Archive for the ‘Recensioni’ Category

“Il tentativo (riuscito) di raccontare un buio”

30 giugno 2017

di Edoardo Zambelli

A casa, la sera, Anita mi osservava mentre ripassavo un disegno.
“Mettici più buio” mi disse. “Sporca di più l’intorno, lì.”
“Perché?”
“Perché hai dentro il buio. Mettine un po’.”

Queste battute si riferiscono a un personaggio in particolare, eppure, a ben guardare, potrebbero riferirsi a tutti i personaggi di Nudi come siamo stati, il nuovo romanzo di Ivano Porpora. Non sarebbe infatti sbagliato, a mio avviso, dire che tutto il romanzo è il tentativo (riuscito) di raccontare un buio.
Il buio di Severo, l’uomo malato che è protagonista e voce narrante della prima parte; il buio di Arsène, pittore famoso che di Severo accetta di diventare il maestro (e che ritroveremo anche più avanti, nelle restanti due parti); e infine il buio di Anita, la donna di Severo, figura femminile che oscilla nel buio degli altri due.

“Come sai il nome di mio padre?”
“Lascia spazio ai misteri.”

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“Il giro del miele”, di Sandro Campani

16 marzo 2017

di Edoardo Zambelli

Fin qui, non oltre.

Nel corso della lunga notte raccontata da Sandro Campani nel suo ultimo romanzo (Il giro del miele, Einaudi), questa frase ritornerà di continuo. La tacca sulla bottiglia di grappa e poi la frase: fin qui, non oltre. È il modo che i due protagonisti, Davide e Giampiero, hanno di misurare il tempo di questo loro (forse ultimo) incontro.
I due, in un passato non troppo lontano, sono stati molto vicini. Nonostante la differenza d’età, in qualche modo sono stati addirittura figli dello stesso uomo, Uliano, che per Davide – il figlio biologico – è stato un padre distante, incapace di grandi slanci, mentre per Giampiero – suo apprendista – è stato un maestro generoso, gli ha insegnato un lavoro e si è lasciato leggere e capire in modo più profondo.
La narrazione si apre, quindi, con Davide che una notte si presenta a casa di Giampiero e chiede di essere ascoltato, portando con sé l’urgenza di un conflitto da risolvere. Inizia da qui un lungo dialogo e presto il tempo della narrazione si sdoppia, il lettore si ritrova a seguire tanto il confronto tra i due quanto la ricostruzione delle loro vite.

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“L’ombra abitata”, di Alberto Ongaro

12 marzo 2017

di giuliomozzi

Istigato da Edoardo Zambelli, che considera Alberto Ongaro un suo maestro, se non addirittura il suo maestro (e, innegabilmente, il romanzo d’esordio di Zambelli, L’antagonista, è tutto un omaggio a Ongaro – o, se si vuole, a un certo modo di far funzionare l’immaginario del quale Ongaro, ma anche il suo a lungo sodale Hogo Pratt, è un esponente assai rappresentativo), ho finalmente letto il romanzo appunto di Ongaro L’ombra abitata, pubblicato da Longanesi nel 1988 e ora disponibile in edizione digitale presso Piemme. E’ un romanzo ottimamente scritto, con quella scrittura apparentemente sbrigativa ma in realtà precisissima che è il marchio di fabbrica di Ongaro; ma di questo non parlerò. Vi parlerò della storia, e del modo in cui viene raccontata.

Il dispositivo d’avvio è semplice: un uomo maturo, con un’intensa vita alle spalle, italiano di Venezia, proprietario a Londra di un prestigioso negozio di arte africana e oceanica, va a vedere una mostra di un grande fotografo scomparso un paio d’anni prima. E s’imbatte in un’immagine che ritrae, presa di spalle e di nascosto, Rose, la ragazza che lo fece impazzire (d’amore e di disperazione) a Parigi più di vent’anni prima, mentre a un tavolino di bistrot si protende a baciare un ragazzo del quale non si vede il viso (la testa di Rose lo copre) ma sicuramente non è il ragazzo che lui era più di vent’anni prima. Cosa fareste voi al suo posto? Non importa: lui prende su, sistema due affari, avvisa la molto più giovane compagna Pauline (ma non le dice il vero motivo; peraltro il suo lavoro impone frequenti viaggi) e va a Parigi. Qui fa ciò che vi aspettate: cerca.

Che cosa cerca? Perché cerca? Non è importante: importante è la ricerca in sé; è la ricerca che ha un significato, e non ciò che si cerca.

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“Se trovo il coraggio”, di Dario Buzzolan

8 marzo 2017

di Edoardo Zambelli

Era il 1980, e per due ragazzi quella notte fredda di ottobre era stata l’ultima delle loro brevi accidentate vite.

