Posts Tagged ‘William Shakespeare’

Ferrante, Pynchon, Rimbaud e alcune (opinabili) ipotesi

5 ottobre 2016

di Enrico Macioci

Dunque Elena Ferrante sarebbe Anita Raja. Che cambia? Nulla, a mio avviso. Ho letto L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e il volume che apre la tetralogia de L’amica geniale; ho trovato i primi due libri piuttosto contorti, il terzo bello e il quarto una perfetta, coinvolgente macchina narrativa. Non ho mai pensato al fatto di non conoscere l’identità dell’autrice dei testi, né mentre li leggevo né dopo; tutt’al più talora mi domandavo se davvero vi si celasse un uomo. La questione è dibattuta e delicata: esiste un modo di scrivere maschile ed uno femminile? Io non posseggo risposte, però a naso mi pareva che quei libri appartenessero alla sensibilità di una donna. E comunque: finché un romanzo mi piace (o non mi piace), chi l’ha concepito può essere uomo o donna, vivo o morto o moribondo; la biografia dell’autore/autrice non aggiunge e non sottrae un’oncia al godimento estetico. Debbo precisare che le biografie degli artisti mi appassionano; amo frugare nei loro segreti, nelle loro pene, nei loro squallori; ma tengo sempre distanti testo e persona. I dati biografici risultano utili ai fini d’un più preciso inquadramento, la sociologia e la psicologia ci soccorrono; ma non possono rappresentare il perno di un’analisi degna. Di William Shakespeare, forse il più grande scrittore di sempre, sappiamo pochissimo; fu davvero l’umile figlio d’un guantaio o non invece, come riteneva Freud, un nobile d’alto lignaggio? Fu magari Cristopher Marlowe sotto mentite spoglie, che tentava di sfuggire agli agguati politici del tempo? Fu addirittura un certo Crollalanza, siciliano migrato in Inghilterra? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai e nemmeno c’interessa quando ci immergiamo nell’Amleto, nel Re Lear o ne La tempesta; allora conta solo la voce flautata che, traversando i secoli, ammalia il nostro orecchio.

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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Nessuno andrà senza perdono. L’”Evangelio” di Pomilio, il “Regno” di Carrère

30 ottobre 2015

di Alessandro Zaccuri

[Termina con questo intervento il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri interventi che, grazie alla generosità di alcuni, si sono aggiunti a quelli programmati: alcuni ci sono già pervenuti, altri li attendiamo].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Pubblicati a quasi quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, Il quinto evangelio di Mario Pomilio (1975) e Il Regno di Emmanuel Carrère (2014) sono come lo stesso libro scritto da due autori diversi, in condizioni storiche e personali diverse, con strumentazioni tanto diverse da risultare opposte e complementari. Una montagna scalata da versanti differenti, anche se la cima è unica. Ma la cima è, per sua natura, evidente e nello stesso tempo sfuggente.

Questa che proverò ad argomentare non è propriamente una tesi critica, ma la convinzione che ho maturato nella mia storia di lettore di Pomilio e di lettore di Carrère. Dell’uno e dell’altro, non dei due contemporaneamente, perché per molte ragioni – la più banale delle quali deriva dall’anagrafe – ho conosciuto Pomilio e Carrère in tempi successivi. Ho letto Il quinto evangelio da ragazzo, mentre Il Regno mi è venuto incontro nel pieno dell’età adulta, e prima di lui c’è stato L’Avversario (2000), il libro nel quale Carrère, inaugurando la sua pratica dell’autofiction, tradisce quell’inquietudine teologica che ha reso ai miei occhi Il Regno stesso un libro meno sorprendente di quanto sia stato per altri. Un uomo che affronta in quel modo il mistero del male non può non essere attratto, con forza uguale e contraria, dal mistero del bene. Chi ha raccontato la dannazione, non può sottrarsi al racconto della salvezza, sia pure una salvezza possibile ed eventuale, qualcosa che balena giusto per un istante prima di perdersi nelle nebbie dello scetticismo.

