Note di lettura: “Marca gioiosa” di Roberto Plevano.

by
di Luigi Preziosi

Marca gioiosa (Neri Pozza editore, 2017, € 18,00) è un libro di cui si può scrivere anche a distanza di tempo dalla sua uscita, prescindendo dalle ordinarie stringenti esigenze di maggior o minore riuscita editoriale. Il suo autore, Roberto Plevano, consegna al lettore un romanzo storico tutt’altro che effimero dalla robusta impalcatura, in cui accanto ad una precisa e circostanziata ricostruzione dei modi di essere dell’epoca di ambientazione, risalta la precisa scansione dei tempi interna alla vicenda narrata, il che è in fondo una delle principali doti che si richiedono al narratore di razza.

La storia si svolge all’inizio del XIII secolo, e si dipana attraverso luoghi e vicende emblematiche dell’epoca raccontata, un Medioevo di indicibili efferatezze e di vertiginose guglie di spiritualità, di carnalità grassa e di sublimazioni del sentimento amoroso.

In Provincia, cioè in Provenza, Amalrico, il giovane protagonista, ritorna al suo paese Bézieres dopo aver studiato presso il dotto magister artium Amalrico (Amalrico di Bène) di Tolosa, per ritrovare il padre barrocciaio e gli amici di infanzia. Ma si scontra con la realtà terribile delle persecuzioni contro i Catari: la crociata contro gli albigesi sta mettendo a ferro e fuoco le campagne e le città. I Crocesignati, preceduti da fama di valorosi nelle crociate in Palestina, si dimostrano nella realtà dei fatti un’orda barbarica, gioiosamente esecutori di quell’“uccideteli tutti: Dio riconoscerà i suoi” pronunciato (probabilmente) dal legato pontificio Arnaud Amaury, in forza del quale si risparmiano il disturbo di distinguere tra cristiani e cristiani, figli tutti dello stesso Dio, anche se non lo sanno più.

A Bézieres non solo non ritrova il padre, ma assiste ad un terribile massacro: “…vidi i corpi ammassati nella terra. Scaricati nella fossa dai carri, come detriti, rifiuti, paglia fradicia. In una promiscuità mai vista, inconcepibile da una mente sana, gettati uno sopra, uno in fianco all’altro, scomposti, contorti…teste, piedi, mani, ginocchia flesse, ciocche disfatte di capelli nelle bocche aperte, sulle lingue nere, sugli occhi fangosi, sulla pelle grigia e affumicata, membra e tronchi e costole a fare un solo impasto, come nessun vivente potrebbe tollerare…”

Amalrico scampa fortunosamente all’eccidio insieme ad Uc de San Sir, un giovane giullare e aspirante trovatore particolarmente versato nell’arte di arrangiarsi in ogni circostanza. Riparano a Montpellier presso il medico ebreo Mesulla Ben Jacob, che riesce grazie alla sua arte a rimettere in forze lo stremato Amalrico. Ben presto i due ragazzi si separano, e, su indicazione di Mesulla, che gli dona il suo compendio di arte medica, il protagonista si aggrega a una carovana di «mercatanti» ebrei diretti in Italia, guidata da messer Raphael Benbenisti. Inizia un viaggio che lo porterà in Italia, attraversando “Zena“ (Genova), la città dei mille affari, e piegando poi verso il Po, toccando Verona, la porta d’Italia, “Vincentia” (Vicenza) per concludersi inaspettatamente non a Venezia, meta prestabilita della carovana, ma a Baxiàn, l’odierna Bassano. Qui un occasionale incontro lo pone in luce favorevole presso i figli del signore del luogo, Ezzellino da Romano, che lo trattiene alla sua corte, al centro di quella Marca che nei secoli dell’età di mezzo acquisì fama di gioiosa, per la dolcezza del paesaggio, per il benessere recato da floridi commerci e per la serenità con cui i suoi abitanti vi hanno condotto fino ad allora le loro esistenze.

