Archivio dell'autore

Favole in musica

9 febbraio 2015
Clicca per ascoltare Operetta di giugno: musica di Massimo Biasioni, testo di Giulio Mozzi

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Esiste

6 febbraio 2015
Dal 19 febbraio in libreria

Dal 19 febbraio in libreria

Una giornata sul racconto (Bergamo, 16 febbraio)

5 febbraio 2015
J. W. Waterhouse, A Tale from Decameron (clicca sull'allegra brigata se vuoi leggere il programma della Giornata sul racconto che si svolgerà lunedì 16 febbraio 2015 presso l'Università di Bergamo)

J. W. Waterhouse, A Tale from Decameron (clicca sull’allegra brigata se vuoi leggere il programma della Giornata sul racconto che si svolgerà lunedì 16 febbraio 2015 presso l’Università di Bergamo)

Dieci avvertenze per chi spera che il suo blog sia notato da qualche pezzo grosso dell’editoria

4 febbraio 2015
Una tipica blogger di campagna

Una tipica blogger di campagna

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 11 / Emanuela Scicchitano

4 febbraio 2015

di Emanuela Scicchitano

[Questo è l’undicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Emanuela per la disponibilità. gm]

Emanuela_ScicchitanoSono cresciuta dentro una biblioteca di ciliegio, divisa fra pannelli chiusi e varchi aperti che si alternavano fra loro in un gioco di pieni e vuoti, fra i quali mi perdevo. Puntualmente alla ricerca di un libro che fosse sempre più nascosto e impolverato di quello che la mia mano riusciva a raggiungere. Quale fosse l’ordine per cui un libro potesse essere disposto e disponibile sullo scaffale a vista o adagiato e dormiente nella pancia di quella libreria ancora mi sfugge. E i cambiamenti che i libri hanno subito nel tempo fra traslochi, dismissioni e acquisizioni mi hanno sempre depistata, fin quando non sono stata abbastanza matura per far miei i libri attraverso alcuni adolescenziali criteri di sistemazione: tutti basati su istintive modalità di abbinamento, che nessun sistema Dewey tiene in conto. Una volta affinate, non permisi più a nessuno di metterle in discussione: mi erano costate anni di ripensamenti ed esplorazioni, tutte elaborate dal mio punto di osservazione privilegiato: la neoclassica poltrona di pelle punzonata che fiancheggiava la libreria e mi permetteva di vivere, lì seduta, le mie pigre avventure di pensiero di bambina molto lettrice e poco saltellante. Eppure ero contenta di avere ciò che allora mi bastava: mi bastava stare in compagnia di me stessa e dei miei libri: ovvero, dei libri che mia madre, insegnante di italiano, aveva accumulato nel suo tempo. Ma anche nelle case altrui cercavo i miei libri: mia nonna li teneva accatastati dietro al divano del suo soggiorno e cercavo sempre di acquisirli a me. Tutte queste letture, bulimiche e poco consapevoli, me le tengo dentro come l’odore di cuoio della poltrona di casa mia o del sugo caldo di pomodoro che mia nonna mi faceva assaggiare, prima di condirci la pasta, mentre leggevo i libri che, a casa sua, i figli avevano deposto nel tempo.

Sì, sono stata una bambina “poco uscita”: me lo ricorda, ridendo, il mio fidanzato, anche lui insegnante, che ha trascorso la sua adolescenza in un’isola del Mediterraneo simile a quella di Arturo. Ma io gli inseguimenti sugli scogli o la noia della pesca non li ho vissuti uscendo, ma solo entrando in un libro che me la raccontasse. L’isola di Arturo della Morante, appunto. Ma non rimpiango l’essere “poco uscita”: ci rido sopra con nostalgia e consolidata abitudine. E con lo sguardo retrospettivo di chi, poi, è diventato insegnante di lettere e si è ritrovata un deposito di letture a cui attingere e con cui confrontarsi. A volte, molto aspramente.

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La formazione del fumettista, 13 / Andrea Cascioli

3 febbraio 2015

di Andrea Cascioli

[Questa è la tredicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Andrea per la disponibilità. gm].