È lo stesso annuncio portato dall’Angelo della Realtà di Wallace Stevens, l’epifania necessaria che si mostra all’improvviso sulla prosaica porta di casa, sempre restando “un’apparizione apparsa in / apparenze tanto lievi a vedersi che se appena / volge le spalle, subito, ahi subito svanisce”. Eppure, dice ancora di sé l’Angelo parlando ai paysans da cui è circondato, “Sono uno di voi ed essere uno di voi / vale essere e sapere quel che sono e so”. Per me la letteratura sta in questa comunanza di destino, in questa rivelazione fugace e ricorrente, indiscutibile nella sua indimostrabilità. Il quinto evangelio e Il Regno potrebbero essere letti, in questo senso, come un commentario ai versi di Stevens, ma vale anche l’ipotesi contraria, vale più che altro la constatazione per cui, in questo arcipelago di parole e segni, ogni testo commenta ogni altro e ne è a sua volta commentato.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi

17 dicembre 2014

di Luca Tedoldi

[Questo è il settimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Luca per la disponibilità. gm]

luca_tedoldiUna formazione si dice in molti modi. Liceo classico, odiato e amato: belle le lezioni di Italiano, non tutte quelle di Filosofia, pochissimo tutto il resto. Al classico, ma che dico, a Giovanni Valle che venne a farci il corso, devo soprattutto l’amore per il teatro, un’arte che è insieme parola, voce, gesto, letteratura, musica, pittura, ginnastica. Primo anno d’università a Lettere, esami di Letteratura italiana e Storia moderna. Dopo il galleggiamento disanimato del liceo arrivano i primi trenta; ringalluzzito mi metto a studiare davvero ed ogni esame diventa il pretesto di dibattiti infiniti con amici e compagni di facoltà, tanto più che dal secondo anno faccio il passaggio a Filosofia. Alla fine di quelle discussioni non c’era alcun voto, nessuno pensò di riconoscerci un titolo, ma sono state tra le esperienze più formative mai vissute. Peccato per chi, laureato abilitato masterizzato, non ne ha goduto. Molto più utili dei monologhi frontali della Silsis, frequentata sia per Lettere che per Scienze umane (quattro anni di maledizioni), ma meno del tirocinio fatto a scuola (nella trincea della contrapposizione sapere-potere contra diritto all’ignoranza), a vedere quali errori non ripetere. Di primo istinto, dopo aver assistito a tanti, non intenzionali, atti di vandalismo culturale senza poter intervenire, è facile cadere nella forma imperativa e non chiedere, ma pretendere, che chi osi parlare da una cattedra debba fare questo e quello, respingere quell’altro e non dimenticarsi quest’altro ancora. Ad esempio evitare monologhi di un’ora nel silenzio pericoloso dell’aula, decodifiche del testo poetico in cui per quindici minuti si passano in rassegna tutte le versioni di un termine latino nelle lingue romanze, o sette citazioni di testi differenti in sette minuti. Insomma, rigettare come la peste l’autorefenzialità. L’alunno abbagliato accerta la competenza del docente e contemporaneamente nessuna fioritura d’idee o nozioni avviene nella sua mente, aratro senza buoi / che pare dimenticato.

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La formazione dello scrittore, 24 / Enrico Macioci

10 novembre 2014

di Enrico Macioci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

La mia formazione di scrittore si divide in quattro fasi piuttosto nette.

