dirige dal 2011, si dicono “mozziani” senza vergognarsi, come iniziati a un culto misterico. Ultimamente ha pubblicato per Sonzogno – con buon successo di vendite – due “manuali oracolari” per aspiranti autori e poeti (uno con Laura Pugno), mutuandone i titoli dall’Oràculo dello spagnolo Baltasar Gracián). Sì, avete capito bene: “oracoli” per letterati principianti. Apri una pagina a caso, nel momento del bisogno creativo, e tutto ti verrà svelato. Una provocazione? Ce ne sarebbero altre, ma qui limitiamoci alla più scabrosa: nel suo «romanzo infinito», dal titolo Le ripetizioni (Marsilio), in libreria dal 14 gennaio, Mozzi ci consegna la scena d’orrore più estrema mai scritta, a memoria di molti, in un testo letterario. Siamo dalle parti dei cosiddetti romans-charogne del gotico infernale di fine Settecento, quello caro a Mario Praz. Un vero pugno nello stomaco, dice chi l’ha sbirciato. «Ho fatto leggere le bozze in anteprima ad alcuni amici» rivela l’interessato. E che ne pensano? «C’è chi non esce da tre giorni e chi non riesce ancora a parlarmi. Speriamo bene» sussurra. Un caso spinosissimo.

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Cronaca di un romanzo, 3

7 gennaio 2021

di Giuio Mozzi

L’incontro con il quadro di Claudio Laudani Discorso attorno a un sentimento nascente (di cui ho raccontato qui) non fu privo di conseguenze. Da qualche tempo andavo scrivendo nel mio diario in rete (oggi perduto) delle storielle nelle quali appariva una (prima) trasfigurazione di Claudio, che chiamavo Grande artista sconosciuto (perché Claudio è secondo me un grande artista, ed è effettivamente sconosciuto). Erano delle storielle buffe – credo, spero -, comunque certamente non serie. Ma dopo aver visto quel quadro provai a scrivere qualcosa di veramente serio su Claudio (la seconda trasfigurazione). Uscirono così dei capitoli (in prima persona) che integrai a quanto era rimasto dell’Introduzione ai comportamenti vili, e intitolai il tutto Discorso attorno a un sentimento nascente. L’idea era di continuare a presentare il protagonista – che ora, come già ho detto, portava il mio nome – come un personaggio un po’ abulico, ma la cui vita veniva sfiorata da una quantità di vite straordinarie (nel bene e nel male). Ne avevo in mente, di vite straordinarie. Il primo episodio di “sfioramento” concerneva il Terrorista Internazionale. Il cui corpo – questo era il nocciolo dell’episodio – non recava nessuna traccia di ciò che egli era stato.

Questo fu il primo spostamento. Dalle “vite straordinarie” alle “vite che non lasciano traccia sui corpi di chi le porta”. Il tema mi affascinò per un po’. Nelle prime pagine del Jean Santeuil (così è intitolato, credo dai filologi, il primo tentativo di Marcel Proust di scrivere il suo romanzo) il protagonista, appunto Jean, incontra uno scrittore famoso, da lui molto ammirato: e si stupisce di trovarlo anonimo, quasi dozzinale, completamente diverso dall’artista che aveva immaginato a partire dai libri (cito a memoria e spero di non sbagliare). Così noi spesso ci stupiamo nell’incontrare persone che, per così dire, non assomigliano alla loro vita (o almeno: non lasciano trasparire quella che noi immaginiamo essere la loro vita vera). Ma la vita, in effetti, che tracce lascia sul nostro corpo? In tutti noi, credo, giace un’idea un tantino ottocentesca, in un certo senso lombrosiana (un lombrosismo rovesciato), per cui se una persona ha attraversato certe esperienze particolari, o addirittura eccezionali, o è stata capace di creare grandi opere, o di commettere grandi delitti, eccetera, di tutto ciò nel suo corpo una traccia *deve* esserci.

