Archivio dell'autore

Come sono fatti certi libri, 4 / “Le amicizie pericolose”, di Choderlos de Laclos

21 luglio 2017

di C. P.

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

L’autore delle Amicizie pericolose (Les liaisons dangereuses) era un ufficiale di artiglieria, appassionato di balistica e conosciuto ai suoi tempi per aver vivacemente stroncato, in uno scritto che avrebbe dovuto essere elogiativo, il concetto difensivo dell’architetto militare Vauban. A parte le Amicizie, di Laclos si conoscono i titoli di solo altri due esperimenti letterari, due testi teatrali composti in gioventù di cui non è rimasta traccia e che pare non siano mai stati rappresentati.

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Come sono fatti certi libri, 3 / “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni

20 luglio 2017

Alessandro Manzoni, in un ritratto giovanile.

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Un paesotto lombardo, circa il 1630 o 1631 o poco dopo. E’ estate, si prende il fresco. Un giovanotto racconta. Gli sono capitate delle avventure. Doveva sposarsi (e ora è sposato: la sua bella moglie è lì, un po’ discosta come è suo solito, un bimbetto ancora minuscolo tra le braccia), un potente delle sue parti (non è originario di lì) aveva chissà come messo gli occhi sulla promessa sposa (non che lei gliene avesse dato lo spunto: era stato un caso), e così il giorno prima del matrimonio il prete, spaventato da due scherani del potente, aveva imbastito su un sacco di scuse per rimandare. E poi: il tentativo di forzare la mano, presentandosi davanti al prete di notte e di sorpresa a proferire le frasi fatidiche (poiché i ministri del matrimonio sono gli sposi, mica lui); gli scherani del potente che si presentano alla casa della promessa, trovandola fortunatamente vuota; la fuga; il ricovero di lei in un monastero, presso una monaca di buona famiglia, una tipa strana; lui invece a Milano, a cercar fortuna, e a cacciarsi invece nei guai; lei dai guai inseguita, invece, rapita e portata in un castellaccio: il cui castellano, peraltro – la Provvidenza! – quell’istessa notte decide di cambiar vita; e poi la peste, la peste (e qui, l’uditorio al completo fa una faccia cupa: tutti hanno perso qualcuno, in quella peste); e finalmente il ritrovarsi, e il ritrovare nel Lazzaretto di Milano proprio quel potente cattivo, e poterlo perdonare, sgravando il cuore dal risentimento e dall’odio – la Provvidenza, ancora – e finalmente èccoci qui, come vedete, l’abbiamo scampata, l’abbiamo scampata bella.

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Come sono fatti certi libri, 2 / “La Vie mode d’emploi”, di Georges Perec

18 luglio 2017

Un disegno di Saul Steinberg.

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Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, seconda parte

14 luglio 2017

di giuliomozzi

[La prima parte]

Una quantità di testi

Cominciamo dunque a parlare di questo romanzo di Giuseppe D’Agata: del romanzo, e non del libro (come abbiamo fatto finora). Per intanto, il riassunto della storia. Grosso modo: il narratore (prima persona) è un aspirante scrittore. Scrive in forma di diario mensile (ci sono dei titoletti: ottobre, novembre…). Ha un amico, Al, che è invece è già uno scrittore “professionista”, avendo pubblicato “un’opera prima matura e tradizionale, un romanzo (sulla Resistenza) dalla struttura solida come un buon cassettone ‘seicento, di stile, ma in versione un po’ campagnola” (p. 10). I nostri due eroi di giorno sono dei “cetomedisti produttivi”, s’incontrano di notte su un cavalcavia (dove il narratore incontra anche, corporalmente, una certa Lina, impiegata), e lì parlano di letteratura. Al ha la tipica crisi dello scrittore-al-secondo-romanzo, ovvero alla prova della maturità. Ciò che scrive non gli piace mai. Fa leggere qualcosa al narratore. I testi che, nei vari incontri, Al fa leggere al narratore sono riportati in corpo minore. Sono abbozzi, inizi, pezzi in mezzo di questo romanzo che Al non riesce a scrivere. Uno è una scaletta. Che cos’hanno che non va, questi scritti? Non sono politicamente a posto (vedi oltre).

