Archivio dell'autore

“Oltre il confine”, di Igor Greganti

13 luglio 2018

di Edoardo Zambelli

Igor Greganti Oltre il confineVelocità e straniamento. Se penso a Oltre il confine, romanzo di Igor Greganti da poco pubblicato per l’editore Laurana, mi vengono in mente queste due parole. Tutto succede nel giro di pochissime pagine, la narrazione presenta un primo personaggio, poi un secondo e in breve il lettore si ritrova con quattro personaggi principali e un viaggio già iniziato. L’obiettivo: portare oltre confine una valigetta di cui nessuno conosce il contenuto.

Greganti fa muovere i suoi personaggi attraverso un’Italia sfasciata, un paese devastato da una guerra civile, governato – ma si direbbe ancora per poco – da un presidente del Consiglio che quella guerra continua a negarla. L’Italia raccontata è un paese metafora – di oggi, di domani, difficile stabilirlo -, un’allucinata Macondo, un mondo narrativo regolato da leggi interne che trovano nell’assurdo la loro chiave di lettura più appropriata. Direi, anzi: l’unica chiave di lettura possibile.

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“Guasti”, di Giorgia Tribuiani

8 giugno 2018

di Claudia Grendene

Guasti di Giorgia Tribuiani è un romanzo d’esordio che non potrà lasciare indifferenti.

Racconta la storia di Giada, una giovane donna, che si trova a dover elaborare il lutto per il compagno in una situazione che le rende impossibile distaccarsi da quel corpo inanimato. Ciò che impedisce la separazione tra Giada e il compagno -in vita un fotografo di notevole fama- è il fatto che egli abbia scelto di donare il proprio corpo al dottor Tulp per farsi plastinare da cadavere e diventare un’opera d’arte.

Ci avevano riso su, lui e Giada, nessuno credeva che la morte potesse arrivare così presto.

Questo corpo, che diventa l’importante pezzo di una mostra, genera l’ossessione della protagonista, la quale decide di passare le giornate a vegliare il cadavere, pagando l’ingresso quotidiano alle sale dell’esposizione e trascorrendo le ore immersa in una bolla fatta dal miscuglio tra gli ansiolitici, i ricordi, i dialoghi col morto e con i diversi personaggi, in particolare con il “il guardiano del piano di sotto”, e la compagnia degli altri pezzi immortalati dal dottor Tulp.

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“Mamme con la partita Iva”, di Valentina Simeoni

7 giugno 2018

di giuliomozzi

[Il libro Mamme con la partita iva, di Valentina Simeoni, pubblicato presso Sonzogno, sarà in libreria il 28 giugno 2018].

Conobbi Valentina Simeoni nel 2013, quando lei si iscrisse a un breve corso di scrittura presso il circolo Arci di Padova “Lanterna Magica”. Era un momento difficile della mia vita e in quel corso, devo ammetterlo, non detti il meglio di me stesso. Mancavo di concentrazione, mancavo di tempo, mancavo dunque di tutto ciò che mi serve per condurre bene un corso. Amen: mi dispiacque, mi dispiace, e me ne scuso ancora oggi con chi partecipò.

Il mio stato poco felice non mi impedì, peraltro, di notare Valentina. Mi sembrò, per dirla nel modo più semplice, una persona dall’intelligenza fuori dal comune: per di più, sgobbona. E perciò, negli anni successivi, anche grazie a quegli strumenti diabolici ma meravigliosi che sono i social media, cercai di non perderla di vista. Lei è antropologa («La cosa che mi piace di più fare e che so fare meglio – parole sue – è osservare le persone»), lessi nel tempo alcune sue pubblicazioni, mi rafforzai nella mia opinione. Di tanto in tanto, quando se ne presentava l’occasione, cercavo di far sentire la mia presenza. Lei mi prestò dei libri, io le prestai dei libri. Cose molto semplici.

È così che funziona, più spesso di quanto non si creda, il lavoro di scouting. Quando conobbi Valentina non avevo la possibilità di proporle niente di preciso; e, in effetti, in ogni caso non avrei saputo che cosa proporle. Ma in tutto ci vuole pazienza, e nell’editoria più che in altri ambiti. Un’occasione sarebbe arrivata, pensavo, anche se non sapevo un’occasione per cosa.

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“Mattina”, di Giuseppe Ungaretti (dall’Antologia maniacale).

16 maggio 2018

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Mattina

M’illumino
d’immenso.

