Archivio dell'autore

Dieci cose che le giovani scrittrici devono sapere (se vogliono fare carriera)

27 aprile 2017

Questa non è un’aspirante scrittrice (donna)

di giuliomozzi

Vedi anche: Dieci suggerimenti comportamentali per aspiranti scrittori (maschi).

1. Potete scegliere se farvi chiamare: scrittore, scrittrice, scrittore donna, scrittrice donna. Se riuscite a farvi chiamare nel primo modo, potete dirvi più che soddisfatte. Se siete chiamate nel secondo modo, potete accontentarvi. Se vi chiamano nel terzo modo, ricordate che il vero scrittore non ha aggettivi (se non, ovviamente, grande). Se vi chiamano nel quarto modo, cercate almeno di evitare qualunque conversazione nella quale compaia (pronunciata dall’interlocutore o interlocutrice, certamente non da voi) la parola veterofemminismo.

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Sul disprezzo necessario per la letteratura. Dieci affermazioni

25 aprile 2017

Michelangelo, Pietà Rondanini (1554-1564).

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Dieci sistemi usati dalle case editrici per rendere infelici i loro autori

24 aprile 2017

Vedi il punto 7.

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Complesso non coincide completamente con complicato

21 aprile 2017

L’attuale Biblioteca universitaria alessandrina

di Fiammetta Palpati

[Gli altri articoli della discussione in corso].

Provo a contribuire con una digressione a questo interessante dibattito innescato da Policastro, rilanciato da Mozzi e ripreso, nei suoi diversi addentellati, dai numerosi e rilevanti interventi.

Molto interesse hanno suscitato in me – per ragioni anche personali – soprattutto i contributi che, esplorando le coppie antinomiche «facile/difficile» e «semplice/complesso», hanno cercato di distinguere e semplificare una materia che è – appunto – complessa. Tanto più se si estende l’osservazione al di fuori dall’ambito letterario e si instaurano parallelismi tra diverse forme artistiche, o mezzi espressivi, o di dichiarato intrattenimento (e con questo ultimo termine ho già evocato, senza distinguere, ahimè, annose questioni sul «valore» del mezzo, quando non dell’opera). Mozzi ha sostenuto che si è generata una certa confusione (e se lo dice lui sarà bene fidarsi) tuttavia se semplificare è l’atto di ridurre dal molteplice all’unico (il semplice è, primariamente, il costituito da un unico elemento – il «piegato una sola volta» dell’etimologia – e solo secondariamente – in modo figurativo – sinonimo del facile) io sono ben contenta che tutto ciò che ho letto in questi giorni, e su cui ho ragionato, abbia contribuito innanzitutto a rendere più complesso – e quindi più ricco, più sfaccettato, più piegato – il mio pensiero in merito a certe questioni letterarie. Farò del mio meglio per contribuire alla confusione.

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Come scrivere un romanzo veramente letterario, al giorno d’oggi

21 aprile 2017

Рома́н О́сипович Якобсо́н

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Complessità e semplificazione nei videogiochi (un breve e parziale appunto )

20 aprile 2017

di Edoardo Zambelli

[Altri articoli sullo stesso argomento].

Una premessa d’obbligo. Non sono un grande videogiocatore e le mie considerazioni qui sono solo approssimazioni, ragionamenti su quel poco che so, e non intendono essere in alcun modo esaustive, solo dare uno spunto in più alla discussione. I videogiochi mi piacciono, ci sono cresciuto, ci gioco ancora ogni tanto, ma sono sicuro che c’è gente molto più preparata di me sull’argomento e che saprebbe argomentare meglio e arricchire ancora di più la discussione.

Detto questo, parto di nuovo dalla domanda, così come formulata da Giulio Mozzi: perché alla letteratura si chiede semplificazione e, invece, a film, serie tv e videogiochi si chiede sempre più complicazione?
Dato che, come ho detto, la mia conoscenza del mondo dei videogiochi è parziale, dico già da ora che la mia riflessione riguarderà un ambito (o, se si vuole, un genere) in particolare, quello delle avventure grafiche, e i suoi derivati (tra l’altro, le stesse avventure grafiche sono un derivato di quelle che una volta erano le avventure testuali), che comunque sono i videogiochi “narrativi” per eccellenza.

