Dieci indispensabili romanzi vittoriani (più un intruso)

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Thodor Roussel, Donna che legge, 1886.

di C. P.

[Personalmente sono allergico al romanzo vittoriano (così come ai film di James Ivory, per dire); e tuttavia non posso non ammettere l’importanza di questo capitolo della storia del romanzo, come non posso non ammettere l’esistenza di veri, grandissimi e influentissimi (cosa, quest’ultima, che nelle presenti liste m’interessa di più) capolavori del romanzo. Perciò ho colto al volo la disponibilità di C. P.. Ecco dunque una lista di indispensabili romanzi vittoriani. Per una volta – e ne son lieto – parità tra presenza maschile e presenza femminile. gm]

Mettiamo subito le mani avanti: questa non è una classifica (i romanzi sono in ordine cronologico di pubblicazione) ma una selezione personale e incompleta di titoli da tenere in considerazione per un primo approccio al romanzo vittoriano. Nella lista mancano libri esemplari come Il ritratto di Dorian Gray, Uno studio in rosso, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lo strano caso del dottor Jeckyll e del signor Hyde, Le memorie di Barry Lyndon e tanti altri. Bisognava scegliere e io difendo i miei dieci romanzi. Un po’ come gli amici, ognuno di loro mi piace per motivi diversi, anche se ce n’è qualcuno che ogni tanto mi fa arrabbiare. Quindi, se le strade infangate e poco illuminate non vi spaventano e siete pronti a veder scorrere fiumi di tè, buona lettura.

1. Charlotte Brontë, Jane Eyre (Jane Eyre: An Autobiography), 1847

Ammettiamo che per un lettore moderno la trama potrebbe avere scarso appeal: la solita ragazza orfana, modesta e bruttina costretta a fare la governante per sopravvivere, vessata da un padrone cupo e byroniano che la strapazza ma poi se ne innamora, lei che vive un attimo di felicità prima di scoprire che il bel tenebroso in realtà è già sposato… e dopo alcune centinaia di pagine di frustrazione, tensione erotica, sofferenze, incendi, travestimenti, apparizioni della moglie pazza nascosta in soffitta, allontanamenti, malattie e altro si arriva al lieto fine, per la gioia di tutte le governanti inglesi che lo hanno letto piangendo per Jane e sospirando per Mr. Rochester. Ma poi, un giorno del lontano 1979, arrivano Sandra Gilbert e Susan Gubar con il loro The Madwoman in the Attic (praticamente “La matta nella soffitta” – penso che di questa pietra miliare della critica femminista non ci siano traduzioni italiane [il testo completo è disponibile gratis – e legalmente – qui. gm]), e da allora Jane Eyre non è stata più la stessa. Le autrici del saggio notano che ogni volta che Jane reprime la sua rabbia (e di rabbia la brava ragazza ne cova tanta) nel giro di poche ore entra in azione Bertha, la moglie pazza tenuta prigioniera. Esempio: Jane è umiliata dal regalo di un ricchissimo abito da sposa avuto da Rochester alla vigilia delle nozze, e preferirebbe indossare qualcosa di più semplice e di più suo, ma poi si rassegna; guarda caso, la notte stessa Bertha riesce a liberarsi, e cosa fa? Va dritta in camera di Jane e strappa il vestito riducendolo a brandelli. Il parallelismo tra i due personaggi continua per tutto il romanzo, e ovviamente la povera Bertha avrà la peggio. Come dire: cara Jane, il prezzo della felicità è questo, se c’è una selvaggia che urla dentro te devi fare la brava e aspettare un po’, vedrai che se la ignori prima o poi lei muore e tu finalmente potrai fare l’angelo del focolare. Di Jane Eyre è uscita giusto due settimane fa l’edizione BUR Deluxe, con traduzione di Bérénice Capatti, le illustrazioni fine ottocento di Edmund Garrett e un saggio introduttivo di Virginia Woolf.

2. Emily Brontë, Cime tempestose (Wuthering Heights), 1847

Cime empestose apparentemente è così poco vittoriano: siamo lontani dalla città, uno dei setting privilegiati dei romanzi dell’epoca, e non ci troviamo nemmeno nell’ordinata campagna inglese, con tanto di pecore al pascolo, presente nelle pagine di altri autori: in tutto il romanzo si è come attraversati da una corrente elettrica, colpiti in faccia dal vento freddo, ipnotizzati dai ciuffi di erica che si agitano tra le rocce. Qui la natura ha un potere assoluto, e le forze misteriose che attraversano il paesaggio penetrano nei due protagonisti Catherine e Heathcliff, guidandoli verso l’autodistruzione. Siamo catapultati indietro nel tempo, in pieno romanticismo, dentro un quadro di Caspar Friedrich dipinto in un giorno in cui Caspar Friedrich aveva visto i fantasmi. Solo che questa storia la febbrile, tubercolotica e visionaria Emily l’ha messa in mano a due narratori prosaici e assolutamente vittoriani: Mr. Lockwood, l’ignaro affittuario di Heathcliff, e l’ambigua, pettegola governante Nellie Dean. Fra le tante edizioni economiche consiglierei la Oscar Classici. E per un pizzico di inquietudine in più si può sempre riascoltare Wuthering Heights di Kate Bush.