Al è uno scrittore del gruppo B. Una nota a p. 9 spiega: “La più recente classificazione sociologica (met. Mal. mod) pone nel gruppo A gli scrittori che risiedono a Milano e a Roma. Il gruppo B comprende quelli residenti negli altri centri e comunque in quelli che raggiungono almeno i 250.000 abitanti. Il resto forma il gruppo C”. Ovviamente il suo desiderio è diventare uno scrittore del gruppo A, ovvero andare a stare a Milano o a Roma. Milano, soprattutto. E, dopo molte esitazioni, lasciando il lavoro e mettendo in gioco tutti i suoi risparmi, andrà a Milano. Da lì manderà notizie sempre positive, salvo suicidarsi a p. 134. A pagina 135 il narratore alla domanda di Lina “Tu hai smesso, invece, non vuoi più fare lo scrittore, è vero?” risponderà: “Credo di sì, Lina”. Dopo il suicidio una ventina di pagine, fino a p. 155, sono occupate dalla trascrizione del “Quaderno di Al”.

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Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, prima parte

14 luglio 2017

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com)]

Anche se non lo sapete, sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata: se non altro perché vi sarà capitato di vedere il film, protagonista Alberto Sordi, Il medico della mutua, tratto dall’omonimo romanzo appunto di D’Agata, o perché vi ricordate qualcosa, magari vagamente, dello sceneggiato Il segno del comando (quello del 1971, il rifacimento del 1992 non fa testo), che aveva tra gli sceneggiatori appunto D’Agata; il quale, ma con comodo, nel 1987, ne ricavò anche un romanzo. Quindi sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata, anche se non sapete di saperlo. Tanto perché sia chiaro che non vi sto parlando di uno di quegli scrittori assurdi che ogni tanto mi piace tirare fuori dal cappello. Se volete saperne di più, c’è un bel sito dedicato a lui, sommario ma preciso: www.giuseppedagata.it.

Vi parlerò dunque di un romanzo che si intitola Il Circolo Otes, svelandovi subito che Otes è acronimo per Operai, Tecnici e Scienziati. Comincerò dai dintorni del romanzo vero e proprio, dal cosiddetto paratesto, perché ci fu un tempo in Italia (il romanzo è del 1966) nel quale era tale la capacità progettuale di certi autori e di certi editori (l’editore di questo romanzo è Feltrinelli), che opera letteraria e quarta di copertina e bandelle e immagine di copertina e segnalibro (alcune collane avevano su un segnalibro quel tipo di testi che noi oggi siamo abituati a trovare nelle bandelle o nelle quarte) finivano col costituire un tutt’uno.

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Il codice del dolore (e la consolazione del gioco)

12 luglio 2017

di Franco Foschi

[Franco è un amico, questo devo premetterlo. E’ uno scrittore bravo ed eclettico, in prosa e in versi, ed è un eccellente pediatra. E ha altre qualità morali, sulle quali qui sorvolo. Ha letto Fiction 2.0 e mi ha mandato questo. gm].

Quanti, tra coloro che scrivono, partono sin dall’inizio ponendosi un obiettivo alto? Quanti, tra questi, hanno la forza, le idee e quel filo di presunzione necessari?

La massima parte degli scrittori, sfogliandoli nelle librerie, mi pare abbia a che fare più che altro col mondo del commercio. L’altra fetta che mi sembra dominante è quella di chi scrive senza tanti perché. Infine, nella “torta” statistica, c’è quella strisciolina esigua, di solito dipinta con un colore intenso perché altrimenti sparirebbe, che appartiene agli scrittori con un perché. I quali con ogni probabilità rifiuterebbero questa nicchia, alcuni magari sarebbero pronti a schermirsi, altri a sostenere una leggerezza che poi i loro testi contraddicono, altri, forse la maggioranza, sceglierebbero il silenzio.