Andrea_CascioliMi contatta Matteo Bussola.
Dice che vorrebbe un mio scritto, mi manda un link perché veda di che si tratta.
Sostanzialmente mi chiede di dire cosa è importante in questo lavoro, ovvero cosa è importante PER ME.
La forma mentis, è importante.
Non sentirsi bravi, è importante.
La narrazione, è importante.
Un fumettista, come uno sceneggiatore, come un regista, come un attore, è al servizio della storia.
Non dell’Arte, non dell’applauso, non del proprio ego; della storia da raccontare.
Non ci sarebbe bisogno di scrivere altro, il mio intervento potrebbe finire qui.
Bussola però non sarebbe contento di questo ermetismo, e poi Fabio Celoni ha scritto molto di più.
Ti credo, Fabio Celoni è molto più bravo di me.
Ho imparato moltissimo guardando certi suoi disegni.
Ecco, per esempio, se io fossi convinto di essere più bravo degli altri non riuscirei ad imparare da loro.
Avere una certa consapevolezza circa i propri limiti è un trucco per migliorarsi.
La certezza matematica di essere perfettibile non è un legame, è una fionda, ti catapulta in uno stato di perenne capacità d’apprendimento.
Ti lancia lontano, dove da solo non saresti arrivato.
È la gioia di imparare da tutto e da tutti.
I presuntuosi, poveretti, non ce l’hanno, e continuano a dibattersi in una pozzanghera autoreferenziale ripetendosi a gran voce “io sono un Artista, non vengo abbastanza apprezzato”.
In questo modo non crescono, si nutrono del loro stesso sapere e di nient’altro.
Il mondo dei fumetti ne è pieno.
Anche senza fumetti, il mondo ne è pieno.

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Waiting for “Favole del morire”

29 gennaio 2015

Clicca per leggere l’estratto da “Favole del morire”

La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti

28 gennaio 2015

di Daniela Grandinetti

[Questo è il decimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Daniela per la disponibilità. gm]

daniela_grandinettiNe La lingua salvata Elias Canetti dice che “la diversità degli insegnanti è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita”. Questa rubrica lo dimostra.
Non sono frequenti le occasioni per raccontare le esperienze, i dubbi, le scelte che accompagnano il viaggio di un insegnante – tra entusiasmi e frustrazioni – quindi ben venga questa occasione che può servire, in primis, a chi scrive, come momento di riflessione, “un fare il punto”.
Si sente dire che la scuola è rimasta forse l’unica agenzia culturale a difendere l’ultimo baluardo di formazione, oggi che gli adolescenti spesso non hanno significative esperienze di vita associata ispirata a un ideale o a uno stile di vita. Le forme associative più diffuse sono quelle legate alla pratica di uno sport, quando praticato, né più oratori né politica; è quindi forse vero che la scuola ha questo ruolo più che in passato.
Io appartengo alla schiera di insegnanti che ancora crede nel ruolo educativo della scuola. Mi sono formata alla scuola della letteratura più che della pedagogia.
Sono stata un’adolescente inquieta e curiosa, nata in un piccolo centro in provincia di Catanzaro, dove sono cresciuta a pane musica e cinema e dove con un piccolo gruppo facevo teatro. Ricordo ancora una sera nel teatro della nostra città uno spettacolo che scandalizzò la platea: era l’Antigone del Living Theater, una di quelle esperienze che ti indicano la strada per capire che respiro vuoi seguire.
Ho frequentato il liceo classico e quando mi sono iscritta all’università avevo in testa una sola cosa: non volevo insegnare, quindi ho scelto Lingue. Ero una studentessa fuori sede a Firenze con grandi aspettative, ma l’esperienza universitaria in parte è stata deludente, contrassegnata da un grande confusione e, poiché non ero sicura di ciò che avrei voluto fare, ho fatto ciò che mi piaceva fare. Mi sono iscritta ai corsi di inglese e russo più per studiare la letteratura che non la lingua, ho cominciato a dare esami in libertà (allora i piani di studio lo permettevano con i cosiddetti esami facoltativi) passando per estetica, storia del cinema, storia del teatro, storia del giornalismo e così via. Strada facendo però ho capito che le lingue non erano la mia strada, anche se poi le ho imparate, e mi sono laureata in Lettere. Da sempre sono stata una lettrice onnivora, appassionata di cinema, musica, teatro, scrittura, ma anche sport (soprattutto atletica) e danza, da quella tribale a quella contemporanea.

