Archivio dell'autore

Un saluto a Mauro

26 giugno 2019

di giuliomozzi

Questo “bollettino di letture e scritture”, vibrisse, iniziò a esistere il 6 agosto del 2000. All’inizio non aveva nemmeno un nome e si chiamva, coerentemente, “bollettino senza nome”. All’inizio non era neanche un blog, ma una lettera circolare: che spedivo a chi me la chiedeva, il più delle volte persone che incrociavo e conoscevo durante corsi, convegni, altre manifestazioni letterarie. Bandii tra gli allora pochissimi lettori una specie di concorso per scegliere il nome. Vinse vibrisse, proposto da Mauro Mongarli, allora giovane copywriter (mestiere che poi, per tanti motivi, abbandonò), mio concittadino.

Mauro se n’è andato velocemente, a cinquantaquattro anni. Il tumore è stato scoperto in aprile, sabato 22 giugno Mauro è morto, oggi 26 giugno è stato sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova, dopo una cerimonia affettuosa e informale.

Di Mauro posso dire: che è stato una persona buona, intelligente, allegra. Non ci siamo mai frequentati tanto, ma in alcuni momenti della mia vita la sua presenza è stata veramente importante. Di qui la gratitudine, che si aggiunge all’amicizia e alla stima.

Chi volesse farsi un’idea di che persona fosse Mauro, può leggere questo suo articolo intitolato: Educazione musicale (o della gioia).

“La perfezione”, di Raul Montanari

26 giugno 2019

di Edoardo Zambelli

RAul Montanari, La perfezioneLa perfezione, di Raul Montanari, è uscito la prima volta nel 1994 per Feltrinelli e lo ripropone adesso Baldini e Castoldi, in un’edizione rivista dall’autore. Non ho letto il libro quando è uscito, l’ho fatto solo adesso, e l’ho trovato splendido.

In un breve saggio del 1972, Notes on film noir, Paul Schrader affermava che il noir non è un genere, non è definibile attraverso convenzioni narrative – siano queste l’ambientazione, i personaggi, il tipo di conflitto; si tratta piuttosto di un tono, uno stile visivo che può impregnare ed attraversare qualunque genere. Questa considerazione è, a mio parere, validissima anche per la letteratura, e viene utile anche per operare una veloce differenziazione tra il noir e il giallo, dato che spesso si tende a pensarli simili, se non addirittura a pensarli come sinonimi. Il giallo è un genere, necessita di precisi elementi per definirsi tale: omicidio, indagine, risoluzione. Certo, è pur vero che vi sono stati – e vi sono ancora – autori capaci di giocare che questo schema e piegarlo ad altri risultati, basti pensare a Todo Modo di Sciascia o La Promessa di Dürrenmatt. Il giallo – giusto per darne una definizione veloce e superficiale – è il tentativo di ricomporre l’ordine che è stato compromesso dal fatto delittuoso, e può muoversi e funzionare solo a patto di rispettare determinate convenzioni. Anche gli autori che ho citato prima ne hanno fatto uso, e solo per dimostrare l’impossibilità di restituire al mondo quell’ordine che il giallo si propone di ristabilire. Di tutto questo, il noir non ha bisogno, si muove anzi in una direzione quasi contraria. Anche quando ha il proprio motore nell’investigazione, questa – e soprattutto il suo scioglimento – non si configura come un ripristino di un ordine, al contrario, è l’affondare in un mondo nero, in un mistero che conserva il proprio segreto. Un esempio su tutti: il Marlowe di Raymond Chandler. Indaga, sì, ma è più un fluttuare negli eventi, è più controllato che in controllo, e partecipa della stessa confusione del lettore. Si muove, per così dire, nel caos. Ecco, allora, per concludere direi così: il giallo è sempre il tentativo di rimettere in ordine il mondo, il noir invece ne celebra il disordine.

Di tutto questo discorso sul noir, La Perfezione è un esempio ideale.

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Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio

22 maggio 2019

di Valentina Durante

[…] Quando in letteratura si parla di “necessità per la vita”, è facile veder comparire lo spettro del capolavoro. È uno spettro terribile: sentirsi caricati, in quanto autori o in quanto persone che semplicemente ci provano, dell’obbligo di produrre l’opera capace di durare, di attraversare la pellicola del tempo per finire in mano ai posteri, è soverchiante. Non so quanti riescano a scrivere con questo fardello addosso. Io non riuscirei. Non riuscirei, cioè, a scrivere sapendo che lo scopo di ciò che sto facendo può sussistere solo in proiezione futura e che tutto ciò che è contingente, in quanto contingente, non ha alcun valore. Preferisco invece pensare che, laddove l’atto di narrare permette la trasmissione di storie e una manutenzione della lingua anche di modestissima entità, quell’atto ha avuto un senso, dunque è bene che si sia prodotto. Anche se il libro finirà dimenticato dopo cinque mesi o cinque anni, in quei cinque mesi, in quei cinque anni, un certo qualcosa sarà avvenuto nella relazione fra opera e lettore, contribuendo alla fertilizzazione di un humus. È vero, siamo in molti nani sulle spalle di pochi giganti, ma si riflette mai sulla quantità di nani che occorre a un gigante per poter nascere e poi dirsi tale? Chi è che realmente sostiene, e chi è sostenuto?[..]

