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“Grida quando stai bruciando”

8 febbraio 2017

camus[Ho letto con interesse l’articolo del Professor Brugnolo “I fannulloni nella valle fertile” di Albert Cossery e propongo come umilissimo controcanto questo scritto (un temino) su “La peste” di Albert Camus scritto di getto qualche mese fa. Se Cossery mi sembra riprendere e ampliare Gončarov, Camus mi sembra riprendere Balzac. La questione posta dal mio intervento credo sia principalmente: alcune cosiddette allegorie del ‘900 non sono un po’ troppo artificiose? mc]

di Marco Candida

Iniziamo con un paragrafo delle Illusioni Perdute di Balzac:

“La necessità di coltivare il padre, del quale la signora de Bargeton aspettava l’eredità per andare a Parigi, e che invece li fece aspettare tanto che il genero morì prima di lui, costrinse il signore e la signora de Bargeton ad abitare ad Angoulême, dove le brillanti qualità della mente e le ricchezze naturali celate nel cuore di Naïs dovevano perdersi senza frutto, e col tempo diventare addirittura ridicole. In effetti, i nostri lati ridicoli sono in gran parte originati da un bel sentimento, da virtù o da facoltà spinti all’eccesso. La fierezza, non attenuata dalla pratica del gran mondo, si trasforma in durezza quando si esercita sulle piccole cose invece di spaziare in una sfera di sentimenti elevati. L’esaltazione, questa virtù nella virtù, che genera i santi, che ispira dedizioni segrete e stupende poesie, diventa esagerazione quando si appiglia alle inezie della provincia. Lontano dall’epicentro in cui brillano i grandi intelletti, in cui l’atmosfera è carica di pensiero, in cui tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si altera come un’acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rimpiccioliscono ingrandendo le cose trascurabili. Ecco la causa dell’avarizia e dei pettegolezzi che appestano la vita di provincia. La persona più degna è portata in breve ad imitare le idee ristrette e le maniere meschine. Così soccombono uomini nati per essere grandi, donne che, se emendate dagli insegnamenti del mondo e formate da spiriti superiori, avrebbero potuto diventare delle creature affascinanti” (Neretto mio, ndr)

In fondo, Albert Camus, nella Peste, si è ispirato molto a Balzac. Ha preso una cittadina di provincia e ha mostrato come abitudini e vezzi proseguano anche se in questa cittadina sopraggiunge il morbo della peste. Questo, l’assurdo di Camus – che Balzac, nel profluvio del secondo capitolo delle Illusioni Perdute, definisce “ridicolo”. L’assurdo sta nel continuare a far le cose, anche se non ha più senso farle. Camus si appropria di un aspetto della “commedia umana” di Balzac, e lo espande, facendolo diventare il caposaldo di un intero sistema filosofico. Il provincialismo è specchio di una condizione esistenziale. Il provincialismo è ritagliarsi un’isola, un vivere scollegato, una sorta di volontaria auto-emerginazione. (more…)

Rivoluzione Quentin

11 novembre 2016

di Marco Candida

[Il testo si intitola La rivoluzione di Quentin]

con affetto a Quentin Tarantino

pulpbooks-7-900x1350È sbalorditivo constatare quanto Ernest Hemingway sia debitore di Sherwood Anderson. Eppure, pochi autori come Hemingway hanno consolidato il cammino della letteratura negli ultimi decenni – e qui “letteratura” ha valore altissimo: significa soprattutto “modalità di rappresentazione del mondo”. Esempi come quelli di Hemingway, in letteratura, ce ne sono un bel po’. Generalmente, sappiamo che tutti i grandi autori, o una parte non trascurabile d’essi, sono debitori. Forse, però, questa parola, la parola “debitore”, colpisce ormai in maniera troppo debole la nostra immaginazione. Infatti, se i grandi autori sono “debitori”, allora dobbiamo immaginarci “debitori” “pieni e strapieni di debiti”: non soltanto un paio di collane in una gioielleria e qualche bottiglia di whisky nel negozio di liquori sotto casa. Se sono “ladri”, li dobbiamo immaginare non semplici furfantelli che svaligiano un appartamento o commettono qualche scippo per strada: piuttosto quel tipo di birbanti che s’impadroniscono di capitali interi, società, know-how. Ecco, questo è il tipo di “debitori” o di “ladri”, se vogliamo usare i vocaboli “ladri” e “debitori”, che dobbiamo immaginarci. Ma, se sono “debitori” o “ladri”, che cosa consente a questi grandi autori di seguitare a essere considerati “grandi”? O, ancora meglio: perché questi autori sono indubitabilmente più grandi, importanti, belli e migliori degli altri autori?

