Cronaca di un romanzo, 2

by

di Giulio Mozzi

Dicevo: “Stava per accadere un incontro importante. Molto importante”. Non mi ricordo esattamente il giorno e l’ora e il punto, e essere sinceri nemmeno l’anno (direi il 2000 o giù di lì), ma un bel giorno mi ritrovai a casa di Claudio Laudani, pittore. Lo guardavo lavorare. Claudio aveva preparato un fondo scuro, petrolio, su una tavola di compensato; e in quel momento ci stava facendo sgocciolare sopra degli altri colori: rosso, giallo, non so più se altro. Faceva colare il colore, muoveva la tavola, faceva andare il colore di qua e di là. Ora, io sono sicuro che se facessi qualcosa del genere riuscirei al massimo a ottenere un insieme di macchie – o, più probabilmente, un pastrocchio confusamente monocromo. Invece Claudio, con questa tecnica – lui la chiama “dripping”, appunto sgocciolamento – riesce a fare cose che a me sembrano meravigliose.

Quando apparve la figura che vedete qui sotto io uscii di testa. Intanto bloccai Claudio, che stava per fare altri interventi sulla tavola. Gli feci anche delle minacce, credo. Poi cominciai a parlare, e parlai – con Claudio che stava fermo ad ascoltare – per almeno mezz’ora. Poi me ne andai, tutto scombussolato. Qualche tempo dopo (giorni? mesi? e chi si ricorda?) Gualtiero, che di tanto in tanto fotografava i lavori di Claudio, mi fece vedere la fotografia di quella tavola lì; e mi disse che il titolo era Discorso attorno a un sentimento nascente. “Bel titolo”, dissi, “ma è strano: Claudio non dà mai ai suoi lavori dei titoli così”. “Lui dice che gliel’hai dato tu”. Da parte mia, nessun ricordo: e non ho motivi per dubitare della memoria di Claudio o di Gualtiero.

Fattostà che quel quadro occupò la mia immaginazione per un bel pezzo. Tanto che allo scartafaccio in corso d’opera – lo scartafaccio n. 2, dal quale avevo tentato di raschiare via Santiago – diedi proprio quel titolo: Discorso attorno a un sentimento nascente. Un titolo che andava nella direzione opposta del precedente, Introduzione ai comportamenti vili. Mi viene in mente adesso che forse avrei potuto tentare un’organizzazione del materiale narrativo in due parti, in due tempi: prima l’Introduzione ai comportamenti vili, poi il Discorso attorno a un sentimento nascente. Non sarebbe stato forse male. Ma non è andata così, la forma del romanzo ha preso tutt’altra direzione: e va bene.

Una cosa dev’essere chiara: come io non sono il mio alter ego Mario, così Claudio non è quel personaggio che compare nel romanzo, si chiama “il Gas”, e ne è la trasfigurazione. Analogamente il quadro di Claudio non è la fotografia che ne vedete qui riprodotta, non è la descrizione che qui ve ne ho fatta, e non è lo stesso quadro che si trova nel romanzo. E ciò che Mario dice a proposito del quadro che si trova nel romanzo non è ciò che io dissi a Claudio quella volta – e di cui non ho nessuna memoria.

Come dicevo ancora nel precedente articolo, appoggiandomi nientemeno che all’autorità di Marcel Proust, “un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”; e di conseguenza un oggetto che compaia all’interno del libro, per quanto possa essere (e Sainte-Beuve, con cui Proust litigava, l’avrebbe fatto certamente) associato a un oggetto esistente nel mondo, è senza dubbio un “oggetto diverso”. O vorreste sostenere che la Laura di Petrarca e la Beatrice di Dante hanno una relazione precisa, per così dire da causa ad effetto, con le donne reali alle quali quei due, stando a loro stessi e ai loro innumerevoli biografi, si sarebbero “ispirati”? Ma no, ma no: è fuor di dubbio che Laura e Beatrice esistono (notate il presente, più fissativo che eternizzante) solo nelle menti e nei testi di Petrarca e Dante. Lo stesso va detto del Gas e del suo quadro, che esistono (in un presente fisso) nel mio romanzo, e non hanno una relazione “da causa ad effetto” con il mio amico Claudio e il suo quadro Discorso attorno a un sentimento nascente: che sono esistiti nel mondo e nella storia e che nel mondo e nella storia vivono e cambiano e si trasformano – mentre ciò che sta nel romanzo è fisso, bloccato, sempre uguale a sé stesso, messo come tra virgolette.

