Archivio dell'autore

Tereza a Tomáš (Lettere delle eroine, 11)

8 agosto 2016

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di Cristian Miotto

[Le regole del gioco].

Tomáš,

e già – adesso che sono solamente voce e pulviscolo di luce e questa lettera non è niente altro che voce e ti arriverà a folate, con il vento – già, anche adesso che tu non puoi vedermi (il tuo sguardo!) né io posso vederti, io non dico la parola, quella che per un attimo solo mi era parso adesso di poter articolare al posto di Tomáš, una parola che non ti ho mai detto e che tu mi hai detto – tante volte, anche troppe volte – la parola che non a te, non davanti a te, ma dentro di me forse ho pensato che potevo dire quando ti ho guardato quel giorno che lavoravi sul tuo camion e per la prima volta ti avevo visto vecchio, quando tu però – vecchio ormai e relegato in un villaggio di campagna – tu non eri più tu, Thomàs, e allora io non ero più io, e né io né te eravamo più quelli della nostra storia – la parola che tu potevi dire io no, Thomas, la parola amore.

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Homilophilia (ultimo estratto dal Sommario semiesauriente delle maialate)

8 agosto 2016

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di Eusebio Gnirro

Che gli italiani siano un popolo di chiacchieroni è una nozione proverbiale; così come è altrettanto risaputo che tale caratteristica li accomuna alla maggior parte delle popolazioni dell’area mediterranea. In molti attribuiscono questa deriva verbale, contermine alla logorrea, al sole e a una spiccata propensione alla socializzazione, ma si tratta di una brutale semplificazione che non fa onore a chi l’adotta; se si pondera con maggiore accuratezza la questione, emergono ipotesi più avvincenti su quale sia la ragione che ha spinto, e ancora incalza, i popoli nati nella culla della civiltà: la stessa culla, per inciso, dove hanno preso vita le tre religioni monoteiste, a comunicare incessantemente.

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Zazie al metrò (Lettere delle eroine, 10)

7 agosto 2016

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Rosa scrive al Piccolo Principe (Lettere delle eroine, 9)

5 agosto 2016

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“Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare”, di Iginio Montile

4 agosto 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

calzavaraPresento anzitutto le mie scuse alle gentili lettrici e ai cortesi lettori di vibrisse: la bibliofilia, come ben sa lo Gnirro (per quanto, prudentemente, si astenga dallo scriverne), non è professione ma passione; e talvolta dalle passioni la professione, per motivi professionali ovvero economici e alimentari, indebitamente – ovvero per evitar di far debiti – distoglie. Comunque: èccomi qua, di bel nuovo tornato dal Brasile, ove mi recai in qualità di consulente di una società di formazione di formatori di operatori addetti alla messa in opera di zanzariere avvolgibili – potete facilmente immaginare, in questi tempi olimpiàdici, l’incremento della domanda e la frenesia dell’offerta. Dunque rientro, e mi ritrovo tra la posta – sollecitamente depositata dal postino presso il salone di estetica Bulli & Pupe, sotto casa – questo tomino (in senso voluminoso, non caseario) intitolato Storia di un’upupa e dell’uomo che le insegnò a upupare, dovuto alla spregevole penna di Iginio Montile. Spregevole, dico: e so il fatto mio.

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Psychrophilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

4 agosto 2016

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di Eusebio Gnirro

Se vivessimo in un mondo meno affetto da dinamiche irrazionali e in cui gli impulsi suicidali pertenessero ai singoli individui lasciandone indenne la collettività, gli effetti dell’uso abnorme e indiscriminato dei caloriferi domestici sulla qualità dell’aria e, più in generale, sul surriscaldamento del pianeta, dovrebbero indurci a promuovere la psychrophilia, che consiste nel provare eccitazione sessuale per il freddo, a pratica encomiabile, meritevole d’essere sovvenzionata dai governi, propagandata nelle chiese, fatta propria dalle associazioni ambientaliste, d’essere insomma sostenuta a spada tratta da tutti coloro che per mandato del popolo, missione divina o scelta personale caldeggino la salvaguardia della vita sulla Terra, fino a quando non sarà possibile colonizzarne un’altra. Apparirà paradossale, se non aberrante, che proprio il freddo, associato nell’immaginario universale alla rigidità, al buio, alla desolazione e alla morte, possa assurgere a fattore propizio per la sopravvivenza della specie, ma tant’è: viviamo tempi enigmatici e perversi, dove qualsiasi residuo dell’antico senso scade in controsensi che lasciano attoniti e, in questo specifico caso, intirizziti.

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Andromaca a Ettore (Lettere delle eroine, 8)

3 agosto 2016
La Luna è piccola, ma si vede

La Luna è piccola, ma si vede

di Maria Matteacci

[Le regole del gioco].

