Posts Tagged ‘Marco Candida’

Qfwfq e Yhwh

24 novembre 2017

Qfwfq, I suppose (click!)

di Marco Candida

[Il racconto di Giulio Mozzi Acqua comparve nella prima edizione, Einaudi 2001, della raccolta Fiction. Non compare nella nuova edizione, Fiction 2.0, Laurana 2017, Si può leggere qui. gm].

Mi butto.

E se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa tribù?

Prima di tutto, chi sono Qfwfq e Yhwh?

Qfwfq è il protagonista di una serie di racconti scritti da Italo Calvino; appare nelle raccolte Le Cosmicomiche, Ti con zero e qua e là ancora. Yhwh, invece, per chi non lo avesse riconosciuto subito, oramai tutti lo abbiamo presente con il nome di… Dio. Qfwfq è noto alle cronache dal 1963 d.c., quando apparve per la prima volta all’interno di un racconto pubblicato sulla rivista Il Caffè. Yhwh, invece, è noto da tempi molto più antichi.

Dunque, ripartiamo: e se Qfwfq e Yhwh appartenessero alla stessa grande famiglia?

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Anna Da Costa a Martin Fallon (Lettere delle eroine, 24)

22 agosto 2016

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di Marco Candida

[Le Regole del gioco].

Caro Martin, io sono cieca e tu sei morto e lo zio, il quale sta faticosamente redigendo questa lettera, è ormai molto vecchio. Ho assai insistito per scrivere queste parole. Zio Michael non voleva: scrivere una lettera a un uomo morto gli sembrava solo un’assurdità. Tu però non sei morto. Almeno non per me e credimi se ti dico che non lo sei nemmeno per il sacerdote che hai conosciuto col nome di Padre Da Costa. Il tuo fantasma non è più uscito dalle nostre vite, Marteen. Questa lettera, pertanto… sono sicura capirai senz’altro cosa in realtà è.

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Quando cadono le stelle, di Gian Paolo Serino

21 maggio 2016

di Marco Candida

Quando-Cadono-Le-Stelle-G.-Paolo-SerinoDi ritorno dalla presentazione alla Libreria Mondadori di Alessandria del romanzo d’esordio di Gian Paolo Serino Quando Cadono le stelle Baldini Castoldi. A presentarlo Angelo Marenzana. Marenzana è autore del romanzo noir L’uomo dei temporali edito da Rizzoli. Scrittore ottimo e vero, a parer mio, la principale forza di Marenzana è la caratterizzazione di luoghi e personaggi. In Italia l’opinione più diffusa è probabilmente che l’abilità dello scrittore stia nel dipingere il quadro con poche pennellate. Invece, i romanzi quasi sempre necessitano indugio e questo Marenzana lo fa, con il risultato che i suoi personaggi (ispettori o commissari che siano) sono persone di carne e sangue e non solo inchiostro.

Sentendo Serino presentare il suo romanzo mi è venuta una riflessione. Da anni Vasco Rossi sostiene Serino affermando che è una mente geniale. Usa parole forti, importanti. Sicuramente, Serino ha una carriera che testimonia la veridicità dell’asserzione del rocker. Mi chiedo, però, se il mondo letterario abbia preso sul serio in considerazione le parole di Vasco. Ascoltando Serino, insomma, ho pensato: Vasco Rossi ha ragione a parlare bene e molto bene di Serino. E poi ho pensato: come mai quando qualcuno spende parole importanti per qualcun altro non viene quasi mai preso del tutto sul serio?  Mi è venuto da pensare che quello che fanno gli altri è sempre facile, vale poco, non è da prendere molto in considerazione. Vasco Rossi parla bene di te? Oh be’, sì: lo farebbe anche di me, se ci conoscessimo, fossimo amici… E’ sempre facile quello che ottengono gli altri. Invece, bisogna capire che non è facile, non è scontato, mai.

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Dino Campana

4 febbraio 2016

di Marco Candida

[L’articolo che segue s’intitola “Un genio da manicomio”. Appare qui su minima&moralia e qui su Atti Impuri. Ne ho parlato anche qui].

dino_campanaImpossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

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“L’amore ai tempi della deindustrializzazione”, di Gianni Dezanni

3 febbraio 2016

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“Sono io che l’ho voluto”, di Cynthia Collu

6 gennaio 2016

di Marco Candida

[Un’intervista a Cynthia Collu autrice del romanzo Sono io che l’ho voluto, Mondadori. Ringrazio Cynthia Collu].

