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Note di lettura: “Dante in love” di Giuseppe Conte.

25 marzo 2021

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte con questo suo Dante in love (Giunti editore, Firenze, 2021)rende al Padre della nostra lingua un omaggio tra i più originali tra i tanti che questo anno ricchissimo di rivisitazioni ci propone. “Che cosa è questa poesia (della Commedia)? È la vita umana guardata dall’altro mondo”. Potrebbe questa affermazione di Francesco De Sanctis essere all’origine dell’opera di Conte? Solo un’illazione, certo, ma la suggestione desanctisiana ben s’attaglia all’intuizione su cui Conte fonda questo suo libro, non esattamente definibile nel genere (fantastico, metastorico, storico – filosofico?), indeterminato nella misura (romanzo breve, racconto lungo), e perfino nella natura ibrida, originata dalla presenza nella seconda parte di inserzioni saggistiche illuminanti non solo per la comprensione piena della parte narrativa, ma per la lettura che un poeta del nostro tempo dedica all’opera dantesca.

L’azione si svolge tutta oggi, 25 marzo 2021.

Conte immagina che l’Altissimo, ricevendone l’anima in Cielo, disponesse che, ogni 25 marzo, giorno dell’inizio del viaggio ultraterreno di Dante, l’ombra del poeta facesse ritorno a Firenze dal tramonto all’alba, per suggerne fascino e rimpianto e ogni volta rinnovata meraviglia, finché non tornasse ad amare una donna in carne ed ossa, essendone, a sua volta riamato: “Hai scritto di aver viaggiato con il tuo corpo e le tue ossa tra le ombre dell’al di là fino al Paradiso, ora farai il viaggio opposto, viaggerai come ombra tra gli uomini in carne ed ossa…”; questo può finire ad un patto: “che una donna che tu amerai corrisponda il tuo amore”. Ben singolare contrappasso, per chi ha proclamato l’ineluttabilità della sentenza per cui “amor che a nullo amato amar perdona”.

Questa è dunque la settecentesima notte: Dante la racconta ad un ignoto interlocutore rivolgendoglisi con quel “tu” così usuale nelle sua cerchia di amici poeti, indirizzato di volta in volta o alla propria ballatetta, alla maniera di Guido Cavalcanti, o anche agli amici poeti, come Lapo e lo stesso Guido.

Da allora, ogni ritorno sulla terra è un ritorno a Firenze, cuore del suo mondo, dove staziona ogni notte davanti al Battistero, cuore di Firenze.

All’ombra del suo bel san Giovanni ha visto mutare di anno in anno costumi, oggetti quotidiani, comportamenti, e, soprattutto, la lingua, “una lingua buona come nessuna altra al mondo per contenere tutto. Tutto. Le invettive più violente e le preghiere più dolci. Le liti più feroci, più turbolente, e l’ascesa calma verso dove tutto è pace e luce.” Ma, soprattutto, nel suo soggiorno annuale sulla terra si è dedicato alla ricerca, apparentemente priva di speranza per chi ha sostanza di ombra invisibile agli umani, di una donna non solo da amare, ma capace di ricambiare il suo amore. Impresa apparentemente priva di speranza, ma certo capace di suscitare antiche emozioni per chi, in vita, ha sentito la passione amorosa con quel vigore che traspare evidente dalle sue pagine: “la passione d’amore per me è stata la prima, e col tempo ho riconosciuto che è stata la più giusta e la più vera. Cosa credi che abbia fatto, queste settecento notti?”

Nelle ultime visite incrocia sulla soglia del Battistero un giovane vagabondo, al quale di tanto in tanto una ragazza porta qualche genere di conforto. La stessa ragazza tenta invano di aiutarlo quando la polizia lo ferma, accusato di furto in un bar nelle vicinanze. Dante la osserva meglio, comincia a scrutarne il volto, tentando contemporaneamente di indovinarne qualche pur minimo tratto del carattere. La rivede nel giro di pochi minuti per tre volte: tre volte, come gli abbracci tentati durante il colloquio con Casella, a rinnovare nel tempo presente quel senso di incolmabile distanza tra viventi e defunti che nell’incontro in Purgatorio gli aveva straziato il cuore.

Tanto basta per convincerlo a lasciare l’ombra rassicurante del Battistero per seguire la ragazza attraverso i vecchi quartieri di Firenze. Non c’è un opalescente orizzonte limbale, in questa sera di fine marzo, piuttosto un senso di trepida attesa primaverile, per ciò che può essere ancora, nonostante i limiti umani che permangono oltre la morte.