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La formazione del fumettista, 12 / Flaviano Armentaro

27 gennaio 2015

di Flaviano Armentaro

[Questa è la dodicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Flaviano per la disponibilità. gm].

FlavianoArmentaroLa mia formazione alle tecniche del fumetto è partita molto tardi.
Sono nato in una famiglia di pescatori salentini, la mia infanzia è passata tra andare in mare, imparare ad aprire una cozza senza farsi saltare via una falange e togliersi le spine dei ricci da diversi strati sotto pelle. Il destino sarebbe stato brillante se avesse fatto passare sotto il mio naso un Corto Maltese, galvanizzato forse avrei passato la vita a solcare gli oceani. Ma non fu quello che accadde.
Per fortuna uno dei miei zii, quello più svitato, ha sempre abiurato il mare. Lavorava allo stadio e a un certo punto mi chiese perché non andassi a rimpiazzare il ragazzo che spaccava i panini, venuto a mancare da poco. Accettai.
Lo stadio, che non poteva avere nome diverso da “Via del Mare”, era un posto abbastanza chiassoso. Se lavoravi non avevi il tempo di goderti le partite e quando potevi eri comunque sull’ultimo anello. Lassù, la gente si portava la radiolina per poter avere, unendo audio e un offuscato video, un’idea congrua di quanto stava accadendo in campo. L’esperienza durò poco, lo zio svitato decise di trasferirsi al nord, chiesi alla mia famiglia se avessi potuto seguirlo.
La risposta fu sì ma niente più stadi, solo scuola.

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Semaforo verde

25 gennaio 2015
Questo non è un semaforo (cliccare)

Questo non è un semaforo (cliccare)

Come un lavoro

23 gennaio 2015

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 5 / Antonella Cilento

22 gennaio 2015

di Antonella Cilento

[Chi volesse proporsi per la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di scrittura creativa – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Antonella per la disponibilità. gm]

antonella_cilentoSono ormai trascorsi ventidue anni dalla prima lezione di scrittura che tenni nell’asilo di Esperimento 20, a Napoli, come attività sperimentale parallela alla formazione che facevamo, una ventina di persone di varia età, da ormai sei anni nel sottoscala dell’asilo reichiano.
Avevo iniziato quando ne avevo grosso modo diciannove, l’associazione si chiamava La Bottega del Liocorno, il progetto Teatro dell’Anima. Alla prima lezione, per coincidenza il giorno del mio compleanno, eravamo in sei. Una delle allieve di allora, Laura, sarebbe rimasta un’amica per tutti gli anni a venire e, a un certo punto, avrebbe fatto anche da ufficio stampa alle mie iniziative.
E fra le allieve, per paradosso, c’era anche la mia prima insegnante di scrittura creativa (e l’unica, essendo nel 1993 la questione letteralmente agli albori e avendo io mancato, ahimè, alcune lezioni, pochissime prima di morire, tenute a Napoli da Domenico Rea), ovvero Gabriella Ventrella, con cui avevamo seguito, anche lì in pochissimi, un corso durato alcuni incontri.
Nel 1993 l’unica scuola di scrittura già esistente in Italia era Omero a Roma – e a anche lì, un giorno, andai con un mio allievo di allora a seguire una lezione. E prima ancora c’erano state, purtroppo lontanissime per le mie finanze ai tempi, le magnifiche e indimenticabili lezioni di Giuseppe Pontiggia, che si trovano in parte registrate per Radio Tre e che ancor oggi mi sembrano il non plus ultra dell’insegnamento della scrittura e vado a riascoltare quando devo imparare qualcosa di nuovo.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea

21 gennaio 2015

di Sergio Pasquandrea

[Questo è il nono articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

Sergio_PasquandreaNon è che io abbia scelto di fare l’insegnante di lettere. È proprio che, ripensandoci, mi chiedo: ma che cos’altro sarei potuto diventare, nella vita?
A quattro anni, leggevo le favole a mio nonno. Sì, io a lui. E no, non sapevo leggere: avevo imparato a memoria tutti i libri che c’erano in casa, compresi i punti in cui bisognava voltare pagina. L’imitazione era perfetta, tranne quando non c’erano le figure, perché allora, mancandomi i riferimenti, correvo il rischio di tenere il libro a rovescio.