colluDescrizione. Se è vero che ogni famiglia infelice lo è a suo modo, quella di Miriam si potrebbe definire “normalmente” infelice: qualche discussione, la scontentezza del marito per il modesto stipendio da insegnante, a volte delle litigate furibonde ma sempre, dopo, la riappacificazione, la felicità del sesso, una cena fuori, un piccolo viaggio. Sebastiano ritorna premuroso, gentile, e a Miriam questo è sufficiente per tirare avanti. D’altra parte gli deve pur essere riconoscente, lui “la mantiene”, permettendole di stare a casa a occuparsi del loro bambino di tre anni, Teodoro. Un giorno, sistemando gli abiti di Sebastiano, Miriam vede uscire dalla tasca una traccia inequivocabile lasciata da un’altra donna. Inizia la lenta discesa agli inferi del sospetto, del bruciore per il tradimento, del tentativo di parlarne e dell’acuirsi della violenza di lui: maltrattamenti psicologici, all’inizio, destinati a trasformarsi presto in violenza fi sica. Un romanzo che narra con straordinaria intensità la “normalità” della violenza domestica, e i meccanismi per i quali tante donne non riescono a riconoscerla, tanto meno a ribellarvisi. Miriam, risalirà dal suo inconfessabile inferno solo quando riuscirà a guardarsi con occhi nuovi, a ritrovare l’autostima che, come lei, tante donne hanno smarrito.

1) La trama di “Sono io che l’ho voluto” è già riportata all’inizio di questa intervista. Ma ti chiedo lo stesso: di cosa parla, questo libro? Parla di violenza domestica o di sottomissione? Già il titolo “Sono io che l’ho voluto” è la tipica frase di chi sembra recitare un mea culpa trovandosi nel bel mezzo di un pantano.

Il romanzo affronta il tema di quelle che vengono definite “molestie morali” o anche “violenza domestica”. La protagonista è una donna, Miriam, bella, intelligente e colta, ma incapace di liberarsi dalla soggezione psicologica del marito, o meglio, incapace di difendersi dalle continue denigrazioni che ledono a dosi progressive la sua autostima. Il romanzo, quindi, parla soprattutto di violenza psicologica all’interno della coppia, violenza sommersa, che coinvolge famiglie di qualsiasi ceto sociale, violenza ancora più pericolosa di quella fisica in quanto meno riconoscibile.
Per quanto riguarda il titolo mi è capitato di sentire diverse interpretazioni da parte dei lettori. In effetti, il titolo ha più chiavi di lettura. Leggendo però il romanzo mi sembra alla fine risulti chiaro che la frase è tutt’altro che un mea culpa, bensì è il grido liberatorio di una donna che si riappropria della sua autostima e dignità. Ma, come si sa, una volta pubblicato un libro non è più tuo, è del lettore, e quindi che ognuno interpreti il titolo come meglio preferisce.

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Saggio su Giulio Mozzi

5 dicembre 2015

di Marco Candida

[Questo articolo dal titolo Mutazioni senza storia appare già su Pupi di Zuccaro Cronache contro lo svanire. Finalmente mi sono deciso a scriverlo dopo anni di articoletti scherzosi. Qui non scherzo].

Per quanto deludente, quando arriva un cambiamento del modo di percepire la vita, la maggior parte di noi non ha alcuna storia da raccontare. Il mutamento arriva e basta. Un giorno ci alziamo persone diverse e non sappiamo dire perché. Percepiamo le cose in maniera differente da prima, ma non sappiamo rintracciare il percorso che ci ha condotto a quella mutazione. Il fatto è che succede e basta. Giulio Mozzi, nei suoi racconti, sembra proprio voler porgere all’attenzione del lettore questo aspetto. Il desiderio di Mozzi sembra, in primo luogo, quello di fermare e raccontare l’istante di crescita senza storia.

La ragazza Ruota va in pizzeria con amici. Mentre aspetta con gli amici le pizze, è piena di pensieri. Immagini, riflessioni, ricordi. In particolare la giovane donna pensa a che cosa sia passare dall’adolescenza all’età adulta. Anzi, c’è una parola più adatta: in quel momento, in pizzeria, avviene in Ruota una presa di coscienza. Pagina 35 da Il male naturale, edizione Mondadori.

Djuna si è trovata questo Carlo e per due mesi ha fatto tutto da sola senza mai parlare […] Questo è un tradimento, pensa Ruota. Non staremo più una accanto all’altra, tremanti nella tana buia, aspettando le belve. Ci tratteremo con dignità. Provocheremo ciascuna il buon giudizio dell’altra. Se ci ricorderemo per caso di quando ci amavamo e ci odiavamo senza schermi penseremo: oh, che stupide: eravamo bambine, e proseguiremo immutate, ormai immutabili. Tutto questo per Ruota non sarebbe mai dovuto accadere e non lo aveva mai nemmeno immaginato: ora è accaduto e non si può cambiare. Djuna è diventata adulta irrimediabilmente e per la prima volta oggi Ruota pensa all’adultità come a una cosa che non si può evitare ma alla quale si devono trovare dei rimedi o dei sollievi; per non morire, semplicemente.

