Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Note di lettura: “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani.

2 giugno 2017

di Luigi Preziosi

220Marino Magliani, con L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (da poco in uscita presso Exorma, euro 14,50), continua l’esplorazione di se stesso, già praticata in forma esplicita almeno con Soggiorno a Zeewijck (Amos, 2014) e con Il canale bracco (Fusta, 2015), i suoi ultimi libri più importanti, e con alcuni dei racconti antologizzati in Carlos Paz e altre mitologie private (Amos, 2016). Qui l’autore dismette in parte la procedura narrativa utilizzata in precedenza, consistente nell’individuazione di un pretesto narrativo (raccontare un canale, o la vita in flânerie di una cittadina olandese) che fungeva da spunto per acuminare memorie, ripensare esili, inventare nuove geografie, disegnare mappe e stabilirvi analogie geografiche e spirituali tra luoghi del passato e luoghi del presente. Ne scaturiva l’attribuzione alle cose minime (ma non solo) del mondo di un significato altro, ulteriore rispetto alla sua reale apparenza, quasi un casuale istantaneo scintillio rivelatore del senso dello stare al mondo. Qui il volo si fa più alto, non c’è più ricerca di occasioni contingenti per rendicontare i risultati di questo nuovo modo di investigare se stesso, il pretesto è esattamente ed apertamente il mero bisogno di raccontare.

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Jeremy in a hole

2 maggio 2017

di Demetrio Paolin

[Queste pagine fanno parte di una “cosa” nuova; è in fase di scrittura, si prenda questa narrazione come una prova di materiali].

Il periodo successivo all’adolescenza è stato  un apprendimento del lutto.

Leggo questa frase sulla musicassetta che trovo a casa dei miei. Sono venuto qui per cercare la mia prima copia di Geremia, quella che lessi nel 1991, subito dopo la morte di Patrick. Sono curioso di vedere cosa avevo sottolineato, cerco un appiglio che mi dica chi ero io come lettore e come ragazzo in quegli anni e dopo quella morte. Ho trovato, invece, una TDK Chrome 90 minuti. Non ci sono altre scritte se non questa che ho appuntato. Vorrei ascoltarla, ma prima cerco ancora bene tra i libri e i testi che ho lasciato a casa nel paese. Per un attimo mi fermo a guardare fuori dalle tre finestre che per i primi 20 anni mi hanno visto crescere. Chi era il ragazzo di allora? Chi è questa massa di carne che ingombra la finestra adesso? Che tipo di rapporto c’è tra loro due?

Niente è più estraneo a me stesso che il me stesso della mia giovinezza: non vedo tra me e lui nessun tipo di familiarità o di vicinanza, eppure il sangue, la carne, i capelli e i difetti di pronuncia sono miei. Sono io senza essere più io.

Il diciassettenne di allora chissà dove è finito, in quale remoto angolo della mia coscienza o del mio profondo. Io non ho nessuna intenzione di suscitarlo adesso, anche se il sole che cade sui tetti e il rumore di mia madre che rigoverna i piatti in cucina sono familiari e morbidi: quanti pomeriggi ho passato in questo modo a guardare i tetti modificare la gradazione di luce e ombra, imparando a memoria le macchie di umido sulle tegole rosse, distinguendo i ciuffi di capperi selvatici sulla muraglia dai semplici arbusti matti; e lì nella piccola porzione di cielo, che l’ovale della finestra mi mostrava, il mio naso sanguinava per i pensieri che avevo, per le cose che immaginavo, per le vergogne che si insediavano nella mia pelle.

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Una lettera d’amore

14 febbraio 2017

di Demetrio Paolin

lettera

Cara Mara

Non so se queste parole arriveranno a te così come le scrivo.  Forse altri occhi che non sono i tuoi, i  tuoi occhi di spillo che guardavano il mare le poche volte che ci siamo stati, vedranno la mia calligrafia, ma nonostante i guardiani cercherò di parlarti chiaramente.