Nel blog “I libri degli altri”, Valentina Durante, autrice del romanzo La proibizione, pubblicato da Laurana, ha pubblicato un interessante articolo dal titolo Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio.

Un gioco: scriviamo un “supplemento” all’ “Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”

21 maggio 2019

di Giulio Mozzi

Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, SonzognoL’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, da me compilato e pubblicato dall’editore Sonzogno con le illustrazioni di Lise & Talami, finisce con alcune pagine bianche: nelle quali ogni lettore è invitato a proseguire o integrare il libro scrivendoci le proprie “massime” e i propri “commenti”. Il gioco che vi propongo – che avrà inizio dalla pubblicazione di questo bando, e finirà il 17 giugno, giorno del mio cinquantanovesimo compleanno – consiste appunto nel riempire, idealmente, quelle pagine.

In sostanza: ciascuno di noi, immagino, ha dentro di sé, nella propria mente, delle massime o dei promemoria, quasi dei concentrati della propria esperienza di scrittura (e del ricordo dei propri errori), che consulta mentre scrive o, più probabilmente, mentre progetta una storia o mentre rilegge quanto ha scritto. Io, per esempio, mentre scrivo mi intimo spesso: «Divaga!»; o mi interrogo: «Che cosa deve essere accaduto prima, perché possa effettivamente accadere ciò che sto facendo accadere ora?»; e quando mi rileggo mi dico sempre: «Occhio ai deittici!», perché so che tendo ad abusarne; o mi domando: «Sei sicuro che quei due punti non possano essere sostituiti da un altro segno di punteggiatura?», perché so che tendo a fare dei due punti un uso decisamente bizzarro; o mi suggerisco: «Controlla che le troppe incidentali non rendano incomprensibile ciò che scrivi”; e così via.

Allora, il gioco è questo. Riflettete sui vostri comportamenti di immaginazione e di scrittura. Vedete se vi è possibile estrarre da questi comportamenti alcune massime – suggerimenti, domande, provocazioni ec. -; provate, eventualmente, ad aggiungere a ogni massima un breve commento esplicativo o un esempio; e spedite il tutto al mio indirizzo, giuliomozzi@gmail.com, mettendo nell’oggetto dell’email la parola: «Oracoliamoci». Io pubblicherò massime e commenti nella nel mio profilo in Facebook, e dopo il 17 giugno ne farò un piccolo libro digitale, impaginato più o meno come l’Oracolo originale, che metterò gratuitamente a disposizione in vibrisse. Di ogni massima sarà ovviamente indicato l’autore. Il titolo del libro digitale sarà: Supplemento all’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori; e la copertina, per la quale ringrazio Stefano Bonetti dell’ufficio grafico Sonzogno, sarà quella che vedete qui sotto.

So bene che ogni gioco ha bisogno di un premio. E perciò vi dico che, tra tutti i partecipanti, alla fine ne estrarrò a sorte dieci: che riceveranno un dono (nota: ecco un uso bizzarro dei due punti), consistente – come è mio solito – (nota: ecco un’incidentale) in un libro pescato in quella miniera inesauribile che è la mia biblioteca. Potrà essere un libro nuovo, un libro usato; sarà sempre un libro che a me pare degno di lettura.

Se non avete acquistato l’Oracolo, e volete comunque partecipare, potete leggere questo articolo qui per farvi un’idea di che cos’è e di come funziona. Oppure potete decidervi, con tutta la mia approvazione, ad acquistarlo. Se volete proporre il gioco ad amici e conoscenti, condividete pure questo bando: ve ne sarò grato.

A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 2

6 maggio 2019

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Ecco la seconda parte della conversazione con Valentina Durante (qui la prima) a proposito del suo romanzo d’esordio, La proibizione (Laurana).

E tra la prima stesura e la pubblicazione, come hai lavorato?

Tre anni mi ci sono voluti, per arrivare alla pubblicazione: anni affaticati psicologicamente dal respingimento da parte di agenti ed editori. In questo periodo, e soprattutto durante il nostro lungo editing, il romanzo ha attraversato molte riscritture che lo hanno reso ciò che è adesso. Le riscritture hanno inciso sulla voce, sull’andatura e sulle scelte lessicali. Ma questo forse non è più di tanto interessante. Quel che è interessante, per me, di questi tre anni di stasi produttiva sul testo (stasi perché non ho prodotto della nuova immaginazione su di esso, produttiva perché comunque del lavoro si è prodotto), è stato l’accadere di tre cambiamenti, che riassumo in tre scoperte:

La scoperta degli altri.
La scoperta dell’altro da me.
La scoperta di ciò che è altro dall’uomo.