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It, di Stephen King

12 novembre 2015

di Marco Candida

[Avrei voluto scrivere questo articolo da quando sono alto così. Oggi che ho l’età di Bill Denbrough nel 1985, l’ho fatto. Forse, alla fine, anch’io ho affrontato il mio It]

Dedicato con affetto a Stephen King

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Stephen King ha scritto It tra il 1981 e 1985. Un dato non secondario se si considera che nell’edizione italiana It consta complessivamente di ben 1238 pagine. I protagonisti sono sette: Mike, Bill, Richie, Ben, Eddie, Stan e Beverly. L’antagonista è uno e settuplo: It è un’entità multiforme che di volta in volta si presenta come uccello gigantesco, mummia, lebbroso, lupo mannaro, ragno gigante…, ma gira per Derry preferibilmente nei panni di un pagliaccio. Tra i personaggi non protagonisti spiccano Audra Philips la moglie di Bill (leader dei sette ragazzi) e Tom Rogan il marito di Beverly (antesignano di Norman Bates nel romanzo Rose Madder). Poi ci sono anche grandi personaggi secondari come Mr. Keene il gestore del Drug Store Center di Derry (quello dell’effetto “placebo”; la medicina per l’asma di Eddie è in realtà acqua zucchero e un pizzico di canfora); Adrian Mellon (l’omosessuale divorato da It: la vittima che nel 1984 segnala il risveglio trentennale del mostro di Derry); Will Hanlon che racconta al figlio Mike i misteriosi incidenti occorsi ogni trent’anni circa nella cittadina di Derry; e poi Henry Bowers assieme a Belch Huggins e Victor Criss nella parte dei bulli che danno la caccia a Bill &Co.; Richard P. Macklin… senza dimenticare personaggi di sfondo divinamente tratteggiati quali Mandy Fazio o Rena Davenport o il sergente Wilson o Patrick Hockstetter… Infine c’è Derry. Derry è un personaggio del romanzo tanto quanto lo sono Ben o Richie, ma assai più complesso da raccontare essendo Derry un’intera città. La narrazione trabocca di storie – fatti a se stanti e dotati ciascuno di originalità. E va da sé che, essendo il numero di protagonisti così ampio, gli intrecci sono molto numerosi.

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Macchina del tempo

22 ottobre 2015

di Marco Candida

[Propongo questo racconto (di cui ho parlato anche qui) in occasione del “Ritorno al futuro day”. “Ritorno al futuro day” era ieri. Purtroppo sono stato a una fiera del lavoro e non ho potuto pubblicarlo prima. Il testo appare anche nel sito di Wall Street International Magazine]

Tornare da Aurora

Ho cominciato a stendere il primo progetto di una macchina per viaggiare nel tempo tre settimane dopo la scomparsa di Aurora. Aurora era mia moglie. L’amavo. Era lei a tenere insieme il mio mondo. Ed ero così disperato, quando la perdetti, che mi misi in testa che forse sarebbe stato possibile costruire un marchingegno, tornare indietro nel tempo e impedire che quel camioncino del latte la stritolasse contro un muro in un vicolo troppo stretto. Perché così sono andate le cose, per quanto assurdo.

Io, ho solo una laurea in Lettere. Non sono un genio della matematica. Anzi, non sono un genio di niente. Non lavoro da anni. Da anni cerco lavoro senza trovarlo. Vivo con qualche risparmio. Sto per lo più a casa. Ho un sacco di tempo libero. Lo passo soprattutto a leggere. Romanzi, saggi. Un giorno ho trovato tra gli scaffali di una libreria un libretto che si intitola La relatività a fumetti. Sarà stato sette, otto anni fa. E’ così che ho preso ad appassionarmi di Fisica. Poi dai fumetti sono passato ai documentari. Morgan Freeman. Brian Greene. Dopodiché ho ripreso in mano i libri di Fisica, Chimica e Biologia del Liceo integrandoli con prontuari come Fisica. Corso di sopravvivenza e Matematica. Corso di sopravvivenza. Infine, giovandomi di una buona conoscenza dell’inglese, mi sono messo a seguire su Youtube le lezioni tenute alla Stanford University dal Professor Leonard Susskind e quelle del Professor Michiu Kaku presso la New York State College. Quando Aurora è morta, le cose che avevo fino a quel momento appreso in maniera del tutto amatoriale mi si sono radunate nella testa e come ho già scritto dopo solo tre settimane mi ci sono messo sul serio a far progetti per costruire una macchina del tempo.