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Cronaca di un romanzo, 2

18 dicembre 2020

di Giulio Mozzi

Dicevo: “Stava per accadere un incontro importante. Molto importante”. Non mi ricordo esattamente il giorno e l’ora e il punto, e essere sinceri nemmeno l’anno (direi il 2000 o giù di lì), ma un bel giorno mi ritrovai a casa di Claudio Laudani, pittore. Lo guardavo lavorare. Claudio aveva preparato un fondo scuro, petrolio, su una tavola di compensato; e in quel momento ci stava facendo sgocciolare sopra degli altri colori: rosso, giallo, non so più se altro. Faceva colare il colore, muoveva la tavola, faceva andare il colore di qua e di là. Ora, io sono sicuro che se facessi qualcosa del genere riuscirei al massimo a ottenere un insieme di macchie – o, più probabilmente, un pastrocchio confusamente monocromo. Invece Claudio, con questa tecnica – lui la chiama “dripping”, appunto sgocciolamento – riesce a fare cose che a me sembrano meravigliose.

Quando apparve la figura che vedete qui sotto io uscii di testa. Intanto bloccai Claudio, che stava per fare altri interventi sulla tavola. Gli feci anche delle minacce, credo. Poi cominciai a parlare, e parlai – con Claudio che stava fermo ad ascoltare – per almeno mezz’ora. Poi me ne andai, tutto scombussolato. Qualche tempo dopo (giorni? mesi? e chi si ricorda?) Gualtiero, che di tanto in tanto fotografava i lavori di Claudio, mi fece vedere la fotografia di quella tavola lì; e mi disse che il titolo era Discorso attorno a un sentimento nascente. “Bel titolo”, dissi, “ma è strano: Claudio non dà mai ai suoi lavori dei titoli così”. “Lui dice che gliel’hai dato tu”. Da parte mia, nessun ricordo: e non ho motivi per dubitare della memoria di Claudio o di Gualtiero.

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Cronaca di un romanzo, 1

11 dicembre 2020

di Giulio Mozzi

Chiunque si metta in testa di raccontare il modo e la maniera in cui ha scritto il proprio romanzo deve innanzitutto prendere atto dell’esistenza del Romanzo di un romanzo, il libro nel quale Thomas Mann raccontò la genesi del Doctor Faustus: il che significa, prima di tutto, prendere atto della distanza enorme che c’è tra il proprio lavoro e il lavoro di una delle più eminenti personalità della letteratura (e della moralità, direi) occidentale del Novecento. Quindi metto le mani avanti: no, non ho nessuna intenzione di immaginare di essere più di quel che sono – un pover’uomo, come tutti -, e non pretendo nemmeno di raccontare una storia esemplare. Più banalmente: ho sfiancato per più di vent’anni le mie amiche e i miei amici – e i lettori e le lettrici di vibrisse – con la storia di questo romanzo che avevo lì, che di tanto in tanto dichiaravo “in corso d’opera” o “in traiettoria d’arrivo” o addirittura “praticamente finito”, e che regolarmente svaniva dietro ai miei “non sono soddisfatto”, “non mi piace”, “non so come fare a chiuderlo”, e tutte quelle cose là. E quindi offro la mia cronachetta a mo’ di risarcimento per la pazienza che ho chiesta, e di ringraziamento per la pazienza che ho ricevuta. Dunque comincio.

Era il 1998. Avevo appena pubblicato presso Mondadori Il male naturale. Il libro aveva avuto uno strano destino: tiepide lodi da parte della critica, qualche sostanziale stroncatura (un recensore, addirittura, attaccandosi al fatto che in calce a ogni racconto erano indicate le date di inizio e fine di scrittura, lo bollò senz’altro come libro raccogliticcio), e a un certo punto la bomba. Mi chiama una giornalista dell’Adn Kronos, mi dice che un parlamentare ha fatto un’interrogazione parlamentare sul mio libro, e minaccia una denuncia con richiesta di sequestro. Tutto era legato a un racconto, molto breve, due paginette, intitolato Amore, nel quale si descriveva un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino (Geno Pampaloni lo definì “crudele e freddo, ma privo di compiacimenti stilistici”). Ci fu un po’ di polverone, ci fu una riunione con qualche strillo in Mondadori, e tutto finì lì (ci fu anche, mesi dopo, anche la risposta all’interrogazione parlamentare, per bocca dell’allora presidente del Consiglio dei ministri Massimo D’Alema: ma ovviamente la cosa non interessava più a nessuno). Non so se effettivamente la denuncia fu mai presentata. Tutta la storia è raccontata in appendice alla nuova edizione de Il male naturale, uscita presso Laurana nel 2012, con una postfazione di Demetrio Paolin.