Qui dal carcere, tra le sbarre, vedo uscire la nebbia. Casale è così: un posto pieno di silenzio, che mi viene più facile pensarti in una delle nostre case sicure. Immagino a cosa pensi, immagino quello che senti ora rimescolarti nel sangue. Questo mondo e questa società, così come le abbiamo conosciute e vissute, sono destinate a esplodere. Noi saremo la miccia di questa apocalisse.

So che sorridi perché vedi in me il ragazzo cresciuto tra oratorio e messa. Eppure è così: il mondo è morente. Io lo vedo con nitore da questo angolo buio da cui mi è concessa la vista: tutto geme per la fine prossima. La natura, i pochi alberi che magri appaiono in lontananza, le nubi sparute nel cielo, la pioggia e le cornacchie abbandonate sembrano attendere il momento preciso in cui ogni cosa si svelerà. E io attendo con ansia il momento in cui non ci sarà più nulla di quello che siamo abituati a vedere, ma un mondo nuovo, un cielo terso, una felicità pura, che la sola idea di tutto questo mi rende gravido e partoriente, come se fossi un cavalluccio marino che feconda in sé i piccoli nascituri.

Ci saranno cadaveri lasciati per terra, lo sappiamo. Noi saremo visti come carnefici, ma è il prezzo che si paga per cambiare il mondo. La redenzione è un atto di violenza. Il Dio, in cui noi crediamo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Marx, il Dio dei poveri è un Dio rabbioso che tira fuori i corpi dal nulla e li riporta in vita, che cambia verso alla terra e separa le acque…

È la nostra fede, la nostra gloria di rivoluzionari, sappiamo a cosa andiamo incontro; potevamo maledire il giorno della nostra nascita e la società in cui viviamo e invece ci siamo fatti strumenti di questo cambiamento.

Ora è venuto il tempo di chiudere questa breve lettera e mi prende una malinconia da quindicenne, stupida e impossibile da trattenere, penso a quando sono stato con te l’ultima volta prima dell’arresto e sono entrato nel tuo corpo.

Ti ho sussurrato che stavamo creando un mondo, separando la luce dalle tenebre, le acque dalla terra ferma, ma neppure questo giustifica i morti che faremo, perché abbiamo scelto –  nonostante l’amore e il bene che sentiamo – la violenza. Siamo armati e sappiamo che finiremo la nostra esistenza terrena sul marmo di un tavolo autoptico. Ci amiamo di un amore che non c’entra con la rivoluzione, ma che sacrifichiamo a essa.

E in questa rinuncia di noi stessi, siamo nuovi.

Con amore
Tuo Renato

Tullio Avoledo su “L’antagonista” di Edoardo Zambelli

11 ottobre 2016

di Tullio Avoledo

[Tullio Avoledo, da poco in libreria con il nuovo romanzo Chiedi alla luce, ha letto L’antagonista di Edoardo Zambelli e ci ha fatto la cortesia di scriverne. Grazie. gm]

cop_antagonistaAvvertenza preliminare: non sono un recensore. Sono un lettore, quindi ciò che sto scrivendo non è una recensione, ma una semplice serie d’impressioni di lettura.
Seconda avvertenza: leggo pochissima narrativa. Divoro saggistica e poesia, ma leggo pochi romanzi, e meno ancora racconti. Così non so fino a che punto sono un giudice attendibile, rispetto a chi, magari per professione, legge tipo venti romanzi al mese.
Nelle due settimane di vacanza dalla scrittura che mi sono concesso per riprendermi da due festival, ho letto tre libri molto belli. Uno solo di questi era un romanzo, ed è L’antagonista di Edoardo Zambelli.

L’autore è giovane, maledetto lui. Anche se non troppo giovane, quindi ritiro il maledetto.
E’ anche maledettamente bravo, e stavolta l’avverbio lo lascio. Mi è capitato solo una volta di leggere un’opera prima altrettanto affascinante, e quel libro era Pugni di Pietro Grossi. Anzi, non era nemmeno ancora un libro, era un dattiloscritto in cerca di editore, fattomi leggere da un’amica. Sono stato contento quando Pietro, non per merito mio, ha trovato un editore.
Sono ancora più contento che l’abbia trovato Edoardo Zambelli, e che L’antagonista sia uscito dal cassetto (o dovunque lo tenesse) per arrivare ai lettori. E’ un libro potente, un libro che emana una strana energia, una specie di luce nera che illumina i nostri giorni purgatoriali.