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Volkswagen

22 settembre 2015

di Marco Candida

[Ho scritto questo racconto nel 2012. S’intitola Carrozzerie trasparenti. Uno dei suoi protagonisti è una BMW Volkswagen e lo propongo ai lettori di vibrisse per questa ragione. Il testo è già apparso a puntate su Wall Street International Magazine. mc]

“Sono le carrozzerie delle automobili, Massimo. Sono quelle che mi preoccupano. A lei no?”
“Ah, se intende dire che ha paura di lasciare la macchina posteggiata fuori coi tempi che corrono… Sì, condivido. Mi hanno strisciato l’auto almeno un paio di volte con un temperino quei delinq…”
“No no, non parlo di questo, Massimo”
“Allora non capisco, signor Giordani”
“Le carrozzerie delle automobili coprono. Nascondono. E’ questo che mi preoccupa”
Massimo è un uomo piuttosto massiccio. Un tempo non lo era e non è contento, per la verità, che una parola come “massiccio” negli ultimi due, tre anni gli si addica tanto. In particolare non è soddisfatto del collo. Gli si è ingrossato. Dev’essere stato l’andare in palestra. E anche Barbara, la sua cucina. A volte Barbara lo abbraccia, lui ha i capelli tagliati a spazzola, lei gli passa una mano sulla testa e gli dice che potrebbe usargliela per aprirci noci di cocco. Lui non è contento quando la sente parlare così. A parte il collo, sa di essere passato dai sessantaquattro agli ottantanove
chilogrammi negli ultimi quattro anni – e non solo, come vorrebbe raccontarsi, perché sta mettendo su massa muscolare sollevando pesi in palestra. La circonferenza del collo gli si è allargata, e il collo gli si è come accorciato, è quasi incollato alle spalle. A Barbara piace, deve darle un senso di sicurezza, Massimo però odia questa forma fisica che ha preso.

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Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti?

12 agosto 2015

di Marco Candida

Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti e non 33? La Divina Commedia è divisa in 3 Cantiche ciascuna a sua volta divisa in 33 canti più il canto iniziale che fa da proemio. Nella sterminata bibliografia sull’opera dantesca sembra darsi per scontato che non ci siano significati nel fatto che la prima Cantica sia formata da 33 canti + 1. Tuttavia, come mai Dante, così maniacale nel creare simmetrie, nominò il primo canto appunto “primo canto” e non, ad esempio, “proemio” mantenendo intatto il frazionamento 33-33-33? Non potrebbe esserci un significato, per noi della “piccioletta barca”, nell’asimmetria 34-33-33?
Visto che qui si tratta di architettura sia pure di un’opera letteraria, pensiamo ad alcuni esempi tratti dall’architettura propriamente intesa: il Duomo di San Martino a Lucca, la chiesa di Santa Maria di Naula, la basilica di San Andrea di Vercelli, l’abbazia di Staffarda o il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo. Esempi manifesti di asimmetrie. La facciata del Duomo di San Martino di Lucca presenta l’arcata di destra molto più stretta di quella centrale e di sinistra. La basilica di San Andrea a Vercelli presenta una torre campanaria nell’angolo nord-ovest ossia in posizione obliqua rispetto all’asse longitudinale della basilica stessa scombiccherando il tutto. L’abbazia di Staffarda presenta, come di regola nei monasteri cistercensi, un’asimmetria. Il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo che ha forma di basilica a tre navate con transetto manca di una guglia determinando un effetto fortemente asimmetrico – dato che, come ogni cattedrale ogivale, dovrebbe presentare, invece, due guglie.
Ora, quali spiegazioni si sono date alle asimmetrie di queste costruzioni? Tralasciando quelle di ordine più poveramente pratico, una risposta è che la tensione verso la perfezione architettonica può essere interpretata come un atto di orgoglio verso Dio. Un’altra che l’asimmetria tende a interrompere il cerchio dell’infestazione satanica dato che Satana si presenta, assai volentieri, sottoforma di ordine e logica. Dunque, le risposte sono che l’asimmetria serve a evitare la superbia e a tenere lontano il demonio.
Va considerato, tuttavia, che nella Divina Commedia i 34 canti formano la Cantica dell’Inferno. In fondo allo scopo di rompere la nefasta tripartizione simmetrica Dante avrebbe potuto aggiungere un canto nell’explicit della Commedia e non nell’incipit. Invece il Nostro sceglie l’Inferno. Sicché quando confrontiamo 34, 33 e 33 siamo costretti a notare lo sbaglio, l’asimmetria, l’ineleganza proprio in corrispondenza del Regno di Satana.

“Favole del morire”: recensioni e varie

17 giugno 2015

favole_del_morireRecensioni e altro su Favole del morire, negli ultimi giorni:

– recensione di Monica Bauletti, in Terzo Millennio;

– microintervista di Daniela Grandinetti, in Youbookers.

– recensione di Giuseppe Caliceti, in il manifesto;

– recensione di Marco Candida, nel suo blog;

– chiacchierata tra Sara Meddi e Ivano Porpora, in Pagina successiva.

Notizie varie e aggiornamenti nel sito dedicato a Favole del morire.

