Da sé alla finzione, e ritorno. Valentina Durante intervista Giorgia Tribuiani

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Valentina Durante intervista Giorgia Tribuiani

Ci sono romanzi fatti per essere amati. Ancor prima che discussi, analizzati, dissezionati, nell’ambizione capìti, semplicemente: letti e amati. È il caso di Guasti, della giovane scrittrice Giorgia Tribuiani. In una manciata di mesi questo breve ma intenso romanzo targato Voland è riuscito a conquistarsi l’attenzione di critica e pubblico: tante recensioni e tanti commenti, impressioni, omaggi, persino lettere alla protagonista Giada. E una prima ristampa.
A colpire, delle restituzioni spontanee, è l’affetto: verso la materia narrata – come spesso, per immedesimazione, succede – ma specialmente (e non è detto che succeda) verso Giada: quest’eroina drammatica, dolente, ossessiva, combattuta fra slanci e ripiegamenti, paralizzata tra una vita non vissuta e una morte inaccettabile, dunque non accettata.
Leggendo Guasti, ci troviamo fin da subito precipitati nel countdown dei trenta giorni di una mostra. Trenta giorni alla fine dei quali, già sappiamo, qualcosa succederà, perché alla fine di un countdown qualcosa succede sempre: un razzo decolla, una bomba scoppia, un nuovo anno si apre. E noi lì, insistentemente lì: dentro la storia e costretti a non abbandonarla, fino a che non è la storia stessa a risolversi e abbandonare noi. È la cifra stilistica e la potenza della scrittura di Giorgia Tribuiani: una prosa nella quale si resta impigliati e che trova il suo specifico seduttivo nel ritmo e in una naturalezza svelta di corpo ben fatto. E questo è tanto più singolare, dato che Guasti ci parla del compianto per un corpo morto: amato, sì, ma morto.

E proprio da questo corpo noi iniziamo.

Giorgia Tribuiani, Guasti, VolandDurante: Hai detto, Giorgia, che in Guasti il macabro ha funzione strumentale, essendo il romanzo principalmente una storia introspettiva. È però vero che il macabro c’è, e che pur se non fa genere (Guasti non è chiaramente un romanzo di genere), fa problema. Guasti è un testo che espone massimamente il corpo: da quello plastinato, plasticato, della morte resa spettacolo, a quello vivo di Giada che ossessivamente si specchia, si trucca, si ritocca – ma in un bagno guasto. Non solo: Guasti ha un aspetto grottesco. Del corpo scuoiato e sanguigno di lui, dell’amato, tu scegli di mostrare anche il ridicolo, quella protuberanza sulla testa che la moglie Giada, in una scena che trovo magnificamente comica (lei che si guarda allo specchio, vede il suo proprio cappellino ed esclama: “Amore, ho la soluzione!”), decide di coprire per imbarazzo prima che per pietà. Guasti, leggendolo e “vedendolo”, mi è parso quasi barocco: per questa metafora del corpo sconciato, deforme (“bello di bellezza mostruosa, ridicola”, come scriveva Giulio Mancini), il corpo scherzo di natura, il corpo rappresentato in un modo dove, direbbe Marino, “spesso l’orror va col diletto”. Del resto la liberazione, la catarsi finale, arriva non con il semplice allontanamento – la fuga di Giada – bensì con la distruzione. E dunque ti chiedo: quanti e quali cose racchiude questo contenitore-corpo che in Guasti hai così ben esplorato? C’è in Guasti (anche) una poetica della mostruosità? E quale mostruosità?

