Appunti su “La zona di interesse” di Martin Amis

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di Demetrio Paolin

copj170.aspLa zona di interesse di Martin Amis (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) è a tutti gli effetti un romanzo ottocentesco. Sembra, leggendo queste pagine, di rivedere certi passaggi e certe atmosfere di Thomas Hardy o almeno così è parso a me nei giorni in cui avevano in mano il romanzo e cercavo di trovare il modo migliore per parlarne. Il libro narra la storia di un corteggiamento, tra un uomo Golo e la bella donna sposata, Hannah; al loro amore e relazione si oppone il marito di lei Paul. Il romanzo è il resoconto del progressivo avvicinarsi dei due amanti, della loro tragica separazione e del loro crepuscolare incontro anni dopo, con un finale che lascia aperta la possibilità che la storia d’amore possa in qualche modo compiersi. Ovviamente questo è l’osso della storia, che Martin Amis, però, ambienta ne La zona di interesse ovvero il lager di Auschwitz.

Questa sua scelta ovviamente ci porta a rivedere meglio i personaggi che prima abbiamo presentato sommariamente. Golo è Golo Thomsen nitpote di Martin Bornam, nazista non tanto per scelta, ma per mediocrità, Paul Doll è il tremendo capo del campo di concentramento di Auschwitz, e Hannah è sua moglie. La storia quindi si muove tutta all’interno dell’anus mundi della seconda guerra mondiale e questo dà alla storia Amis un bagliore corrusco in cui il tragico della storia e le trame amorose si intrecciano con una maestria di scrittura incredibile.

La zona di interesse è la rappresentazione di un mondo alla rovescia di un mondo in cui il bello è divenuto brutto e il brutto bello, e non è certo un caso se l’epigrafe al romanzo è un brano del Macbeth come a suggerire al lettore che si sta entrando in un universo in cui ciò che noi crediamo diritto si storcerà e ciò che per noi è errato sarà giusto.

Amis osserva i suoi personaggi, non solo questi tre, ma anche tutti i diversi protagonisti del libro, tra cui anche Szmul, un sonderkommando (ovvero un prigioniero addetto allo smistamento e al trasporto degli deportati morti nelle camere a gas), con uno sguardo privo di qualsiasi compassione o partecipazione. Come un etologo, o un documentarista, studia i modi in cui i sentimenti primari di un essere umano (l’amore, il dolore, la gelosia, la brama di potere e di sopravvivenza) si mostrano in una situazione particolare. La sua neutralità di sguardo, che è ancora più interessante data la scelta di costruzione del racconto (ovvero una prima persona “diffusa”: nei diversi capitoli a dire io è sempre un personaggio diverso), ci fornisce un incredibile documento morale su cosa è l’uomo quando sospende una serie di leggi scritte e non scritte; quando mette da parte la morale kantiana del “non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te”.

Proprio questo suo particolare punto di vista (Amis non giudica nessuno dei suoi personaggi) riesce a costruire un’umanità complessa, per nulla monodimensionale, di cui il personaggio di Paul Doll è l’esempio migliore; c’è qualcosa di falstaffiano in questo  becero economo della morte (nel pagine in cui lui parla abbondano i numeri e formule), che accecato dalla gelosia  utilizza i detenuti e i deportati per i suoi fini amorosi e non per il futuro splendente del Reich.

Eppure proprio la sua grettezza e rozzezza morale lo rendono il più lucido tra tutti gli attori, rispetto a ciò che sta accadendo nel lager: “Se quello che stiamo facendo è una cosa buona, perché ha un odore così previcacemente cattivo? Sulla rampa, la sera, perché avvertiamo quell’incontrovertibile bisogno di ubriacarci brutalmente? […] Perché le carogne si aggiudicano 5 razioni a pagnotta? Perché i pazzi, e solo i pazzi, qui sembrano trovarsi bene? Perché qui il concepimento e la gestazione non promettono una nuova vita ma morte sicura per madre e figlio?

L’intento profondo de La zona di interesse non è un intendo di memoria, Amis non scrive questo romanzo per ricordare o tramandare che questo è stato. Il suo intento è più profondo e coglie il nocciolo più segreto della letteratura concentrazionaria. A indicarcelo è la dedica con cui il romanzo si chiude, Amis dedica il testo “alla memoria di Primo Levi”.

Anche questa struttura paratestuale è interessante. Se questo è un uomo di Primo Levi è, infatti, un libro che stabilisce chiaramente il suo intento, e dico chiaramente perché è l’autore stesso a scriverlo nelle sue pagine: SQU vuole essere uno studio pacato dell’animo umano. Mi pare che la tensione romanzesca di Amis risponda a tale preciso dettame leviano, studiare l’animo umano, studiarlo in un momento di sovvertimento e torto che è Auschwitz. Questa scelta di pacatezza e di analisi tiene lontano Amis dal rischio di estetizzare la narrazione, cosa che invece succede a un altro romanzo che occupa il medesimo spazio letterario ovvero Le benevole di Littell.

In Littell il personaggio che dice io è costruito con un surplus di affabulazione,  inoltre è così saturo di stereotipi tipici sulle SS da risultare caricaturale. C’è poi ne Le benevole un precisione oleografica del dettaglio, che invece di farci entrare nel mondo del lager, nel mondo del Terzo Reich, ce ne fa solo respirare la superficie, come in certi film in cui la spettacolarità degli effetti speciali va a discapito della storia e delle costruzione dei personaggi.

Amis fa una scelta diversa; a lui non interessa costruire personaggi che suscitino pietà o compassione, ne Le benevole questo tentativo è chiaro fin dall’inizio (la prima parola è “fratelli”), ma semplicemente vuole raccontare una storia, una storia d’amore, morte e gelosia e, essendo un grande romanziere, riesce a dirci qualcosa su di noi, sul nostro essere e sul male.

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3 Risposte to “Appunti su “La zona di interesse” di Martin Amis”

  1. manu Says:

    ho letto con interesse questi appunti, grazie. è uno dei libri che vorrei riuscire a leggere.

  2. Francesca Says:

    Analisi molto profonda, peccato per la vistosa imprecisione riguardo al nome del Kl in cui Amis ambienta la sua ricostruzione :non Auschwitz ma Chelmno. Il luogo non è solo un nome, ma racconta l’orrore legato al primo campo in cui venne utilizzato il monossido di carbonio, prodotto dai camion, per sterminare in massa gli ebrei , i sinti, i polacchi e i cechi ( l’episodio dei ragazzi muti raccontato da Smulz nel libro non è inventato, ma corrisponde ad un fatto realmente accaduto) , i malati psichiatrici. La presenza dello Schloss e delle rampe , nonché del wald lager in cui venivano sepolti i corpi è anch’esso dato di realtà .

  3. Demetrio Says:

    Francesca. Hai ragione. Correggo subito. Penso che nella mia testa sia scattata mentre scrivevo la recensione una sorta di sinonimia tra Auschwitz e campo di sterminio. Usando un nome per indicare il fenomeno storico e sociale.

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