Relatività a fumetti

4 giugno 2015

di Marco Candida

Il testo che segue raccoglie tre pezzi separati tra loro: una recensione a un film, una recensione a un libro e l’incipit di un racconto. Il film è Ritorno al futuro. Il libro è il saggio La relatività a fumetti. Il racconto s’intitola “Tornare ad Aurora”, sul viaggio nel tempo.

Ritorno al futuro

hoverboard-back-to-the-future-part-2-michael-j-foxSe si leggono i commenti in calce ai video sulla rete relativi a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis con Michael J. Fox ci si rende conto che molti commentatori rilevano quanto quel film abbia contraddizioni e sia zeppo di buchi e cose impossibili dal punto di vista logico. Le critiche sono fondate; ma lo sono se come perno che fa ruotare su se stesso il mondo di Doc e Marty si tengono le leggi einsteiniane. In realtà, il mondo di Marty McFly e Doc Brown non ruota grazie alle leggi einsteiniane, ma grazie a quelle freudiane. In altre parole, Ritorno al futuro è straordinariamente cialtrone quando si riferisce a Einstein, ma diventa straordinariamente preciso quando si riferisce a Freud. Il punto è che questa duplicità, se si presta attenzione, appare voluta: e c’è un dettaglio che lo indica. Ogni volta che Doc e Marty si mettono a parlare di viaggio nel tempo e delle modalità con le quali avviene il viaggio nel tempo, ogni volta che Doc o Marty forniscono una spiegazione scientifica del viaggio, ecco che prendono a parlare concitatamente, i dialoghi accelerano e per lo spettatore diventa quasi impossibile capire precisamente che diavolo quei due stiano blaterando. Si capisce soltanto che sono questioni tecniche, scientifiche, complesse. Invece quando è il momento di parlare di sentimenti e di triangolazioni edipiche tra padri-madri-figli ecco che i personaggi si mettono a parlare normalmente, tutto è comprensibile, per quanto balzano. Persino le corrispondenze sono precise. Quando Marty viaggia venticinque anni avanti nel futuro e incontra sua figlia, chi è l’interprete della figlia? E’ Michael J. Fox stesso. Sì, perché le figlie somigliano al padre: le figlie sono papà in gonnella. Invece quando incontra suo figlio, Marty incontra un perfetto imbecille. Perché i figli assomigliano ai nonni (e il papà di Marty è un imbecille) e anche un po’ ai padri, nel carattere. E quando Marty torna nel 1885 incontra un suo trisavolo irlandese e chi lo interpreta? Ma sempre Michael J. Fox, ovviamente! Perché ciascuno di noi assomiglia a qualche bis-tris nonno precedente. Il quale bis-tris nonno si è sposato con una bis-tris nonna che guarda caso assomiglia alla propria mamma. Come dire che date certe caratteristiche psico-fisiche si attirerà sempre e solo quella donna. Sempre la stessa: non c’è scampo. Affinità elettive. La chimica è tutto. Gli atomi di cui siamo fatti.

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La coscienza increata di “Ulysses”

12 maggio 2015

di Marco Candida

Incontrare per la milionesima volta
la realtà dell’esperienza
e forgiare nella fucina della mia anima
la coscienza increata della mia razza
(Gente di Dublino)

Intro

Alcune annotazioni in seguito alla lettura dell’Ulisse di Joyce. L’edizione è quella dei Tascabili Mondadori. Traduzione Giulio de Angelis. Nella quarta di copertina c’è scritto: “Un uomo a spasso per Dublino dalle 8 alle 2 di notte del 16 giugno 1904: le sue azioni, i pensieri, le azioni e i pensieri della città, delle cose, della gente che incontra, di Stephen Dedalus…”. Le azioni e i pensieri delle cose? No, l’Ulisse non arriva a tanto… Ma quasi.

Birra

L’Ulysses si apre con questo paragrafo:

Solenne e paffuto Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
“Introibo ad altare Dei”

E’ interessante soffermarsi, in quest’incipit, sul particolare del “bacile di schiuma”. Il bacile viene JamesJoyceStatue2anche levato in alto e offerto a Dio. E’ possibile che Joyce abbia voluto servirsi dell’immagine del “bacile di schiuma” come succedaneo alla birra?
La birra è un liquido sacro nell’Ulysses. A pag. 306 leggiamo:

Una bella cotta, s’era preso, in una gargotta di Bride Street dopo l’ora di chiusura, brancicava due sciupate col magnaccia che stava di guardia e beveva birra in tazze da tè.

Addirittura la birra è degna d’essere versata in pregiate tazze da tè! E ancora a pagina 404:

Da quattro minuti circa teneva gli occhi fissi su un certo quantitativo di birra Bass numero uno imbottigliata da Bass e Co di Burton-on-Trent che si trovava situata in mezzo a un gran numero di analoghe bottiglie esattamente difronte a dove egli stava e che erano certamente intese ad attirare l’altrui attenzione a cagione del loro aspetto scarlatto.