Mozzi ha il talento, la forza, le idee e quel pizzico di presunzione da appartenere agli scrittori con un perché. E che gran perché, nel suo caso. I racconti di questo Fiction 2.0, remake riveduto e corretto di un libro già uscito sedici anni fa, possiedono un piglio, una carica emotiva e una elettricità tali, soprattutto nella prima metà del libro, che ci prendono a spallate lasciandoci barcollanti, stupefatti, ma soprattutto pieni di domande. Il che è una caratteristica di ogni forma d’arte che meriti rispetto. Sì, perché gli argomenti di Mozzi non sono mai light, diciamo così dietetici (per l’anima, ovvio): il suicidio, la malattia della mente, il sesso anche patologico, il disamore, la frustrazione esistenziale… Argomenti che non possono che essere resi sulla pagina se non in maniera provocatoria, violenta: niente di consolatorio, quieto, quella letteratura che ti lascia lì tranquillo a crogiolarti nel nulla, nel vuoto, nello sterile riposo…

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“I plagi” di Daniele Muriano / quarto estratto

6 luglio 2017

di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblico alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il quarto estratto. Il primo estratto è qui. Il secondo è qui. Il terzo è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič].

Sintesi: Alfredo muore mentre il figlio si trova al mare in vacanza. Al suo ritorno Angelo, sconvolto dal senso di colpa, cerca di far luce su quella morte a suo avviso misteriosa. In ogni modo si rifiuta di credere che Alfredo sia morto d’infarto. Nell’irrealtà afosa di una provincia desolata, si costruisce una fortezza d’idee paranoidi e, trovata l’agenda telefonica di Alfredo, decide d’incontrare quelle che verosimilmente furono le amanti di suo padre. Indossa per questo una maschera. Diventa l’investigatore, un personaggio ricavato dalla sua scarsa conoscenza degli stereotipi narrativi da serial televisivo.
Angelo è predisposto a fingersi un altro: è un’abilità che gli ha trasmesso il padre, insieme a una quantità di storie inverosimili che valgono per il figlio la leggenda del genitore mitomane, l’infernale Alfredo.
Convince se stesso e le amanti del padre – tutte prostitute – di essere un investigatore pericoloso e violento, per estorcere loro – in modo più o meno fantasioso, facendo violenza solo su se stesso – le informazioni che gli servono. Alimenta così le proprie teorie del complotto. Le relazioni con le donne del padre acuiscono la sua paranoia facendolo dubitare ad ogni ampiezza di sé.
L’indagine si conclude: Angelo, in uno stato di febbrile allucinazione, vede quella morte direttamente dagli occhi di suo padre. Si vede morire cioè durante la foia di un rapporto orale.
Alfredo ora si sveglia, è risorto.
Ha il corpo di suo figlio Angelo. Ma i ricordi – a quanto dice l’io narrante che dice d’essere Alfredo – sono compromessi. Il narratore è dunque inattendibile.
Questa versione diminuita d’Alfredo dichiara il proprio obiettivo: domandare perdono a tutti quelli cui lui ha procurato dolore in vita. Alfredo è tornato per fare del bene, insomma. Ai vicini di casa. Agli amici. E, soprattutto, alle donne che ha maltrattato inseguendo le sue perverse vocazioni. Alfredo è stato: piccolo truffatore, fotografo artista dalle violente provocazioni e, prima di piombare nella malattia mentale, un personaggio televisivo di nessun rilievo.
E qui abbiamo quest’Alfredo/Angelo – o Angelo/Alfredo – alle prese con la risurrezione, convinto che a morire sia stato suo figlio Angelo. È diretto dall’ex moglie Alice, madre di Angelo.

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Che cos’è il libro “Fiction 2.0” del 2017 e in che cosa è diverso dal libro “Fiction” del 2001

6 luglio 2017

Un certo numero di Giulio Mozzi

di giuliomozzi

Un uomo ha un’intuizione. Comincia a scrivere un romanzo. Scrive con foga, quasi senza pensare, come se una voce gli dettasse da dentro. Ha la sensazione che ciò che sta scrivendo sia bello. Porta i primi capitoli a un suo professore. Il professore legge, è perplesso, fa due controlli, poi meravigliato dice: “Figliolo, ma tu hai semplicemente copiato il Don Chischiotte di Cervantes!”. L’uomo, che non ha mai letto il Don Chisciotte, resta sbalordito.