La frequentazione tra l’orfano provenzale e i rampolli del signore di Bassano attraversa gli anni, si solidifica in amicizia costantemente venata di riverenza, si assottiglia in diffidenza reciproca, ritorna nel tempo declinata nelle diverse intensità con cui connotano le relazioni tra ragazzi che imparano a diventare adulti. Amalrico si allontanerà, con il consenso del signore, per raggiungere Salerno, dove imparerà i segreti dell’arte medica. La eserciterà al suo ritorno a Bassano, quando avrà modo di sperimentare la profondità della cesura che il distacco fisico e lo scorrere ancor breve del tempo provocano nei caratteri in formazione. Si è già troppo presto quasi adulti, alla corte del nuovo signore ed antico compagno di avventure adolescenziali, Ezzelino III, che fin dall’infanzia si distingueva per il carattere impetuoso e combattivo, e che concepisce il potere come conquista, desiderio spasmodico di autoaffermazione, da conseguire in una continua tensione all’accrescimento di sé, pur con casuali ed occasionali conseguenze benefiche su chi, i famigliari e Amalrico in primis, lo sostiene e lo supporta.

Inizia una stagione di conflitti con le altre città, Vincentia (Vicenza) in primo luogo, e con signori più o meno potenti con cui Ezzelino ingaggia una serie di guerre vincenti. La sua fama di comandante audace ma anche spietato lo precede, inquieta i nemici, terrorizza le popolazioni inermi delle campagne percorse dalle sua bande. Anche Amalrico viene coinvolto nelle spedizioni guerresche dell’antico amico di adolescenza, è testimone di episodi di efferata crudeltà, e cerca di lenire le sofferenze che le gesta di Ezzelino provocano praticando la sua arte. Ma il suo ruolo si amplia a volte a seconda dell’umore del signore, fino a quello di consigliere di corte: compito che non gli si attaglia, non essendo a suo agio nell’esercizio della tessitura di sottili intrighi di palazzo, ma nel quale sortisce comunque effetti considerevoli se si tratta di far riflettere il da Romano su alleanze o negoziare armistizi. Ha modo così di osservare da vicino, e sempre (per sua fortuna, in certi casi) in veste di comprimario, lo svolgersi di alcuni fatti di capitale importanza per la Marca: guerre, imprese militari al limite dell’impossibile, come la traversata invernale delle montagne per cogliere Verona impreparata all’assalto, ma anche negoziati ad alto livello con le grandi potenze dell’epoca, dalla Repubblica Serenissima, all’Imperatore Federico in persona, dal gelido sguardo color acquamarina.

Ricompare nella seconda parte della storia Uc de San Sir, ancora allegro frequentatore di taverne e bordelli, inesausto sperimentatore dei piaceri della gola e della carne, ma destinato ad abbandonare improvvisamente la sua spensieratezza, travolto anche lui dalle tempeste d’odio che a tratti sommergono chi ha la ventura di vivere nella Marca un tempo gioiosa.

Alla rustica corte di Bassano Amalrico ritrova anche Cunissa, nella quale i silenzi ed il gusto per la solitudine che da bambina coltivava si sono evoluti nella grazia di una giovane donna dal fascino sottile e misterioso, dalla riservatezza priva di alterigia, piuttosto pensosa, come in attesa della felicità che l’ingresso nella giovinezza piena le dischiuderà. Tra i due nasce, impetuoso tanto da stordire, un amore segreto, in cui l’incommensurabilità della distanza che li separa non spegne la passione, anzi pare ravvivarla: “Quel bacio non durò che un istante, ma poi… nel poi che fu il conto dei giorni e degli anni, avrei percorso cento e cento miglia, avrei detto e ascoltato mille e mille parole, avrei letto e scritto e insegnato e consigliato e considerato, avrei badato a innumerevoli faccende, rispettato obblighi, con coscienza e scrupolo talvolta, avrei dormito e sarei stato desto … e sempre dietro l’ossessione di cercare, ritrovare, duplicare quell’odore e quel bacio.” Con Amalrico dunque qualche eco dello stil novo risuona dunque anche in Bassano, ma l’amore clandestino tra la nobildonna e il medico di corte, incupito anche da un episodio tragico, non è destinato a durare, se non nel ricordo struggente di lui. Per volere del fratello Eccelino, Cunissa va sposa a Rizzardo da san Bonifacio, dei conti di Verona, ma presto si presenterà nella Marca Sordello da Goito, che la rapirà riportandola alla famiglia di origine, intessendo con lei quella storia d’amore dai contorni leggendari tramandataci dai trovatori dell’epoca.