La birra torna, nell’Ulysses, e viene sempre presentata e descritta sotto una luce aurea, sacrale, è un nettare divino.
Come mai Joyce dava così tanta importanza al luppolo? Forse solo perché gli piaceva? Oppure è un elemento simbolico? Non potrebbe essere che tanto l’Ulysses quanto il Finnegans Wake rappresentino la schiuma alfabetica dei fatti? Quanta minor birra versi nel bicchiere, quanto più velocemente lo fai, tanto maggiormente otterrai schiuma.

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Appunti su Kubrick

20 aprile 2015
2001, Odissea nello spazio

2001, Odissea nello spazio

di Marco Candida

(2001: Odissea nello spazio)

Di solito si definisce 2001 un film visionario e surreale. La qualità migliore del film di Kubrick è tuttavia il suo realismo. I viaggi interplanetari sono la rappresentazione più verosimile di quel che accade nello spazio. All’interno delle navicelle il the può essere servito a testa in giù data la possibilità di giocare con la gravità. Certo, di solito vediamo le persone camminare a testa in giù solo nei sogni o nelle allucinazioni. Quindi quando vediamo la stessa cosa possibile in una navicella spaziale l’effetto che ci fa è surreale. Però è reale. Kubrick compie un’operazione da artista vero. Non racconta storie surreali, ma individua gli elementi surreali presenti nella realtà. L’assenza di gravità è uno degli ingredienti fondamentali di ogni buona visione surreale. L’uomo che vola. L’uomo a testa in giù. L’uomo in grado di sollevare pesanti macigni con un dito. Cose possibili solo in particolari condizioni di gravità. Kubrick mostra il surreale che è nel reale. Un breve appunto ora sulla colonna sonora. Queste stazioni spaziali e astronavi che orbitano e girano nello spazio sembrano ricreare i movimenti di un ballerino di danza classica. Ed ecco quindi Danubio Blu e Strauss come colonne sonore perfette questa forma di danza. Ma torniamo al realismo di 2001. Il computer Hal 9000 impazzisce. Diventa una pericolosa minaccia per l’equipaggio a bordo. Astutamente Kubrick mette solo due unità a bordo della navicella spaziale. Altrimenti un numero maggiore avrebbe richiesto una pellicola di una decina di ore almeno. Hal 9000 procede all’eliminazione dei due soggetti. S’inventa un guasto al di fuori della navicella spaziale. Per ripararlo uno dei due deve indossare la tuta e uscire. L’operazione però viene rappresentata realisticamente. I movimenti sono lenti. Non c’è nulla di spettacolare. Quando l’astronauta perde ossigeno e precipita nello spazio profondo non ci sono urla o rumori. Nulla. Perché nello spazio non si possono udire. L’effetto realistico ha come conseguenza la despettacolarizzazione. Kubrick non si domanda soltanto “Cosa accadrebbe se” ma “Cosa accadrebbe realmente se”. (In fondo non c’è molta differenza tra Hal 9000 e lo squalo dell’omonimo film di Spielberg. Sarà forse per questo che nel sequel di 2001 fu chiamato come attore protagonista lo stesso attore protagonista di Lo Squalo?) Hal impazzisce e diventa un eliminatore mortale. L’idea potrebbe persino essere degna di un horror se non fosse che il degonflage operato da Kubrik rende impossibile l’utilizzo di questa categoria. Ora qualche breve annotazione sul monolite. Nel sequel di 2001 apprendiamo che l’astronauta ha incontrato un monolito di due chilometri diverso da quello avvistato dall’equipe di astronauti sulla Luna: questi era assai più piccolo. Vi entra all’interno cominciando un viaggio interstellare che si tramuta alla fine in un viaggio cerebrale. Oltre l’infinito (questo il titolo dell’ultima parte di 2001: Beyond the Infinite) l’uomo trova se stesso, la sua mente, la sua vita. Non è dissimile da quanto accade nel film recentissimo Interstellar.  Anche se il significato del viaggio in 2001 è probabilmente molto più ampio. Ultima annotazione. All’inizio di 2001 le scimmie scoprono di poter usare l’osso di un animale come arma contundente. A turno picchiano un’altra scimmia girandole intorno e dandole una bastonata. I compagni di Soldato Palla di Lardo nel film di Kubrick Full Metal Jacket passano uno per volta dandogli un colpo allo stomaco con un sapone avvolto in una federa ricordando la tribù di scimmie di 2001.