Tribuiani: In Guasti il corpo che catalizza le attenzioni – quelle di Giada, quelle dei visitatori della mostra e, di conseguenza, quelle del lettore – è il corpo disabitato. Posizionato su una pedana, esposto, curato nei minimi dettagli, il cadavere del fotografo ha la stessa presenza di tutti gli altri corpi ma è vuoto: di ricordi, di pensieri e, soprattutto, vuoto di volontà.
Questa è la prima cosa che appare mostruosa, a mio avviso, e che trova voce proprio nella scena della protuberanza: l’idea di essere esposti senza però avere più un controllo sul proprio corpo, senza poterlo “gestire” coprendo gli elementi di vergogna – come il fotografo faceva in vita con la bandana; come Giada fa quando col trucco nasconde i segni del dolore – e presentando all’occhio di chi osserva una versione di sé il più possibile degna.
Oltre a questa mostruosità, che riguarda il nostro stesso corpo, se ne presenta poi una seconda: quella delle cose a noi esterne; dei corpi che invece ci troviamo a guardare. Credo sia legata all’abitudine: siamo abituati ai corpi intatti, alle viscere nascoste e alla morte sottoterra. La posizione della morte non è davanti agli occhi: il cadavere viene abbellito, reso presentabile; proprio in linea con quella dignità di cui si parlava viene vestito con gli abiti migliori e truccato, il volto roseo perché da morto sembri vivo; infine, prima che possa corrompersi, rovinarsi, decomporsi, viene occultato. Se torna – non è necessario spingersi fino alle storie di zombie, basta pensare ai cadaveri che riemergono nei corsi d’acqua – questo è macabro, è orrorifico. È mostruoso.
Ecco che quindi la mostruosità che Guasti presenta non è quella dei fenomeni contronatura, del prodigio, ma proprio l’opposto: i cadaveri del romanzo sono naturali e così i vasi sanguigni, i nervi esposti agli sguardi, le gambe scorticate; l’errore è nella posizione, in una presenza a cui non siamo abituati perché la nostra esperienza ci porta a collocare la morte altrove.
E se penso a uno dei romanzi che più mi hanno impressionata negli ultimi anni, Farabeuf di Salvador Elizondo, mi rendo conto che il mio turbamento era dato da qualcosa di molto simile: nella storia il corpo viene aperto, privato della sua dignità e al tempo stesso mostrato in un modo che è sì naturale ma al quale non siamo abituati: la corruzione del corpo, la vista del sangue sono cose che siamo abituati ad allontanare, e che poste davanti ai nostri occhi possono sembrarci dunque mostruose.
Da qui la funzione strumentale che il macabro ha in Guasti: di fronte alla presenza terribile del corpo dell’amato, Giada fa esperienza del limite, l’allontanamento non basta più: l’unica soluzione è disfarsi dell’errore; annullarlo.

Durante: Nel tuo profilo Facebook, là dove ci si presenta e ci si descrive, tu hai scelto di mettere una frase di Artaud: “Credo che da me venne fuori un essere, un giorno, che pretese d’essere guardato”. E in più contesti hai affermato che la scrittura è scaturita in te per questo motivo: il bisogno di essere guardata. Dunque, sembra a me, di essere amata, poiché guardare significa far esistere, ed essere guardato esistere per chi ci ama. E però lo scrittore è primariamente colui che guarda, colui che fa esistere, colui che – nel cercare una relazione con il lettore – tende verso. Come è cambiato il tuo approccio allo scrivere da quando hai iniziato a farlo? E quanto ha contribuito la pubblicazione, il fatto di poter consegnare la storia non più a un lettore immaginato, bensì a un lettore di fatto leggente?

Tribuiani: Tengo molto alla frase di Artaud, che ho poi usato come epigrafe per il mio secondo romanzo – ancora non pubblicato -, Blu, e concordo con te sul rapporto tra l’essere guardati e l’essere amati: l’attenzione, quella che ci vede come fini e non come mezzi o come specchi, quella che ci considera come esseri “altri” dall’osservatore, ci fa esistere; l’attenzione è una prima espressione di amore.
Ed è vero: i miei primi scritti sono stati mossi dal desiderio che qualcuno mi guardasse, che mi vedesse nella mia interezza, con le fragilità e gli errori, e sapesse accogliermi nonostante questi o forse anche per questi, soprattutto per questi; scrivere era anche un modo che avevo per consegnarmi all’altro. Poi però un giorno mi sono trovata di fronte un testo di David Foster Wallace che consigliava di far parlare, scrivendo, “la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata”. Ho trovato della bellezza, in questo, e dell’utilità, un cambio di prospettiva capace di spostare il focus da me alla storia: mi si chiedeva di smettere di consegnare me per consegnare lei.
Credo che questo spostamento della prospettiva sia salutare, perché la pubblicazione – e passiamo qui all’ultima parte della tua domanda – insegna che a un certo punto quello che scriviamo non parla più di noi, ma inizia a parlare di chi legge: una consapevolezza che credevo di avere ma che solo parlando con i lettori, vedendo a volte ampliata o modificata la mia immaginazione, vedendola a volte addirittura tradita, ho iniziato a fare mia. Con la pubblicazione ho smesso (o forse sarebbe più corretto dire: ho iniziato a evitare) di identificarmi con la mia storia, di fare miei i giudizi legati al libro, a capire che un autore può fornire un’immaginazione, uno sguardo sul mondo, ma che il rapporto tra il lettore e il libro – un rapporto fatto di esperienze passate, di sensibilità, di antipatie e simpatie, di preferenze, di gusto – è un rapporto che non lo riguarda. Potrei quasi spingermi oltre e dire che se l’autore dialoga col testo e il lettore dialoga col testo, non necessariamente questo significa che l’autore stia dialogando con il lettore.
Bello è, invece, il momento in cui il cerchio si chiude: quello in cui il lettore decide liberamente di scrivere all’autore le proprie impressioni; si crea allora un dialogo dove anche il lettore, raccontando la propria personalissima esperienza con il romanzo, vuole essere guardato, e spesso questo è interessante perché il romanzo diviene qualcosa di nuovo anche per l’autore. Mi è capitato, infatti, di ricevere dai lettori di Guasti riflessioni nuove, spunti nuovi, domande nate dal loro rapporto col testo.
Al di là di questo, mi rendo conto di avere risposto alla domanda senza avere un’esperienza di scrittura successiva alla pubblicazione: non posso pertanto immaginare l’impatto che questa nuova condizione avrà sui miei futuri testi. Quello che auspico è di non cadere mai nella tentazione di voler piacere al pubblico, di continuare a scrivere per i miei lettori ideali (ho sempre scritto avendo in mente le reazioni di Enrico, che oltre a essere il mio ragazzo è un lettore forte, o quelle di Giulio Mozzi, che mi è maestro e amico) e di mantenere intatta la volontà di raccontare ciò che davvero ho a cuore, che è per me utile, per provare a consegnare qualcosa che sia utile anche al lettore.