La vede consolare un’amica, e nel loro dialogo ne scopre il nome, Grace (Grazia…), e poi anche respingere un’aggressione di due malintenzionati, fare una sosta nel dehors di un bar, dove l’ombra del poeta sfiora la mano della ragazza con la sua. La segue fino al suo appartamento, ed assiste ad un colloquio con un corteggiatore di assai scarsa sensibilità, che viene poi allontanato. Nel breve volgere di una sera di inizio primavera è nata ed è cresciuta, tumultuosa come allora, l’antica e sempre uguale a se stessa passione d’amore: “Avrei bisogno, mio Dio, di avere almeno una voce che risuona…per dire: Grace, sono io che ti tenevo la mano sulla tua, poco fa, sono io che ti amo”.

Infine, Grace prende un libro, iniziando a leggere ad alta voce. È il Canto V dell’Inferno, e quando chiude il libro, in preda ad una sottile commozione, bacia l’immagine di Dante sulla copertina. Dante è dunque di nuovo riamato, in una forma del tutto immateriale, per il tramite dell’emozione che scatena la poesia.

Si conclude così il patto con l’Altissimo? Dante è sciolto dal pesante dovere del perenne ritorno? Per la prima volta in settecento anni, il poeta non sembra convinto di tornare al Paradiso che l’attende, destinazione ultima del suo viaggio oltremondano, tanto da elevare al cielo una imprevedibile preghiera: “Lasciami così, Signore dell’Universo, a fianco di questa giovane straniera che dorme, per amarla come può amare un’ombra innamorata”. Ma è un attimo. Dante si abbandona alla volontà del Signore dell’universo, fiducioso che la scintilla d’amore misteriosamente suscitata in Grace valga a porre fine al suo peregrinare. Qualcosa, comunque, di questa notte del 25 marzo 2021 resterà:” non rimpiangerò da Lassù la mia vita da ombra, ma Grace, l’amore impossibile e meraviglioso con lei, come farò a non rimpiangerlo…”.

In Dante in love la passione d’amore occupa l’intera narrazione, brucia ogni altra prospettiva, si fa tensione che condiziona ogni gesto ancora da compiere. La smisuratezza della personalità di Dante, capace di ogni sentimento al grado massimo, non viene colta come possibile spunto per la monumentalizzazione del personaggio (che, data la sua statura, sarebbe scontata). Si evidenzia invece una sconfinata disponibilità ad amare, a lasciarsi pervadere dall’amore per poi restituirlo per il tramite della poesia a chiunque sia in grado di intenderlo, attraverso le relazioni che misteriose si instaurano tra chi ha calcato questa terra, e che sono capaci di attraversare i secoli.

L’emozione, su cui si gioca tutta la vicenda, si esprime con una scrittura briosa, amichevolmente colloquiale, ma anche fortemente evocativa e sapientemente qua e là riecheggiante atmosfere dantesche. Il tumultuare del cuore suggerisce momenti di forte concitazione espressiva. L’assoluta prevalenza attribuita ai sentimenti, che nella notte raccontata si scatenano senza limiti, rivela che Conte, con felice anacronismo, legge Dante alla maniera dei romantici del nostro Ottocento, che ne esaltavano la sapienza nel rappresentare sia la vastità che l’intensità della passione. Del romanticismo ripropone anche l’attenzione alle suggestioni del mito, regalandoci, oltre alle tante che già aleggiano intorno al poeta sommo, la leggenda dantesca che ancora mancava.

Note di lettura: “Sesso e apocalisse ad Istanbul” di Giusepppe Conte.

8 Maggio 2018

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte è poeta di lungo corso e di sicuro valore, accertato dalla critica a partire dalla prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo, uscita in Italia nel 1983 e ristampata nel 2002, e costantemente manifestato nella successiva produzione in versi, raccolta nella sua (provvisoria) completezza in Poesie (1983-2015), con introduzione di Giorgio Ficara. Già nel 1994, in sede di prima rendicontazione della produzione letteraria del Novecento, Spagnoletti (Storia della letteratura italiana del Novecento) lo segnalava come “uno dei migliori talenti introspettivi della lirica nuova”. Autore anche di saggi e traduzioni (da Blake, Shelley, Whitman e Lawrence), e di due importanti antologie internazionali di poesia, Conte ha compiuto negli anni diverse incursioni nel territorio della narrativa (Il terzo ufficiale, La casa delle onde, L’adultera, Il male veniva dal mare). L’ultima di esse è questo recente Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti, 2018), inaspettato romanzo d’azione, almeno in apparenza, che dei modelli del genere richiama l’attitudine ad animare piani narrativi divergenti, con conseguente piena padronanza nella scansione delle varie sequenze in si articola l’intreccio.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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