Ricordo poco della materna, e quel poco ha scarsa rilevanza didattica; avevo due maestre: una di cui non ricordo il nome, alta e altera, un’altra che si chiamava Ines, piccoletta e sempre sorridente.
Alle elementari ebbi una maestra bravissima: Vilma Porporino, che il cielo l’abbia in gloria. Coniugata Zaza, e coniugata a scuola, nel senso che anche il marito era un maestro (i maestri elementari, specie ormai estinta in tempi di assoluto predominio didattico femminile). La scuola era un edificio umbertino, al piano di sopra c’era la sezione delle medie dove insegnava mia madre. Sì, sono figlio d’arte, anche se figlio deviato perché lei ha insegnato per trent’anni matematica e scienze.
Delle medie ricordo poco o nulla, chissà perché, e anche qui quel poco non ha rilevanza per la mia futura professione. Però ricordo i testi di narrativa di tutti e tre gli anni: in prima Sussi e Biribissi di Collodi nipote, in seconda Il ragazzo rapito di Stevenson e in terza Il Gattopardo. Il secondo e il terzo, li annovererei ancor oggi fra i libri della mia vita.
A parte questo, a tredici o quattordici anni avevo fatto fuori tutto ciò che di leggibile c’era in casa, e posso assicurare che ce n’era parecchio. Cominciai ad accumulare libri, più di quanti riuscissi a leggerne. Non ho ancora smesso.

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La formazione del fumettista, 11 / Sergio Ponchione

20 gennaio 2015

di Sergio Ponchione

[Questa è l’undicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Sergio per la disponibilità. gm].

sergio_ponchioneStrrrrraaap.
Forse per una lite, mia madre mi aveva appena strappato in due una copia del Corriere dei piccoli. Piansi così forte che per farmi smettere fu costretta a riattaccarlo pagina per pagina con il nastro adesivo.
Avevo solo tre o quattro anni, e forse basterebbe questo per dare l’idea di quali fossero già allora i miei sentimenti verso i fumetti, seppure solo sfogliati.
Alle elementari imparai a leggerli e decisi che da grande li avrei anche fatti. Come, non ne avevo idea. Ma meglio prenotarsi subito.
Vuoi dire che con tutto quello che ancora non conoscevi della vita decidesti il tuo futuro già allora? Sì. Avevo le idee chiare. Sempre avute.
Mi piaceva disegnare e in realtà i fumetti li facevo già sui quaderni dei compiti. Li ho ancora.
Ma il pensiero di farli professionalmente da grande era quasi da convulsioni. Non desideravo altro.
Quindi pronti e partenza via con tanti, tanti anni da lettore innamorato e felice, quotidiani pellegrinaggi all’edicola, librerie colonizzate, disegni maldestri, sogni ad occhi aperti, disegni decenti, pensieri a nuvoletta, disegni belli.
E nello stretto spazio bianco fra le vignette, il resto della vita.
Ma sullo sfondo sempre quel pensiero.
Così, quando il 29 febbraio 2000 uscì in edicola il mio primo vero lungo lavoro da professionista, l’inchiostrazione di un albo Bonelli, lessi il mio nome nel colophon degli autori e il mio cervello venticinquenne si strappò esattamente come quel vecchio numero del Corriere dei piccoli.

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Cosa e come insegnare a scuola / E noi celametiamo tutta

19 gennaio 2015

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Il secondo comandamento

19 gennaio 2015

di Raffaele Alberto Ventura

[Questo articolo è apparso l’11 gennaio scorso in Le parole e le cose.]