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

Il 26 gennaio 2017 – cent’anni dopo – Tiziano Scarpa ha pubblicato in Il primo amore un bell’articolo su questa poesia di Giuseppe Ungaretti (della quale potete leggere, nella riproduzione qui sopra, la prima – più lunga, come spesso in Ungaretti – redazione). L’articolo di Scarpa ricostruisce il contesto, mette Mattina in relazione con altre poesie degli stessi giorni, racconta un breve viaggio a Santa Maria La Longa, cerca di ricostruire in immaginazione come quei pochi – e poi ancora più pochi – versi siano potuti venire in mente al soldato Ungaretti. L’articolo è bello, è chiaro, e vi invito a leggerlo.

Qui farò dell’altro.

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Torquato Tasso e l’oseleto (dall’Antologia maniacale)

15 maggio 2018

Torquato Tasso

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Torquato Tasso. Un madrigale.

Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’orïente:
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo,
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

11 maggio 2018

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne ho offerto ieri l’inizio; e oggi un altro pezzo. gm]

Qui da noi in Italia «quella cosa lì» si può dire in tanti modi: frocio, finocchio, omosessuale, checca, rottinculo, pederasta, sodomita, bardassa, culattina, invertito, paraculo, ricchione, uranista… Mi piace tantissimo come dicono a Firenze: «c’è le paste», che sembra l’annuncio di una festa. Invece odio come lo dicono a Genova, «buliccio», che sembra una specie di lumaca o verme bavoso.

Negli ultimi vent’anni circa, specie dopo la guerra, s’è diffusa un’espressione nuova: «fascista».
Ora, il fascismo che imperversò per l’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale era tutta un’altra cosa. Non per niente l’aveva fondato Benito Mussolini.

Mussolini, un romagnolo, figlio del fabbro del paese, dopo aver fatto il maestro, il muratore, il barbone e chissà che altro, aveva risolto il problema di come mettere insieme il pranzo con la cena buttandosi in politica. Un fantastico oratore, era rapidamente diventato un caporione socialista, fino a diventare direttore dell’Avanti. Poi, nel 1914, era uscito (o era stato cacciato) dal partito, che non voleva la guerra mentre Mussolini la voleva: s’era messo con D’Annunzio e aveva fatto di tutto per far entrare nel conflitto l’Italia al fianco degli Alleati, generosamente finanziato da massoni e francesi.

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Petrarca spiegato con la mela e la banana (dall’Antologia maniacale)

10 maggio 2018

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

dai Rerum vulgarium fragmenta
di Francesco Petrarca

Pace non trovo, e non ho da far guerra;
E temo, e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
E volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

10 maggio 2018

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne offro qui l’inizio; e domani un altro pezzo. gm]

Il cameriere di mezz’età, col suo maldestro riporto e l’aria di uno schiacciato dalla vita, sa di chi è la colpa se fuori non si può uscire e dentro non si può stare.

«Sono tutte ‘ste bombe atomiche che fanno esplodere gli americani e i maledetti russi! Non s’è mai visto un luglio così! Altro che 2000, qui non arriviamo al mille e novecento e sessanta!» lo pronuncia così, scandendo.

E cosa vuoi dirgli? L’atomica ha la colpa di tutto, dicono, dal cancro alla violenza giovanile, dall’arte astratta al fatto che quest’anno non siamo nemmeno arrivati in finale ai Mondiali. Figuriamoci il caldo e le stagioni che non sono più le stesse (che magari è pure vero). È più di due mesi che l’Italia pare un deserto di piante secche e nuvole di sabbia, come se la Libia avesse conquistato l’Italia e non viceversa. Nelle ultime due settimane, poi, 40 gradi fissi, da Bolzano a Siracusa. Ogni giorno qualcuno muore di insolazione. Dicono che pure il Papa stia male. Abbiamo traversato un Po ridotto a rigagnolo. Sì, è luglio, ma un luglio così davvero non c’era mai stato.

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Ciro di Pers, “Orologio da ruote” (dall’Antologia maniacale)

9 maggio 2018

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

Orologio da ruote.
Sonetto di Ciro di Pers (1599-1663).

Ciro di Pers nella Treccani. Un breve commento a questo sonetto, sempre nella Treccani. Una larga scelta di poesie di Ciro di Pers in Wikisource.