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Era così bella nella sua bara: la letteratura e i cliché

19 aprile 2017

di Francesca De Lena

[Altri articoli sullo stesso argomento].

Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente. I maestri narratori sanno come spremere vita dalla più banale delle cose, mentre i narratori scadenti riducono a banalità le cose più profonde. Potete avere l’intuito illuminato di un Buddha, ma se non sapete narrare le vostre storie diventeranno aride come gesso.

A partire da queste battute di Robert McKee, autore di Story. Contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie, Francesca de Lena svolge un ragionamento interessante.

Leggi l’articolo.

Questa immagine è facile o difficile da decodificare?

19 aprile 2017

di giuliomozzi

Guardiamo l’immagine qui sopra. Quali informazioni servono per decodificarla? Vado un po’ in ordine sparso.

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Come scrivere un bestseller (in dieci mosse)

18 aprile 2017

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Complessità/semplificazione: tre specie di opere

18 aprile 2017

Due eroi della narrativa d’intrattenimento

di Alberto Cristofori

[Ricevo e volentieri pubblico. Altri articoli sullo stesso argomento. gm]

La discussione innescata da Gilda Policastro e poi sviluppata da Giulio Mozzi e altri [Alessio Cuffaro, Valentina Durante, Edoardo Zambelli, Alessandro Canzian, gm] sullo spazio gestito da quest’ultimo [e altrove, gm] ha suscitato in me qualche riflessione che spero possa risultare utile. Provo a dire sinteticamente.

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Che cosa intendiamo per “complessità”?

17 aprile 2017

di Marco Terracciano

[Ricevo da Marco Terracciano, laureando in lettere moderne, e volentieri pubblico. Altri articoli sullo stesso argomento. gm].

«Come mai, era la domanda, si ritiene che il pubblico di massa sia in grado di decodificare film complessi quali di fatto sono i film di Nolan (Inception ma si potrebbe dire Interstellar o The prestige, allo stesso modo) etc. e invece in letteratura finanche ai libri che partono come non commerciali (come, per dire, i miei) si richiedono degli accorgimenti editoriali volti a facilitare la comprensione dei lettori?» [Gilda Policastro, in Facebook, in risposta alla riflessione di Edoardo Zambelli in vibrisse]

Credo ci si debba accordare sul concetto di complessità. Non è certamente inopportuno mettere a confronto opere che appartengono a due canali mediatici differenti, dal momento che pur sempre di narrazioni si parla: è, secondo me, fuorviante ritenere un film come Inception un’opera complessa. Non è tanto la forma del contenuto – prendo il prestito la terminologia del linguista Hjelmslev adottata da Francesco Orlando nella sua teoria freudiana della letteratura – a determinare la difficoltà della decodificazione; è piuttosto la forma dell’espressione ad alzare un muro, a sfidare la pazienza del fruitore dell’opera narrativa.

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Di cosa stiamo parlando esattamente? Di forme complicate o del perché le forme complicate non vendono, non sono comprese?

16 aprile 2017

Un fotogramma da “Melancholia” di Lars Von Trier

di Edoardo Zambelli

[Edoardo Zambelli mi ha scritto una lettera e mi ha autorizzato a pubblicarla. gm].

Ho letto la nuova discussione in vibrisse. C’è qualcosa che continua a non convincermi, ed è probabile che sia io a non aver afferrato il punto.
Non riesco a capire se si parla di complicazione/semplificazione di forme narrative (cui sembra alludere la Policastro quando parla della decodificazione di Inception e del suo Cella, per altro molto bello) o se si parla del perché si promuove di più una cosa che non un’altra (quindi la questione diventa, sostanzialmente, marketing).
Lo dico perché, a seconda della prospettiva, le risposte potrebbero essere differenti.

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Chi ha investito nella formazione/crescita di un pubblico?

16 aprile 2017

Cristoforo Colombo alla ricerca di nuovi mecati

di Valentina Durante

[Valentina Durante ha inserito in calce al mio appunto Perché alla letteratura si chiedei di impoverirsi, mentre altri media narrativi (cinema, serie tv, videogiochi) continuano ad arricchirsi un interessante commento. Lo riporto qui (tagliando il cappello) perché credo che sia un buon punto di svolta della discussione. gm]

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato.