Matteo ha 47 anni, due figli (Maddalena e Valerio), e una ex moglie (Sara). Una sera, sfogliando un giornale, vede due foto e viene a sapere che un suo amico di infanzia, intanto diventato pubblico ministero, ha riaperto un caso di molti anni prima: durante una festa, secondo dinamiche mai del tutto chiarite, ha perso la vita un ragazzo di diciassette anni, assassinato. E non è l’unico ad aver perso la vita, c’era anche una ragazza di quindici anni, il cui corpo non è mai stato ritrovato.
Matteo quella notte c’era, sa cosa è successo davvero, ma non ha mai avuto il coraggio di dirlo a qualcuno, forse nemmeno a se stesso. Adesso però sa che quel coraggio deve trovarlo, deve ricordare e rivivere quella notte che tanto peso ha avuto nella sua vita.

Il romanzo di Dario Buzzolan Se trovo il coraggio si articola, quindi, nel racconto di due notti: quella presente, in cui Matteo vaga alla ricerca dei ricordi, e quella del 1980, che è stata per lui tanto un’iniziazione all’amore quanto un’iniziazione alla morte. La narrazione, diciamo così, sdoppiata è un espediente che Buzzolan ha già usato con successo nel precedente (e bellissimo) Tutto brucia e nel più recente (e altrettanto bello) Malapianta. Qui l’arco narrativo dura dodici ore, dalle 20 alle 8, con i capitoli che scandiscono il passare del tempo un’ora alla volta.

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Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile”

16 gennaio 2017

albert-cossery

di Stefano Brugnolo

E’ uscito nel 2016 per Einaudi un romanzo di Albert Cossery I fannulloni nella valle fertile (pp. 185, euro 18,50), originalmente pubblicato nel 1948. Cossery era nato in Egitto nel 1913, ma a partire da questo suo romanzo ha sempre scritto e pubblicato in francese, fino alla sua morte avvenuta nel 2008, a Parigi, dove dal 1955 viveva in una stanza dell’Hotel Lousiane, un piccolo albergo di Saint-Germain de Prés. Si tratta a suo modo di un autore leggendario che finalmente viene tradotto in italiano grazie a Giuseppe A. Samonà che cura anche un’ottima introduzione, intitolata “La rivoluzione del non fare” dove ci vengono date le coordinate fondamentali per comprendere l’originalissimo e appartato mondo di Cossery.

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Un po’ Voltaire, un po’ Cervantes, molto Barbera

30 dicembre 2016

di Enrico Macioci

la-truffa-come-una-delle-belle-arti1Che libro bizzarro e originale La truffa come una delle belle arti (Aliberti editore, 2016) di Gianluca Barbera! Un po’ romanzo e un po’ saggio filosofico, un po’ Don Chisciotte e un po’ Candido, con incursioni storiche e puntate, rapide ma acute, nel campo della filosofia, della psicologia, della sociologia.

Ciò che anzitutto colpisce è la padronanza culturale dell’autore, capace di muoversi disinvolto fra i diversi saperi e di scioglierli con naturalezza nel fluido della narrazione. La quale si occupa della dinastia catanese dei Lopiccolo, dal lontano 1842 fino ai giorni nostri. A parlare è l’ultimo discendente della schiatta, Carl Peter, oramai vecchio e malato; Carl si rivolge a un certo signor Ricci, che lo sta intervistando per redigere una biografia su di lui, in uscita presso un importante editore italiano. Il dialogo – in realtà un monologo di Lopiccolo, che di tanto in tanto gira al signor Ricci qualche domanda o esclamazione – si sviluppa nella stanza di un ospedale di Rio de Janeiro. Da Catania, dove all’inizio del libro si muove il bisnonno di Carl, fino a Rio dove il medesimo Carl langue, l’epopea familiare è costellata di spostamenti innumerevoli, quasi impossibili da ricostruire nella loro capricciosità, occasionalità e casualità. Barbera li snocciola con un piacere narrativo evidente, che si trasmette subito al lettore, una sorta di febbre giocosa. L’extravaganza, la deviazione, la parentesi, il racconto nel racconto costituiscono la cifra stilistica di Barbera, assieme a un lessico terso e a una sintassi che non “gratta” mai. Divertenti e preziosi inoltre gli innesti dialettali, a mezzo fra il romanesco e il siciliano.

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Nicola Manuppelli ci invita da Hadelman

8 dicembre 2016

di Enrico Macioci

merenda-da-hadelmanMerenda da Hadelman (Aliberti, 2016) di Nicola Manuppelli, è un libro dal ritmo e dal timbro americani, e tuttavia non risulta per nulla artificioso o finto. Manuppelli, eccellente traduttore di Andre Dubus, Charles Baxter, Sara Taylor e numerosi altri autori irlandesi e statunitensi, ha affinato il proprio naturale talento di cantastorie alla scuola dei grandi maestri anglosassoni. Il risultato è quest’opera asciutta ma lirica, breve ma pregna, rapida ma esaustiva; un’opera compiuta senza che si avverta lo sforzo del compimento.