* * *

Nel 2000 conobbi un’altra artista: Beatrice Pasquali . Il suo gallerista dell’epoca mi chiese di scrivere un testo per il catalogo di una mostra, Vitrea (il testo si può leggre qui: http://www.beatricepasquali.it/47mozzi.htm). I lavori di Pasquali mi piacquero parecchio, scrissi quel testo molto volentieri. Lo scrissi e, sostanzialmente, lo dimenticai. Nel giugno-luglio del 2020, vent’anni dopo, nei due mesi in cui lavorando come una furia trasformai gli scartafacci e altre cose sparse in un romanzo da 580 mila battute, mi tornò in mente. Lo ricuperai e scoprii che si prestava benissimo per riempire una delle “caselle” che il lavoro di montaggio dei materiali narrativi (del quale vi parlerò più in là) aveva lasciate vuote. Ci lavorai intorno, aggiustai i tempi verbali, aggiunsi un paio di capoversi – per me importantissimi – sul “Don Chisciotte” (anzi: sui “Don Chisciotte”, plurale: quello “vero” di Miguel de Cervantes e quello “falso” di Alonso Fernández de Avellaneda) e senza bisogno di aggiustare null’altro lo inserii.

A quel punto mi ricordai di aver scritto un altro testo per un altro catalogo di Pasquali. Lo ricuperai. Si trattava di una mostra del 2011, Di minute cose. E anche quel testo, benché molto particolare – un dialogo tra un non si sa chi e qualcuno che, probabilmente, deve nascere o sta nascendo – finì nel romanzo. Un’altra nascita, dunque, dopo quella apparsa nel quadro di Claudio Laudani.

Ora: non è che ho approfittato del romanzo da scrivere per svuotare i cassetti. E’, piuttosto, che per qualcosa di più di vent’anni ho avuto un pensiero fisso, o un giro di pensieri fisso, o un’immaginazione fissa in testa. E così, non dico che qualunque cosa facessi facevo sempre la stessa cosa, o giravo attorno alle stesse cose, ma quasi. E per vent’anni ho cercato sostanzialmente di non scrivere il mio romanzo, ma in effetti forse non ho fatto altro che scriverlo. E nel furioso bimestre giugno-luglio 2020 raccolsi le disjecta membra per tentare di comporle in una forma d’opera.

Non nascondo che questo modo di lavorare, ricuperando anche un certo numero di testi più o meno antichi, talvolta inediti e talvolta pubblicati in sedi appartate (come i cataloghi), contribuì a farmi percepire a un certo punto questo romanzo come una sorta di testamento, o più esattamente di ricapitolazione.

* * *

L’incontro con il quadro di Claudio Laudani Discorso attorno a un sentimento nascente non fu privo di conseguenze. Da qualche tempo andavo scrivendo nel mio diario in rete (oggi perduto) delle storielle nelle quali appariva una (prima) trasfigurazione di Claudio, che chiamavo Grande artista sconosciuto (perché Claudio è secondo me un grande artista, ed è effettivamente sconosciuto). Erano delle storielle buffe – credo, spero -, comunque certamente non serie. Ma dopo aver visto quel quadro provai a scrivere qualcosa di veramente serio su Claudio (la seconda trasfigurazione). Uscirono così dei capitoli (in prima persona) che integrai a quanto era rimasto dell’Introduzione ai comportamenti vili, e intitolai il tutto Discorso attorno a un sentimento nascente. L’idea era di continuare a presentare il protagonista – che ora, come già ho detto, portava il mio nome – come un personaggio un po’ abulico, ma la cui vita veniva sfiorata da una quantità di vite straordinarie (nel bene e nel male). Ne avevo in mente, di vite straordinarie. Il primo episodio di “sfioramento” concerneva il Terrorista Internazionale. Il cui corpo – questo era il nocciolo dell’episodio – non recava nessuna traccia di ciò che egli era stato.