La scoperta degli altri è accaduta quando ho iniziato a far entrare gli altri nell’opera. La scrittura non è mai stata un fatto privato, come ho detto, perché in me c’è sempre stata tensione verso un lettore. Ma era privato il suo farsi: la prima stesura del romanzo è arrivata davvero di getto e per lo più in solitudine (tu stesso sei intervenuto poco, non ti ho dato il modo di farlo). Cominciando a far circolare il manoscritto, intensificando le conversazioni non solo a proposito del testo ma anche (forse soprattutto) a proposito dei dintorni del testo, ecco che la scrittura è diventata pubblica nella sua gestazione e questo ha aiutato il processo di estraniamento al quale alludevo: il romanzo ha cominciato davvero ad apparirmi come qualcosa di altro da me, sul quale potevo eventualmente (finalmente?) formulare un giudizio di valore che non fosse giudizio di valore su di me – sulle mie intenzioni, sulla mia etica, sulla mia persona.

La scoperta dell’altro da me è stata la scoperta di ciò che non posso controllare né scatenare, e che pure lavora, fa fatica al posto mio, e questo qualcosa è il tempo. La scrittura, quella narrativa in particolare, è un’arte del tempo. Richiede del tempo per svolgersi – il viaggio attraverso il testo deve partire da un punto A per arrivare a un punto B – e richiede molto più tempo per essere prodotta e prodursi: tempo riempito dallo scrivere (e questo è ovvio), ma anche tempo vuoto o svuotato, in cui il testo viene lasciato riposare e tu dai alla mente il modo di dimenticarsene (ecco perché ho usato il riflessivo prodursi). Non puoi comprimere il tempo dell’attesa o della pausa o del silenzio, perché non puoi prescriverti o accelerare la dimenticanza. Ma dimenticare devi, diversamente non potrai superare la vischiosità che t’impedisce di intervenire su una materia che a ogni maneggiamento ti appare conclusa e conchiusa, irriducibile a ogni modifica. Tu insisti molto sull’esitare prima di scrivere. Ma io credo che occorra esitare altrettanto anche dopo aver scritto, prima di considerare un testo finito.

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A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 1

6 maggio 2019

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Da qualche giorno è in libreria il primo romanzo di Valentina Durante, La proibizione, pubblicato da Laurana. E’ un romanzo scritto nel corso di una Bottega di narrazione, ma non è per questo – nonostante i danni dell’età, credo di essere ancora lucido nel giudizio – che lo considero un romanzo importante. Lo considero un romanzo importante perché è una storia inesorabile, raccontata con una scrittura precisissima. In poche parole: mi sembra un romanzo di grande bellezza. Di una bellezza che si sente, immediatamente, nella lettura. Il fatto che numerosi editori lo abbiamo rifiutato, ahimè, non m’interessa. Mi fido del mio corpo, che reagisce alle storie come alle cose.

A Valentina Durante ho proposto una chiacchierata, ovviamente per iscritto. Questa è la prima parte.

La prima domanda è d’obbligo, Valentina. Ti chiedo di raccontare la genesi di questo romanzo.

Nella “Breve notizia” che apre il tuo Fiction 2.0, tu scrivi:

“[…] trattai il libro come il baule nel quale il viaggiatore, non sapendo che cosa gli accadrà lungo il viaggio e di che cosa avrà bisogno davvero, stipa un po’ di tutto”.

Ecco, questa frase contiene una metafora – la scrittura come viaggio – che a sua volta contiene la gestazione di questo romanzo. Nello scrivere mi percepisco così: figura camminante (non passeggiante, non divagante), una proiezione o fantasma di me stessa che, partita da un punto, deve raggiungere un altro punto. Posso durante questo itinerario smarrirmi – errare, ma non nel duplice senso del termine – e però la tensione verso un (una) fine, lo scioglimento e di conseguenza la conquista di un senso, deve esserci. Senso e conclusione sono ciò che separa una narrazione dalla vita vera.

Si viaggia portandosi appresso qualcosa: tu parli di “baule”, ma io – figura camminante – preferisco immaginarmi con un più pratico zaino. Si viaggia essendo e possedendo qualcosa: una specifica e personale andatura, un certo fiato nel petto, resistenza poca o molta, muscoli che nel corpo si tendono e si rilasciano e una tolleranza più o meno robusta alla fatica, alla strada, alla polvere, al sole e alla solitudine. E si viaggia a partire da un luogo, dal quale ci si allontana per poi ritornarvi mentalmente con la consapevolezza: ero lì, adesso sono qui.