3. William M. Thackeray, La fiera della vanità (Vanity Fair: A novel without a Hero), 1848

Da questo romanzo si può imparare davvero tanto su come raccontare una storia: scintilla d’ironia dall’inizio alla fine, non scivola mai nel patetico, è una magnifica macchina narrativa oliata in ogni ingranaggio. Se Jane Eyre è raccontato in prima persona e Cime tempestose è affidato a due narratori interni di cui uno estraneo ai fatti e l’altro poco attendibile, nella Fiera della vanità troviamo un narratore-burattinaio che mostra i suoi pupazzi al lettore all’inizio del romanzo e li rimette nella scatola alla fine. Sembrerebbe un meccanismo freddo, ma in realtà il burattinaio ha tantissimi personaggi, e si diverte così tanto a muoverli, ed è così bravo, che alla fine è difficile non farsi catturare. Come dice il sottotitolo, non c’è un vero protagonista: nel gruppo dei personaggi principali troviamo Becky, la furba arrampicatrice sociale che dovrebbe essere cattivissima ma poi non lo è così tanto, l’insignificante Amelia, il fasullo George e Dobbin, il gentleman perfetto che ama silenziosamente Amelia per tutto il romanzo, le resta vicino anche quando lei sceglie quel cretino di George, la aiuta per anni quando rimane vedova, ma la conquista solamente alla fine, quando decide che l’ha aspettata abbastanza e la manda a quel paese. L’edizione Oscar Classici è tradotta da Maura Ricci Miglietta ed ha un saggio di un altro romanziere vittoriano, Anthony Trollope.

4. Charles Dickens, David Copperfield (The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery (which he never meant to publish on any account)), 1850

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La Bottega di narrazione
ti stupirà (2)

Dickens ha un po’ tutti i difetti da cui è esente Thackeray: gronda sentimento, al punto che il perfido Oscar Wilde diceva, a proposito della scena in cui muore la piccola Nell della Bottega dell’antiquario, che a leggerla bisogna avere proprio un cuore di pietra per non morire dal ridere; ha delle ingenuità paragonabili solo a quelle di Victor Hugo ma, proprio come Victor Hugo, è un realista visionario, un creatore di mondi. Tra le sue colpe c’è anche l’invenzione del Natale laico e consumistico, ma gli si perdona tutto; Tomasi di Lampedusa, nelle sue lezioni di letteratura inglese, immagina che se saremo stati buoni dopo morti come premio andremo in un romanzo di Dickens. Tutto questo per dire: sì, leggete David Copperfield, tuffatevi nel suo mondo rumoroso e affollatissimo, seguitelo nei vicoli di Londra, al mercato di Covent Garden, a casa della zia Betsey, in prigione a visitare Mr Micawber, nella casa-barca del signor Pegotty, nel covo del viscido Huriah Heep. Vedrete anche quello che il candido David non vede e capirete quello che lui non capisce. Perché David Copperfield è un romanzo di formazione fino a un certo punto: è vero che il personaggio, orfano e povero, si riscatta socialmente e conquista, da adulto, un suo posto nel mondo, ma impara così poco dall’esperienza, è così irrimediabilmente tonto da avere sempre bisogno di qualcuno pronto a toglierlo dai guai. Più che un’edizione di David Copperfield consiglio un bel sito inglese sul suo autore.

5. Elizabeth Gaskell, Ruth, 1853

È la storia di una donna raccontata da un’altra donna con dolcezza, con la delicatezza di chi ha paura di ferire. Elizabeth Gaskell, più che descrivere Ruth, la accarezza, e questo ci fa subito capire che le cose per la ragazza si metteranno male. Orfana e povera come Jane Eyre, Ruth Hilton è meno istruita e decisamente meno furba della sua collega. Farà l’errore di innamorarsi e di fidarsi di un uomo superficiale e socialmente superiore, che tornerà dalla mamma alla prima occasione lasciandola sola e bollata a vita come “donna caduta”. Gaskell mostra con efficacia la crudeltà delle persone perbene, e lo fa mettendo alle strette il lettore, costringendolo a guardare l’indifferenza, la meschinità e l’ipocrisia che possono annidarsi in ognuno di noi. A questo romanzo la società vittoriana ha dato un’accoglienza calorosa, nel senso che a molte sue copie è stato dato fuoco pubblicamente, anche nella parrocchia di culto unitariano di cui era ministro il marito dell’autrice. Non credo che al momento ci siano in giro molte edizioni italiane di Ruth; la mia, della collana Asce di Editori Internazionali Riuniti, è fuori catalogo. [Una ce n’è presso Eliot, traduzione di Salvatore Asaro, introduzione di Francesco Marroni. gm].