Hadelman, un ex poliziotto che prende in gestione un locale allo scopo di proteggere la ragazza che lavora nell’agenzia dall’altra parte della strada, si trova presto invischiato in una storia a tinte fosche. Il romanzo, che parte quasi allegro, assume man mano i contorni del noir, con picchi di violenza e di tensione che Manuppelli gestisce bene, senza scadere nell’effettaccio e senza indulgere nel patetico. I personaggi sono pochi e delineati con cura, e così gli ambienti. Sembra di osservare un quadro di Edward Hopper: interni precisi e scolpiti, esterni rarefatti e ostili. Il bar di Hadelman in particolare funge da centro geografico ed emotivo della vicenda: “Una caffetteria, un pub, una tavola calda sono contenitori di storie. In fondo, è ciò di cui in parte siamo fatti e di cui abbiamo bisogno. Storie che ci intrattengano e che non abbiano altri fini se non quello di cullarci nella nostra ricerca di qualcosa – la felicità, il bisogno di fuggire, l’ambizione, la semplice allegria – un po’ come i racconti che ci stupivano da bambini.” Intorno al perno del bar si muovono Hadelman, i suoi amici e i suoi nemici; il locale, un po’ come accade in certe serie tv (pensiamo a Happy Days, girato tutto fra casa Cunningham e il bar Arnold’s), risulta talmente familiare che si ha l’impressione di entrarci, sedersi al bancone e prendere un caffè o una fetta di torta, scambiando quattro chiacchiere col gestore.

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“Una crime novel, o forse una favola”. Edoardo Zambelli su “Lo spregio” di Alessandro Zaccuri

13 ottobre 2016

di Edoardo Zambelli

[Questo articolo è apparso nel sito personale di Edoardo Zambelli].

cop_zaccLo spregio, ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, è, secondo me, un libro che può essere letto in modi diversi. Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto magari più superficiale, sia una lettura altrettanto legittima (in fondo, un lettore un libro lo legge un po’ come gli pare) che non manca di rispetto all’autore e non sminuisce la bellezza del libro stesso.
Una crime novel, quindi, con tutti gli ingredienti necessari, ma, anche, con la capacità di giocare col genere senza aderirvi del tutto, di prenderne alcune delle regole e piegarle all’esigenza di dire altro.
Le prime pagine sono tutte per la “formazione criminale” di Angelo, il giovane protagonista del libro, che scopre e pian piano accetta e fa sue le attività più o meno criminali del Moro, suo padre, guidato da un bisogno d’emulazione, di diventare come lui.

Continua a leggere nel sito personale di Edoardo Zambelli.

Quando cadono le stelle, di Gian Paolo Serino

21 maggio 2016

di Marco Candida

Quando-Cadono-Le-Stelle-G.-Paolo-SerinoDi ritorno dalla presentazione alla Libreria Mondadori di Alessandria del romanzo d’esordio di Gian Paolo Serino Quando Cadono le stelle Baldini Castoldi. A presentarlo Angelo Marenzana. Marenzana è autore del romanzo noir L’uomo dei temporali edito da Rizzoli. Scrittore ottimo e vero, a parer mio, la principale forza di Marenzana è la caratterizzazione di luoghi e personaggi. In Italia l’opinione più diffusa è probabilmente che l’abilità dello scrittore stia nel dipingere il quadro con poche pennellate. Invece, i romanzi quasi sempre necessitano indugio e questo Marenzana lo fa, con il risultato che i suoi personaggi (ispettori o commissari che siano) sono persone di carne e sangue e non solo inchiostro.

Sentendo Serino presentare il suo romanzo mi è venuta una riflessione. Da anni Vasco Rossi sostiene Serino affermando che è una mente geniale. Usa parole forti, importanti. Sicuramente, Serino ha una carriera che testimonia la veridicità dell’asserzione del rocker. Mi chiedo, però, se il mondo letterario abbia preso sul serio in considerazione le parole di Vasco. Ascoltando Serino, insomma, ho pensato: Vasco Rossi ha ragione a parlare bene e molto bene di Serino. E poi ho pensato: come mai quando qualcuno spende parole importanti per qualcun altro non viene quasi mai preso del tutto sul serio?  Mi è venuto da pensare che quello che fanno gli altri è sempre facile, vale poco, non è da prendere molto in considerazione. Vasco Rossi parla bene di te? Oh be’, sì: lo farebbe anche di me, se ci conoscessimo, fossimo amici… E’ sempre facile quello che ottengono gli altri. Invece, bisogna capire che non è facile, non è scontato, mai.

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