[…] Sicuramente sbaglia sotto vari aspetti chi afferma che i giornalisti [di Charlie Hebdo] «se la sono cercata», dando un giudizio morale che rischia di giustificare ex post l’azione dei terroristi. Anche Gesù Cristo «se l’è cercata»; qualunque persona che muoia in battaglia, invece di starsene tranquillamente a casa, «se l’è cercata». È un modo scorretto di porre la questione. C’è molto eroismo nel comportamento di Charb, ma questo non significa che dobbiamo condividere la sua battaglia. Un martirio non dovrebbe rendere giusta la propria causa per virtù retroattiva: se crediamo che le idee di Charlie fossero sbagliate e i loro «atti linguistici» pericolosi, se lo abbiamo detto e ripetuto più volte negli anni scorsi, dobbiamo continuare a dirlo. Se crediamo che una censura preventiva avrebbe potuto salvare delle vite, come spesso ha fatto la censura ai tempi delle guerre di religione europee, dobbiamo continuare a dirlo. E così facendo non diremmo qualcosa di «oscurantista» ma, al contrario, qualcosa di totalmente coerente con i principi della civiltà giuridica occidentale. Primo, perché la Legge non serve a punire i colpevoli sulla basi di un giudizio morale, tutt’altro: serve a proteggerli. Come il marchio di Caino, deve impedire le ritorsioni e arrestare il ciclo della violenza. Secondo, perché la laicità non è quella cosa che pretendono alcuni.
Laicità non è il diritto universale di provocare un altro per via della sua religione, ma precisamente il contrario ovvero il dovere di non provocare un altro per via della sua religione. Per come è stata sviluppata all’epoca delle guerre di religione, la laicità è un dispositivo utile a disinnescare i conflitti sociali. Si tratta di estromettere la religione dallo spazio pubblico, e questo include anche un tipo di presenza della religione particolarmente insidioso: la bestemmia. Se in molti ordinamenti la bestemmia è punita severamente è perché le sue conseguenze sono serie e incalcolabili. In simili situazioni, ostinarsi a difenderla «per principio»  —  senza valutare le conseguenze  —  è puro e semplice fondamentalismo. […]

Leggi tutto l’articolo in Le parole e le cose.

La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 4 / Rossella Monaco

15 gennaio 2015

di Rossella Monaco

[Chi volesse proporsi per la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di scrittura creativa – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Rossella per la disponibilità. gm]

rossella_monacoHo ventotto anni appena compiuti e sono un “insegnante di scrittura creativa” da due. Ogni volta che salgo in cattedra non mi sento in grado di insegnare nulla. Mi ci ritrovo sempre un po’ per caso, spinta da tre tipi di necessità: far quadrare i conti, continuare un percorso che da un certo momento in poi è sembrato inevitabile, cercare di non disinammorarmi. All’inizio della mia strada ero piena di concetti ingenui sulla scrittura e il mondo editoriale.
Chi scrive si vergogna quasi sempre di ciò che ha creato e oggi guardando indietro alle mie prime prove, a dieci anni fa, mi chiedo cosa avrei prodotto se allora mi fossi trovata davanti me stessa, in un’aula o in una chat. Non sempre la risposta è confortante. Guardo i volti delle persone che partecipano ai miei corsi: le prime lezioni, ci vedo sconforto, sogni infranti, voglia di mettersi in gioco e di impressionarmi; alla fine, ci vedo consapevolezza. E questo mi dà energia. Paragono l’esperienza dei corsi, con ingenuità e anche un po’ di divertimento, ai miei nove anni, a quando la maestra ci salutò prima delle feste di Natale dicendoci che Babbo Natale non esisteva. Quello che seguì fu un misto di ammirazione e odio. Credo che gli iscritti provino questo nei miei confronti. L’ho capito guardandoli ma anche e soprattutto dai questionari di valutazione anonimi che sottopongo loro alla fine di ogni percorso didattico. Se c’è una cosa che ho imparato dai corsi di scrittura creativa, dai miei alunni, e da questo metodo di valutazione del mio lavoro, è che anche l’ultimo arrivato può insegnare molte cose. È per questo che ho preso coraggio e nonostante la scarsa esperienza, sono qui a raccontare il mio percorso. Funziona come in un circolo di alcolisti anonimi, credo: condividere aiuta me a focalizzare il percorso e spero possa servire ad altri, anche solo a intrattenere o a scatenare insulti o indifferenza, a piacere.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla

14 gennaio 2015

di Elianda Cazzorla

[Questo è il l’ottavo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Elianda per la disponibilità. gm]

