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A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 2

6 Mag 2019

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Ecco la seconda parte della conversazione con Valentina Durante (qui la prima) a proposito del suo romanzo d’esordio, La proibizione (Laurana).

E tra la prima stesura e la pubblicazione, come hai lavorato?

Tre anni mi ci sono voluti, per arrivare alla pubblicazione: anni affaticati psicologicamente dal respingimento da parte di agenti ed editori. In questo periodo, e soprattutto durante il nostro lungo editing, il romanzo ha attraversato molte riscritture che lo hanno reso ciò che è adesso. Le riscritture hanno inciso sulla voce, sull’andatura e sulle scelte lessicali. Ma questo forse non è più di tanto interessante. Quel che è interessante, per me, di questi tre anni di stasi produttiva sul testo (stasi perché non ho prodotto della nuova immaginazione su di esso, produttiva perché comunque del lavoro si è prodotto), è stato l’accadere di tre cambiamenti, che riassumo in tre scoperte:

La scoperta degli altri.
La scoperta dell’altro da me.
La scoperta di ciò che è altro dall’uomo.

La scoperta degli altri è accaduta quando ho iniziato a far entrare gli altri nell’opera. La scrittura non è mai stata un fatto privato, come ho detto, perché in me c’è sempre stata tensione verso un lettore. Ma era privato il suo farsi: la prima stesura del romanzo è arrivata davvero di getto e per lo più in solitudine (tu stesso sei intervenuto poco, non ti ho dato il modo di farlo). Cominciando a far circolare il manoscritto, intensificando le conversazioni non solo a proposito del testo ma anche (forse soprattutto) a proposito dei dintorni del testo, ecco che la scrittura è diventata pubblica nella sua gestazione e questo ha aiutato il processo di estraniamento al quale alludevo: il romanzo ha cominciato davvero ad apparirmi come qualcosa di altro da me, sul quale potevo eventualmente (finalmente?) formulare un giudizio di valore che non fosse giudizio di valore su di me – sulle mie intenzioni, sulla mia etica, sulla mia persona.

La scoperta dell’altro da me è stata la scoperta di ciò che non posso controllare né scatenare, e che pure lavora, fa fatica al posto mio, e questo qualcosa è il tempo. La scrittura, quella narrativa in particolare, è un’arte del tempo. Richiede del tempo per svolgersi – il viaggio attraverso il testo deve partire da un punto A per arrivare a un punto B – e richiede molto più tempo per essere prodotta e prodursi: tempo riempito dallo scrivere (e questo è ovvio), ma anche tempo vuoto o svuotato, in cui il testo viene lasciato riposare e tu dai alla mente il modo di dimenticarsene (ecco perché ho usato il riflessivo prodursi). Non puoi comprimere il tempo dell’attesa o della pausa o del silenzio, perché non puoi prescriverti o accelerare la dimenticanza. Ma dimenticare devi, diversamente non potrai superare la vischiosità che t’impedisce di intervenire su una materia che a ogni maneggiamento ti appare conclusa e conchiusa, irriducibile a ogni modifica. Tu insisti molto sull’esitare prima di scrivere. Ma io credo che occorra esitare altrettanto anche dopo aver scritto, prima di considerare un testo finito.

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A proposito de “La proibizione” di Valentina Durante / 1

6 Mag 2019

Valentina Durante, La proibizione, LauranaValentina Durante risponde ad alcune domande di Giulio Mozzi

Da qualche giorno è in libreria il primo romanzo di Valentina Durante, La proibizione, pubblicato da Laurana. E’ un romanzo scritto nel corso di una Bottega di narrazione, ma non è per questo – nonostante i danni dell’età, credo di essere ancora lucido nel giudizio – che lo considero un romanzo importante. Lo considero un romanzo importante perché è una storia inesorabile, raccontata con una scrittura precisissima. In poche parole: mi sembra un romanzo di grande bellezza. Di una bellezza che si sente, immediatamente, nella lettura. Il fatto che numerosi editori lo abbiamo rifiutato, ahimè, non m’interessa. Mi fido del mio corpo, che reagisce alle storie come alle cose.

A Valentina Durante ho proposto una chiacchierata, ovviamente per iscritto. Questa è la prima parte.

La prima domanda è d’obbligo, Valentina. Ti chiedo di raccontare la genesi di questo romanzo.

Nella “Breve notizia” che apre il tuo Fiction 2.0, tu scrivi:

“[…] trattai il libro come il baule nel quale il viaggiatore, non sapendo che cosa gli accadrà lungo il viaggio e di che cosa avrà bisogno davvero, stipa un po’ di tutto”.

Ecco, questa frase contiene una metafora – la scrittura come viaggio – che a sua volta contiene la gestazione di questo romanzo. Nello scrivere mi percepisco così: figura camminante (non passeggiante, non divagante), una proiezione o fantasma di me stessa che, partita da un punto, deve raggiungere un altro punto. Posso durante questo itinerario smarrirmi – errare, ma non nel duplice senso del termine – e però la tensione verso un (una) fine, lo scioglimento e di conseguenza la conquista di un senso, deve esserci. Senso e conclusione sono ciò che separa una narrazione dalla vita vera.

Si viaggia portandosi appresso qualcosa: tu parli di “baule”, ma io – figura camminante – preferisco immaginarmi con un più pratico zaino. Si viaggia essendo e possedendo qualcosa: una specifica e personale andatura, un certo fiato nel petto, resistenza poca o molta, muscoli che nel corpo si tendono e si rilasciano e una tolleranza più o meno robusta alla fatica, alla strada, alla polvere, al sole e alla solitudine. E si viaggia a partire da un luogo, dal quale ci si allontana per poi ritornarvi mentalmente con la consapevolezza: ero lì, adesso sono qui.

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