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Il mio primo romanzo

9 dicembre 2020

Mi fa un po’ impressione dirlo così, ma è così: dopo ormai ventisette anni che faccio libri, il 14 gennaio 2021 l’editore Marsilio pubblicherà il mio primo romanzo. S’intitola Le ripetizioni. In copertina c’è il ritratto di un giovinetto, un quadro della cerchia del Giorgione che è conservato a Milano presso il museo Poldi Pezzoli.

Ciro di Pers, “Orologio da ruote” (dall’Antologia maniacale)

9 maggio 2018

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

Orologio da ruote.
Sonetto di Ciro di Pers (1599-1663).

Ciro di Pers nella Treccani. Un breve commento a questo sonetto, sempre nella Treccani. Una larga scelta di poesie di Ciro di Pers in Wikisource.

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.

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Smettere (anche solo provvisoriamente) di essere scrittori. Su Giulio Mozzi e “Fiction 2.0”

26 aprile 2018

di Luca Fiorentini

[Questo articolo di Luca Fiorentini è apparso nel numero di aprile del mensile L’indice dei libri del mese. Ringrazio per l’attenzione. gm]

Nella Breve notizia collocata in apertura di Fiction 2.0 (Laurana, 2017), Giulio Mozzi dedica qualche riflessione, com’è naturale, alla prima edizione del libro, apparsa presso Einaudi nel 2001 e intitolata semplicemente Fiction. I toni sono quelli che Mozzi impiega usualmente quando illustra il proprio lavoro: molto secchi; Fiction è descritto fra l’altro come l’opera di un narratore ormai “prossimo alla fine”. Che questo giudizio non sia frutto di una riflessione a posteriori, ma che anzi qualifichi il libro fin dalle sue origini, è dimostrato da un’email che Mozzi inviò nel novembre del 1999 all’editor che lo seguiva presso Einaudi. Ampi estratti del messaggio sono oggi disponibili in Vibrisse, bollettino; uno, in particolare, merita di essere citato: “Tu sai che io ho sempre condiviso molto dei miei personaggi. Questa prossimità con i personaggi è sempre stata il mio rischio più forte o uno dei miei rischi più forti. Se alcuni dei miei racconti rasentano la cattiva letteratura, o sono cattiva letteratura tout-court, è perché questa prossimità è eccessiva o mal governata. Ora, i personaggi che parlano in questi racconti nuovi non hanno nessuna prossimità con me. Possono appartenere alla mia stessa parrocchia o abitare nella piazza del mio quartiere, ma non c’è nessuna prossimità”. L’email si chiude con l’annuncio di un cambiamento di ordine esistenziale (“Faremo grandi cambiamenti, benché non sappia ancora ben quali”); e l’ultima frase recita: “E finalmente, spero, smetterò di scrivere”.

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Qfwfq e Yhwh

24 novembre 2017

Qfwfq, I suppose (click!)

di Marco Candida

[Il racconto di Giulio Mozzi Acqua comparve nella prima edizione, Einaudi 2001, della raccolta Fiction. Non compare nella nuova edizione, Fiction 2.0, Laurana 2017, Si può leggere qui. gm].

Mi butto.

E se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa tribù?

Prima di tutto, chi sono Qfwfq e Yhwh?

Qfwfq è il protagonista di una serie di racconti scritti da Italo Calvino; appare nelle raccolte Le Cosmicomiche, Ti con zero e qua e là ancora. Yhwh, invece, per chi non lo avesse riconosciuto subito, oramai tutti lo abbiamo presente con il nome di… Dio. Qfwfq è noto alle cronache dal 1963 d.c., quando apparve per la prima volta all’interno di un racconto pubblicato sulla rivista Il Caffè. Yhwh, invece, è noto da tempi molto più antichi.

Dunque, ripartiamo: e se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa grande famiglia?

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Come sono fatti certi libri, 25 / “Fiction 2.0”, di Giulio Mozzi

20 settembre 2017

di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). Naturalmente, e sia chiaro soprattutto per questo articolo, la bizzarria della forma non comporta necessariamente un’alta qualità letteraria. gm].