Durante: “L’arte accade”, ha detto Whistler.
“L’arte si fa”, ha detto Salle.
Ed in effetti c’è sempre, nell’arte e specialmente nella scrittura, questo particolare equilibrio fra progetto e mistero, fra ciò che sappiamo di voler dire e ciò che scopriamo – a opera conclusa – di aver detto. Quanto c’è di controllo e quanto di stupore, nel tuo romanzo? E che cosa ti ha fatto scoprire Guasti nel suo farsi?

Tribuiani: Se escludiamo il controllo della lingua posso rispondere che Guasti, per me, è stato un lungo continuum di stupore. Ho scritto il primo capitolo la sera stessa in cui l’idea è arrivata, credendo tra l’altro di avere appena concluso un racconto; ma le persone che quel giorno erano con me, quelle a cui il libro adesso è dedicato, dopo averlo letto mi chiedevano che ne sarebbe stato di Giada, cosa avrebbe fatto il secondo giorno, e il terzo, e per il resto della mostra. Quanto dura la mostra?, mi domandavano, e allora ho avuto questa visione dei trenta giorni, ho scritto “30” al posto del titolo del racconto e da lì è partito tutto.
Ora che ho imparato la sacra arte dell’esitazione, che insegna a guardare le idee e a sviscerarle prima di iniziare a scrivere, non credo rifarei un tale salto nel vuoto, ma devo ammettere che mi sono divertita a scoprire la storia di Giada come se, anziché scriverla, mi fossi trovata a leggerla.
Solo quando Giada ha fatto il suo ingresso nella saletta, lui sulla pedana e lei lì a guardarlo dal basso, impossibilitata al commiato come al contatto e animata da una dolorosa devozione, ho capito moltissimo del rapporto tra loro due. Allo stesso modo nessun bagno guasto avrebbe fatto la sua comparsa nel romanzo se un giorno, nello spogliatoio della piscina che frequentavo, non avessi notato un cartello affisso su una delle due toilette, un po’ scolorito, chissà da quanto tempo era lì e io non lo avevo mai notato. Quella visione mi ha turbata, e così è finita nel romanzo: ma non avevo la più pallida idea di ciò che Giada avrebbe fatto con quel bagno, né tantomeno potevo immaginare che quel cartello, “guasto”, avrebbe dato un titolo al romanzo.
La stesura di questo romanzo è stata per me una vera e propria performance, e anche i temi – l’inadeguatezza, gli alibi, l’accartocciarsi del talento di fronte al genio ecc. – anche quelli, che pure avevo tanto cari, si sono palesati man mano che la storia andava avanti.
Il controllo è arrivato poi, con la riscrittura e le successive revisioni, ma si è concentrato sulla lingua mentre le scene sono rimaste pressoché identiche. Si è trattato prevalentemente di un lavoro volto a estremizzare l’uso del discorso indiretto libero, a rendere meno netti i passaggi tra prima, seconda e terza persona e a far sì che la punteggiatura desse un ritmo preciso, quasi una musicalità, al testo.