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Quarto fallimento: “Alter ego”

4 maggio 2018

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo, il secondo e il terzo fallimento. gm]

Vanes, pittore di poca fama, racconta all’avvocato il suo rapporto con Nicole, modella autolesionista

Potevo fare qualcosa per Nicole? Potevo evitare ciò che le è accaduto? Non lo so. Forse sarebbe bastato cercare Nicole nei giorni successivi, farle sapere che per lei c’ero, che non era sola. E invece non ho fatto niente, e la verità è che se anche avessi saputo cosa fare, se anche avessi avuto la certezza del risultato, non avrei fatto niente. Se avessi fatto il bene di Nicole avrei potuto in qualche modo riscattarmi da tutto il male che in passato ho agito. E io sono contro il riscatto.

Io voglio continuare a sanguinare. Io non lascio correre, non dimentico. Io conservo pianti, sorrisi, carezze, insulti, baci, disprezzo. Io non taglio corde, non spezzo catene. Io ripenso alle cose, le giro, le apro, le rivolto e non permetto alle ferite di rimarginarsi. Le mie ferite non devono rimarginarsi mai.

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“Se una notte d’inferno un peccatore”, di Titolo Caldino

2 maggio 2018

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati si spaccia per bibliofilo. Recensisce libri che sostiene di aver letto solo lui. Tutte le sue recensioni si trovano qui. gm].

Titolo Caldino, Se una notte d'inferno un peccatore“Era una notte lunga e tempestosa”. Comincia proprio così, senza mezzi termini, questo singolare – benché a modo suo pluralissimo – romanzo d’esordio di Titolo Caldino, ultrasettantenne professore di – così la bandella – Patafisica applicata presso l’università di Accavallavacca, facoltà di Architettura nomade. Basterebbe questo a far cogliere, al lettore arguto, o almeno astuto, il punctum della faccenda. Se una notte d’inferno un peccatore è un romanzo (un romanzo, sia chiaro, un vero romanzo, non un retroavanguardisticamente – come se ne leggono fin troppi oggidì – pedante e tristissimo non-romanzo) stocasticamente composto d’incipit e d’explicit tratti dal meglio e dal peggio della letteratura universale: un’operazione, se di operazione è lecito parlare, o non piuttosto di nevrotico virtuosismo, collagistico-combinatoria, dal retrogusto sensibilmente balestriniano (il Balestrini più romantico e suadente, quello del Tristano), con aromi calviniani e un delicato afrore neopostneoavanguardistico: roba per palati fini, insomma, o per ingenui totali. Ma veniamo alla storia, poiché una storia c’è.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Terzo fallimento: “Adeste fideles”

1 maggio 2018

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo e il secondo fallimento. gm]

Sergio, ex marito di Luce, racconta la campagna elettorale del piccolo comune in cui è tornato a vivere

Dio, se solo avessi una macelleria! Gliela farei vedere io ai macellai di Loiandoro, li sfiderei io, ma io non ce l’ho una macelleria e la gara di Smaialando e svinando la puoi fare solo se hai una macelleria, neanche ci volesse l’iscrizione all’ordine mondiale dei macellai riuniti per disfare un maiale. A Loiandoro di macellerie ce n’è tantissime, ci sono più macellerie che banche, più macellerie che bar, e il 3 febbraio, il giorno di San Biagio, invece che festeggiare il Patrono, a Loiandoro si festeggia il maiale: «non ha mai fatto niente contro la zizzania quel buono da niente d’un santo!», si sente bestemmiare a Loiandoro il 3 Febbraio. E il giorno di Smaialando e svinando, c’è proprio una sfida fra le macellerie, ma mica solo fra le macellerie di Loiandoro, nooo, il 3 febbraio arrivano norcini da ogni dove per partecipare alla gara di Smaialando e svinando, arrivano da fuori provincia e da fuori regione, è famosa la festa di Smaialando e svinando, ormai è la festa più importante che c’è a Loiandoro.

