Archive for the ‘Teoria e pratica’ Category

Una buona storia

14 aprile 2020

di Giulio Mozzi

Una buona storia è fatta di questo: di un prima e di un dopo. Di un dopo necessitato dal prima, ma anche di un prima necessitato dal dopo. Tanti anni fa, in un bar dalle parti di Macchine – uno degli edifici della facoltà di Ingegneria della mia città, Padova – ebbe luogo una furibonda discussione a causa della morte, avvenuta in circostanze assai improbabili, di una persona a tutti nota – nota a tutto quel pubblico di pensionati impegnatissimi, alle dieci del mattino, nella compulsazione dei giornali e nella verifica di qualità del bianco della casa. Le due fazioni così si dividevano: quella morte, è stata fatalità, o destino? Fatalità (la discussione si svolgeva in dialetto, naturalmente) è il caso; destino è ciò che “sta scritto”. Dopo aver lungamente e duramente discusso, unanimemente i due schieramenti pervennero alla decisione di ordinare dell’altro bianco, e di passare a un altro punto dell’ordine del giorno. Così mi venne riferito: non so se ci fu, nei giorni successivi, un secondo round.

Un sacerdote al quale volli molto bene – è morto una decina d’anni fa – per molti anni frequentò in ospedale un reparto di malati terminali. Erano, all’epoca, soprattutto persone abbastanza giovani, in preda all’Hiv. Una sera, mentre nella sua 126 rossa andavamo da non so dove a non so dove, mi disse: “Andando lì ho capito una cosa. La vita umana non ha senso”. Il che, detto da un sacerdote, potrebbe sembrare a prima vista blasfemo; in realtà è ortodossissimo. Se la vita umana come la conosciamo, se questa vita qui, sulla terra, avesse qualche chance di avere senso, a che cosa servirebbe l’immaginazione di un’altra vita, in un indescrivibile altrove? Dove non ci sarà né morte, né lutto, né dolore e, asciugata ogni lacrima, i nosri occhi contempleranno l’origine e la fine di tutto.

Il romanzo, dico il romanzo così com’è andato assestandosi nelle sue forme e dei suoi modelli dal 25 aprile del 1719 in poi, è in fin dei conti un tentativo di fare a meno del mondo che verrà. Le vite dei personaggi trovano il loro senso, quasi immancabilmente, nello spazio compreso tra la prima e l’ultima parola della narrazione. Dico quasi: perché l’illuministico sforzo, in realtà, non riesce proprio a tappare tutti i buchi. Perfino nei Promessi sposi, scolasticamente spacciato senza esitazioni come “il romanzo della Provvidenza”, nell’ultimissima pagina, nelle ultimissime righe, Renzo e Lucia giungono alla conclusione che “i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani”; o, come si direbbe oggi, “la sfiga non ha regole precise”; e tale conclusione, “benché trovata da povera gente”, pare al narratore “così giusta” da piazzarla lì, alla fine, come “il sugo di tutta la storia” (ed è chiaro che l’ulteriore considerazione, ossia che “i guai, quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”, è biecamente consolatoria).

Peraltro nel corso dell’Ottocento i romanzieri, quasi in massa, caddero in preda a illusioni positivistiche: vedi ad esempio il grande affresco sociale di Balzac o le teorie pseudodarwiniane di Zola (che a Darwin, tra parentesi, avrebbero potuto solo fare ribrezzo). Ma una teoria pseudoscientifica (e vale la pena di ricordare che il positivismo, con tutta la sua idolatrazione della scienza, fu un movimento di pensiero nei fatti antiscientifico) o l’ambizione di un “affresco sociale” (il “marxismo senza Marx”, cioè senza filosofia, di Balzac) non riescono, non ce la fanno, a prendere il posto di un’immaginazione religioso-cosmologica del mondo.

I grandi romanzi modernisti, o acquisiti nel modernismo (è il caso del Moby-Dick di Melville), sono poi o romanzi sostanzialmente mitologici (es. Ulisse di Joyce, Giuseppe e i suoi fratelli di Mann) o romanzi in qualche modo mistici (Doktor Faustus ancora di Mann, L’uomo senza qualità di Musil, I sonnambuli e La morte di Virgilio di Hermann Broch). Poi, certo, c’è Proust: che è Proust, e non mi pronuncio.