Per chi saranno, ora, le bianche braccia,
per chi la bella chioma cresciuta sotto la Placo selvosa?
Ho colto la Luna sopra le mura stanotte,
la sua eterna solitudine,
il suo altero pallore.
E dall’animo tenebroso lo struggente torpore m’ha detto:
so la tua forza
e non c’è limite alla sua grandezza
e non c’è limite al tuo dolore.

Clorinda a Tancredi (Lettere delle eroine, 7)

2 agosto 2016
Dal film "Priscilla, la regina del deserto"

Dal film “Priscilla, la regina del deserto”

di Attanasio Grunto

[Le regole del gioco].

O congiunzione d’astri, o scritto fato,
o volontà di nume, o forse nulla:
non so chi fu a decidere il mio stato,
cuore virile in corpo di fanciulla.
Pure, se tal motore mi fu dato,
mi fe’ diversa già fin dalla culla:
figlia di pelle bianca e madre nera,
ebbi per balia una selvaggia fiera.

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Rhytiphilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

1 agosto 2016

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di Eusebio Gnirro

C’è un’espressione, abusata con riferimento agli uomini e alle donne adusi a rimanere impassibili nelle circostanze più scabrose, che meglio d’ogni altra riesce a connotare i volti che, a dispetto dell’esistenza di oltre venti muscoli facciali deputati al controllo della mimica: dal corrugatore del sopracciglio al depressore del labbro inferiore, insistono, accada quel che accada, a non fare una piega.

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Emma Bovary a Rodolphe (Lettere delle eroine, 6)

1 agosto 2016

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“Il racconto di una lacerazione immedicabile richiede sobrietà”

31 luglio 2016

di Filippo La Porta

[Questo articolo di Filippo La Porta è apparso nel “Domenicale”, supplemento de “Il Sole/24 ore”, oggi 31 luglio 2016].

7228419_1572657Il quinto romanzo di Laura Pugno, La ragazza selvaggia, fa pensare a certi racconti dello splendido filone non horror di Stephen King, lì dove il perturbante agita il lettore mostrandogli la domestica familiarità dell’estraneo, l’oscurità impenetrabile che circonda il perimetro della razionalità. La giovane biologa Tessa, custode della riserva protetta di Stellaria – un progetto fallito per mancanza di fondi – «aprì la porta sul buio del bosco…». E così ritrova la ventenne Dasha, sparita nel bosco quando era bambina: il corpo pieno di ferite e cicatrici, l’odore di selvatico, un flebile mugolio. Di lì ricostruiamo l’intera vicenda, fitta di personaggi (suggerisco di fare uno specchietto nell’ultima pagina) e storie secondarie: Dasha e la sorella gemella sono state adottate in Ucraina dai coniugi Held, Giorgio e Agnese, poi Dasha sparisce nel bosco e Nina resta in coma per un incidente; Nicola, figlio dei Varriale, trascorre gli anni dell’infanzia con loro e si iscrive all’università – Economia – insieme a Nina; con lui Tessa, a sua volta cresciuta orfana, sotto la protezione della zia Sagitta, intreccia una relazione sentimentale e tenta – vanamente – di sbrogliare quella che sembra la matassa di una oscura maledizione.

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Katerina Ivanovna a Ivan Karamazov (Lettere delle eroine, 5)

31 luglio 2016

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di Davide Di Finizio

[Le regole del gioco].

Caro Ivan,

lo sai quanto ti voglio bene. Eppure, ti confesso che da quando ti sei messo a parlare col Diavolo, un po’ mi spaventi. Certo, lo so che la tua è un’intelligenza superiore, che con la tua profondità intellettuale ti sei dibattuto in questioni veramente ardue, come l’esistenza di Dio o l’immortalità dell’anima; però, vedi, una ragazza alla mia età vorrebbe pure divertirsi, uscire, fare un po’ di vita notturna, e invece tu, sempre dietro ai tuoi interrogativi filosofici, mi costringi a stare chiusa in casa con te, a non vedere gente, a scervellarmi sui tribunali ecclesiastici, sul Cataclisma geologico, sul Grande Inquisitore (a proposito, non te la prendere se te lo dico, ma non ci ho capito niente in quella storia, ma insomma tu da che parte stai? da quella di Gesù o da quella dell’Inquisitore?).

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Knismolagnia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

28 luglio 2016

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di Eusebio Gnirro

Se oggi siete adulti non è avventato ipotizzare che un tempo siate stati bambini.