Questo fu il primo spostamento. Dalle “vite straordinarie” alle “vite che non lasciano traccia sui corpi di chi le porta”. Il tema mi affascinò per un po’. Nelle prime pagine del “Jean Santeuil” (così è intitolato, credo dai filologi, il primo tentativo di Marcel Proust di scrivere il suo romanzo) il protagonista, appunto Jean, incontra uno scrittore famoso, da lui molto ammirato: e si stupisce di trovarlo anonimo, quasi dozzinale, completamente diverso dall’artista che aveva immaginato a partire dai libri (cito a memoria e spero di non sbagliare). Così noi spesso ci stupiamo nell’incontrare persone che, per così dire, *non assomigliano alla loro vita* (o almeno: non lasciano trasparire quella che noi immaginiamo essere la loro “vita vera”). Ma la vita, in effetti, che tracce lascia sul nostro corpo? In tutti noi, credo, giace un’idea un tantino ottocentesca, in un certo senso lombrosiana (un lombrosismo rovesciato), per cui se una persona ha attraversato certe esperienze particolari, o addirittura eccezionali, o è stata capace di creare grandi opere, o di commettere grandi delitti, eccetera, di tutto ciò nel suo corpo una traccia *deve* esserci.
Nei corpi del Terrorista Internazionale, del Capufficio, del Giornalista Comunista (li chiamavo così, i personaggi; e così hanno continuato a chiamarsi anche nella redazione finale del romanzo) sembrava non essere rimasta nessuna traccia della loro vita – terribile o eroica che fosse stata. E questo, va bene, può essere un tema interessante. Ma – l’azione? Che tipo di azione potevo pensare di infilare in questo cumulo di storie disparate? E come potevo condurre poi l’azione a quel “nascere del sentimento” annunciato, promesso dal titolo (e dal quadro, che piazzai ovviamente nella prima pagina)?

Non c’era verso. Non ne uscivo. Più o meno nel 2002 decisi, sostanzialmente, di lasciar perdere. Agli amici che mi chiedevano del “famoso romanzo” rispondevo, per tagliare corto: “L’ho finito, ma non mi piace”. Delle due affermazioni, solo la prima era una bugia.

Fu nel 2005, credo – vado veramente a memoria, e la mia memoria è inaffidabile – che tentai di rimettere in moto il tutto. Per prima cosa scrissi un nuovo primo capitolo, completamente (mi pareva) diverso dagli altri. Che aveva un attacco davvero (mi pareva) vincente.

* * *

“Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi”. Questa, all’incirca nel 2005, era la prima frase del primo capitolo (nuovo) dello scartafaccio in corso d’opera. Le facevano seguito una ventina di cartelle che oggi mi sembrano non tanto inutili quanto depistanti. Ma non depistavano il lettore: depistavano me. Fornivano all’esistenza del romanzo una ragione che – in teoria – avrebbe dovuto servirmi a “prendere le distanze”, come si usa dire, dalla materia; e in effetti riuscirono nell’intento: da quel dì lo scartafaccio rimase immobile. Ci tornai sopra diverse volte, certo, ma sempre senza convinzione, e senza fare altro che spostare qualche virgola. Se lì dentro c’era la possibilità di un romanzo, l’avevo senz’altro ammazzata.

Ma.

Ma nel frattempo succedevano delle cose. Nel frattempo successe, per esempio, sempre più o meno nel 2005, che un giorno mi sedetti e scrissi una porzione – diciamo una decina di cartelle, almeno, di una lettera: la lettera di una figlia al padre. Argomento della lettera: (omissis). (O vi piacciono gli spoiler?). Una lettera drammatica e paradossale, forse scandalosa. Che nulla aveva che fare con le storie latenti nel romanzo. Eppure… Eppure ebbi, non da subito, ma diciamo qualche anno dopo, la sensazione che comunque quella lettera stava “nel clima” del romanzo. La donna scrive, scrive: ha ricevuto dal padre una lettera, una busta bella grossa, e gli risponde, però non ha nessuna intenzione di aprire la lettera del padre, di vedere che cosa c’è dentro. Quella decina di cartelle poteva essere, così a occhio, una metà della lettera. La finirò domani, nei prossimi giorni, mi dissi. Restò lì per anni. Restò lì, però, anche nel senso che non se ne andò.

Sicuramente nel 2005, poi, la rivista Nuovi argomenti mi chiese un pezzo per un numero la cui parte tematica s’intitolava: “Personaggi sommersi”. Scrissi un pezzo lungo, sicuramente troppo lungo, nel quale dapprincipio parlavo di Giovanni Paolo II, che se n’era andato da poco, poi parlavo d’altro, poi a un certo punto scrivevo:

“Non ho assistito a quasi nessuno dei grandi eventi che sono avvenuti durante la mia vita. Grazie alla televisione, quasi tutti i miei amici – che sono più o meno miei coetanei – hanno assistito a tutti i grandi eventi che sono avvenuti durante la loro, e la mia, vita. Si può discutere se guardare in televisione il papa che spalanca la bocca senza riuscire a fare nessun suono, se guardare in televisione due aeroplani che si infilano nelle Twin Towers, se guardare in televisione Paolo Rossi che si tuffa tra i piedi dei brasiliani e fa gol di testa colpendo una palla che rimbalza a una spanna dal terreno – se questo possa essere veramente detto: assistere. Però so che la liberazione del generale James Dozier, della quale non ho vista nessuna immagine in movimento ma alla quale ho assistito ascoltando la cronaca incasinatissima che il militante faceva dalla cabina del telefono, è un avvenimento al quale mi sembra di avere, appunto, assistito. Se questsa mia assistenza sia vera o no, vera nel senso che veramente ho assistito alla liberazione del generale Dozier tra le undici e mezza di mattina e il mezzogiorno del 28 gennaio 1982, così come circa alle otto di sera del 23 luglio del 1981, all’ospedale di Grosseto, ho assistito alla morte di Lucia investita alle quattro di mattina, mentre camminava lungo la strada in cerca di non si sa cosa, da un automobilista ubriaco: questo non lo so. So che ciò che mi pare, è di avere assistito. Ho prestata assistenza alla realtà, perché potesse avvenire. Se io non fossi stato lì, la morte di Lucia sarebbe rimasta incompleta. Se io non fossi stato in ascolto di Radio Sherwood, la liberazione del generale James Dozier sarebbe rimasta un avvenimento incompleto. Il mondo ha bisogno della mia assistenza, penso, per avvenire”.

Qui dentro, confusamente, c’è qualcosa. E da questo punto qui dell’articolo, tutto cambia: e comincio a parlare del generale Luigi Cadorna. Il pezzo intero si può leggere in Nuovi Argomenti, quinta serie, n. 30, aprile-giugno 2005. Ma che cosa è che c’è, qui dentro, sia pure confusamente? Qualche anno dopo, ma non saprei dire esattamente quando, la seconda parte di quel pezzo (quella del generale Cadorna; la prima parte, compreso il pezzo che ho citato qui, sparì) entrò a far parte dello scartafaccio. Era pur sempre anche quella una storia di “vita sfiorata” (non da Mario direttamente, ma dal nonno materno di Mario).

Poi per qualche anno in sostanza non accadde più nulla. Però nel 2010 pubblicai per le edizioni :duepunti un piccolo piccolo libro, La stanza degli animali (http://www.gianfrancofranchi.com/la-stanza-degli-animali/; ora quel testo è incluso nel volume Favole del morire, Laurana: https://tinyurl.com/y4sss6n3). E quel piccolo libro io lo considero l’inizio di un ritorno, dopo tanto allontanamento. (Per qualche tempo, tra il 2009 e il 2015, provai a inserire La stanza degli animali, così com’era, dentro lo scartafaccio del romanzo: feci un copia/incolla, e null’altro). Un ritorno lento, lento, lento.

A questo punto, lo stato dell’opera era:
– uno scartafaccio sostanzialmente del 1998, intitolato Introduzione ai comportamenti vili, in terza persona;
– uno scartafaccio prevalentemente del 2002, con interventi del 2005 circa, intitolato Discorso attorno a un sentimento nascente, in prima persona, in parte composto da episodi provenienti dal primo scartafaccio;
– una mezza lettera d’una figlia al padre, scritta nel 2005, separata ma che percepivo come legata ai primi due scartafacci;
– alcuni testi sparsi (il testo per Beatrice Pasquali; il pezzo su Luigi Cadorna; forse dell’altro, credo poco altro), scritti tra il 2000 e il 2010, che pian pianino scivolavano verso gli scartafacci;
La stanza degli animali, sicuramente un testo nato nell’ambito delle immaginazioni del romanzo, ma del tutto finito, e quindi inevitabilmente separato – nonostante i miei tentativi di incollaggio.

E io continuavo a non sapere dove andare.

Continua.

3 Risposte to “Cronaca di un romanzo, 2”

  1. claudiolaudani@libero.it Says:

    Inviato da Libero Mail per iOS

    giovedì 17 dicembre 2020, 23:34 +0100 da

  2. manu Says:

    mi rendo conto che nel tempo di cui parli ho letto molto dei tuoi tentativi, titoli, scartafacci e opere compiute. il 2021 metterà un punto, dunque. leggerò ancora.

  3. Cronaca di un romanzo, 3 | vibrisse, bollettino Says:

    […] di letture e scritture a cura di giulio mozzi « Cronaca di un romanzo, 2 […]

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