In mezzo tra questi e quelli ci stanno, giganteschi, Dostoevskij e Tolstoj: due romanzieri intensissimamente religiosi. L’ultima pagina del romanzo più bello di sempre, I fratelli Karamazov, ovvero l’ultima pagina di Dostoevskij, mette in scena uno sperdutissimo Alëša Karamazov che – al pari dei fratelli Ivan e Dimitri -, nonostante la sua profonda fede non riesce a trovare un senso alla propria vicenda, alla vicenda familiare – quindi a nulla. E Tolstoj scrive un intero romanzo, e pure bello lungo, Guerra e pace, per dimostrare che il lavoro degli storiografi è insensato, perché la vita umana è governata dal caso: peraltro le pagine in cui ci si impegna di più (quelle su Napoleone, l’epilogo “filosofico”) sono di una bruttezza indicibile, mentre laddove rimane un “senso magico”, per non dire “religioso” della vita la bellezza esplode impareggiabilmente: il ballo di Nataša, le nuvole in viaggio osservate dal principe Andrej ferito e a terra…

E’ una lotta, una lotta. Come tra le due fazioni al bar: sempre presi tra un’idea di destino – qualcosa su di noi, su tutti noi e su ciascuno di noi, “sta scritto” da qualche parte – e un’idea di fatalità – nulla ha senso, il caso domina. Questo fa, chi racconta storie: entra in questa lotta.

E questo, vi piaccia o no, è un post pasquale.

Una buona storia è fatta di questo: di un prima e di un dopo. Di un dopo necessitato dal prima, ma anche di un prima necessitato dal dopo.

(Fonti non esplicitate: storia del bar, mio fratello Pietro. Sacerdote: don Franco Geronazzo (https://tinyurl.com/vy6h65s). “Apocalisse”, 21: 3, 4 + preghiera eucaristica III. Data di pubblicazione del “Robinson Crusoe”: Wikipedia. Alessandro Manzoni, “I promessi sposi” (https://tinyurl.com/sj9xek4). Emile Zola, “Il romanzo sperimentale”, Pratiche 1992. Karl Marx e Friedrich Engels, “Scritti sull’arte”, Laterza 1976. Aki Kaurismaki, “Nuvole in viaggio”. Andrea Mantegna, “Cristo morto”; Piero della Francesca, “Resurrezione”).

I personaggi producono l’ambiente che li circonda

28 ottobre 2019

di Demetrio Paolin

La prima volta che ho visto il Compianto di Niccolò dell’Arca è stato per caso. Avevo accompagnato mia sorella a Bologna sulle tracce di Luca Carboni, quando sono entrato in questa chiesa vicino a piazza Maggiore e ho visto l’opera. Da allora, le volte che passo per Bologna e ho un tempo sufficiente da far due passi, io un momento per contemplare il compianto lo trovo sempre. Cosa mi colpisce di quest’opera? Perché da anni la guardo ma mi sfugge sempre qualcosa. Qualche giorno fa, complice una serie di ragioni accessorie, che qui non si nominano, stavo rileggendo Body Art di Don DeLillo e mentre leggevo Body Art mi sono venuti in mente Niccolò dell’Arca e il suo Compianto. Del romanzo di DeLillo ho posto la mia attenzione su quei passaggi in seconda persona che di solito stanno in testa ad alcuni capitoli, una sorta di soliloquio del personaggio principale, che potrebbero benissimo essere i pensieri di Mr. Turtle o – perché no – gli stessi penesieri del narratore. Comunque quello che mi colpiva era la descrizione dell’ambiente, intesa come somma di aria, luce, profumi, odori, luoghi, che veniva come suscitata dagli stessi pensieri di chi in quel momento prendeva la parola. L’ambiente non era seperato dal personaggio, ma il personaggio costruiva l’ambiente.

Ecco. Ora guardate il Compianto: cosa vi colpisce? Non c’è uno sfondo, un paesaggio, non c’è nulla; eppure, se guardate bene le statue, tutto emana una descrizione paesaggistica: il paesaggio non c’è eppure è totalmente interiozzato dai diversi protagonisti. La donna che si lancia con il suo grido sul corpo morto di Cristo, quella bocca spalancata e le vesti che le si allungano non danno l’idea di un momento di bufera, in cui la terra trema e il cielo si oscura? Non c’è nella disposizione dei diversi corpi, nel loro porsi a corona attorno al corpo morto, una sorta di protezione? Da cosa? Dalla pioggia che cade? Possibile, perché no?

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Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio

22 maggio 2019

di Valentina Durante

[…] Quando in letteratura si parla di “necessità per la vita”, è facile veder comparire lo spettro del capolavoro. È uno spettro terribile: sentirsi caricati, in quanto autori o in quanto persone che semplicemente ci provano, dell’obbligo di produrre l’opera capace di durare, di attraversare la pellicola del tempo per finire in mano ai posteri, è soverchiante. Non so quanti riescano a scrivere con questo fardello addosso. Io non riuscirei. Non riuscirei, cioè, a scrivere sapendo che lo scopo di ciò che sto facendo può sussistere solo in proiezione futura e che tutto ciò che è contingente, in quanto contingente, non ha alcun valore. Preferisco invece pensare che, laddove l’atto di narrare permette la trasmissione di storie e una manutenzione della lingua anche di modestissima entità, quell’atto ha avuto un senso, dunque è bene che si sia prodotto. Anche se il libro finirà dimenticato dopo cinque mesi o cinque anni, in quei cinque mesi, in quei cinque anni, un certo qualcosa sarà avvenuto nella relazione fra opera e lettore, contribuendo alla fertilizzazione di un humus. È vero, siamo in molti nani sulle spalle di pochi giganti, ma si riflette mai sulla quantità di nani che occorre a un gigante per poter nascere e poi dirsi tale? Chi è che realmente sostiene, e chi è sostenuto?[..]