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“Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”

3 maggio 2019

Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, Sonzognodi Giulio Mozzi

E’ in libreria da un paio di settimane, pubblicata dall’editore Sonzogno, questa cosa qui, che si chiama Oracolo manuale per scrittrici e scrittori. E’ una cosa nata quasi come uno scherzo: era il giugno dell’anno scorso, stavo in treno, stavo andando a Venezia – dove ha sede l’editore Marsilio, per il quale lavoro – e rimuginavo sul fatto che da tempo desideravo fare qualcosa che somigliasse alle Oblique Strategies di Brian Eno (più spiegazioni qui) o almeno almeno al Libro delle risposte di Carol Bolt (del quale oggi si trova in commercio solo l’edizione minore).

La sostanza è: stai facendo qualcosa, devi prendere una decisione, hai un problema che non riesci a risolvere. Ti rivolgi al mazzo delle Oblique Strategies o al Libro delle risposte, peschi una carta a caso o apri una pagina a caso, e ci trovi un suggerimento, una domanda, una suggestione. Ti ci confronti.

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Raccontare il paesaggio

7 marzo 2019

Raccontare il paesaggio / Monghidoro (Bo) 3-10 luglio 2019

Raccontare il paesaggio 2019 è la seconda edizione di un laboratorio di scrittura residenziale organizzato dalla Bottega di narrazione e dedicato alla narrazione dei luoghi e dei paesaggi. Si svolgerà a Monghidoro, sull’Appennino bolognese, a 841 metri di altitudine, dal 3 al 10 luglio 2019.
Nel corso del laboratorio si lavorerà concretamente alla creazione di un volume legato ai luoghi che ci ospiteranno, e a un’iniziativa – il Mangirò – che ha l’ambizione di attraversarli, rappresentarli, e raccontarli.

Dove e quando si svolgerà Raccontare il paesaggio?

Una settimana (da mercoledì 3 a mercoledì 10 luglio 2019) nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano, all’incirca sul picco di una strada che per secoli è stato il principale transito di persone e merci tra la pianura padana e l’Italia centrale; tra il versante adriatico e quello tirrenico della catena appenninica; tra i territori di due città, Firenze e Bologna, al punto da venirsi a costituire come una vera e propria frontiera. Per il resto è un luogo che si deve voler raggiungere. Ci si arriva in automobile, lungo strade provinciali che partono da Bologna (o da Firenze appunto); o sulle medesime strade, ma con la corriera. Naturalmente si può arrivare a piedi.

Continua a leggere.

Due passi nella materia oscura

19 ottobre 2018

di Franco Foschi

 

Chi, come il sottoscritto, legge narrativa con passione e attenzione da più di quarant’anni, sa che grossomodo la letteratura sceglie due grandi linee, per narrare storie: quella più realistica, sequenziale, dove invariabilmente 1+1 fa 2, e quella più svolazzante, dai margini ineffabili, che potremmo chiamare metafisica, o con una accezione più moderna ‘sperimentale’. Ovviamente ci sono fulgidi esempi di narratori capaci di smarginare con eleganza di qua e di là a seconda del bisogno (Kafka, Kundera, tanto per citare un paio di grandi campioni), ma più spesso l’editore e il lettore vogliono che il bianco sia bianco, e che il nero sia nero.

La letteratura sperimentale, dunque, non ha mai avuto vita facile, salvo qualche rara eccezione (i francesi del secolo scorso, da Roussel, uno dei capostipiti, poi Sarraute, Claude Simon tanto da arrivare persino al Nobel, Sollers, fino a Perec; in Italia un Savinio, un Landolfi, sono sempre stati ammirati incondizionatamente dai critici e premiati da editori di prestigio, ma hanno fatto storcere il naso al 90% dei lettori). Sarà che lo sperimentatore preferisce uscire dai sentieri segnati, perché è un ex-grege, sarà che gli strumenti che sceglie sono spesso ostici, diciamo che i conti in banca di chi ha scelto di lavorare sulla letteratura sperimentale non sono mai stati troppo pingui.

Però c’è un altro tipo di tesoretto che si può produrre, un tesoretto che non ha niente a che fare col Dow Jones o con il bilancino di precisione, e tantomeno con la grassa soddisfazione che produce la letteratura d’intrattenimento. E’ forse un tesoro che riguarda i felici pochi, ma è impagabile. Passa attraverso un sentiero meno facile (anzi, facilone) di tanti romanzi pop, passa attraverso le circonvoluzioni di chi per fortuna ancora le usa, invece di assorbire acriticamente, passa attraverso la ricerca delle emozioni in modo forse un po’ lambiccato, ma più solido e duraturo.

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Chiacchierando con Edoardo Zambelli / 2

3 ottobre 2018

Fotogramma dalla serie televisiva Fargo, di Noah Hawley

 

 
Daniele Muriano chiacchiera con Edoardo Zambelli

[Per i tipi di Laurana è da poco uscito Storia di due donne e di uno specchio, il secondo romanzo di Edoardo Zambelli – il primo, L’antagonista, usciva nel settembre 2016 per lo stesso editore.
La prima parte della chiacchierata si può leggere qui. Si è parlato con Edoardo di come funziona la sua immaginazione, del rapporto con i personaggi e di come delle narrazioni gli interessino «più i mondi che non i loro abitanti»].