Fiction 2.0:

Fiction, libro di Giulio Mozzi uscito per Einaudi nel 2001, torna oggi in libreria per Laurana Editore in edizione «sfoltita e incrementata» e con il titolo di Fiction 2.0.

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“Vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo”

18 settembre 2017

di Paolo Pegoraro

[Questo articolo di Paolo Pegoraro, che ringrazio, è apparso nel numero di settembre 2017 del mensile Jesus].

Quando, nel 2001, Fiction fece la sua comparsa in libreria, i social network non esistevano e i reality sbarcavano nel nostro paese. Rileggere questi racconti di Giulio Mozzi sedici anni dopo – Fiction 2.0, nuova edizione «sfoltita e ampliata» per Laurana Editore – riconferma la sensazione di un libro speciale. E non perché “profetico” dell’avvenuto tracollo della realtà nel suo racconto, e del racconto nelle sue forme. Quasi tutte queste storie propongono fin dall’incipit il confronto con la morte: minacciata, dispensata, vagheggiata. Di fronte all’ineluttabile, personaggi asserragliati nella trincea delle parole. Non è un caso che il primo racconto, La fede in Dio, insceni lo scontro tra profeti del niente e suoi nemici (ma attenti a dire chi è chi). Nell’inedito I mostri il demiurgo Giulio Mozzi viene pregato da un personaggio di essere consegnata al nulla. Qual è dunque, la vocazione della parola? Risponde il racconto Narratology, autentica “narratheology”, vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo. «In esso», spiega lo stesso Mozzi, «un uomo domanda: perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire la duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno?». E la risposta che quest’uomo non trova, ma che dà Fiction nel suo complesso, è: perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile. Morale della favola: la scrittura di Mozzi è una sfida continua all’esattezza, formale e contenutistica. Senza mai disumanizzarsi. La sua è una chiarezza appassionata, un grottesco da cattedrale romanica, naturalmente a proprio agio tra le pieghe contraddittorie della «sacra oscenità» di questo mondo materiale.

“Fiducia incrollabile, rigorosa coerenza”

18 settembre 2017

di Cesare De Michelis

[Fa sempre una certa impressione essere recensiti dal proprio datore di lavoro. L’articolo è apparso ieri 17 settembre 2017 nel Corriere del Veneto, dorso regionale del Corriere della sera. gm].

Mozzi ha fatto coincidere la propria storia di narratore con quella del secolo scorso. In questo si è dedicato, oltre che ai testi degli altri, a ripercorrere i propri passi, tornando sui suoi testi narrativi per ristamparli con i ripensamenti che intanto gli sembravano indispensabili, in qualche caso appena percepibili tanto erano lievi e «formali», veri e propri ritocchi. In altri, invece, profondi e strutturali, tanto che il libro che ora abbiamo di fronte è davvero un altro rispetto al precedente e suggerisce, quindi, diverse riflessioni e proposte interpretative: è il caso di questo Fiction 2.0 (Laurana, pp. 284, € 15,90), che riprende un precedente Fiction (Einaudi 2001), ora liquidato dall’autore come «un libro sbagliato, costituito di fatto da due libri che non potevano stare insieme». Allora, nella fretta di chiudere i conti col secolo e con il millennio, lo scrittore, «che ormai, come narratore, era – o si sentiva – prossimo alla fine», aveva messo insieme «un po’ di tutto», puntando sul fatto che a tenerlo insieme sarebbe bastata la tensione che aveva deliberatamente aperto tra la vita e la letteratura, o tra la realtà e la finzione, nella certezza di non trovarsi di fronte a un’alternativa, ma a due facce della stessa medaglia, a due aspetti complementari – e inscindibili – che inevitabilmente sulla pagina interagiscono.

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“Un insieme di materiali che abbatte il confine tra vero e falso, tra letteratura e vita, tra artificio e cosmologia”

14 agosto 2017

di Cristina Taglietti

[Questo articolo di Cristina Taglietti, che ringrazio, è apparso oggi nel quotidiano “Corriere della sera”.]