6. George Eliot, Il mulino sulla Floss (The Mill on the Floss), 1860

Non credo di aver capito veramente il Mulino sulla Floss; i simboli che utilizza, le possibili chiavi interpretative sono tante, lo intuisco ma non riesco a coglierli completamente. Quello che mi ha lasciato la sua lettura è la sensazione dell’impossibilità per Maggie, la protagonista, di diventare adulta, di trovare un proprio posto nel mondo, di spezzare le catene dei morbosi affetti familiari, di affermare la forza del suo carattere e della sua intelligenza. L’immagine dell’acqua, che apre il romanzo, lo percorre e poi lo chiude trascinando con sé Maggie e Tom rappresenta forse il potere schiacciante, inevitabile di questo destino. La mia edizione, tradotta da Silvia Nono e con una bizzarra introduzione di Nadia Fusini piena di rimandi mitologici, è fuori commercio. Mi sembra che l’edizione più reperibile sia ancora una volta quella degli Oscar Classici, con traduzione di Giacomo Debenedetti, niente di meno (sarà sicuramente bella ma è del 1940!).

7. Wilkie Collins, La pietra di luna (The Moonstone), 1868

Per essere il primo romanzo poliziesco (forse), è un bel po’ complicato. Tra furti, sette indiane, malattie misteriose, indagini e amnesie ce n’è per diverse centinaia di pagine, ma si fa decisamente leggere. In alternativa, dello stesso autore ci sono tanti altri romanzi che non ti lasciano in pace finché non arrivi alla fine. Fazi li sta pubblicando tutti.

8. Thomas Hardy, Jude l’oscuro (Jude the Obscure), 1895

Di tutti i personaggi maschili che popolano i romanzi vittoriani Jude Fawley è probabilmente l’unico che mi piacerebbe conoscere. Con Jude l’oscuro e gli altri libri di Thomas Hardy entriamo nella fase più dolorosa del romanzo vittoriano, una zona in cui non c’è più speranza, per il personaggio, di risollevarsi puntando sulle proprie qualità, dove le figure di aiuto sono pallide e inefficaci e le forme di cooperazione umana sembrano fatte solo per schiacciare chi ne è fuori. Siamo al fallimento dell’idea base del romanzo di formazione, che vedeva l’orfano privo di aiuto, attraverso una serie di incontri e di prove, arrivare (se aveva rispettato tutte le regole del gioco), alle soglie dell’età adulta, al pieno riconoscimento sociale. Ora che tutto questo è finito siamo pronti per il Novecento. Per inciso, anche questo libro ha avuto accoglienza “calorosa”: per bruciarlo in pubblico si è scomodato addirittura il vescovo di Exeter. Se il libro vi scoraggia guardate almeno il film di Micheal Winterbotton, con Christopher Eccleston e Kate Winslet, del 1996.

9. Bram Stoker, Dracula, 1897

Eccoci, siamo nel cuore della cultura di massa (che nasce, secondo me, proprio in epoca vittoriana con le folle di lettori che si picchiano per accaparrarsi una copia dell’ultima puntata dell’ultimo romanzo di Dickens). Che dire di Dracula? Intanto diciamo che i vampiri erano già stati argomento letterario (pensiamo al Vampiro di John Polidori, ispirato a Lord Byron, o a Carmilla di Sheridan Le Fanu); la differenza è che qui (esclusa la parte in Transilvania), l’ambientazione è borghese, quotidiana. Dracula esce dal castello e viene tra noi! A rendere ancora più gustoso il tutto c’è la scelta della forma epistolare: è il lettore a ricostruire la storia ascoltandone una parte dalla voce di ogni personaggio, una scelta eccellente per una trama horror. Tra le infinite versioni cinematografiche la mia preferita è Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau, film muto del 1922.

10. Antonia Byatt, Possessione (Possession: A Romance), 1990

Chiaramente questo non è un romanzo vittoriano, ma serviva per riprendere fiato dopo l’immersione totale nell’Ottocento. Antonia Byatt conosce così bene gli autori vittoriani da riuscire a inventarne due e a scrivere addirittura alcune loro opere, inserite all’interno del romanzo. Il doppio plot ci porta alternativamente nella vita di Roland Michell e Maud Bailey, due studiosi sulle tracce dei poeti vittoriani Randolph Ash e Cristabel La Motte e nell’Ottocento, dove incontriamo Randolph e Cristabel in carne e ossa e scopriamo la loro storia. I riferimenti all’immaginario vittoriano in questo romanzo non sono mai banali, lo consiglio perché è ricco di spunti di riflessione. La versione italiana è di Einaudi, a cura di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi.