Potreste addirittura essere stati bambini felici, sebbene non è detto che di questo abbiate memoria; cionondimeno, non ricordarlo non significa che non lo siate stati comunque. Qualcuno degli adulti che vi hanno accompagnato nella crescita potrebbe fornire elementi utili alla ricostruzione, ma non escluderei che se costui affermasse perentoriamente che siete stati felici finireste per sospettare che si tratti di un adulto reo d’avervi inflitto qualcosa di doloroso, il quale sostenga l’esatto opposto per scagionarsi. Nel caso la vostra smemoratezza sia aggravata da resistenze inconsce che vi impediscono di ricordare ciò che dovreste ricordare, perché non sottoporvi a una serie di sedute d’ipnosi in grado di scardinare i meccanismi oppositivi e mettervi in contatto con i livelli profondi della vostra ritentiva? Se così faceste state pur certi che a fine trattamento recuperereste almeno un episodio della vostra infanzia in cui siete entrati in contatto con qualcosa che assomiglia all’idea di felicità che adesso perseguite invano, senza riconoscere come essa sia nata in voi durante un momento di assoluta, anche se magari irripetibile, gioia infantile. Potrei dirvi subito a cosa mi riferisco, ma vi priverei del piacere di scoprirlo da soli.

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D’annata

26 luglio 2016
Maggio 1999 (clicca)

Maggio 1999 (clicca)

Nuovi esercizi, 7

23 luglio 2016

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Isabel Archer a Caspar Goodwood (Lettere delle eroine, 4)

22 luglio 2016
L'uomo è Henry James. L'artista è John Singer. La frase è nota.

L’uomo è Henry James. L’artista è John Singer.
La frase è nota.

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Riflessione gigantesca su un testo futile (ovvero: le “regole interne” del testo e la “volontà di dire” dell’autore)

21 luglio 2016
Julia Margaret Cameron, Annunciazione, stampa in albumina, 1868, Royal Photographic Society, Bath

Julia Margaret Cameron, Annunciazione, stampa in albumina, 1868, Royal Photographic Society, Bath

di giuliomozzi

Questo articolo è stato suggerito da uno scambio di battute con l’autrice di una delle Lettere delle eroine in corso di pubblicazione qui in vibrisse. Riflettevamo sul fatto che, a volte, produciamo dei testi nei quali, più che la volontà di dire una determinata cosa, sembrano dominare le regole interne al testo. Col risultato che si finisce (o si rischia di finire) col “dire” qualcosa in cui stentiamo a riconoscerci, e di cui stentiamo a prenderci la responsabilità.

A me la cosa sembra (intuitivamente) molto chiara; e non me ne faccio un problema. Se non altro perché nella quasi totalità dei casi, almeno nella mia pratica, le eventuali “regole interne al testo” sono di mia invenzione (o sono regole inventate da altri alle quali ho dato libera adesione: il che è lo stesso). Qualunque cosa il testo finisca col dire, è il risultato di una mia azione. Che la mia autoconsaspevolezza sia talvolta difettiva, non mi pare faccia grande differenza (che io sia o non sia consapevole di star mangiando una mela, una volta che l’avrò mangiata la mela sarà stata mangiata, e da me). Il testo è là, è un significante dotato di una sua autonomia, ma non farò mai finta di non essere stato io a comporlo (e, tendenzialmente, darei credito più al testo composto che a una mia improvvisata testimonianza o labile autocoscienza).

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Merinthophilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

21 luglio 2016

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di Eusebio Gnirro

Escogitata da Ulisse nel suo viaggio di ritorno verso Itaca, la merinthophilia consiste nell’eccitarsi per la circostanza d’essere legati. La versione originale non è alla portata di chiunque perché presuppone di disporre di un’imbarcazione dotata di un cospicuo albero maestro e un impianto stereo capace di diffondere musiche celestiali ai quattro venti, spingersi in mare aperto, assoldare un branco di fotomodelle disposte a nuotare nude a diverse miglia dalla costa; tuttavia, con un po’ di spirito d’adattamento, si può ripiegare su una piccola deriva che permetta di ammanettarsi al boma e arruolare una volenterosa bidella bisognosa d’arrotondare, affinché rimanga a galla grazie a un costume gonfiabile che la trasformi in una creatura mitologica per metà bidella e per metà alalonga. Tra i due estremi c’è un mondo, anzi un oceano, nel quale navigare con spirito da ulisside senza ricalcare pedissequamente il dodicesimo libro che lo vede protagonista. Un vincolo soltanto rimane imprescindibile: la presenza di vincoli saldi e inesorabili sotto forma di lacci e laccioli che serrino i polsi, le caviglie, il corpo tutto.

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La signorina Felicita all’Avvocato (Lettere delle eroine, 3)

20 luglio 2016
Vill'Amarena, teatro degli amori dell'Avvocato e della Signorina Felicita

Vill’Amarena, teatro degli amori dell’Avvocato e della signorina Felicita

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Eva Kant all’uomo noto come Diabolik (Lettere delle eroine, 2)

19 luglio 2016
Eva Kant

Eva Kant

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