Bisogna leggere Fiction per rendersi conto di quanto Giulio Mozzi abbia anticipato temi e questioni che oggi sono diventati di moda nel dibattito culturale. Fiction 2.0 è il nuovo titolo dato alla raccolta che uscì nel 2001 da Einaudi e viene ora ripubblicata in una nuova edizione «sfoltita e incrementata» da Laurana, l’editore che a Mozzi si è affidato e a cui lo scrittore veneto affida i suoi testi.

Mozzi è uno scrittore che si mette in discussione, che si rilegge e ripensa il suo lavoro; uno sperimentatore che ama mescolare generi e tecniche ridefinendo continuamente la sua scrittura ma sempre sotto il segno di una straordinaria coerenza stilistica. Prima di molti altri ha praticato l’autofiction, prima di molti altri ha messo al centro l’idea stessa di finzione che, in questo libro, imbocca due strade distinte accomunate dal fatto di giocare sul paradosso e sull’equivoco.

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“L’unico scrittore che Mozzi abbia deciso di nascondere è lui stesso”

22 luglio 2017
Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa, che ringrazio, è apparso oggi in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa]. [Il medesimo articolo, in una versione un po’ più lunga, è poi uscito in Le parole e le cose].

Cos’hanno in comune Laura Pugno e Vitaliano Trevisan, Giorgio Falco e Franco Arminio? A parte la statura di scrittori niente, si direbbe, o quasi. Il loro link d’origine è un altro scrittore che, in quanto tale, poco parrebbe avere a che fare con tutti loro. Questo scrittore è Giulio Mozzi, che – come consulente editoriale (se ciò basta a designarne la vocazione rabdomantica) – tra la metà dei Novanta e i primi del decennio seguente ha permesso loro di riconoscere la propria voce, poi di farla conoscere ai lettori. Se un giorno si farà un bilancio, di questo passaggio di secolo, si dovrà ammettere che è stata una delle stagioni più fertili, per la terra della prosa. E che, se per ogni generazione c’è un maestro segreto – non perché non riconosciuto, ma in quanto arduo è circoscriverne il magistero –, il maestro di questa generazione è Giulio Mozzi.

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Il codice del dolore (e la consolazione del gioco)

12 luglio 2017

di Franco Foschi

[Franco è un amico, questo devo premetterlo. E’ uno scrittore bravo ed eclettico, in prosa e in versi, ed è un eccellente pediatra. E ha altre qualità morali, sulle quali qui sorvolo. Ha letto Fiction 2.0 e mi ha mandato questo. gm].

Quanti, tra coloro che scrivono, partono sin dall’inizio ponendosi un obiettivo alto? Quanti, tra questi, hanno la forza, le idee e quel filo di presunzione necessari?

La massima parte degli scrittori, sfogliandoli nelle librerie, mi pare abbia a che fare più che altro col mondo del commercio. L’altra fetta che mi sembra dominante è quella di chi scrive senza tanti perché. Infine, nella “torta” statistica, c’è quella strisciolina esigua, di solito dipinta con un colore intenso perché altrimenti sparirebbe, che appartiene agli scrittori con un perché. I quali con ogni probabilità rifiuterebbero questa nicchia, alcuni magari sarebbero pronti a schermirsi, altri a sostenere una leggerezza che poi i loro testi contraddicono, altri, forse la maggioranza, sceglierebbero il silenzio.

Mozzi ha il talento, la forza, le idee e quel pizzico di presunzione da appartenere agli scrittori con un perché. E che gran perché, nel suo caso. I racconti di questo Fiction 2.0, remake riveduto e corretto di un libro già uscito sedici anni fa, possiedono un piglio, una carica emotiva e una elettricità tali, soprattutto nella prima metà del libro, che ci prendono a spallate lasciandoci barcollanti, stupefatti, ma soprattutto pieni di domande. Il che è una caratteristica di ogni forma d’arte che meriti rispetto. Sì, perché gli argomenti di Mozzi non sono mai light, diciamo così dietetici (per l’anima, ovvio): il suicidio, la malattia della mente, il sesso anche patologico, il disamore, la frustrazione esistenziale… Argomenti che non possono che essere resi sulla pagina se non in maniera provocatoria, violenta: niente di consolatorio, quieto, quella letteratura che ti lascia lì tranquillo a crogiolarti nel nulla, nel vuoto, nello sterile riposo…