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“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, ovvero L’autofinzione messa alla prova del dialogo

1 maggio 2018
Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una "autofinzione"

Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una “autofinzione”

di giuliomozzi

Sono in cucina, sto pelando gli asparagi. Il telefono portatile suona. E’ un numero ignoto. Rispondo.
“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, dice una voce maschile leggermente rauca.
“Sì, buongiorno”, dico, “lei chi è?”.
“Be'”, dice la voce maschile leggermente rauca, “a questo punto potrei dire che sono Giulio Mozzi anch’io, come tutti”.
“Bene, Giulio Mozzi”, dico. “Mi dica”.
“Ero l’altro giorno lì a Milano, alla Statale”, dice Giulio Mozzi, “a sentire la sua lezione sull’autofiction“.
“Non pronunci all’inglese”, dico. “Semmai alla francese”.
“E cioè?”, dice Giulio Mozzi.
Autofiction“, dico. “Oppure può dire, italianamente, autofinzione o finzione di sé”.
“Finzione di sé mi pare brutto”, dice Giulio Mozzi, “mi sa una roba di simulazione, gesuitica…”.
“Ho sempre avuto un’ammirazione incondizionata per i gesuiti”, dico.
“D’altra parte”, dice Giulio Mozzi, “lei ha dichiarato più volte di essere un uomo del Seicento”.
“Sì”, dico. “Il barocco è il mio ambiente naturale, il gesuitismo è la mia forma mentis. Ma è di questo che lei voleva parlare?”.

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“Quattro fallimenti” di Simone Salomoni / Secondo fallimento: “Memento mori”

26 aprile 2018

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. Vedi il primo fallimento. gm]

Secondo, figlio dell’imprenditore edile Settimo Schiavi, racconta la morte di Vanes Percassi

«Non capisco come si fa a piangere così…», mi dici.

Guardo Sergio. Nemmeno al funerale dell’amato nonno, mio fratello era sembrato tanto inconsolabile. Sì, aveva pianto parecchio, ma mai quanto oggi. Chissà, forse perché il nonno gli aveva dato il tempo di abituarsi alla morte. Il nonno era stato malato a lungo. Cancro ai polmoni. Fumava come una ciminiera, il nonno. Nonostante gli ammonimenti della nonna e della mamma aveva sempre fumato come un turco.

Il nonno lo avevamo visto deperire giorno dopo giorno, attaccato a un respiratore, in un letto di ospedale. Lo avevamo visto pronto a convertirsi al buddismo dopo che un inserviente indiano gli aveva spiegato che i buddisti non muoiono, ma si reincarnano in una nuova vita. Proprio lui, quel nonno che spesso chiedeva alla nonna di passarle il lunario di Frate Indovino solo per il gusto di trovare un nuovo santo da bestemmiare; lui, sempre pronto a maledire Dio, la Chiesa e tutti gli Dei di tutte le chiese, sembrava pronto a convertirsi sulla base di tre stronzate inventate da un inserviente indiano, pur di credere che non tutto fosse prossimo a finire per sempre e per davvero.

Nonno, in qualche modo, aveva dato a Sergio il tempo per prepararsi. Vanes no. La morte di Vanes era arrivata violenta, una sassata dal cavalcavia. Venerdì scorso dirigeva il suo cantiere; oggi, sei giorni dopo, è dentro la cassa di mogano che il prete si appresta a benedire. In mezzo: un bizzarro incidente. Anzi: nemmeno un incidente. Un caso, un accidente, una fatalità difficile da credere vera. Una morte assurda, quasi sciocca per uno come Vanes. Vanes è morto mentre lavorava, come forse avrebbe voluto. Però non è morto in uno dei suoi amati cantieri, come avrebbe certamente apprezzato. E dire che Vanes si è sempre preso i suoi rischi in cantiere.

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Smettere (anche solo provvisoriamente) di essere scrittori. Su Giulio Mozzi e “Fiction 2.0”

26 aprile 2018

di Luca Fiorentini

[Questo articolo di Luca Fiorentini è apparso nel numero di aprile del mensile L’indice dei libri del mese. Ringrazio per l’attenzione. gm]