La prima fase va dai sette ai quattordici anni ed è forse la più importante, quella che ha indirizzato e condizionato il seguito nel bene e nel male. Una mattina di febbraio del 1983 nevicava forte. Frequentavo la seconda elementare, la mia classe affacciava su un vicolo che la bufera imbiancò in un amen. La maestra propose di scrivere una poesia sulla neve. Noi alunni ci guardammo perplessi; cos’era una poesia? La maestra ci diede un’ora di tempo o forse due, non ricordo; ciò che ricordo è che allo scadere un solo bambino aveva prodotto una cosiddetta poesia, e quel bambino ero io. Una filastrocca che però conteneva un seme di ritmo e di suono, e qualche timida metafora. Tornai a casa e raccontai l’accaduto consegnando il manoscritto; mio padre, sorpreso e inorgoglito, mi comperò un drago di plastica verde e giallo che conservo ancora. Da lì in avanti, e fino ai tredici anni, scrissi altre trentaquattro poesie più un numero enorme di racconti e romanzi, la maggior parte dei quali non terminati, stipati in decine di quaderni a righe e a quadretti. Leggevo moltissimo e assorbivo lo stile e i contenuti degli autori per poi scimmiottarli; divorai Emilio Salgari, Jules Verne, Francis Hodgson Burnett, Mark Twain, Robert Luis Stevenson ed Edgar Allan Poe; mi sciroppai Pinocchio qualche decina di volte (Pinocchio è un capolavoro della letteratura mondiale, non dimenticatelo mai, specie la scena notturna in cui il gatto e la volpe, avvolti in neri pastrani, braccano il burattino all’uscita dall’osteria del Gambero Rosso); attraversai la fase dell’avventura, quella dell’orrore, quella umoristica e persino quella calcistica (il mio nume tutelare era Gianni Brera). A ben riflettere la produzione in prosa fu sin da allora incomparabilmente più abbondante della produzione in poesia, ma era quest’ultima a suscitare interesse e curiosità. In alcune delle mie poesie c’era in effetti qualcosa di singolare, di troppo precoce, una specie di tristezza matura, un anticipo sui tempi; vinsi dei premi (i premi di poesia per bambini andrebbero aboliti e sostituiti con gare di calci di rigore, o di corsa a ostacoli o di freccette); cominciai a sentire puzza di bruciato. Possedevo un dono bizzarro che si manifestava improvviso e al di fuori del mio controllo, una sorta di lampo o illuminazione indipendente dalla mia volontà, troppo remoto anche per poterlo associare all’istinto; d’un tratto mi sedevo e scrivevo, come sotto dettatura. Questo dono mi regalava attimi brevi ma intensi di felicità – meglio: di rapimento e pienezza, di totale sintonia col mistero chiamato mondo; però allo stesso tempo mi separava dal mondo, dal mondo e dagli amici. Non era vero naturalmente, ma quando mai ciò che è vero ha contato un soldo bucato nelle nostre vite? Conta solo ciò che crediamo, e io credevo con fermezza che la poesia (non il racconto o il romanzo, si badi bene, solo la poesia) scavasse un fossato fra me e i miei coetanei, mi rendesse “diverso” (una parola dubbia e ambigua, una parola limacciosa, una parola che è una palude). In realtà gli amici e le amiche si limitavano a manifestare equanimità, stupore o addirittura ammirazione quando s’imbattevano nei miei versi, ma il mio astio verso il “dono” divenne via via più inflessibile. Da un certo punto in avanti non volli che si parlasse delle mie poesie e ne proibii la circolazione; se qualche parente diffondeva la voce del poeta m’arrabbiavo; staccai dal muro un diploma di merito e lo nascosi sotto il letto, dietro le scatole delle scarpe, nel regno della polvere e dell’oblio; infine, sei giorni dopo aver compiuto quattordici anni, buttai giù l’ultima poesia da bambino e decisi che non avrei più scritto. Fu una risoluzione netta, fredda e consapevole, non certo un capriccio. Ci diedi un taglio con l’affilata lama della vergogna intinta nel veleno del senso di colpa. Non scrissi (e non lessi) più nulla per i successivi tredici anni.

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La formazione dello scrittore, 7 / Vitaliano Trevisan

3 luglio 2014

di Vitaliano Trevisan

[Questo è il settimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Vitaliano per la disponibilità. gm]

‘Was that, my friend smyled, ‘where “you have your roots”?
No, only where my childhood was unspent,
I wanted to retort, just where I started:

By now I’ve got the whole place clearly charted.

Philip Larkin, I remember, I remember

vitaliano_trevisanMi accade, di tanto in tanto, di non riuscire a dormire. Meglio lasciare il letto subito, prima che i demoni inizino con le loro insinuanti litanie. Una passeggiata notturna, lunga quanto basta perché si stanchino di aspettare. Naturalmente il paese è deserto e discretamente buio, cosa che in fondo apprezziamo, dato che non c’è niente da vedere. In questo posto, per trovarci qualcosa uno dev’esserci nato. Ma se ci è nato, com’è il caso di chi scrive, non è affatto detto che da quel qualcosa scaturiscano ricordi belli e piacevoli.

La formazione dello scrittore. Disagio è la prima parola che mi viene in mente. Molto a disagio. Anzitutto presuppone il fatto di essere formato, idea che non mi piace, specie se in riferimento alla mia scrittura – mia in corsivo non per rimarcarne il possesso, ma, viceversa, perché sono sempre più convinto che essa non sia mia. Al contempo, identificazione dello scrittore nella sua scrittura – corsivo come sopra. A questo punto, non mi è più chiaro chi stia scrivendo di chi.

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La formazione della scrittrice, 23 / Elisabetta Bucciarelli

16 giugno 2014

di Elisabetta Bucciarelli

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da poco affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Elisabetta per la disponibilità. La prossima ospite sarà Simona Vinci. gm].

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Erano i racconti di mia nonna, di paese marchigiano, spiritismo e magia, che mi catturavano più di ogni altra cosa. Mi ricordo che ascoltavo mentre lavava i piatti e intanto pensavo che avrei dovuto scriverli per non perderli, per non perdere lei più che le sue parole, ma non l’ho mai fatto.
Per questo succede che ogni incontro di persona importante, “lo scrivo”, lo imprigiono nelle mie parole e lo rendo mio per sempre sulla carta. Così resta, rimane con me.

Nei temi raccontavo storie. I miei venivano convocati per sapere se fossero vere. Non lo erano quasi mai. La mia fortuna è che non mi hanno mai fatto sentire diversa o bugiarda, la mia fortuna è che potevo permettermi di essere quello che ero perché sembravo altro.