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Che cos’è il libro “Fiction 2.0” del 2017 e in che cosa è diverso dal libro “Fiction” del 2001

6 luglio 2017

Un certo numero di Giulio Mozzi

di giuliomozzi

Un uomo ha un’intuizione. Comincia a scrivere un romanzo. Scrive con foga, quasi senza pensare, come se una voce gli dettasse da dentro. Ha la sensazione che ciò che sta scrivendo sia bello. Porta i primi capitoli a un suo professore. Il professore legge, è perplesso, fa due controlli, poi meravigliato dice: “Figliolo, ma tu hai semplicemente copiato il Don Chischiotte di Cervantes!”. L’uomo, che non ha mai letto il Don Chisciotte, resta sbalordito.

Questa è la storia, notissima, raccontata da Borges nel racconto intitolato appunto Pierre Menard, autore del “Chisciotte”. Ma non è importante la storia in sé, quanto uno dei possibili significati proposto da Borges: il Don Chisciotte scritto da Cervantes all’inizio del Seicento e quello scritto da Pierre Menard in pieno Novecento, per il solo fatto di essere scritti da autori diversi e in tempi diversi, benché identici parola per parola sono due libri completamente diversi. Il Don Chisciotte cervantino, per dire, non potrà che essere letto alla luce della cultura spagnola del Seicento; quello di Menard alla luce di quella francese del Novecento. Eccetera. Ma vi ho ingannati.

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“Non ho smesso, semmai ho finito”

5 luglio 2017

Nicolò Menniti-Ippolito intervista Giulio Mozzi

[Questo articolo è apparso nei quotidiani Il mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, oggi 5 luglio 2017].

Torna in libreria in questi giorni Fiction, la quarta raccolta di racconti di Giulio Mozzi, che fu pubblicata nel 2001 da Einaudi. Ora, lievemente ritoccata, si intitola Fiction 2.0 ed è edito da Laurana editore, che sta riproponendo tutti i lavori dello scrittore padovano, tributo a un autore che ha precocemente deciso di continuare a occuparsi di libri ma soprattutto dei libri degli altri, considerandosi un ex-scrittore. Cosa rarissima, quasi innaturale. In qualche modo Fiction, che veniva dopo altre tre raccolte di racconti, è stato l’ultima opera autenticamente narrativa di Mozzi.

Quando ha scritto Fiction, era considerasto uno dei maggiori autori italiani di racconti. Ma nel libro sembra esserci la voglia di uscire da una forma classica, di cui tutti la riconoscevano maestro.

Forse si trattava di uscire non da una «forma classica» ma dall’ingenuità. A suo tempo (la prima edizione è del 2001) percepivo Fiction come un libro molto “tecnico”, nel quale gliela facevo vedere io che cosa ero capace di fare: «Dàtemi una prima persona, e vi farò credere qualunque cosa!». E mi pareva un libro molto nitido, molto pulito. Mi accorsi solo molto dopo (ma l’illusione doveva essere forte, perché non se ne accorse in fondo nemmeno l’editore), che sulla nitidezza e pulizia formale prevalevano le follie e i delirii dei personaggi.

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L’ultimo democristiano rimasto sulla faccia della terra

13 giugno 2017

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“E finalmente, spero, smetterò di scrivere” (il lungo cammino verso “Fiction”)

6 giugno 2017

di giuliomozzi

[Il 22 novembre 1999, mentre stavo lavorando al libro Fiction – che apparve presso Einaudi nel 2001 e la cui nuova edizione, Fiction 2.0, sarà a giorni in libreria per Laurana – scrissi all’editor che mi seguiva per fare il punto della situazione (peraltro l’editing, poi, lo feci con un’altra persona). All’epoca l’effettivo titolo del libro non era ancora stato concepito. Pubblico la lettera con qualche doverosa omissione. Vi si parla anche di racconti mai portati a termine. gm]

Padova, 22 novembre 1999

[…] èccoti il libro nuovo. È praticamente finito, nel senso che si vede com’è e come andrà a finire, anche se forse uno solo dei pezzi (Lettera ai direttori) è effettivamente finito, uno (Calcoli) è appena un abbozzo, uno è ancora a metà strada (La fede in Dio) e uno forse è fallito e sarà da buttare (Giustizia poetica?). In realtà è scritto al 70% e riveduto al 30%, più o meno: ma adesso si capisce che cosa ne verrà fuori, e quindi mi sembra il momento buono per parlarne.

