Posts Tagged ‘Herman Melville’

Come sono fatti certi libri, 2 / “La Vie mode d’emploi”, di Georges Perec

18 luglio 2017

Un disegno di Saul Steinberg.

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Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile”

16 gennaio 2017

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di Stefano Brugnolo

E’ uscito nel 2016 per Einaudi un romanzo di Albert Cossery I fannulloni nella valle fertile (pp. 185, euro 18,50), originalmente pubblicato nel 1948. Cossery era nato in Egitto nel 1913, ma a partire da questo suo romanzo ha sempre scritto e pubblicato in francese, fino alla sua morte avvenuta nel 2008, a Parigi, dove dal 1955 viveva in una stanza dell’Hotel Lousiane, un piccolo albergo di Saint-Germain de Prés. Si tratta a suo modo di un autore leggendario che finalmente viene tradotto in italiano grazie a Giuseppe A. Samonà che cura anche un’ottima introduzione, intitolata “La rivoluzione del non fare” dove ci vengono date le coordinate fondamentali per comprendere l’originalissimo e appartato mondo di Cossery.

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“Lomissione”, di Giorgio Perecco

20 gennaio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lomissioneChe la creativita nasca spesso dalle costrizioni, e luogo ormai comune. Cio che a molti sfugge e che ci sono costrizioni piu e costrizioni meno feconde. L’autore del romanzo Lomissione (il cui nomignolo – giacche non possiamo credere che “Giorgio Perecco” sia un nome autentico – rimanda evidentemente al nome – autentico, questo si – di Georges Perec, autore di quell’immortale capolavoro – e non solo della letteratura lipogrammatica – che e La disparition, La scomparsa nell’unica arditissima “traduzione” italiana esistente) sembra non essersene reso conto. Egli si limita infatti a omettere (fin dal titolo) la dove grammatica lo esige, l’apostrofo. Che razza di costrizione sia una costrizione che non e affatto una costrizione, ma una semplice omissione, ognuno puo immaginarlo. L’unico effetto e quello di un continuo intralcio all’occhio, come avviene nella lettura di certi autori semicolti che, per mancanza di carita, gli editori pubblicano senza nemmeno curarsi di evitar loro il ridicolo.

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Che cos’è “Il quinto evangelio”?

26 ottobre 2015

di Enrico Macioci

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Che cos’è Il quinto evangelio di Mario Pomilio? Alla domanda si può rispondere in almeno due maniere.

Anzitutto consideriamo l’oggetto narrativo. Pomilio lo pubblicò dopo prove quali L’uccello nella cupola, Il testimone, Il nuovo corso, Il cimitero cinese, e dopo un lungo blocco durante cui stese saggi e riflessioni e maturò risposte profonde alla sua crisi di uomo e scrittore, allestendo l’officina e forgiandosi gli strumenti per edificare il capolavoro. Veniva da un decennio di stasi creativa che lo portò ai confini del silenzio, e Il quinto evangelio rappresentò la svolta attraverso cui ribaltare le difficoltà in risorse e l’afonia in una diversa, più potente voce. Accade abbastanza spesso, del resto, che un autore consacri il proprio genio attraverso un solo, grande libro – pensiamo a Dante, a Melville, a Musil; è anche il caso di Pomilio.

Il quinto evangelio venne pubblicato nel 1975 (lo stesso anno in cui uscì Horcynus Orca di D’Arrigo), dunque in pieno postmoderno; tuttavia esso riassume, forse più di qualsiasi altro testo narrativo in Italia e in Europa, la migliore essenza postmodernista per poi scavalcarla. Si tratta cioè di un’opera aperta, metatestuale, labirintica, autoriflessiva, debordante, ramificata, potenzialmente infinita; è l’opera di un autore assai consapevole; è colta; ama gli intrighi; mette e si mette in scena; è insomma un’opera intelligente, che richiede al lettore una collaborazione attiva e quasi una co-creazione. Ciò che invece manca di postmoderno – mancanza che non stona e anzi aggiunge merito a Pomilio – sono l’ironia e il disincanto che finiranno per divorare parecchi scrittori a venire, determinando la deriva nichilista che Foster Wallace, già nella seconda metà degli anni ’90, denunciò con toni piuttosto allarmistici. Non si può scherzare (per) sempre, e Pomilio nel suo romanzo non scherza. Del resto Il quinto evangelio parla della questione delle questioni, la questione che per brevità potremmo chiamare del Libro. Quale prova più ustionante per uno scrittore?

Qualche titolo, in breve.

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La formazione del fumettista, 6 / Fabio Celoni

2 dicembre 2014

di Fabio Celoni

[Questa è la sesta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Fabio per la disponibilità].