Le domande da porsi sono dunque, secondo me:

Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico?

Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?

Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)?

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Ancora su letteratura e semplificazione (risposta ad Alessio Cuffaro)

16 aprile 2017

La complessità è a sinistra, la semplicità a destra

di giuliomozzi

Ieri pomeriggio Alessio Cuffaro ha pubblicato in Gli stati generali un articolo nel quale discute gli articoli di Gilda Policastro La più amata dagli italiani. Teresa Ciabatti e l’eutanasia della critica e il mio Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi mentre altri media narrativi (cinema, serie tv, videogiochi) continuano ad arricchirsi?.

Poiché l’articolo mi pare un coacervo di incomprensioni, imprecisioni e vaghezze logiche, mi permetto di commentarlo quasi punto per punto. Se non altro allo scopo di tutelare il mio diritto a rispondere di ciò che dico e non di ciò che non ho detto.

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Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi? (appunto aperto)

15 aprile 2017

di giuliomozzi

[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

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“Il colon irritabile”, di Hans Reiter

14 aprile 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati sostiene d’essere un bibliofilo. Sostiene anche di essere, spesso, se non sempre, l’unico lettore dei libri che recensisce].

“E, a proposito, come va con il colon irritabile?”, “Malissimo. Ormai non parla più con nessuno”. Con questa battuta a suo tempo arguta, rivoluzionaria e sconvolgente (ci riferiamo, come tutti avranno inteso, alla Cantatrice calva dell’Eugène Ionesco, a suo tempo intrepido, al nostro tempo artista fin troppo incensatamente accademizzato, nonché vittima dei suoi stessi banalizzanti seguaci: tra il teatro dell’assurdo e le assurdità teatrali, ahimè, vi è qualche direi abissale differenza qualitativa), oggi polverosissimamente pedissequa, o pedissequissimamente polverosa – fate voi – prevedibilissimamente si conclude questo romanzo o non-romanzo o anti-romanzo o non-anti-romanzo o anti-non-romanzo che un ignoto autore (ebbene sì: chi si nasconda dietro l’evidente pseudonimo di Hans Reiter, che sarebbe come dire Renzo Tramaglino o Mattia Pascal o Michele Ardengo; con l’aggravante che chiamarsi Hans Reiter, in terra di lingua tedesca, è più o meno come chiamarsi Paolo Rossi qui da noi: tra fisici, calciatori ed enigmisti ce n’è millanta solo in Wikipedia – nemmeno il vostro ardito bibliofilo è riuscito finora a saperlo; ma, nel caso, tempestivissimamente aggiornerò) ha dato alle stampe presso le sciaguratissime edizioni Aleppi, ben note al mondo editoriale nonché ai lettori più avveduti (o meno avveduti, secondo l’approccio) per l’appassionato sostegno a qualunque visione del mondo mistico-complottistica, gnostico-paranoica, grillo-strafalcionica, magico-padrepiica (e non per nulla il loro bestseller risulta essere, a tutt’oggi, il temibilissimo Le zie chimiche di Tommaso Pandolfi).

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Dieci suggerimenti comportamentali per aspiranti scrittori (maschi)

6 aprile 2017

Questo non è un aspirante scrittore (maschio)

di giuliomozzi

[Vedi anche: Dieci cose che le giovani scrittrici devono sapere (se vogliono fare carriera)]

portaménto s. m. [der. di portare, portarsi]. – 1. a. Modo di atteggiare la persona, il corpo, soprattutto nel muoversi, nel camminare: un p. distinto, elegante, solenne, altero, o stanco, dimesso, curvo; avere un bel p., un p. goffo; è molto disinvolto nel portamento. Con riferimento ad animali: un cavallo di p. imponente; il superbo p. del leone. b. fig. Con senso più generico, il contegno d’una persona, il suo modo di operare, di procedere, di comportarsi: nel condurre le trattative ha avuto un p. poco chiaro; la laude o biasimo degli uomini ha a nascere da’ p. loro, non dallo stato in che si truovano (Guicciardini). [Treccani]

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Breve notizia su “Fiction 2.0”

31 marzo 2017

[Dalla Breve notizia premessa alla nuova edizione presso Laurana del mio libro Fiction – in libreria in un qualche momento del maggio 2017. gm]