Questa è la storia, notissima, raccontata da Borges nel racconto intitolato appunto Pierre Menard, autore del “Chisciotte”. Ma non è importante la storia in sé, quanto uno dei possibili significati proposto da Borges: il Don Chisciotte scritto da Cervantes all’inizio del Seicento e quello scritto da Pierre Menard in pieno Novecento, per il solo fatto di essere scritti da autori diversi e in tempi diversi, benché identici parola per parola sono due libri completamente diversi. Il Don Chisciotte cervantino, per dire, non potrà che essere letto alla luce della cultura spagnola del Seicento; quello di Menard alla luce di quella francese del Novecento. Eccetera. Ma vi ho ingannati.

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“Non ho smesso, semmai ho finito”

5 luglio 2017

Nicolò Menniti-Ippolito intervista Giulio Mozzi

[Questo articolo è apparso nei quotidiani Il mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, oggi 5 luglio 2017].

Torna in libreria in questi giorni Fiction, la quarta raccolta di racconti di Giulio Mozzi, che fu pubblicata nel 2001 da Einaudi. Ora, lievemente ritoccata, si intitola Fiction 2.0 ed è edito da Laurana editore, che sta riproponendo tutti i lavori dello scrittore padovano, tributo a un autore che ha precocemente deciso di continuare a occuparsi di libri ma soprattutto dei libri degli altri, considerandosi un ex-scrittore. Cosa rarissima, quasi innaturale. In qualche modo Fiction, che veniva dopo altre tre raccolte di racconti, è stato l’ultima opera autenticamente narrativa di Mozzi.

Quando ha scritto Fiction, era considerasto uno dei maggiori autori italiani di racconti. Ma nel libro sembra esserci la voglia di uscire da una forma classica, di cui tutti la riconoscevano maestro.

Forse si trattava di uscire non da una «forma classica» ma dall’ingenuità. A suo tempo (la prima edizione è del 2001) percepivo Fiction come un libro molto “tecnico”, nel quale gliela facevo vedere io che cosa ero capace di fare: «Dàtemi una prima persona, e vi farò credere qualunque cosa!». E mi pareva un libro molto nitido, molto pulito. Mi accorsi solo molto dopo (ma l’illusione doveva essere forte, perché non se ne accorse in fondo nemmeno l’editore), che sulla nitidezza e pulizia formale prevalevano le follie e i delirii dei personaggi.

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“Petrarca si ritrova anche nell’amore per l’ultimo reietto”

5 luglio 2017

di Giovanni Pacchiano

[Questo articolo è uscito in “Il fatto quotidiano” oggi 5 lugli9o 2017].

Nella produzione della narrativa italiana di oggi Veronica Tomassini risulta un’anomalia. Per il fatto che, mentre buona parte dei suoi colleghi si è buttata su gialli, thriller, horror e simili, inflazionando il mercato di robaccia e spingendoci a rileggere di corsa per l’ennesima volta a mo’ di antidoto l’immenso Ed McBain, lei persegue un suo ostinato petrarchismo di ritorno, tenace nel ricanto dell ‘ossessione d ‘amore, tema incorruttibile del genere umano. Ossessione che trascorre dall’asciuttezza cechoviana di Christiane deve morire (Gaffi, pp. 170, 13,50 euro) al turgore affannoso ed effusivo del Dostoevskji di Povera gente nel recente, bellissimo L’altro addio (Marsilio, pp. 206, 17 euro). Petrarchismo deviato perché rivolto verso un uomo collocato ai margini della società, etilista che dorme all’aperto, mendicante di strada. Un perdente segnato dal destino e infine rassegnato. Proprio perciò è petrarchismo mirabilmente originale, mescolato l’impulso amoroso al lamento di donna dolente che ha imparato «a covare il senso del lutto» e a compiacersene: presa, amata e poi abbandonata con un figlio ma tenacemente legata alla figura dell’amato.

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“Il tentativo (riuscito) di raccontare un buio”

30 giugno 2017

di Edoardo Zambelli

A casa, la sera, Anita mi osservava mentre ripassavo un disegno.
“Mettici più buio” mi disse. “Sporca di più l’intorno, lì.”
“Perché?”
“Perché hai dentro il buio. Mettine un po’.”

Queste battute si riferiscono a un personaggio in particolare, eppure, a ben guardare, potrebbero riferirsi a tutti i personaggi di Nudi come siamo stati, il nuovo romanzo di Ivano Porpora. Non sarebbe infatti sbagliato, a mio avviso, dire che tutto il romanzo è il tentativo (riuscito) di raccontare un buio.
Il buio di Severo, l’uomo malato che è protagonista e voce narrante della prima parte; il buio di Arsène, pittore famoso che di Severo accetta di diventare il maestro (e che ritroveremo anche più avanti, nelle restanti due parti); e infine il buio di Anita, la donna di Severo, figura femminile che oscilla nel buio degli altri due.