12 Risposte to “Dieci indispensabili romanzi vittoriani (più un intruso)”

  1. Ma.Ma. Says:

    …perché, Giulio, sei “allergico” ai romanzi Vittoriani? Quale aspetto ti risulta più indigesto?

  2. Michela Fregona Says:

    «Ce l’ho, ce l’ho, manca… uhm… se ne ho letto un terzo-metà-dieci pagine e mi ricordo perfettamente la copertina, conta?»
    Questi decaloghi, Giulio, sono delle gustose trappole per l’autoanalisi: belli, e preziosi!
    (però, dai: la più romantica delle scene romantiche dei film romantici delle storie romantiche: la passeggiata sbilenca di Lucy Honeychurch verso George in “Camera con vista”, e tu mi liquidi così James Ivory! Sei senza cuore, sei…)

  3. Giulio Mozzi Says:

    Michela: vedi quel che dice Oscar Wilde a proposito di Dickens, punto 4.
    Ma.Ma.: c.s.

    (Essendo senza cuore, mi sono procurato un articolo scritto da chi ce l’ha).

  4. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 22 gennaio 2010 – A che cosa serve la letteratura? Per esempio a indovinare il quiz finale dell’Eredità: unico, fra i degenti e i parenti della stanza 229 della clinica Villa Benedetta, ho saputo dedurre dalla parola « Dickens » che la parola incognita era « Circolo ». Non ho vinto niente, ma ho fatto, con i parenti e i degenti, la mia porca figura. E pensare che, tanto per cambiare, Il circolo Picwick non l’ho nemmeno mai letto. “ [*]
    [*] Lsds / 73…
    [**] Il brutto di Giulio Mozzi è che fa venire voglia di leggere. Il punto è che io amo leggere, ma detesto le voglie.

  5. RobySan Says:

    Non è senza cuore, Giulio: ne ha uno di un bambino, sotto formalina, sulla scrivania. Come Stephen King.

    P.S.: tanti anni fa cominciai a leggere Jane Eyre; l’abbandonai alla quarantottesima pagina. Ora mi son lasciato convincere da mia moglie a rileggerlo – e l’ho fatto fino in fondo – e a vedere l’omonimo film di Zeffirelli. E se questo non è amore dimmi tu cos’è…

  6. GiuseppeC Says:

    Finalmente roba smerciabile eheheh.

  7. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Thomas Hardy e Charles Dickens sono tra i miei scrittori preferiti.

    Hardy: a tutti i suo capolavori antepongo “Via dalla pazza folla” e “Tess dei d’urbeville”.

    Dickens: il suo “Il Circolo Pickwick” è esemplare, e nient’affatto lacrimoso. Difficile scrivere un romanzo così.

    Peccato che Jane Austen sia morta nel 1817, 20 anni prima dell’inizio del periodo vittoriano.

  8. C.P. Says:

    Bartolomeo Di Monaco: Su Hardy: sono stata molto tentata di inserire “Tess” al posto di “Jude”, ma sul tema della “donna caduta” avevo già scelto Ruth. Su Dickens: sono assolutamente d’accordo, Il “Circolo Pickwick” è un romanzo superlativo e privo di sentimentalismi; ho scelto David Copperfield per motivi puramente affettivi, l’ho letto la prima volta a dieci anni e ogni volta che lo rileggo mi sento a casa. Su Jane Austen: lei sì che è indispensabile!

  9. gianlucatrotta Says:

    Forse non c’entra: ma quando penso che Kate Bush, quando ha cantato quel capolavoro, aveva vent’anni, son sempre un po’ incredulo.

  10. Dieci indispensabili romanzi dell’orrore | vibrisse, bollettino Says:

    […] da quelli non si può prescindere, i fondamentali. E, siccome Dracula di Stoker stava nell’elenco dei vittoriani, lo diamo per acquisito, giusto per far spazio a un titolo in più tra i moderni. Sarebbe superfluo […]

  11. In che senso un libro è “indispensabile”? | vibrisse, bollettino Says:

    […] mi pare evidente che la lista di dieci indispensabili romanzi vittoriani proposta da C. P. e quella di dieci indispensabili libri giapponesi proposta da Valentina Durante […]

  12. Dieci libri indispensabili per capire com’è fatto l’immaginario occidentale | vibrisse, bollettino Says:

    […] La letteratura rosa. E’ vero: l’immaginario vittoriano (vedi la lista specifica) oggi è degradato. Ciò non toglie che sia ancora potente. Non guardate con aria di superiorità i […]

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