Il libro Fiction apparve nel 2001 presso Einaudi. Era un libro sbagliato, costituito di fatto da due libri – il libro delle storie basate su fatti di cronaca, l’antologia di eteronimi – che non potevano stare insieme. D’altra parte sentivo che ormai, come narratore, ero prossimo alla fine; e trattai il libro come un baule nel quale il viaggiatore, non sapendo che cosa gli accadrà lungo il viaggio e di che cosa avrà bisogno davvero, stipa un po’ di tutto.
Questa nuova edizione è stata sfoltita: sia perché alcuni pezzi, a rileggerli, mi sono sembrati davvero brutti; sia nella speranza di raddrizzare un po’ il libro e dargli un certo equilibrio – o uno squilibrio più artisticamente giustificato. Tanto per spiegarsi, i racconti fino a Narratology costituiscono il “primo libro”, i racconti da Narratology in poi costituiscono ciò che resta del “secondo libro”, e Narratology – un pezzo che, per me, costituisce un mistero – se ne sta in mezzo a tenere a bada questi e quelli.
Ero convinto, nel 2001, che Fiction fosse un libro importante, capace di mettere in crisi il concetto stesso di ‘finzione’. Come tutti coloro che possiedono un talento – e il mio talento è che quando racconto qualcosa, tutti mi credono – mi ero reso conto che avrei dovuto scegliere tra metterlo al lavoro sul serio o sputtanarlo. Tentai di fare entrambe le cose in una mossa sola. Fallii.

Perché non si parla mai del fatto che con i libri digitali si possono fare cose che con i libri di carta non si possono fare, e viceversa? (con un link in fondo)

30 marzo 2017

di giuliomozzi

Il titolo è ovviamente esagerato, e serve solo ad attirare l’attenzione. Non è che non si parli mai della faccenda. Nel 2014-15 (oggi si sono un po’ calmati tutti) mi imbattevo a ogni piè sospinto in discorsi che celebravano le virtù del libro digitale o le virtù del libro cartaceo: mi stupiva che questi discorsi celebrassero di solito in assoluto le virtù del libro digitale o in assoluto le virtù del libro cartaceo; quando a me pareva, e tuttora pare, che i libri digitali e i libri cartacei siano oggetti differenti, e che l’uno non possa essere migliore in assoluto dell’altro, bensì che in quanto oggetti differenti – differenti in alcune cose sostanziali e in una quantità di dettagli – siano questi migliori per certi impieghi e questi altri migliori per altri impieghi. Inoltre in questi discorsi trovavo in continuazione affermazioni puramente sentimentali (“Ah! L’odore della carta, dell’inchiostro, della colla…”, come se un tascabile d’oggi fosse tecnologicamente simile a una cinquecentina) o semplicemente false (“Gli editori sono disperati per l’avvento del digitale”, come se gli editori non vendessero libri digitali – guadagnando, su ogni singolo scaricamento, più di quanto non guadagnino dalla vendita di una copia cartacea) o iperboliche (“Con un lettore digitale puoi avere a disposizione decine di migliaia di libri, tutti lì, a portata di mano”, come se avere a disposizione decine di migliaia di libri fosse di per sé un bene o una necessità universale) o basate su preconcetti improbabili (“I libri digitali se li leggeranno solo i nativi digitali”, che è sensata tanto quanto “I telefoni touch screen li useranno solo i nativi digitali”), e così via.

E allora adesso, stimolato da un paio di domande che mi sono state fatte in questi giorni, provo a mettere giù una lista di affermazioni relative al rapporto tra libro digitale e libro cartaceo. Sia chiaro che tutto ciò che dirò vale per l’ambito italiano.

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Il misterioso mistero dei libri introvabili che invece si trovano

28 marzo 2017

Un libro davvero raro: la Bibbia di Gutenberg

di giuliomozzi

Un giorno sì e uno sì ricevo lettere del tipo: “Sto cercando il tale libro, non riesco a trovarlo da nessuna parte, tu che si un bibliofilo [non lo sono, ma passi] sapresti aiutarmi?”. La gran parte delle volte, nel giro di pochi minuti da quando leggo la lettera sono in grado di indicare dove il tale libro può essere acquistato. Pertanto, e mi scuso per la pedanteria, provo a fornire qui qualche indicazione di massima.

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