“Come sai il nome di mio padre?”
“Lascia spazio ai misteri.”

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“I plagi” di Daniele Muriano / terzo estratto

29 giugno 2017

di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblico alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il terzo estratto. Il primo estratto è qui. Il secondo è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič]

Sintesi: Angelo – trentenne alle prese con l’accudimento di un padre “sregolato” – scopre di ritorno dalle vacanze che suo padre è morto d’infarto. Alfredo è stato, a suo modo, un genitore esemplare: fotografo artista, ingegnoso truffatore, grandioso mitomane.
Nell’afa dei primi d’agosto, guidato dal senso di colpa e dalla paranoia, Angelo ricostruisce gli ultimi momenti di vita del proprio modello. A un certo punto delle peripezie, si trova davanti un estratto conto bancario in cui il padre figura quale intestatario di duecentomila euro (ne mancano all’appello, però, centomila).
C’è che Alfredo ha dato negli ultimi anni un’immagine di sé ai limiti della povertà assoluta. E ha vissuto chiuso in casa tra un ricovero psichiatrico e l’altro. La verità su Alfredo sta quindi altrove. E Angelo la cerca basandosi su prove, a suo dire certe, che riconducono le vicende – e forse anche la morte del padre – ai piani invisibili e occulti della massoneria. Angelo indaga sul coinvolgimento della massoneria, allora, e grazie alla sua fantasia paranoica trova perfetti riscontri.
Recuperata l’agenda personale di Alfredo, Angelo si mette in capo di andare a trovare le donne i cui nomi e numeri telefonici si trovano sotto una voce esplicita. Non le conosce, ma è certo che tra le amanti di suo padre c’è anche la colpevole. La complice dei massoni. La donna che – immagina – era presente nell’ultima fatidica notte, e ha in tutta evidenza rubato il denaro che manca. Parte della sua eredità. E comincia la caccia.
È pronto a smascherare finalmente questa “Signora X”. È guidato dalle sue ossessioni (tra cui la pornografia, che a suo dire contiene il mistero dell’impossibilità di un vero contatto fra corpi). Nella canicola d’agosto si porta dietro vagando il giacchino del padre, e l’inconfessabile desiderio di diventare Alfredo, tra le sue donne.
Il linguaggio di Angelo è sintomo di tutto ciò.

E poi lo sbaglio, il terribile sbaglio fu andare a vivere subito nella casa del padre. Alice, la mamma cercò di farmi ragionare, ma per me era avviata una fase nuova. C’era da scoprire l’identità della Signora X, quella che aveva passato l’ultima notte con il padre, quella che aveva svaligiato il padre non davvero nullatenente ma ricco, quella che sapeva di più sulla sua morte ma probabilmente pure della sua vita. Avrei indagato oh sì.
Inaugurai una unità di crisi. La sala, ripulita delle cartacce come di ogni fonte di distrazione, diventò un vero ufficio. C’era il laptop e c’era tutto l’occorrente. Così sulla porta della sala-ufficio misi affisso questo cartello:

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Una chiacchierata con Ivano Porpora, 3 / Ma perché sempre storie d’artisti?

27 giugno 2017

[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Questa è la terza puntata di un’intervista a puntate. La prima è qui. La seconda è qui].

Ma perché sempre storie d’artisti?

Questa domanda richiederà una risposta lunghissima, articolata in diversi gradi di profondità; li trovo tutti molto interessanti; tieniti pronto.

La prima risposta che mi viene in mente è: Non lo so.