Nel blog “I libri degli altri”, Valentina Durante, autrice del romanzo La proibizione, pubblicato da Laurana, ha pubblicato un interessante articolo dal titolo Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio.

“Oracolo manuale per scrittrici e scrittori”

3 maggio 2019

Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, Sonzognodi Giulio Mozzi

E’ in libreria da un paio di settimane, pubblicata dall’editore Sonzogno, questa cosa qui, che si chiama Oracolo manuale per scrittrici e scrittori. E’ una cosa nata quasi come uno scherzo: era il giugno dell’anno scorso, stavo in treno, stavo andando a Venezia – dove ha sede l’editore Marsilio, per il quale lavoro – e rimuginavo sul fatto che da tempo desideravo fare qualcosa che somigliasse alle Oblique Strategies di Brian Eno (più spiegazioni qui) o almeno almeno al Libro delle risposte di Carol Bolt (del quale oggi si trova in commercio solo l’edizione minore).

La sostanza è: stai facendo qualcosa, devi prendere una decisione, hai un problema che non riesci a risolvere. Ti rivolgi al mazzo delle Oblique Strategies o al Libro delle risposte, peschi una carta a caso o apri una pagina a caso, e ci trovi un suggerimento, una domanda, una suggestione. Ti ci confronti.

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“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, ovvero L’autofinzione messa alla prova del dialogo

1 maggio 2018
Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una "autofinzione"

Lo scrittore francese Serge Doubrovsky: il primo a parlare della propria opera come di una “autofinzione”

di giuliomozzi

Sono in cucina, sto pelando gli asparagi. Il telefono portatile suona. E’ un numero ignoto. Rispondo.
“Buongiorno, lei è Giulio Mozzi?”, dice una voce maschile leggermente rauca.
“Sì, buongiorno”, dico, “lei chi è?”.
“Be'”, dice la voce maschile leggermente rauca, “a questo punto potrei dire che sono Giulio Mozzi anch’io, come tutti”.
“Bene, Giulio Mozzi”, dico. “Mi dica”.
“Ero l’altro giorno lì a Milano, alla Statale”, dice Giulio Mozzi, “a sentire la sua lezione sull’autofiction“.
“Non pronunci all’inglese”, dico. “Semmai alla francese”.
“E cioè?”, dice Giulio Mozzi.
Autofiction“, dico. “Oppure può dire, italianamente, autofinzione o finzione di sé”.
“Finzione di sé mi pare brutto”, dice Giulio Mozzi, “mi sa una roba di simulazione, gesuitica…”.
“Ho sempre avuto un’ammirazione incondizionata per i gesuiti”, dico.
“D’altra parte”, dice Giulio Mozzi, “lei ha dichiarato più volte di essere un uomo del Seicento”.
“Sì”, dico. “Il barocco è il mio ambiente naturale, il gesuitismo è la mia forma mentis. Ma è di questo che lei voleva parlare?”.

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La stitichezza della letteratura italiana

19 aprile 2018

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“Più segreti degli angeli sono i suicidi”. Una chiacchierata con Gian Marco Griffi

5 dicembre 2017

Una chiacchierata sull’editing (con esempi)

11 ottobre 2017

Castelfranco Veneto, 10 ottobre 2017, presso la Libreria Ubik; evento organizzato dall’associazione Porte Aperte; con Claudia Grendene. (Ho scaricato la “diretta” fatta via Facebook; il video non è certo gran che, ma si sente benissimo – almeno quando parla Claudia. Dura un’ora e ventisei secondi). gm

Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle

8 agosto 2017

di giuliomozzi

1. Fa 800 pagine, circa.

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Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

5 agosto 2017

di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

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Dieci segreti che un docente di scrittura creativa non rivelerà mai ai suoi allievi

13 giugno 2017

Clicca sull’immagine per leggere l’articolo.

I dieci trucchi per pubblicare un libro senza nemmeno scriverlo

9 giugno 2017

Cliccare sull’immagine per leggere l’articolo nel sito della Bottega di narrazione.