Vorrei curiosare per il mondo che abita Edoardo Zambelli nel tempo della scrittura. Intendo il tuo mondo interiore.
Prima di tutto, vorrei che ti si potesse immaginare: sarei contento se mi raccontassi dove hai scritto per la maggior parte del tempo l’ultimo romanzo, con quali strumenti, secondo quali orari.
Dopodiché, ripensando a quelle giornate (o a quelle settimane, se ci hai lavorato continuativamente) come potresti definire il tuo stato d’animo? Ti sembrava di vivere più intensamente? Se è stato così, in quale atmosfera sentimentale? (O magari si è trattato solo di fredda fatica della lucidità…)
Hai detto già che la riscrittura è stata «la parte più divertente» e perciò mi interesserebbe quanto alla prima stesura.
Il fantasma che sventola sulle mie domande è sempre uno: la relazione che intercorre tra scrittura e felicità possibile (felicità anche microscopica, puntiforme, istantanea).
Ecco, sarà più difficile adesso dire che non sei stato oggetto di un’invadenza.

Ma no, anche qui nessuna invadenza. Solo, mi è un po’ difficile ricordare il periodo della prima stesura, sono passati diversi anni. Su alcune costanti del mio scrivere sono sicuro: non ho orari di scrittura – e nemmeno periodi, mi capita di scrivere per alcune settimane, e poi magari di non farlo per altrettante settimane -, scrivo solo a casa mia, direttamente al computer, poi rileggo e correggo su un tablet. Sulla tua domanda più generale riguardo al rapporto tra scrittura e felicità posso dire di essere felice quando scrivo, ancora di più quando mi rileggo e mi pare di aver fatto qualcosa di buono. Non vivo lo scrivere come un atto doloroso, forse anche perché, come dicevo alla tua prima domanda, non investo emotivamente nulla nelle storie che scrivo. Quello che mi fa “male” sono i periodi in cui non scrivo, quelli – le settimane, qualche volta anche i mesi di cui dicevo prima –, in cui il romanzo è in corso ma per pigrizia o svogliatezza non lo faccio pur continuando a pensarci ogni giorno; mi dico che dovrei ma poi niente, non c’è verso. È un po’ contorta come cosa, me ne rendo conto, ma funziono così.

Sai, per me è difficile crederci. Il tuo romanzo mi ha sconvolto. Ha agito su di me con una tale violenza. Mi riesce difficile immaginare che la scrittura sia andata davvero così liscia. Ma tutto quel che dice uno scrittore sul proprio lavoro è vero, perché non esiste prova contraria.
Mi piacerebbe sapere qualcosa del tuo rapporto con le altre narrazioni: cinema, musica, fumetti, videoarte, videogiochi o altro. Si intravede una tale quantità di materiali dell’immaginario nel tuo romanzo (anche se l’impressione è che tu non abbia intenzione di prendere a prestito niente, ti appropri e trasfiguri).
Sono molto curioso di capire di cosa si nutre il tuo immaginario.

Immagine dal videogioco The Secret of Monkey Island

Allora, parto dai videogiochi, perché se mi guardo indietro sono stati il mio primo contatto con le narrazioni e con un determinato tipo di narrazioni. Sono un grande appassionato di quei videogiochi chiamati avventure grafiche (o punta e clicca, o adventure games). Credo che il mio primissimo contatto col mistero (e con il piacere di subirlo e poi raccontarlo) sia stato quando da piccolo, vedendo mio fratello più grande giocare a The Secret of Monkey Island, ho letto la scritta “nel profondo dei Caraibi, l’isola di Melee”, e sotto c’era questo effetto sonoro un poco oscuro e il fermo immagine di quest’isola buia, una specie di cono, con solo un piccolo gruppetto di luci su una baia, in basso. Ecco, lì mi si è aperto un mondo. I videogiochi sono stati e continuano a essere uno stimolo, in questi ultimi anni ci sono stati sviluppatori indipendenti che hanno fatto cose strepitose.
Ovviamente poi c’è la letteratura, certo. Ho i miei scrittori favoriti, quelli a cui ritorno di continuo, per sentirmi “a casa”. I libri di Tullio Avoledo, Filippo Tuena, Carlo Lucarelli, Alberto Ongaro, Antonio Tabucchi, Giulio Mozzi, Laura Pugno, Garcìa Marquez, Juan Carlos Onetti, Roberto Bolaño sono quelli che leggo e rileggo di continuo. Funziono un po’ così, leggo cose nuove, ma poi avverto il bisogno di tornare a leggere quelle storie e quelle prose che mi ispirano, che in qualche modo sento mie.
Lo stesso vale per il cinema, ci sono cose che riguardo all’infinito perché mi piace stare in quei mondi. I film di David Lynch e dei fratelli Coen, ad esempio, o quelli di Roman Polanski. Serie tv ne guardo poche, ma Fargo è stata una delle più belle scoperte degli ultimi anni, mi pare che dentro ci sia tutto quello che mi piace, è un mondo meraviglioso in cui stare.
È diventata una risposta lunghissima, e me ne scuso. Aggiungo solo che per me i fumetti (a parte Dylan Dog, che leggevo da piccolo e che mi ha insegnato molto, e Asterix e Lucky Luke) sono una scoperta recente, graphic novels ne ho lette poche ma ci sono autori come David B. o Daniel Clowes che mi piacciono molto. La musica poi, è fondamentale, se non ascolto ogni giorno Bruce Springsteen non mi sento a posto.
Ecco, tutto questo, in un modo o nell’altro, finisce nelle cose che scrivo. Magari non in modo diretto, ma c’è.