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Differenze tra ciò che è importante nella scrittura e ciò che è importante nella lettura di un’opera letteraria (appunto)

19 aprile 2016

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Pater, dimitte illis quia nesciunt quid faciunt

22 marzo 2016

Joseph Haydn, Le sette parole di Cristo in croce, I.

Il consolidamento della coppia

22 marzo 2016
Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa a Milano

Non sempre si condividono tutti i desideri

Ultime letture

8 febbraio 2016

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It, di Stephen King

12 novembre 2015

di Marco Candida

[Avrei voluto scrivere questo articolo da quando sono alto così. Oggi che ho l’età di Bill Denbrough nel 1985, l’ho fatto. Forse, alla fine, anch’io ho affrontato il mio It]

Dedicato con affetto a Stephen King

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Stephen King ha scritto It tra il 1981 e 1985. Un dato non secondario se si considera che nell’edizione italiana It consta complessivamente di ben 1238 pagine. I protagonisti sono sette: Mike, Bill, Richie, Ben, Eddie, Stan e Beverly. L’antagonista è uno e settuplo: It è un’entità multiforme che di volta in volta si presenta come uccello gigantesco, mummia, lebbroso, lupo mannaro, ragno gigante…, ma gira per Derry preferibilmente nei panni di un pagliaccio. Tra i personaggi non protagonisti spiccano Audra Philips la moglie di Bill (leader dei sette ragazzi) e Tom Rogan il marito di Beverly (antesignano di Norman Bates nel romanzo Rose Madder). Poi ci sono anche grandi personaggi secondari come Mr. Keene il gestore del Drug Store Center di Derry (quello dell’effetto “placebo”; la medicina per l’asma di Eddie è in realtà acqua zucchero e un pizzico di canfora); Adrian Mellon (l’omosessuale divorato da It: la vittima che nel 1984 segnala il risveglio trentennale del mostro di Derry); Will Hanlon che racconta al figlio Mike i misteriosi incidenti occorsi ogni trent’anni circa nella cittadina di Derry; e poi Henry Bowers assieme a Belch Huggins e Victor Criss nella parte dei bulli che danno la caccia a Bill &Co.; Richard P. Macklin… senza dimenticare personaggi di sfondo divinamente tratteggiati quali Mandy Fazio o Rena Davenport o il sergente Wilson o Patrick Hockstetter… Infine c’è Derry. Derry è un personaggio del romanzo tanto quanto lo sono Ben o Richie, ma assai più complesso da raccontare essendo Derry un’intera città. La narrazione trabocca di storie – fatti a se stanti e dotati ciascuno di originalità. E va da sé che, essendo il numero di protagonisti così ampio, gli intrecci sono molto numerosi.

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Macchina del tempo

22 ottobre 2015

di Marco Candida

[Propongo questo racconto (di cui ho parlato anche qui) in occasione del “Ritorno al futuro day”. “Ritorno al futuro day” era ieri. Purtroppo sono stato a una fiera del lavoro e non ho potuto pubblicarlo prima. Il testo appare anche nel sito di Wall Street International Magazine]

Tornare da Aurora

Ho cominciato a stendere il primo progetto di una macchina per viaggiare nel tempo tre settimane dopo la scomparsa di Aurora. Aurora era mia moglie. L’amavo. Era lei a tenere insieme il mio mondo. Ed ero così disperato, quando la perdetti, che mi misi in testa che forse sarebbe stato possibile costruire un marchingegno, tornare indietro nel tempo e impedire che quel camioncino del latte la stritolasse contro un muro in un vicolo troppo stretto. Perché così sono andate le cose, per quanto assurdo.