Dieci cose che ho pensate nel tempo sul conto degli editori, e che con l’esperienza si sono rivelate vere o false

8 giugno 2017

1992. Fotografia di Basso Cannarsa

di giuliomozzi

1. Quand’ero, boh, diciottenne, diciannovenne, mi facevo dare nelle librerie i cataloghi degli editori (allora esistevano i cataloghi stampati) e poi a casa me li studiavo. Confusamente, nella mia ingenuità, identificavo l’editore con il suo catalogo, cioè con i libri pubblicati. In quelle liste cercavo una logica, un’organizzazione: e in certi casi (esempi massimi: Laterza, Il Saggiatore, Einaudi, ec.) la trovavo facilmente. Questo il mio primo pensiero. Era vero, allora. Oggi è ancora vero, ma non è più reale.

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Dieci sindromi tipiche dello scrittore in cerca di editore (con terapie)

5 giugno 2017

di giuliomozzi

1. La sindrome di Segrate. “O Mondadori, o niente!”. E così, il nostro scrittore in cerca di editore rifiuta le proposte delle Edizioni Nuovi Autori, delle edizioni Scrittura Creativa, di Aldino Truff Editore, di Rumenta Editore, e così via; ma, nel mucchio, rifiuta anche le proposte di case editrici serie, serissime, non segratiane, ma comunque riconosciute dai lettori e dalla critica e ben distribuite. “O Mondadori, o niente!”, e non si riesce a fargli capire che se è vero che essere pubblicati da un piccolissimo editore può significare non arrivare nemmeno nelle librerie (se poi sono editori come quelli della nostra lista: auguri), è anche vero che pubblicare con un grande editore senza essere l’investimento principale di quell’editore può significare essere buttati là, nel mucchio, e ciao.
Terapia: portare lo scrittore in una libreria di libri usati. Fargli vedere quanta roba c’è, pubblicata da Mondadori, anche solo pochi anni fa, della quale si è completamente persa la memoria.

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Pratica, terapia e profilassi dell’errore (in dieci punti, as usual)

16 maggio 2017

Un errore classico.

di giuliomozzi

[Questa decina doveva essere un’altra cosa, ma ha voluto venir così].

1. Chiunque, scrivendo, fa errori banali:
– errori di digitazioen (taluni dovuti alla velocità – e ci sono errori tipici di chi scrive assai velocemente, come quello che avete appena visto, ed errori tipici di chi scrive lentamene, come questo -; altri dovui a perfidi aggeggi come i correttori automatici che trasformano le silfidi in sifilidi e le melanzane – giuro! – in fidanzate);
– errori in quelle cose infide come le “i” che compaiono e scompaiono dalle valigie, dalle provincie e da certi verbi dalla coniugazione impertinente (lascieremo o lasceremo?);
– errori per certi raddoppiamenti e scempiamenti molto regionali,ai quali il nostro orecchio a volte è più assuefatto di quello che crediamo;
– errori per più o meno passeggere mode, come l’orribilissimo affianco per a fianco;
– errori nella scrittura di parole importate da lingue molto esotiche come l’inglese (in vita mia ho letto la parola suspense scritta in diciotto modi diversi: tanto che, per sicurezza, scrivo sempre tensione o attesa, secondo i casi);
– ed errori d’altro genere.
L’unica terapia consigliabile è: rileggere, consultare il dizionario (in rete ce n’è di affidabilissimi). L’unica profilassi consigliabile è: abituare a rileggere, abituare a consultare il dizionario.

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Dieci vite brevi di poeti morti

9 maggio 2017

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Teoria e pratica del salutare, quando si scrive a una persona sconosciuta come per esempio un editore o un agente

6 maggio 2017

La riverenza. Notare la posizione dei piedi.

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Le dieci più tremende frasi di chiusura che ho incontrate nel mio lavoro di lettore di inediti

4 maggio 2017

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Dieci cose che le giovani scrittrici devono sapere (se vogliono fare carriera)

27 aprile 2017

Questa non è un’aspirante scrittrice (donna)

di giuliomozzi

Vedi anche: Dieci suggerimenti comportamentali per aspiranti scrittori (maschi).

1. Potete scegliere se farvi chiamare: scrittore, scrittrice, scrittore donna, scrittrice donna. Se riuscite a farvi chiamare nel primo modo, potete dirvi più che soddisfatte. Se siete chiamate nel secondo modo, potete accontentarvi. Se vi chiamano nel terzo modo, ricordate che il vero scrittore non ha aggettivi (se non, ovviamente, grande). Se vi chiamano nel quarto modo, cercate almeno di evitare qualunque conversazione nella quale compaia (pronunciata dall’interlocutore o interlocutrice, certamente non da voi) la parola veterofemminismo.

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Sul disprezzo necessario per la letteratura. Dieci affermazioni

25 aprile 2017

Michelangelo, Pietà Rondanini (1554-1564).

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