La formazione del fumettista.
Parlacene.
La prima immagine che sfolgora è quella di campi-scuola per kamikaze, passaggi terribili con le ginocchia nel fango e il kalashnikov serrato tra le mani, urla di sottomissione all’idea e sveglie massacranti in albe tumide di pioggia, nella giungla malese.
L’immagine non è del tutto falsa, ci tengo a precisare.
Bisogna anche considerare che facendo questo mestiere si può vagamente tendere a reinventare la realtà, per ciò che questo può voler dire (“realtà”, intendo). Un po’ come il meraviglioso protagonista del burtoniano “Big Fish”, che non era affatto un misero raccontafrottole, come una superficiale osservazione potrebbe suggerire, ma un vero demiurgo in grado di plasmare la creta della vita, per dargli nuova forma, e s’intende nuova vita. Così dovrebbe valere all’infinito, almeno finché esisteranno i poeti e gli artisti.
Ma i fumettisti, dicevamo.
Vorrei, per una volta, tentare di parlare di tutto ciò che sta fuori dalla tecnica, e dal suo apprendimento.
La tecnica è necessaria, fondamentale, per potersi esprimere con una determinata efficacia, è un megafono per dar voce al proprio respiro, ma se ci si domanda se sia più importante l’amplificatore o ciò che viene amplificato, ecco, non credo ci sia nemmeno bisogno di dare una risposta.
La tecnica si apprende studiando, a scuola, e nel lavoro di tutti i giorni. Sì, perché non esiste un giorno in cui puoi dire davvero di aver capito tutto, rimane un apprendimento costante, senza meta. Che potrebbe pure essere frustrante, se non fosse una ricerca continua di tesori, cosa di cui ci si può dimenticare ogni tanto. Così si possono fare dei passi, anche dei tratti di corsa, ma il traguardo, quello è meglio lasciarlo ai radiocronisti (sempre che non sopraggiungano complicazioni, tipo che decidi di ritirarti dalla maratona).
Dunque non parlerò della formazione scolastica, seppure sia stata importante, anzi fondamentale, nel farmi apprendere i rudimenti tecnici, e nel farmi confrontare l’inesperienza assoluta con la classe dei disegnatori “veri”, quando – bambino di tredici anni – varcai le porte della Scuola del Fumetto di Milano, il sancta sanctorum dove venni “iniziato” a questa curiosa disciplina.
Non parlerò nemmeno dei primi passi nel mondo del lavoro, delle delusioni, delle porte chiuse e di quelle aperte, dei traguardi e delle nuove corse.
Tenterò piuttosto di andare indietro con la memoria, alla scintilla iniziale, a quello strano Big Bang psichico o spirituale, nella ricerca del ricordo di quel che mi spinse a iniziare a camminare.
Su questa strada piuttosto che su un’altra.

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La formazione dello scrittore, 24 / Enrico Macioci

10 novembre 2014

di Enrico Macioci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

La mia formazione di scrittore si divide in quattro fasi piuttosto nette.

La prima fase va dai sette ai quattordici anni ed è forse la più importante, quella che ha indirizzato e condizionato il seguito nel bene e nel male. Una mattina di febbraio del 1983 nevicava forte. Frequentavo la seconda elementare, la mia classe affacciava su un vicolo che la bufera imbiancò in un amen. La maestra propose di scrivere una poesia sulla neve. Noi alunni ci guardammo perplessi; cos’era una poesia? La maestra ci diede un’ora di tempo o forse due, non ricordo; ciò che ricordo è che allo scadere un solo bambino aveva prodotto una cosiddetta poesia, e quel bambino ero io. Una filastrocca che però conteneva un seme di ritmo e di suono, e qualche timida metafora. Tornai a casa e raccontai l’accaduto consegnando il manoscritto; mio padre, sorpreso e inorgoglito, mi comperò un drago di plastica verde e giallo che conservo ancora. Da lì in avanti, e fino ai tredici anni, scrissi altre trentaquattro poesie più un numero enorme di racconti e romanzi, la maggior parte dei quali non terminati, stipati in decine di quaderni a righe e a quadretti. Leggevo moltissimo e assorbivo lo stile e i contenuti degli autori per poi scimmiottarli; divorai Emilio Salgari, Jules Verne, Francis Hodgson Burnett, Mark Twain, Robert Luis Stevenson ed Edgar Allan Poe; mi sciroppai Pinocchio qualche decina di volte (Pinocchio è un capolavoro della letteratura mondiale, non dimenticatelo mai, specie la scena notturna in cui il gatto e la volpe, avvolti in neri pastrani, braccano il burattino all’uscita dall’osteria del Gambero Rosso); attraversai la fase dell’avventura, quella dell’orrore, quella umoristica e persino quella calcistica (il mio nume tutelare era Gianni Brera). A ben riflettere la produzione in prosa fu sin da allora incomparabilmente più abbondante della produzione in poesia, ma era quest’ultima a suscitare interesse e curiosità. In alcune delle mie poesie c’era in effetti qualcosa di singolare, di troppo precoce, una specie di tristezza matura, un anticipo sui tempi; vinsi dei premi (i premi di poesia per bambini andrebbero aboliti e sostituiti con gare di calci di rigore, o di corsa a ostacoli o di freccette); cominciai a sentire puzza di bruciato. Possedevo un dono bizzarro che si manifestava improvviso e al di fuori del mio controllo, una sorta di lampo o illuminazione indipendente dalla mia volontà, troppo remoto anche per poterlo associare all’istinto; d’un tratto mi sedevo e scrivevo, come sotto dettatura. Questo dono mi regalava attimi brevi ma intensi di felicità – meglio: di rapimento e pienezza, di totale sintonia col mistero chiamato mondo; però allo stesso tempo mi separava dal mondo, dal mondo e dagli amici. Non era vero naturalmente, ma quando mai ciò che è vero ha contato un soldo bucato nelle nostre vite? Conta solo ciò che crediamo, e io credevo con fermezza che la poesia (non il racconto o il romanzo, si badi bene, solo la poesia) scavasse un fossato fra me e i miei coetanei, mi rendesse “diverso” (una parola dubbia e ambigua, una parola limacciosa, una parola che è una palude). In realtà gli amici e le amiche si limitavano a manifestare equanimità, stupore o addirittura ammirazione quando s’imbattevano nei miei versi, ma il mio astio verso il “dono” divenne via via più inflessibile. Da un certo punto in avanti non volli che si parlasse delle mie poesie e ne proibii la circolazione; se qualche parente diffondeva la voce del poeta m’arrabbiavo; staccai dal muro un diploma di merito e lo nascosi sotto il letto, dietro le scatole delle scarpe, nel regno della polvere e dell’oblio; infine, sei giorni dopo aver compiuto quattordici anni, buttai giù l’ultima poesia da bambino e decisi che non avrei più scritto. Fu una risoluzione netta, fredda e consapevole, non certo un capriccio. Ci diedi un taglio con l’affilata lama della vergogna intinta nel veleno del senso di colpa. Non scrissi (e non lessi) più nulla per i successivi tredici anni.