O, meglio: è casualità. In fin dei conti – mi dispiace dover fare sempre così, ma di quello che ho scritto essendo stato bloccato in una situazione editoriale poco comoda già ho detto – ne La conservazione metodica del dolore parlo di un fotografo alle prese con la fotografia e in Nudi come siamo stati di due pittori che ragionano anche sulla pittura, ma in nessun altro libro si ragiona di arte: L’argentino è la storia di una sorta di Cristo che scende al mondo e capisce che solo attraverso il peccato può redimerlo, Tutte queste cose delicate quella di Romolo e Margherita che si amano e sono bloccati nell’amore dal ritardo mentale di lui, il Cacciatore di meduse è la storia di una sorta di cacciatore di taglie lungo il delta del Po… Eccetera. Ce n’è solo uno che parla di un batterista napoletano, ma è fermo da troppo tempo, non so se lo riprenderò; un altro che ragiona di un cantante, ma in realtà è tutto incentrato sul tema della follia, si parla di un dipendente delle Poste Italiane convinto di essere una rockstar.

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“Ogni cuore ha le sue ragioni che gli altri cuori non comprendono”, a cura di Cristiano del Bernardo

26 giugno 2017

di Ennio Bissolati

[Sostiene, Ennio Bissolati, d’essere un bibliofilo. Sostiene anche, e con puntiglio, d’essere spesso l’unico lettore dei libri che recensisce. gm]

Ogni cuore ha delle ragioni che gli altri cuori non comprendonoCordialissimi complimenti, per intanto, al curatore di questa raccolta – di saggi, ma più che di saggi direi di assaggi, e direi anche trivellamenti, auscultazioni, speleologie, spedizioni nel continente misterioso del comportamento umano – che ha avuto il coraggio – o il fegato, si parva licet – di ricicciare, astutamente risemantizzandolo, uno dei motti più celebri e più abusati della storia del pensiero occidentale: conservandone (nello spirito dell’opera, non nel pubblicitario titolo) non solo la prima parte, che così come abitualmente sforbiciata sembra evocare, o addirittura pregiare, un certo vago sentimentalismo – alla francese, ça va sans dire, e quindi non senza una certa qual implicita svenevolezza -, mentre tutt’altro significa: il “cuore”, per Biagio Pascale – che, onomasticamente, se non nasceva a Parigi, veniva benissimo napoletano – è ciò che più arcignamente i pensatori tedeschi chiamarono “intuizione intellettuale”, ossia l’attività originaria con cui il pensiero pone se stesso, e tramite cui, conoscendosi, rende possibile un sapere nel quale consiste propriamente la filosofia stessa. In parole più spicce: se io sono nel mondo, e faccio parte del mondo, avrò ben diritto di pensare che vi sia una qualche coerenza tra la mia mente, e quindi il mio pensiero, e il mondo; e che quindi nel mio stesso approcciarmi mentalmente al mondo vi sia una qualche possibilità di verità. Le categorie a priori, voi dite? Ecco, sì, per esempio, le categorie a priori. Siamo da quelle parti. Poi i filosofi veri ci sbraneranno per imprecisione, ma tanto basta.

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Una chiacchierata con Ivano Porpora, 2 / E veniamo dunque al tema cristologico

25 giugno 2017

giuliomozzi conversa con Ivano Porpora

[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Questa è la seconda puntata di un’intervista a puntate. La prima è qui].

E veniamo dunque al tema cristologico. Non so se a te vada bene chiamarlo così. Arsène, in Nudi come siamo stati, letteralmente prende su di sé il male di Severo. Nella sua bella recensione, Demetrio Paolin ha sostenuto che, a suo avviso, il vero protagonista del romanzo non è Severo ma Arsène: che salva Severo perdendo sé stesso, e perdendo sé stesso si salva. Certo: Arsène non sembra avere la mitezza tradizionalmente associata all’agnello; d’altra parte nemmeno Gesù di Nazareth era particolarmente mite quando addestrava i suoi discepoli o – indifferentemente – i suoi avversari a suon di gesti e parabole provocatori. Che si tratti di strategie retoriche zen (come ha proposto a es. Raul Montanari nel suo Cristo Zen) o di prescrizione del sintomo alla Erickson, si tratta sempre di un approccio aggressivo e, soprattutto, che mette a rischio chi lo esegue.

Mi va benissimo parlare di tema cristologico a un patto: che ci si riferisca al Cristo dei Vangeli e non alle sue attualizzazioni povere, così come al Dio rivelato della Bibbia e non alle sue comparsate barbute, così come alla Madonna sempre dei Vangeli e non ai messaggi insapori su pizzini che vengono da qui e là; e che al contempo, se di Severo parliamo, che gli si anteponga l’aggettivo: povero.