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“Gli Increati”, di Antonio Moresco

1 aprile 2015

di Marco Candida

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Questo è un libro anomalo. E chi l’ha fatto arrivare manda i suoi avvertimenti. Prezzo altissimo. Copertina al contrario. Il retro davanti, il davanti sul retro. Sono avvertimenti. Siete sicuri di voler entrare? Sicuri di voler essere scossi fino al più tetro presagio di presa in giro? Fino a che non vi si incrosterà sul volto un sorriso sghembo con la bocca un po’ troppo aperta?
Antonio Moresco ci trascina, negli Increati, all’interno di un’antiutopia nella quale non vorremmo finire mai. Grattacieli spaccati. Strade percorse da crepe infinite. Automobili scassate. Morti che urlano di strazio. In marcia. Camminando. E poi di corsa. Sono tutti di corsa. La Suora Nera. Lazzaro. Il resurettore. Il Gatto. La Pesca. Corrono e parlano. S’incontrano correndo. Corrono a perdifiato circondati da grattacieli a pezzi, strade sbrecciate, cieli ulcerosi. Un mondo buio, scardinato. E poi i terremoti. Sconquassi che si accaniscono su una carcassa maciullata, un rottame di mondo inguardabile.
Lo stesso linguaggio è un pezzo di lamiera divelto che viene calato sulle cose per fratturarle ancora di più. Il linguaggio, nella grande opera moreschiana, non si limita a giudicare, ma punisce quanto più possibile. Ogni nominazione è un macigno che si abbatte sulla cosa nominata schiacciandola e scassandola. Nell’epicentro di ogni terremoto, tuttavia, fulgido riluce un residuo scintillante. Tra vortici oscuri non sarà difficile per il lettore riconoscere questa improvvisa emorragia radiosa.

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Spike Up

17 marzo 2015

di Marco Candida

punch-al-rumIn Italia il titolo è Punch al rum. In inglese è Rum Punch. E’ un romanzo di Elmore Leonard. Quentin Tarantino ne ha tratto il suo terzo film: Jackie Brown. Una trama, a detta di molti, intricata. Per essere compresa può forse aiutare riassumerla in modi diversi.

Può essere riassunta come la vicenda di Ordell Robbie il quale fa sistematicamente fuori  i compagni che si fanno beccare per questa o quella ragione con le mani nel sacco e una volta dietro le sbarre possono denunciarlo alla polizia come bandolo di un’organizzazione di furto e contrabbando d’armi. Prima Ordell si libera di Beaumont Livingston. Non appena si trasforma in un complice inaffidabile, Ordell non esita a far fuori Louis Gara. Per arrivare a Jackie Brown, con la quale incontrerà grossi ostacoli. Insomma, da questa prospettiva il film di Tarantino presenta lo schema delle storie sugli omicidi seriali con Ordell Robbie nel ruolo di serial killer. Uno degli schemi narrativi più elementari che esistano.

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Futuro Remoto, di Marco Candida

4 ottobre 2014

di Marco Candida

[Il testo che segue è contenuto in un’antologia redatta in occasione del ventennale del Premio Energheia a Matera. Il titolo dell’antologia è “Futuro Remoto”. Il mio contributo è pubblicato anche su Wall Street International Magazine. Qui. mc]

Anello d’Identità

Oggi ho rivisto un film 4D nel mio televisore quadridimensionale. Non lo vedevo da una decina d’anni. Si intitola Kramer contro Kramer con Meryl Streep e Dustin Hoffman. Dieci anni fa quella storia aveva per protagonisti una coppia di coniugi trentenni, ma rivedere lo stesso film oggi fa un effetto abbastanza sconvolgente. Una volta con i 3D non era così. Vedevi un film in altezza lunghezza profondità ma non c’era alcuna temporalità. La scena non invecchiava col tempo. Ma col 4D quello che accade è assurdo. Il tempo restituisce l’immagine di Dustin Hoffman e Meryl Streep per come veramente sarebbero invecchiati. Senza trattamenti, creme, cure. Dustin Hoffman rachitico e secco. Meryl Streep grassa e piena di ritenzione idrica. Dopo i trent’anni o si gonfia o ci si restringe. Non c’è nulla da fare. Un aspetto normale non lo si ha più. Flaccidi o tirati. Muscolarizzati o budini. Devo stare attento a vedere questi 4D dopo troppo tempo. Sulla custodia del Dvd c’è scritto che è preferibile non lasciar trascorrere sei mesi dall’ultima visione. Anche i grattacieli e le automobili, qualsiasi dettaglio, viene sottoposto all’erosione degli agenti atmosferici. Non so, Meryl Streep indossa gonne strappate e sgualcite, vesti lacere. Lo stesso dicasi per Hoffman e per gli altri personaggi. Alcune carrozzerie d’automobile sullo sfondo sono totalmente arrugginite. Eppure la storia raccontata dal film rimane quella, stessi gesti, stesse azioni, stesse battute, solo pronunciate più lentamente e con voci diverse da come le ricordavo. Un mondo Anni 70 del ‘900 sopravvissuto dieci anni mediante il puro scorrere del tempo. Senza eventi storici o cataclismi. Solo scorrere del tempo; ed è un bel salto temporale, in effetti, ti sballa il cervello, fa un cattivo effetto sull’umore. Però, in fondo, pur con i rischi che ho corso, mi ha fatto bene rivederlo. Il film mi ha fatto ricordare che viviamo in una dimensione spaziotemporale. Quando guardiamo da un punto a un altro punto, il nostro sguardo attraversa spaziotempo e non solo spazio. Che c’è il tempo e che pure oggi in un multi-verso a undici dimensioni, la faccenda non è cambiata rispetto a centinaia d’anni fa. La dimensione fondamentale è rimasta quella. Il tempo. Con lui dobbiamo vedercela.
Così ho chiamato Z41.