A casa giravano tanti libri, ma la formazione di autrice è passata piuttosto dall’ascolto, dalle parole dette, dai contrasti, dalle azioni, dalle negazioni. Le parole lette arrivano dopo, almeno nella memoria.
Erano i libri di psicologia di mia madre che mi attiravano, i volumi degli esistenzialisti francesi, di Sartre, Camus e soprattutto, di Simone de Beauvoir. Alle medie non erano previsti, ne parlavo con gli adulti, soprattutto quelli che non avevano parole adatte a parlare con i bambini.

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La formazione dello scrittore, 3 / Tullio Avoledo

5 giugno 2014

Nascita di uno scrittore (a partire dal naso)

di Tullio Avoledo

[Questo è il terzo articolo della serie La formazione dello scrittore (parallela a quella La formazione della scrittrice), che appare in vibrisse il giovedì. Ringrazio Tullio per la disponibilità. gm]

tullio_avoledoPenso di essere diventato scrittore a causa del mio naso.
Credo sia cominciato tutto con l’enciclopedia Conoscere.
Era un’enciclopedia per ragazzi degli anni ’60. La compravi a fascicoli, in edicola, e quando avevi completato la raccolta dei fascicoli di un volume li facevi rilegare. L’odore di colla del volume appena rilegato (da un cugino di mio padre che lo faceva di mestiere) era semplicemente fantastico.
A casa mia arrivarono solo tre volumi, di quell’enciclopedia: l’XI, il XII e il XIII. Non so perché. Forse la cosa fu dovuta al fatto che nel 1966 uscì la terza edizione del Grande dizionario enciclopedico UTET, che rese immediatamente obsoleta Conoscere.
Ma la mia prima formazione alla lettura avvenne sui tre volumi di quell’enciclopedia, che aveva un odore buonissimo e la caratteristica di non essere organizzata per argomenti, o secondo criteri logici: due pagine sui Sumeri potevano seguirne due sul sistema solare, e precederne altre due su Leone Tolstoj.
Il Dizionario enciclopedico UTET piombò su quel mondo caotico e colorato con l’impatto devastante di un meteorite. Sulle rovine fumanti di una giungla d’informazioni e illustrazioni si levò un monolito che aveva sul dorso la scritta A-APO.
Ricordo ancora, a distanza di quasi cinquant’anni, la sequenza degli indici di quei volumi: A-APO, APP-BEQ, BER-CAQ, CAR-CLE, CLI-DAN… Nomi simili a quelli di divinità oscure, a un cupo rituale di evocazione lovecraftiano.
La UTET stava a Conoscere come i tripodi marziani di George H. Wells stavano alle brigate di cavalleria dei Terrestri. Era l’iPod contro il mangianastri, l’iPhone contro un telefono a disco combinatore.
Eppure…

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La formazione della scrittrice, 21 / Claudia Priano

2 giugno 2014

di Claudia Priano

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Claudia per la disponibilità. gm].

Scrivo per necessità. Scrivo perché la parola scritta è stata per me un modo importante per capire e per esprimere quello che sentivo, vedevo e leggevo nella realtà, questo in sintesi, molto in sintesi.

Ero da bambina una timida speciale, patologicamente timida. Non mi andava di parlare, soprattutto non mi riusciva, se mi rivolgevano una domanda mi facevo rossa, balbettavo. Spesso ero silenziosa e malinconica, e ciò infastidiva i miei familiari, li metteva in imbarazzo, rispondi alla signora, mi dicevano, ma io muta non cedevo, ritenevo che mi rivolgessero domande alle quali non sapevo dare una risposta, gli adulti lo fanno spesso, mentre spesso i bambini si aspettano di sentirsi fare domande opportune e non del tutto idiote. Ti piace la scuola?, li mangi gli spinaci?, fai la brava? Avrei dovuto rispondere mentendo, e allora me ne stavo zitta, è fatta così, è tanto timida, ma è brava, si scusava mia madre.
Quel ma è brava mi infastidiva, mi faceva salire una rabbia al punto tale che avrei voluto farglielo rimangiare in qualche modo, ma non sapevo come. Non c’era modo di spiegarglielo, perché non trovavo le parole, le cercavo ma mi si asciugavano in gola, sulla lingua giungevano secche, polverizzate, sputavo quel che rimaneva in ritardo, nel momento sbagliato, quando avevano perso di significato.
Non so se sia per via del concetto di tempo che non mi era chiaro, ma fatto sta che dentro di me regnava una lentezza, ero sempre in ritardo ogni volta che dovevo spiegare, parlare, chiedere.

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