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Chiacchierando con Edoardo Zambelli / 1

2 ottobre 2018

Edoardo Zambelli

 
 
Daniele Muriano chiacchiera con Edoardo Zambelli

[Per i tipi di Laurana è da poco uscito Storia di due donne e di uno specchio, il secondo romanzo di Edoardo Zambelli – il primo, L’antagonista, usciva nel settembre 2016 per lo stesso editore.
L’autore ha accettato di chiacchierare con me pubblicamente a proposito del suo romanzo, della scrittura e dell’immaginario che lo anima. Adesso, prima di interpellarlo, mi piacerebbe tentare una presentazione minima dell’opera, per far capire di che si tratta.
Mi sento di poter dire che Storia di due donne e di uno specchio è un romanzo sull’infinitudine e sull’inesauribilità dell’incontro. L’autore con questo romanzo ci suggerisce che non è possibile incontrare qualcuno, incontrarlo davvero senza scoprire prima o poi che l’incontro rimandava ad altro, a qualcun altro, e che in fondo l’accadimento in sé è indecifrabile, o insignificante, fuori dal contesto degli altri incontri, e che nemmeno avendo compreso la geografia dei rapporti umani di una vita è possibile dare un senso compiuto a un singolo incontro.
Storia di due donne e di uno specchio racconta l’incontro fra una donna che torna alla casa del padre – vecchio, malato, incomunicabile –, dopo essere fuggita altrove e aver tentato di ricostruirsi una vita, e una donna più giovane che fugge da un passato che non ricorda. Alessandra e Marta si incontrano e non si incontrano. D’altronde, è difficile incontrare una persona che non ricorda metà della propria esistenza. E da quei diciassette anni cancellati viene l’uomo che la perseguita. È un uomo che Marta ha incontrato nella zona oscura della sua vita, e che lei non ricorda di avere incontrato, eppure qualcosa dev’essere successo dal momento che costui le attribuisce colpe non dicibili. La storia d’amore fra Alessandra e Marta si rifletterà a questo punto in uno specchio. È uno specchio fantastico, come quello delle fiabe, e dall’altra parte non c’è niente di rassicurante, eccetto una nuova – derealizzante, onirica – possibilità di incontro per le due donne].

Edoardo, non sono sicuro di aver fatto un buon riassunto. Ammetto la difficoltà di parlare di un romanzo così misterioso. A una scrittura pienamente leggibile, cristallina e felice sembra opporre un’anima dolorosa, torbida e fittamente simbolica, e forse è questo che più sconcerta il lettore. Ma se parlare di un libro simile è difficile, scriverlo dev’essere quasi impossibile. È per questo che mi piacerebbe conoscere quali difficoltà hai incontrato nelle varie fasi di lavorazione: sul piano emotivo (?), su quello tecnico narrativo e immaginativo.

Intanto, grazie per la chiacchierata. Il riassunto a me pare buono. La tua domanda ne contiene tre, quindi cercherò di rispondere un punto alla volta. Sul piano emotivo non ho incontrato particolari difficoltà, non investo emotivamente nulla nelle storie che scrivo, non mi riguardano. O, al limite, mi riguardano nella misura in cui uso dettagli del mio mondo – un ricordo, una suggestione, un luogo e via dicendo – per creare quello del libro. Mi azzardo anzi a dire che ho bisogno di una certa distanza dal mio mondo per costruirne un altro. Non mi riesce, ad esempio, di scrivere dei luoghi in cui ho vissuto, mi sembrano troppo veri, troppo esatti, e quindi, per assurdo, falsi. Non c’è spazio per inventare. Di conseguenza finisco sempre per ambientare le mie storie in posti che ho visto “di striscio”, per un breve periodo, ma che in qualche modo mi hanno lasciato una suggestione. Emotivamente, quindi, posso dire di investire più nell’atto stesso di raccontare che non nell’oggetto del racconto.
Dal punto di vista narrativo, la cosa più difficile è stata quella di far sì che le due parti in cui il libro è diviso andassero a formare un gioco di richiami interni, un piccolo mondo chiuso in se stesso. Per fare questo era necessario stare un po’ attento all’equilibrio tra i vari elementi della trama, renderli visibili senza che apparissero sfacciatamente esibiti. Avevo una scaletta – ho sempre una scaletta, anche se poi finisco per allontanarmene –, e questo ha aiutato. A questo libro, poi, ho fatto un “regalo” che al primo, un po’ per affetto e un po’ per pigrizia, non avevo fatto: l’ho riscritto completamente, a distanza di diversi anni dalla sua prima stesura. E nel riscriverlo sono venute fuori cose nuove e inaspettate, magari piccole, ma che lo hanno reso, almeno mi pare, più completo, più giusto. Ecco, la riscrittura è stata sicuramente la parte più divertente.

