Note di lettura: “La lingua della terra” di Giacomo Revelli.

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di Luigi Preziosi

L’estate che racconta Giacomo Revelli in La lingua della terra (Arkadia editore, 2019) è la stagione in cui matura il senso del cambiamento, dell’adeguamento al tempo nuovo che prima o poi tutti ci coglie. La genericità di questa formula di ingresso nel libro è dovuta alle diverse modulazioni che il cambiamento assume nei confronti dei personaggi della storia. Il principale, Bedè, è un contadino ormai quasi vecchio che nell’entroterra ligure accudisce con ostentata pervicacia il suo uliveto abbarbicato sulla costa della collina: un pezzo di terra che era di suo padre e prima ancora dei suoi nonni e che difficilmente riuscirà a tramandare ai due figli, i quali proprio nell’estate che abbraccia il racconto maturano un definitivo disinteresse a continuare l’attività di famiglia, impegnati come sono nella ricerca di altre strade: il primo, che è anche la voce narrante, affronta le formule matematiche degli esami del politecnico, mentre le forti emozioni di un primo amore estivo assorbono l’attenzione del secondo.
Ogni mattina, Bedè sale da solo dal paese al suo podere, i “Lughéi”. Ben più di un luogo di lavoro, i Lughéi sono le sue radici e il mezzo per interpretare l’esistenza, il posto dove la vita dispiega la sua bellezza. Bedè lo ama di un amore senza limiti: “Il giorno spunta prima sulle foglie degli ulivi. Il mattino le ama, le ricopre d’un nettare di luce, fin dalle fasce più in alto. E l’ulivo apre le braccia e ringrazia. Non è ancora mattina, non è ancora giorno, non è ancora luce che l’olivo offre all’alba la sua faccia migliore. Con il passar del giorno s’intimidisce s’incupisce s’acciglia. Alla sera riserva solo quell’altro viso, carico di linfa stanca. Ma sempre soave.”
Lì passa le giornate innaffiando, potando, aggiustando muretti a secco, curando un po’ d’orto e dando da magiare alle galline. E’ un uomo scontroso, scarno di parole, quasi personificazione della sobrietà ligure nell’esprimere emozioni, burbero ma amorevole verso la famiglia. Una mattina, aprendo il casone degli attrezzi, scopre un intruso, che deve aver passato lì la notte dormendo sul pavimento: “stava lì come un gatto selvatico, con quegli occhi acerbi puntatigli addosso, con uno sguardo epifanico cui chiunque sarebbe stato costretto a rivelarsi, come il cacciatore sorpreso dal merlo cui sta sparando”. Inizia così un singolare rapporto, giocato per lungo tempo su sguardi, tesi ad intuire le intenzioni dell’altro. Bebè è sconcertato, non sa se scacciare l’intruso, o non intervenire e lasciare che le cose accadano.
Per giorni la situazione non cambia: i due si studiano, Bedè capisce che l’intruso, che si rivela essere un ragazzo africano, non fa danni al suo podere, e non fa nulla per mandarlo via. La sua incapacità di trovare dentro sé le ragioni di quell’embrione di legame che sente crescere verso lo straniero si rivela nel suo comportamento verso la famiglia, a cui non racconta nulla di quanto sta avvenendo ai Lughéi. Però inizia a mettere da parte degli avanzi delle cene per lasciarli giornalmente nel casone (approccio pressoché identico a quello che, da vecchio contadino, userebbe per addomesticare un gatto inselvatichito).
Lentamente, tra i due germoglia silenziosa una inaspettata relazione. Un piccolo intervento del ragazzo sull’oliveto fa capire a Bedè che qualche comunicazione è possibile: conoscono entrambi una lingua senza parole che permette loro di intendersi, perché “il linguaggio della terra è lo stesso ovunque, sta scritto pochi centimetri sotto la sua superficie, basta un colpo di zappa per impararlo”. La lingua della terra è universale, tutti i contadini più o meno la capiscono: così nel corso dell’estate, con l’aiuto del ragazzo africano, Bedè riesce finalmente a completare la lavorazione delle fasce terrazzate più alte, come desiderava da un pezzo, ma su cui non contava, da quando i figli non lo seguivano più in campagna.
Nel frattempo, mentre l’attenzione dei figli di Bedè è attratta dalle diverse suggestioni che offre l’estate, in paese si comincia a mormorare. Le tre storie raccontate, quella maggiore, relativa al padre, e quelle minori, relative ai figli (di ognuna di esse non sarebbe corretto rivelare il finale) non confluiscono, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, in un dènouement comune, ma mantengono ciascuno la propria autonomia. E’ invece il senso della scoperta di nuove consapevolezze che pervade i tre protagonisti, si colloca come ragione comune, rendendo plausibile lo svolgimento di più racconti in una narrazione unica. Un romanzo (meglio, forse, un racconto lungo) di formazione, dunque. E il processo di maturazione interiore non ha età, e non investe solo la crescita dei due ragazzi ventenni: è il quasi settantenne Bedè, adeguandosi all’inconsueta opportunità, a dover scavare con maggior impeto dentro di sé, cogliendo così l’occasione di imparare qualcosa di cui non aveva ancora piena coscienza.
La storia che Revelli racconta sa di terra riarsa, di sole e di vento e di fatica: si inserisce a pieno titolo nella tradizione ligure del secondo Novecento, in quel particolare segmento che va da Biamonti a Lanteri a Magliani (ma un progenitore più antico si potrebbe riconoscere anche nel Boine de Il peccato e de La crisi degli olivi in Liguria), i quali non nel mare, ma nell’aspro entroterra trovano il fondale ideale per rappresentare mutamenti psicologici e profondità interiori. La lingua della terra attualizza la ricchezza di questa tradizione, traducendo il senso di precarietà del vivere nel tormento del non avere un domani proprio delle folle di migranti che, come l’ospite di Bedè, percorrono le nostre strade. E Revelli gioca sapientemente con il contrasto tra una scrittura di classica eleganza, ed il tema, strettamente attuale, e trattato con singolare pudore in modo da evitare inopportune tracimazioni ideologiche, evidenziando per contro ciò che davvero conta. Se due uomini, distanti per età, origine, cultura, opportunità presenti e future riescono a scambiarsi lo sguardo, si possono annullare sensi di superiorità e intenti rivendicativi: dovrebbe però restare, anche se a volte offuscato da nebulosità intense, un barlume di coscienza della umanità comune.

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