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Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)

23 giugno 2017

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“I plagi”, di Daniele Muriano / secondo estratto

22 giugno 2017

di Daniele Muriano

[Daniele Muriano, nel corso di una Bottega di narrazione, ha scritto un notevole – secondo me – romanzo che, dopo un po’ di esitazioni, ora ha il titolo provvisoriamente definitivo – e comunque assai azzeccato – di I plagi. Ne pubblicherò alcuni estratti in vibrisse, nella speranza di suscitare l’interesse di qualche editore. Questo è il secondo estratto: si tratta dell’inizio della seconda parte. Il primo estratto è qui. L’immagine “di copertina” è un’opera di Kazimir Severinovič Malevič]

Sintesi: Angelo, trentenne oppresso da una certa fatica esistenziale, va al mare per dimenticarsi completamente. Si lascia alle spalle il padre, Alfredo, malato psichiatrico momentaneamente accudito dal badante. A Viareggio, forte della solitudine, vive sei giorni di eccessi. Cercando in ogni modo di dimenticarsi, si unisce a un gruppo di adolescenti (tra cui la bella Manuela) con cui compie una serie di nequizie a suo dire eclatanti. Piccoli furti, spaccio di droghe leggere, rapporti sessuali in serie, molte azioni immaginarie. Riesce in tutto questo a essere altro da sé. Ma la sua vita gli ritorna addosso in un istante, nel viaggio di ritorno. Al sesto giorno di irraggiungibilità telefonica, accende il cellulare. Scopre che il padre è morto in sua assenza. Il treno sta entrando ora nella stazione centrale di Milano. (Tra le persone che assistono al cedimento, due cinesi dall’aspetto perturbante).

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Le buste-sorpresa di “Fiction 2.0”

16 giugno 2017

di giuliomozzi

Come per l’uscita di Favole del morire mi divertii a proporre un’offerta da favola, così per l’uscita di Fiction 2.0 propongo le buste-sorpresa.

Per ottenere una busta-sorpresa di Fiction 2.0 bisogna:

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“I plagi”, di Daniele Muriano / primo estratto

15 giugno 2017

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Una chiacchierata con Ivano Porpora, 1 / Il creatore di universi

14 giugno 2017

giuliomozzi conversa con Ivano Porpora

[Al romanzo di Ivano Porpora Nudi come siamo stati, da poco apparso per Marsilio, tengo particolarmente. Inizio oggi un’intervista a puntate].

Il co-protagonista di Nudi come siamo stati (Marsilio 2017), Severo, appare per un attimo – un cameo, potremmo dire – nel romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012). Altri personaggi comuni a questo e a quello attraversano la scena. Il territorio comunque è quello: Viadana, vicino al Po (con una puntata a Collobrières, Provenza). Nel terzo romanzo – al momento intitolato L’argentino, già completamente scritto – si torna a Collobrières, e il lettore reincontrerà personaggi già a lui noti e scoprirà frammenti per ora sconosciuti della loro vita. E’ come se, Ivano, tu lavorassi da tempo a un immaginario unico, compatto, e popolatissimo.

Unico, compatto e popolatissimo.

Il lavoro più duro non è stato, paradossalmente, né quello sulla unicità né quello sulla, diciamola così, popolazione.

Anzi. I personaggi sono venuti fuori a grappoli, ne so il nome, ne conosco le storie; mi aiuta tanto sapere chi sono perché so da dove vengono, cos’hanno vissuto, in libri precedenti o successivi ne racconto la storia. Molto meglio che le schede dei personaggi: non ho mai fatto una scheda personaggio, per me la scheda personaggio è la storia che ha vissuto, possibilmente depurata dai suoi pensieri, mi dice chi è. Paradossalmente questo succede più ai personaggi che chiamerei fuori fuoco nella storia – dirli comparse mi risulta offensivo, le comparse si prendono il cestino e qualche spicciolo, non è il caso dei miei personaggi, loro non prendono l’elemosina -; Benito de La conservazione è lì, gli voglio bene ma non ho voglia di raccontarlo, Severo e Anita e Arsène sono detti, sono altri, quelli che non sono stati protagonisti, che stanno saltando fuori.

Ti faccio qualche esempio.

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