Durante: Si dice che uno scrittore finisca, bene o male, per raccontare sempre la stessa storia. Io credo piuttosto che uno scrittore abbia una certa quantità di cose da dire: e che alcune riesca a dirle subito – ben composte, ben acconciate e in un certo qual modo conchiuse – e che altre abbia bisogno di vederle crescere e formarsi nel tempo. Del resto, con le persone succede la stessa cosa: alcune ci accompagnano per un piccolo pezzo di strada, altre ci restano accanto per tutta la vita. Cosa ritieni di aver esaurito in Guasti? E da cosa ti farai accompagnare anche nei prossimi lavori? Penso al tuo Blu, ma anche al nuovissimo progetto su cui stai ragionando.

Sono completamente d’accordo con te: a volte su un tema è necessario tornare più volte, vederlo da una prospettiva differente, darsi del tempo per conoscerlo nel profondo, magari scrivendone più di una volta.
In Guasti sono presenti diversi temi a me cari, ma alla base c’è forse il senso di inadeguatezza con tutti i suoi corollari: il terrore della mediocrità, la paura di non essere all’altezza di.
Ecco, io ho un carattere molto differente da quello di Giada, ma a volte ho pensato che se le cose nella mia vita fossero andate diversamente – se, come mi ha detto una volta Giulio Mozzi, non avessi avuto il coraggio di affrontare alcuni eventi e la fortuna di non doverne subire degli altri – avrei rischiato di essere come lei: una persona sopraffatta dalle proprie paure al punto da rimanere ferma, immobile, “guasta”, incapace di fare alcunché e sempre pronta a trovare degli alibi per non mettersi in gioco e non rischiare il fallimento.
È un tema, quello dell’inadeguatezza e degli alibi, che penso di avere in buona parte esaurito, tanto che Blu, la protagonista del mio secondo romanzo, è completamente diversa da Giada; il suo stesso approccio alla vita appare diametralmente opposto: Blu sa cosa vuole, agisce in prima persona e non ha nessuna intenzione di perdere le proprie opportunità. Come Giada, tuttavia, ha un disperato bisogno di essere guardata e un amore profondissimo per l’arte, e questi sono infatti i temi che – tutt’altro che esauriti in Guasti – ritornano potenziati, approfonditi, preannunciandosi già nell’esergo di Antonin Artaud di cui abbiamo parlato.
Per quanto riguarda infine il nuovissimo progetto, posso accennare che il tema dello sguardo e del bisogno di amore torneranno.

Durante: E per finire: quanta e quale parte di te vuol bene a Giada? Perché a Giada, e tu lo hai visto, si finisce per voler bene. Dopo trenta giorni, dopo centrotredici pagine, dopo il vestito rosso, i cornetti, le tic tac, il bagno guasto e lei specchiata nel bagno guasto, dopo tutte le revisioni e le indecisioni, alla fine del precipizio, quando scocca l’ultimo numero del countdown – tre due uno zero – vien voglia di fare qualcosa. Di scrivere. Di Giada, su Giada, a Giada. Scrivere, forse, quella parte di storia che Giada non ha potuto: “Io ho troppo orgoglio per raccontare un fallimento così grande; troppo, per pregare la gente di non commiserarmi, di non badare al disonore di chi ha fatto di sé un dono che non è stato accolto”. E invece il dono, la storia, il romanzo – e tu Giorgia lo vedi – è stato accolto: tutti quei commenti, recensioni, impressioni, lettere a Giada, sono la nostra mano tesa verso.

Tribuiani: Molta parte di me vuole bene a Giada, alla sua fragilità e alle sue insicurezze, e penso che questo affetto nei suoi confronti mi abbia in parte riavvicinato a delle parti di me che avevo sempre giudicato e che, forse, per la prima volta – attraverso la finzione, attraverso lei – ho invece capito, compreso; accolto addirittura.
Concludo con una confessione: il pensiero contenuto nella tua domanda, a proposito del raccontare la storia che Giada non era riuscita a raccontare, mi rende particolarmente felice, perché quando ho concluso il romanzo ho visto a mia volta proprio questo: una riabilitazione di Giada, una riappropriazione; l’occasione di occupare finalmente, anche solo per trenta giorni, almeno per il tempo di centotredici pagine, il posto da protagonista.

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