Nella Breve notizia collocata in apertura di Fiction 2.0 (Laurana, 2017), Giulio Mozzi dedica qualche riflessione, com’è naturale, alla prima edizione del libro, apparsa presso Einaudi nel 2001 e intitolata semplicemente Fiction. I toni sono quelli che Mozzi impiega usualmente quando illustra il proprio lavoro: molto secchi; Fiction è descritto fra l’altro come l’opera di un narratore ormai “prossimo alla fine”. Che questo giudizio non sia frutto di una riflessione a posteriori, ma che anzi qualifichi il libro fin dalle sue origini, è dimostrato da un’email che Mozzi inviò nel novembre del 1999 all’editor che lo seguiva presso Einaudi. Ampi estratti del messaggio sono oggi disponibili in Vibrisse, bollettino; uno, in particolare, merita di essere citato: “Tu sai che io ho sempre condiviso molto dei miei personaggi. Questa prossimità con i personaggi è sempre stata il mio rischio più forte o uno dei miei rischi più forti. Se alcuni dei miei racconti rasentano la cattiva letteratura, o sono cattiva letteratura tout-court, è perché questa prossimità è eccessiva o mal governata. Ora, i personaggi che parlano in questi racconti nuovi non hanno nessuna prossimità con me. Possono appartenere alla mia stessa parrocchia o abitare nella piazza del mio quartiere, ma non c’è nessuna prossimità”. L’email si chiude con l’annuncio di un cambiamento di ordine esistenziale (“Faremo grandi cambiamenti, benché non sappia ancora ben quali”); e l’ultima frase recita: “E finalmente, spero, smetterò di scrivere”.

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“Quattro fallimenti”, di Simone Salomoni / Primo fallimento: “Curriculum vitae”

24 aprile 2018

[Simone Salomoni ha scritto il romanzo Quattro fallimenti nel corso (e un po’ dopo) di una Bottega di narrazione. Ne pubblico quattro estratti, uno da ciascuna delle quattro storie che nel romanzo si intrecciano e si rispecchiano. gm]

Luce, novizia intenzionata a monacarsi, racconta al Monsignore il primo incontro col Demonio

Avevo già conosciuto il Demonio. Era il 30 settembre del 1984: quattro giorni prima avevo compiuto cinque anni.

Il Demonio lo conobbi a Pietramala, un minuscolo paese ai piedi del monte Raticosa, Appennino Tosco-Emiliano, il luogo nel quale mia nonna era tornata a vivere dopo la morte di suo marito: mio nonno. Numerose leggende gravavano su Pietramala: un luogo sinistro, malefico, conosciuto come la bocca dell’inferno. Fino a tutto l’ottocento Pietramala e la Raticosa erano note in Europa per il fenomeno dei fuochi perenni: fiammate che partivano dal sottosuolo e si libravano alte nel cielo, visibili di giorno, luccicanti di notte; fiammate che non venivano soffocate dalla pioggia, ma, anzi, durante i temporali sembravano acquisire più vigore; fuochi privi di fumo che non temevano l’umidità e lasciavano la terra fredda e priva di cenere. Per secoli, gli abitanti di Pietramala e coloro che vi accorrevano incuriositi dallo strano fenomeno – come gli eredi della aristocrazia europea che attraversavano gli Appennini durante il Grand Tour – avevano creduto che i fuochi perenni fossero una manifestazione del Demonio. In realtà si trattavano di un fenomeno naturale provocato dagli abbondanti giacimenti di metano presenti nel sottosuolo: il metano fuoriusciva dalle crepe del terreno argilloso e, quando veniva colpito da un fulmine, si trasformava in una lingua di fuoco pronta ad arrampicarsi fino al cielo.

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La stitichezza della letteratura italiana

19 aprile 2018

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Il bando per la Bottega di narrazione 2018-19

10 aprile 2018

Paura, eh? Ma no, niente paura. Il bando si può leggere qui.

“ADA39”, di Cosimo Lupo / Sesto e ultimo estratto

22 marzo 2018

di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39”. Ve ne propongo sei estratti – oggi l’ultimo -, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

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“Dal disincanto all’innocenza”

16 marzo 2018

Il cammino dei sette personaggi di Claudia inizia quando sono ormai maturi, i giochi fatti, i destini compiuti. Giovani adulti che hanno combattuto come potevano il loro destino. Il lettore fa il tifo per tutti loro, o quasi, ma non può più sperare che si salvino. Può solo riannodare i fili delle vite di quei personaggi scritti dagli stessi scaltri autori che scrivono le vite di molti di noi: difficoltà economiche, violenze familiari, perbenismo soffocante, solitudine.
Claudia Grendene decide così di procedere all’indietro, dal disincanto all’innocenza, e la narrazione si mantiene perfettamente coerente e conseguenziale. Pagina dopo pagina il carattere dei personaggi si delinea e prende forza ma alla fine di ogni capitolo ci si chiede come abbia fatto a gestire la marcia contraria, come sia riuscita a ragionare invertendo futuro e passato. (continua)

In Cultweek Roberta Virduzzo recensisce il romanzo di Claudia Grendene Eravamo tutti vivi, testè pubblicato presso Marsilio.