Io, ho solo una laurea in Lettere. Non sono un genio della matematica. Anzi, non sono un genio di niente. Non lavoro da anni. Da anni cerco lavoro senza trovarlo. Vivo con qualche risparmio. Sto per lo più a casa. Ho un sacco di tempo libero. Lo passo soprattutto a leggere. Romanzi, saggi. Un giorno ho trovato tra gli scaffali di una libreria un libretto che si intitola La relatività a fumetti. Sarà stato sette, otto anni fa. E’ così che ho preso ad appassionarmi di Fisica. Poi dai fumetti sono passato ai documentari. Morgan Freeman. Brian Greene. Dopodiché ho ripreso in mano i libri di Fisica, Chimica e Biologia del Liceo integrandoli con prontuari come Fisica. Corso di sopravvivenza e Matematica. Corso di sopravvivenza. Infine, giovandomi di una buona conoscenza dell’inglese, mi sono messo a seguire su Youtube le lezioni tenute alla Stanford University dal Professor Leonard Susskind e quelle del Professor Michiu Kaku presso la New York State College. Quando Aurora è morta, le cose che avevo fino a quel momento appreso in maniera del tutto amatoriale mi si sono radunate nella testa e come ho già scritto dopo solo tre settimane mi ci sono messo sul serio a far progetti per costruire una macchina del tempo.

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E per tutti gli altri

5 settembre 2015

E’ disteso a faccia in giù sulla battigia, nella foto in cui lo vediamo. Le onde lo lambiscono. La postura è quella che tanti bambini della sua età (forse due anni) assumono quando dormono. Indossa una maglietta rossa, braghette blu, delle scarpette con la suola di gomma. La pelle è chiara, i capelli sono tagliati corti. E’ morto.
In paradisum deducant te Angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres, et perducant te in civitatem sanctam Ierusalem. Chorus angelorum te suscipiat, et cum Lazaro quondam paupere æternam habeas requiem.
Per lui, e per tutti gli altri.
[gm]

Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti?

12 agosto 2015

di Marco Candida

Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti e non 33? La Divina Commedia è divisa in 3 Cantiche ciascuna a sua volta divisa in 33 canti più il canto iniziale che fa da proemio. Nella sterminata bibliografia sull’opera dantesca sembra darsi per scontato che non ci siano significati nel fatto che la prima Cantica sia formata da 33 canti + 1. Tuttavia, come mai Dante, così maniacale nel creare simmetrie, nominò il primo canto appunto “primo canto” e non, ad esempio, “proemio” mantenendo intatto il frazionamento 33-33-33? Non potrebbe esserci un significato, per noi della “piccioletta barca”, nell’asimmetria 34-33-33?
Visto che qui si tratta di architettura sia pure di un’opera letteraria, pensiamo ad alcuni esempi tratti dall’architettura propriamente intesa: il Duomo di San Martino a Lucca, la chiesa di Santa Maria di Naula, la basilica di San Andrea di Vercelli, l’abbazia di Staffarda o il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo. Esempi manifesti di asimmetrie. La facciata del Duomo di San Martino di Lucca presenta l’arcata di destra molto più stretta di quella centrale e di sinistra. La basilica di San Andrea a Vercelli presenta una torre campanaria nell’angolo nord-ovest ossia in posizione obliqua rispetto all’asse longitudinale della basilica stessa scombiccherando il tutto. L’abbazia di Staffarda presenta, come di regola nei monasteri cistercensi, un’asimmetria. Il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo che ha forma di basilica a tre navate con transetto manca di una guglia determinando un effetto fortemente asimmetrico – dato che, come ogni cattedrale ogivale, dovrebbe presentare, invece, due guglie.
Ora, quali spiegazioni si sono date alle asimmetrie di queste costruzioni? Tralasciando quelle di ordine più poveramente pratico, una risposta è che la tensione verso la perfezione architettonica può essere interpretata come un atto di orgoglio verso Dio. Un’altra che l’asimmetria tende a interrompere il cerchio dell’infestazione satanica dato che Satana si presenta, assai volentieri, sottoforma di ordine e logica. Dunque, le risposte sono che l’asimmetria serve a evitare la superbia e a tenere lontano il demonio.
Va considerato, tuttavia, che nella Divina Commedia i 34 canti formano la Cantica dell’Inferno. In fondo allo scopo di rompere la nefasta tripartizione simmetrica Dante avrebbe potuto aggiungere un canto nell’explicit della Commedia e non nell’incipit. Invece il Nostro sceglie l’Inferno. Sicché quando confrontiamo 34, 33 e 33 siamo costretti a notare lo sbaglio, l’asimmetria, l’ineleganza proprio in corrispondenza del Regno di Satana.