Un paio di questi pezzi (La fede in Dio e Calcoli) te li mandai prima delle vacanze d’agosto – il giorno dopo l’ultima volta che siamo riusciti a parlarci. Allora non avevo la minima idea di come sarebbe andata la faccenda.

La faccenda è che io – Giulio Mozzi – ho deciso di editare una serie di testi: lettere, dichiarazioni, memoriali eccetera di alcuni personaggi curiosi, strampalati o tragici. Testi non scritti da me. Come editore, mi limito a corredare questi testi – non sempre: quando serve – con chiarimenti, allegati, ritagli di giornale e così via.

La faccenda diventa estremista con Ultima comunicazione: un testo di quattro righe, la lettera di addio di una adolescente che poi si butterà dal cavalcavia, per il quale prevedo circa venti pagine di allegati. Ne ho fatta un’occasione per lavorare insieme a un po’ di amici: L* P*, S* B*, Umberto Casadei, M* N*) eccetera: loro scriveranno gli allegati, io poi farò un po’ di assemblaggio e di cut-up. [1]

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Ultimi libri letti o riletti

6 giugno 2017

di giuliomozzi

Lirici della scapigliatura, a c. di Gilberto Finzi, Mondadori 1965, pp. 303 (leggiucchiato). (Comperato a Bologna, Libreria Ibs).

– Giuseppe Caliceti, Miti bambini. Come rispondere alle grandi domande dei piccoli, Bompiani 2017, pp. 171 (ricevuto in omaggio).

– Edoardo Albinati, La comunione dei beni, pref. Giordano Meacci, Nino Aragno 2017, pp. 159 (ricevuto in omaggio).

Almanacco 2017. Mappe del tempo. Memoria, archivi e futuro, a c. di Ermanno Cavazzoni, Quodlibet Compagnia Extra 2017, pp. 162 (Comperato a Bologna, Libreria Ibs).

– Salvador Elizondo, Farabeuf o La cronaca di un istante, tr. Enrico Cicogna, Feltrinelli 1970, pp. 158 (rilettura). (Comperato molto tempo fa, chissà dove).

– Alberto Arbasino, Super-Eliogabalo, Feltrinelli 1969, pp. 322 (rilettura). (Comperato molto tempo fa presso Il Libraccio, Milano).

– Christoph Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, tr. delle Benedettine dell’Isola di San Giulio, rev. Maurizio Rossi, vol. I, pp. 445, Dehoniane Bologna 2009 (appena iniziato, sono a p. 84). (Acquistato presso la Libreria San Paolo di Cagliari).

E voi?

Acqua

24 maggio 2017

Franco Brizzo rende omaggio, molto dal basso, a Italo Calvino

[Nei primi giorni di giugno 2017, così assicura l’editore (Laurana), se l’Autore non s’inventerà qualcosa di strano, sarà in libreria Fiction 2.0, di Giulio Mozzi, nuova edizione parecchio riveduta del libro Fiction già pubblicato presso Einaudi nel 2001. Ci sarà dentro qualcosa di un po’ cambiato, qualcosa in più e qualcosa in meno. A questo “qualcosa in meno” – racconti che all’Autore sono sembrati incompatibili col resto dell’opera, o che non gli piacciono più, o che come questo sembrano sorpassati dagli avvenimenti – diamo un’estrema chance di sopravvivenza pubblicandoli qui. Ecco il secondo, attribuito a Franco Brizzo. Come tutti ricorderanno, Qwfwq è “il narratore e protagonista di alcune storie scritte da Italo Calvino, tra cui le Cosmicomiche e Ti con zero” (Wikipedia). gm]

Qwfwq si stiracchiò.
Forse non era esattamente uno stiracchiarsi, quello, comunque si trattava della cosa più simile allo stiracchiarsi che fosse capace di fare.
Fece entrare acqua, fece uscire acqua.
Si avvicinò alla riva, pulsando.

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