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La formazione dello scrittore, 8 / Alessandro Zaccuri

10 luglio 2014
Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

di Alessandro Zaccuri

[Questo è l’ottavo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Alessandro per la disponibilità. gm]

1.

alessandro_zaccuriL’ultima storia sarebbe questa.
Muore un uomo, si prepara il suo funerale. La malattia è stata lunga, metodica com’era stata la sua esistenza. Il lavoro in banca, la cura perfino eccessiva nell’organizzare le giornate, l’abitudine di arrivare in stazione anche un’ora prima quando c’era da prendere il treno, l’insistenza nel leggere prima le istruzioni, sempre. Mai in ritardo a un appuntamento o a una scadenza.
Quest’uomo ordinato muore, dunque, e si prepara il suo funerale. In un giorno qualunque, a inizio settimana. In un paese di provincia, dove fino ad allora nulla è accaduto. Ma quel giorno, proprio all’altezza della cittadina dove nulla accade, un furgone sbarra l’accesso all’autostrada che da Milano va verso Como, un camion si mette di traverso sulla carreggiata, uomini con il passamontagna scendono, gettano chiodi a tre punte. Impugnano kalashnikov, sparano. Il blindato del portavalori viene assalito e svuotato. Pochi minuti per la rapina del secolo. Pochi minuti per liberare i demoni del caos. I banditi scappano, l’autostrada è bloccata, il blocco dell’autostrada provoca l’effetto domino sulla viabilità della zona, dell’area metropolitana, dell’intera regione. Arrivare al funerale diventa un’impresa. Tutti i contrattempi, tutti i ritardi evitati nel corso di una vita si accumulano in quell’ultimo giorno, in un ingorgo spaventoso e insieme allegro. Inspiegabilmente, meravigliosamente allegro.
Ecco, questa è l’ultima storia che mio padre mi ha raccontato. Non a parole, perché di parlare aveva smesso da anni. Il morto era lui, il funerale era il suo. Quel giorno pioveva, tra l’altro.

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La formazione dello scrittore, 6 / Flavio Villani

26 giugno 2014

di Flavio Villani

[Questo è il sesto articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Flavio per la disponibilità. gm]

flavio_villaniPioveva forte. Di questo sono certo. Ricordo le sensazioni ancora oggi, a distanza di quarant’anni. Mi basta chiudere gli occhi e in un attimo, ecco: la felicità, l’appagamento, il calore del letto, il-libro-stretto-fra-le-mani.
Ricordo bene anche le pagine: un bianco strano, ingiallito, rassicurante, le illustrazioni ricche di dettagli affascinanti da scoprire poco a poco, e per la prima volta niente mamma o papà a leggermi la storia serale, quella di cui avevo bisogno per addormentarmi…

Ma a ripensarci, no, forse non pioveva affatto, e i miei genitori mi spediscono malamente a letto rifiutandosi di leggermi l’ennesima storia alla ormai veneranda età di otto anni. Leggi da solo, mi dicono, ormai hai l’età per farlo.

Morale: dei ricordi non ci si può fidare. Neanche un po’. Questo, per me, è uno dei pochi fatti certi della vita. Troppo labili. Il più delle volte ci si illude. Si ricama. Ci si convince. Ecco che la banale biografia diventa mito.

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