Elianda CazzorlaVedo tre linee che si intersecano sinuose e divergenti e poi si moltiplicano nel mio andare quotidiano. A scuola, nei corridoi, tra i banchi quelle linee si incontrano, si intrigano, si cercano. Il mio e il loro. Leggere. Scrivere. Apprendere. Diventano un labirinto di linee nell’acqua ghiaccia, come sono lì ora i rami riflessi in una vaschetta vuota nel mio giardino, in terra. Giochi d’inverno. Sospese le ore di lezione. Posso fermarmi. Quante linee in tre decenni e un po’ più d’anni? Magia di ogni giorno, fuori e dentro quelle mura. Incrocio di sguardi, pensieri ed emozioni. La loro crescita, la mia crescita A scuola. In ogni stagione.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Finita la quinta ora, alle 13,00, una corsa al supermercato. In fila alla cassa aspetti e leggi un post in Facebook. E pensi. Non posso non parlarne in classe. E paghi. Domani lo farò e chiederò di usare quel testo come modello di scrittura per raccontare un aneddoto delle vacanze natalizie. E ti fermi davanti al rosso. Tempo circoscritto. Non più di dieci minuti. Spazio delimitato. Per esempio: dal dottore. Scena senza commenti. Alternanza di punti di vista. Dialoghi brevi ed essenziali. Chiusa ad effetto. Riparti. I miei studenti del liceo artistico, devono conoscere Matteo Bussola. È un fumettista e loro, che amano disegnare, non possono non leggere i suoi testi così chiari e intensi, devono saper guardare e saper andare in fondo, oltre a dividere la scena in quadri. Devono saper scrivere, interrogarsi. Scegliere. Spegni il motore. Scarichi la spesa. Entri in casa. E saper leggere qualsiasi tipo di testo.

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La formazione del fumettista, 10 / Fabio D’Auria

13 gennaio 2015

di Fabio D’Auria

[Riprendiamo le nostre rubriche. Questa è la decima puntata di quella del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Fabio per la disponibilità].

Fabio_D_AuriaPer sintetizzare i miei quattordici anni da colorista di fumetti potrei raccontarvi di quella volta in cui uno dei maggiori editor americani mi scrisse “I love you!” quando a una scadenza impossibile gli dissi che non doveva cercarmi un aiuto ma che avrei dormito qualche ora in meno e fatto tutto io da solo, o quando all’improvviso mi arrivò il mio primo lavoro Marvel mentre partivo con moglie e bimba di un anno per le vacanze estive in Sardegna, o di quando a inizio carriera risposi sì alla domanda se potevo colorare 540 pagine di Alan Ford in 20 giorni, o di altri mille episodi simili, tutti legati da un comune filo, l’aver mantenuto la promessa.
Per me rispettare l’impegno preso è sempre stata una regola inviolabile; in qualsiasi ambito ho sempre cercato di fare al meglio qualsiasi cosa mi fossi preso l’impegno di fare.
Ho tagliato lamiere, riempito taniche di detersivo, cucinato hamburger, montato barre in cursore degli ascensori o servito ai tavoli, e nei limiti delle mie possibilità ho sempre cercato di farlo al meglio.
Se ti piacciono i fumetti, il poterli fare è il mestiere più bello del mondo, ma è sempre un lavoro. Ho sempre cercato di non distaccarmi da questo concetto. Un lavoro presuppone un impegno e un impegno va rispettato. In quattordici anni non ho mai sforato una scadenza. Certo, mi sono ammalato anche io, anche io ho avuto degli imprevisti di percorso ma non è mai successo che il giorno della consegna pattuita io non abbia consegnato il lavoro promesso.
Se considerate poi che io in realtà i fumetti li volevo disegnare, l’aver colorato per i maggiori editori occidentali dovrebbe dimostrare quanto seriamente io tenga fede agli impegni presi.
Ma andiamo con ordine.

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Sottovalutare (noterella)

9 gennaio 2015

di giuliomozzi

Ieri ho sentito dire non so quante volte: “Ma erano solo dei vignettisti!…”, “Facevano solo della satira!…”.

Il che significa, temo, che molti hanno perduta la percezione dell’importanza della satira. Non dico di quella sensocomunista e autorizzata che si vede – addirittura! – negli spettacoli della tv di Stato. Dico della satira alla Charlie Hebdo: quella che non solletica ma disturba, non fa ridere ma disgusta, non è allusiva ma apertamente oscena, non è irrispettosa ma brutale, non gioca ma mette in pericolo, non castigat ridendo mores ma urla la disperazione dell’impotenza (e afferma così la potenza della parola e del disegno).


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