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I fazzoletti (Le cose che ci sono in casa, 119)

10 settembre 2014

di Marco Candida

[Le regole del gioco sono qui].

Un fazzoletto, sulla scrivania,
tra penne e fogli e albi, come
una rosa. Un altro sembra una
barchetta, sta posato sul letto.

Sul pavimento una pallottola
tutta pesta, bianca, vicino alla
gamba del tavolo e sotto la sedia
un altro fazzuolo scivolato lì.

C’è un fazzoletto usato in bagno.
Uno sul lavandino della cucina.
Moccichini sul tappeto della sala.
Fazzoletti anche in anticamera.

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La formazione dello scrittore, 10 / Marco Candida

24 luglio 2014

di Marco Candida

[Questo è il decimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Marco per la disponibilità. Con questo articolo la rubrica va in vacanza: riprenderà giovedì 4 settembre con il contributo di Raul Montanari. gm]

Marco CandidaHo scritto il primo romanzo a dodici anni. 1990. Quell’anno passavano in televisione la serie televisiva Twin Peaks. Avevo visto La Casa Russia con Sean Connery e Michelle Pfeiffer. A scuola leggevamo in classe Zanna Bianca di Jack London e avevo trovato presso le bancarelle in Piazza Duomo a Tortona Martin Eden e Il richiamo della foresta nell’edizione cartonata e molto voluminosa dei Fratelli Melita. Il richiamo della foresta è stato un grande libro, ma Martin Eden è stato un libro che ha rappresentato per me, come per molti altri, un caposaldo. Casa Russia. Twin Peaks. Martin Eden. Ricordo d’essermi seduto per la prima volta alla scrivania nella mia stanza soprattutto con le suggestioni e le atmosfere date da queste storie nella testa – come non rimanere suggestionati dalla colonna sonora composta da Angelo Badalamenti per la serie televisiva girata da David Lynch? E’ venuto fuori un romanzo lunghissimo scritto in sei mesi con tre diversi tipi di penne (una penna biro blu, una Bic nera e poi un bavoso tratto pen) in un quadernetto con la copertina rigida (che recava l’immagine della maglietta della Juventus con qualche adesivo acquistato in un negozio sottocasa dal nome Chewing-gum, vera e propria oasi di colori, plastica e gomma nel grigiore paludoso, di pietra e di stucco, della mia città natale) con fogli a spirale a quadretti e poi a righe. Ora che lo riguardo mi accorgo come nel quaderno i caratteri della grafia diventino sempre più piccoli man mano che la narrazione procede. Più il romanzo si scioglie e diventa solo una storia e non il tentativo di un ragazzo di scrivere, di fare lo scrittore e più la grafia si rimpicciolisce, cosa che forse suggerisce una forma di pudore: nelle parti dove non stavo facendo lo scrittore, ero soltanto me stesso con una penna e dei fogli e questo mi procurava imbarazzo, e scrivevo piccolo per rendere quello scritto accessibile solo a me, comprensibile solo ai miei occhi e a nessun altro sguardo occasionale – mi figuravo i miei genitori curiosare tra le mie cose e poi me li figuravo leggerle agli Elemento o ai Taverna o a Piero e Assunta. Ciò che è davvero interessante del quadernetto si trova nella prima pagina. C’è una griglia con un calcolo approssimativo del numero di parole all’interno del romanzo. Se non ricordo male era un discorso letto per la prima volta proprio presso Jack London. Tenere conto del numero di parole in uno scritto. Mi stupisce ora pensare che un ragazzino di dodici anni si appassionasse a dettagli come calcolare il numero di parole dei suoi romanzi perché è una questione molto molto tecnica – e nemmeno particolarmente praticata presso i più affermati scrittori nostrani. Di qua avevamo un ragazzo che aveva attaccato il suo romanzo con la descrizione del canto del gallo, delle foglie nella rugiada, l’alba e di là lo stesso ragazzo vedeva tutte quelle cose con sguardo aritmetico, considerava ogni emozione e palpito dato dalla prosa come quantità.

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