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“Oltre il confine”, di Igor Greganti

13 luglio 2018

di Edoardo Zambelli

Igor Greganti Oltre il confineVelocità e straniamento. Se penso a Oltre il confine, romanzo di Igor Greganti da poco pubblicato per l’editore Laurana, mi vengono in mente queste due parole. Tutto succede nel giro di pochissime pagine, la narrazione presenta un primo personaggio, poi un secondo e in breve il lettore si ritrova con quattro personaggi principali e un viaggio già iniziato. L’obiettivo: portare oltre confine una valigetta di cui nessuno conosce il contenuto.

Greganti fa muovere i suoi personaggi attraverso un’Italia sfasciata, un paese devastato da una guerra civile, governato – ma si direbbe ancora per poco – da un presidente del Consiglio che quella guerra continua a negarla. L’Italia raccontata è un paese metafora – di oggi, di domani, difficile stabilirlo -, un’allucinata Macondo, un mondo narrativo regolato da leggi interne che trovano nell’assurdo la loro chiave di lettura più appropriata. Direi, anzi: l’unica chiave di lettura possibile.

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“Guasti”, di Giorgia Tribuiani

8 giugno 2018

di Claudia Grendene

Guasti di Giorgia Tribuiani è un romanzo d’esordio che non potrà lasciare indifferenti.

Racconta la storia di Giada, una giovane donna, che si trova a dover elaborare il lutto per il compagno in una situazione che le rende impossibile distaccarsi da quel corpo inanimato. Ciò che impedisce la separazione tra Giada e il compagno -in vita un fotografo di notevole fama- è il fatto che egli abbia scelto di donare il proprio corpo al dottor Tulp per farsi plastinare da cadavere e diventare un’opera d’arte.

Ci avevano riso su, lui e Giada, nessuno credeva che la morte potesse arrivare così presto.

Questo corpo, che diventa l’importante pezzo di una mostra, genera l’ossessione della protagonista, la quale decide di passare le giornate a vegliare il cadavere, pagando l’ingresso quotidiano alle sale dell’esposizione e trascorrendo le ore immersa in una bolla fatta dal miscuglio tra gli ansiolitici, i ricordi, i dialoghi col morto e con i diversi personaggi, in particolare con il “il guardiano del piano di sotto”, e la compagnia degli altri pezzi immortalati dal dottor Tulp.

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“Mamme con la partita Iva”, di Valentina Simeoni

7 giugno 2018

di giuliomozzi

[Il libro Mamme con la partita iva, di Valentina Simeoni, pubblicato presso Sonzogno, sarà in libreria il 28 giugno 2018].

Conobbi Valentina Simeoni nel 2013, quando lei si iscrisse a un breve corso di scrittura presso il circolo Arci di Padova “Lanterna Magica”. Era un momento difficile della mia vita e in quel corso, devo ammetterlo, non detti il meglio di me stesso. Mancavo di concentrazione, mancavo di tempo, mancavo dunque di tutto ciò che mi serve per condurre bene un corso. Amen: mi dispiacque, mi dispiace, e me ne scuso ancora oggi con chi partecipò.

Il mio stato poco felice non mi impedì, peraltro, di notare Valentina. Mi sembrò, per dirla nel modo più semplice, una persona dall’intelligenza fuori dal comune: per di più, sgobbona. E perciò, negli anni successivi, anche grazie a quegli strumenti diabolici ma meravigliosi che sono i social media, cercai di non perderla di vista. Lei è antropologa («La cosa che mi piace di più fare e che so fare meglio – parole sue – è osservare le persone»), lessi nel tempo alcune sue pubblicazioni, mi rafforzai nella mia opinione. Di tanto in tanto, quando se ne presentava l’occasione, cercavo di far sentire la mia presenza. Lei mi prestò dei libri, io le prestai dei libri. Cose molto semplici.

È così che funziona, più spesso di quanto non si creda, il lavoro di scouting. Quando conobbi Valentina non avevo la possibilità di proporle niente di preciso; e, in effetti, in ogni caso non avrei saputo che cosa proporle. Ma in tutto ci vuole pazienza, e nell’editoria più che in altri ambiti. Un’occasione sarebbe arrivata, pensavo, anche se non sapevo un’occasione per cosa.