Dieci verità insospettabili sul conto di Giulio Mozzi

29 aprile 2015
Giulio Mozzi, nel suo abituale abbigliamento notturno

Giulio Mozzi, nel suo abituale abbigliamento notturno

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Alcuni strumenti per insegnare a scrivere a scuola. Un seminario a Padova

7 novembre 2014
L'immagine, assai colorata, è priva di qualunque relazione con l'articolo

L’immagine, assai colorata, è priva di qualunque relazione con l’articolo.

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Le cose rimaste (Le cose che ci sono in casa, 132)

28 settembre 2014

di Stefano Serri

[Le regole del gioco sono qui].

I. IL TUO DIVANO

Non sono poeta di pampa o di abisso
il mio suono ama case e cortili:
il tuo divano è stato il mio scrittoio.
La domenica era un poema orizzontale
il tuo divano l’opposto del recinto:
piazza intima, eden senza esilio
dove il tempo perde i dubbi e le lancette.

II. LA TUA LAMPADA

Tu non chiedermi luce
la mia mano ti crede la notte
e ho fede finché l’interruttore
rifà la stanza opaca e non ti vedo:
soltanto se c’è buio ti raggiungo.

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I ramoscelli di ulivo (Le cose che ci sono in casa, 123)

12 settembre 2014

di Alessandra Frontini

[Le regole del gioco sono qui].

L’anziana del paese produce l’olio buono:
gli ulivi sono un dono per chi ha una piantagione.

Pentita Immacolata, canuta messaggera
si piazza, verso sera, a un passo dalla porta;
si sente più leggera se suona il campanello,
ché torturato quello, può rimpinguar la scorta.

Tramesta nella sporta, impugna il ramoscello
e attende, dal borsello, la cifra più adeguata.
Celeste grimaldello, protetta dalle Palme,
incassa e salva l’alme, Pentita Immacolata.

Così mi son trovata ad ammucchiar le salme
– e pur di quelle l’alme – di foglie e stecchi santi.
A Pasqua, liete e calme, la pratica già evasa,
pie donne a cassa rasa si burlano dei fanti.

La somma dei contanti, spillata da ogni casa,
Pentita stipa e invasa nel foro per le offerte.
Lo so, non è persuasa, che l’eden nel salotto
– di ulivi, un quarantotto! – l’assetto mi sovverte;

ma in fondo “porta bene”, sì dicono gli oranti,
e allora vado avanti, a far la collezione
di rami verdi e bianchi.

La lettiera (le cose che ci sono in casa, 111)

29 agosto 2014

di Claudio Mercandino

[Le regole del gioco sono qui].

Una muta lettiera di Torino
udì dire alla gatta: “Occhio, t’orino…”.
Subìto poi il diluvio,
diffuse un aspro effluvio
quella lettiera muta di Torino.

(reloaded: controcampo)

Della gentil mia gatta la lettiera
d’intime evacuazioni è bomboniera.
“Silenzio! Odo raspare…”.
E presto essa riappare
d’aromi un po’ indiscreti – ahimè – foriera.

Cosa o come insegnare a scuola / La grammatica

24 agosto 2014

grammatica

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Hélinand de Froidmont, “I versi della morte” (1195), 5-7

22 agosto 2014

di Hélinand de Froidmont (tr. gm)

5.

Oh morte, che ci hai presi tutti al laccio,
che ovunque fai ghiaccio
per farci scivolare,
certo, è vero che ho te in odio,
ma non quelli ai quali ti mando:
ti mando perché tu li conforti,
perché scacci la vanità
che è lì che li perseguita
fino dar loro il matto.
Ma chi ti vede circondargli l’anima
da ogni parte, e abbracciarla,
è matto se non molla i suoi stravizi.

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Non sarà una passeggiata

20 maggio 2014
Fotografato da gm a Padova, Riviera Ponti Romani

Fotografato da gm a Padova, Riviera Ponti Romani