Amalrico continuerà ad essere coinvolto nei rivolgimenti politici e guerreschi della Marca, con maggior distacco di prima, ma la sua fedeltà ad Eccellino si si stempera nell’esercizio di una pietas sempre più sentita nei confronti di un’umanità dolente travolta dalle tragedie di cui la Marca è infestata: guerre malattie, persecuzioni religiose…

Che cos’è dunque Marca gioiosa? Innanzitutto, un potente e singolare affresco, minuziosamente dettagliato, di una società e di un’epoca, della quale sono riprodotte non solo gli eventi e le condizioni di vita materiale, ma anche, e, se possibile, con un più di efficacia, i modi di pensare, le credenze che hanno mosso le azioni degli uomini del tempo. Plevano ci ricorda che sono le riflessioni sul mondo e sul vivere in esso che caratterizzano le diverse epoche, e che generano gli avvenimenti che ne costituiscono l’essenza.

Sorprende favorevolmente la filologica precisione a cui l’autore si è dedicato, precisione sia linguistica sia storica. Sotto il primo profilo, meriterebbe certo un approfondimento non possibile in questa sede, quella sorta di mimetismo linguistico che traluce dal testo, praticato a tratti ed in forma generalmente leggera, che suggerisce scenari medioevali verosimili più di elaborate descrizioni di luoghi o di figure storiche. A questa verosimiglianza contribuisce, per altro verso, l’inserimento delle vicende personali di Amalrico all’interno di alcuni eventi storicamente accertati, il che le connota di un sovrappiù di realismo che ne accresce credibilità e crudezza insieme. Si pensi, ad esempio, al senso di verità che promana dalle impressioni con cui Amalrico accompagna le descrizioni della strage di Beziers o della presa di Vincentia.

Impreziosisce il testo il gioco di richiami storico letterari, in primis alla Commedia (Sordello, Cunissa, Eccellino), giocati in piena autonomia rispetto al poema dantesco. Anche nei versi declamati da Uc de San Sir, a detta dell’autore stesso, è possibile intravedere qualche tratto delle poesie del trovatore Uc de Saint-Circ, vissuto alla corte del fratello di Eccellino, Alberico. Per contro, Plevano rifugge dal calpestare le tracce storiche più ovvie: di Cunissa e Sordello viene soltanto accennato il primo fiorire dell’idillio che li rese famosi, depositato nella memoria del lettore nella suggestione del tormento della gelosia che, all’apprendere le prime mezze verità sulla vicenda, infiamma il protagonista.

Ma Marca gioiosa è anche il racconto di un’avventura, l’avventura che si dispiega nella progressiva conoscenza della vita. Quindi un racconto di formazione, acquisita per Amalrico sia con gli studi, sia con il confronto diretto con una quotidianità che propone una serie a guardar bene inesauribile di prove. Amalrico, nell’affrontarle, osserva, medita, registra impressioni ed emozioni, in una parola impara. Con gli strumenti culturali di cui dispone (e per l’epoca non sono pochi) apprende a diventare un uomo che vive la pienezza di un tempo che gli pare mano a mano sempre più costellato da iniquità, ingiustizie e crudeltà. Si rovesciano per lui, (ma la maturità fa questo effetto in ogni epoca storica) stereotipi di classificazione del bene e del male: i “mastini di Dio” incontrati da scolaro a Tolosa si rivelano non credenti ultra ortodossi, ma ben altro: “Non era quello un genitivo di possesso come si poteva intendere. Le tonache montano la guardia sulle infinite vie attraverso le quali Dio parla alle sue creature. […] Lo spirito soffia, i monaci, assidui, serrano le porte”. E i catari non sono quella setta sanguinaria contro cui i preti della Provenza si scagliavano dall’alto dei pulpiti. Ancora: la solidarietà solidarietà tra viventi è esercitata nelle forme più impensate, dal salvataggio della cavallina ad opera di un “macellaro pirroniano” all’accudimento della vecchia contadina verso una donna ferita e umiliata: ciò che conta è solo l’intensità della pietà che sola può salvarci in un mondo sostanzialmente imperfetto. Di tutto ciò Amalrico tanto acquista progressivamente coscienza (è questa l’avventura della sua formazione), quanto si fa carico di dover portare un granello di buone intenzioni in un mondo in cui abbondano quegli empi, che, come recita la citazione biblica di Isaia posta in esergo, “sono come un mare agitato che non si può quietare”.

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