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“Mattina”, di Giuseppe Ungaretti (dall’Antologia maniacale).

16 maggio 2018

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Mattina

M’illumino
d’immenso.

Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

Il 26 gennaio 2017 – cent’anni dopo – Tiziano Scarpa ha pubblicato in Il primo amore un bell’articolo su questa poesia di Giuseppe Ungaretti (della quale potete leggere, nella riproduzione qui sopra, la prima – più lunga, come spesso in Ungaretti – redazione). L’articolo di Scarpa ricostruisce il contesto, mette Mattina in relazione con altre poesie degli stessi giorni, racconta un breve viaggio a Santa Maria La Longa, cerca di ricostruire in immaginazione come quei pochi – e poi ancora più pochi – versi siano potuti venire in mente al soldato Ungaretti. L’articolo è bello, è chiaro, e vi invito a leggerlo.

Qui farò dell’altro.

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Torquato Tasso e l’oseleto (dall’Antologia maniacale)

15 maggio 2018

Torquato Tasso

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Torquato Tasso. Un madrigale.

Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’orïente:
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo,
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

11 maggio 2018

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne ho offerto ieri l’inizio; e oggi un altro pezzo. gm]

Qui da noi in Italia «quella cosa lì» si può dire in tanti modi: frocio, finocchio, omosessuale, checca, rottinculo, pederasta, sodomita, bardassa, culattina, invertito, paraculo, ricchione, uranista… Mi piace tantissimo come dicono a Firenze: «c’è le paste», che sembra l’annuncio di una festa. Invece odio come lo dicono a Genova, «buliccio», che sembra una specie di lumaca o verme bavoso.

Negli ultimi vent’anni circa, specie dopo la guerra, s’è diffusa un’espressione nuova: «fascista».
Ora, il fascismo che imperversò per l’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale era tutta un’altra cosa. Non per niente l’aveva fondato Benito Mussolini.

Mussolini, un romagnolo, figlio del fabbro del paese, dopo aver fatto il maestro, il muratore, il barbone e chissà che altro, aveva risolto il problema di come mettere insieme il pranzo con la cena buttandosi in politica. Un fantastico oratore, era rapidamente diventato un caporione socialista, fino a diventare direttore dell’Avanti. Poi, nel 1914, era uscito (o era stato cacciato) dal partito, che non voleva la guerra mentre Mussolini la voleva: s’era messo con D’Annunzio e aveva fatto di tutto per far entrare nel conflitto l’Italia al fianco degli Alleati, generosamente finanziato da massoni e francesi.

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Petrarca spiegato con la mela e la banana (dall’Antologia maniacale)

10 maggio 2018

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

dai Rerum vulgarium fragmenta
di Francesco Petrarca

Pace non trovo, e non ho da far guerra;
E temo, e spero, ed ardo, e son un ghiaccio;
E volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

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“1958: una storia dell’età atomica”, di Stefano Trucco

10 maggio 2018

di Stefano Trucco

[Che io abbia molta stima di Stefano Trucco, narratore finora poco notato, lo sanno – credo – tutti. Fin da quando ospitai un suo istruttivissimo intervento sulla sua partecipazione a Masterpiece. L’editore Intermezzi ha pubblicato un suo piccolo romanzo. Ve ne offro qui l’inizio; e domani un altro pezzo. gm]

Il cameriere di mezz’età, col suo maldestro riporto e l’aria di uno schiacciato dalla vita, sa di chi è la colpa se fuori non si può uscire e dentro non si può stare.

«Sono tutte ‘ste bombe atomiche che fanno esplodere gli americani e i maledetti russi! Non s’è mai visto un luglio così! Altro che 2000, qui non arriviamo al mille e novecento e sessanta!» lo pronuncia così, scandendo.

E cosa vuoi dirgli? L’atomica ha la colpa di tutto, dicono, dal cancro alla violenza giovanile, dall’arte astratta al fatto che quest’anno non siamo nemmeno arrivati in finale ai Mondiali. Figuriamoci il caldo e le stagioni che non sono più le stesse (che magari è pure vero). È più di due mesi che l’Italia pare un deserto di piante secche e nuvole di sabbia, come se la Libia avesse conquistato l’Italia e non viceversa. Nelle ultime due settimane, poi, 40 gradi fissi, da Bolzano a Siracusa. Ogni giorno qualcuno muore di insolazione. Dicono che pure il Papa stia male. Abbiamo traversato un Po ridotto a rigagnolo. Sì, è luglio, ma un luglio così davvero non c’era mai stato.

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Ciro di Pers, “Orologio da ruote” (dall’Antologia maniacale)

9 maggio 2018

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Il filmato dura quattro minuti e una manciata di secondi. [gm]

Orologio da ruote.
Sonetto di Ciro di Pers (1599-1663).

Ciro di Pers nella Treccani. Un breve commento a questo sonetto, sempre nella Treccani. Una larga scelta di poesie di Ciro di Pers in Wikisource.

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.

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