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In “Il primo amore”, un convegno online dedicato a “It” di Stephen King

10 ottobre 2016

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di Marco Candida

Grazie a Luca Cristiano, dall’11 al 20 ottobre una serie di interventi su It di Stephen King “invadrà” il sito della rivista Il primo amore. Appare già qui la prolusione al “convegno” scritta da Enrico Macioci, ideatore dell’iniziativa. Appuntamento, dunque, per chi vorrà, dall’11 al 20 su Il primo amore: un intervento al giorno.

Marijuana al buio

22 settembre 2016

di Paolo Galli

[Paolo Galli, di Reggio Emilia, classe 1986, ha una raccolta di racconti inediti sul mondo delle discoteche e dei buttafuori. Chissà se ce la farà, a trovare l’editore. Il vantaggio per tutti, nel frattempo, è che lo leggiamo gratis. mc]

Qualche birra e un paio di canne

Un venerdì pomeriggio mi ha chiamato Incio. Era pieno luglio. I ventilatori non facevano altro che spalare tonnellate di umidità da un posto a un altro. Faceva un caldo d’inferno. Si poteva star bene solo con l’aria condizionata. Io non l’avevo. Me ne stavo sdraiato nudo sul pavimento.

Incio era uno degli amici di mio fratello. Era anche lui alla cena per il compleanno della biondina un po’ troia. Aveva una gran cotta per quella biondina. Non che a me fregasse un accidente, ma questa cosa della cotta per quella biondina non riuscivo proprio a capirla. Incio era un tipo sveglio, uno che si dava da fare. Aveva una gran passione per le moto e faceva il meccanico part time. Studiava da ingegnere. Era anche un bel ragazzo, a parer mio. Era alto, largo di spalle, e aveva una faccia pulita, da bambino. Quella biondina non valeva uno sputo di tabacco masticato.

Devo aver visto Incio tre o quattro volte in tutto. Ma avevo il suo numero, e lui aveva il mio. Mi sono alzato, ho preso il telefono. Mi sono sdraiato di nuovo e ho risposto.

“Incio”, ho detto.

“Ciao Pà”. Mi chiamava Pà, non so perché. Non mi piaceva quel soprannome, ma non gliel’ho mai detto. “Stasera ti va di venire con me a una festa”?

Il caldo umido m’imprigionava le forze. Non avevo voglia di parlare. Non avevo voglia di fare assolutamente nulla che non fosse starmene sdraiato nudo sul pavimento. Quindi ho tagliato corto. “Va bene”.

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“Autunnale”, di Dario Voltolini

24 maggio 2016

di Marco Candida

copertina_voltoliniDario Voltolini si è autopubblicato un romanzo che s’intitola Autunnale (dalla finestra al teatro). Sulla quarta il libro viene presentato così: “Sono scene che si manifestano in ordine sparso come tessere di un puzzle appena rovesciato dalla scatola che le conteneva. Il protagonista è come un albero a cui l’esperienza, simile a un vento autunnale di tramontana, porta via poco alla volta tutte le foglie”. Un albero a cui il vento dell’esperienza porta via poco alla volta le foglie. Un interessante capovolgimento di prospettiva, dato che di solito l’esperienza “fa maturare”. E infatti il protagonista di questo romanzo via via che procede di capitolo in capitolo, di scena in scena sa sempre meno. Eugenio è come se fosse al centro di un tifone che trasforma tutto in sabbia. Le persone, le cose non hanno più forma, identità. Ed è il lettore che ha compito di mettere insieme i tasselli del puzzle e verificare se un senso nella vita di Eugenio è ancora possibile. Una sfida che non lascia scampo. Dove siamo noi lettori chiamati ad avere autorevolezza. E con questo romanzo scomposto Voltolini non si produce in un intellettualistico gioco combinatorio: parla invece al cuore di tutti coloro che, come Eugenio, stanno vivendo un periodo di transizione e hanno, si spera non per sempre, perso la bussola. Così, si affidano. Prima alla compagna. Poi all’amico. Poi al dottore. E magari ai passanti occasionali – come i lettori di un libro. Magari a qualcuno che possa capirli per loro. Qualcuno che sappia loro dire che cosa diavolo sta accadendo perché loro non ce la fanno più, non ci riescono più, non capiscono più. Tutto, per costoro, si sfrangia, sfilaccia, sfarina e allo stesso tempo ogni cosa si salda, riunisce, rinserra.

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Quando cadono le stelle, di Gian Paolo Serino

21 maggio 2016

di Marco Candida

Quando-Cadono-Le-Stelle-G.-Paolo-SerinoDi ritorno dalla presentazione alla Libreria Mondadori di Alessandria del romanzo d’esordio di Gian Paolo Serino Quando Cadono le stelle Baldini Castoldi. A presentarlo Angelo Marenzana. Marenzana è autore del romanzo noir L’uomo dei temporali edito da Rizzoli. Scrittore ottimo e vero, a parer mio, la principale forza di Marenzana è la caratterizzazione di luoghi e personaggi. In Italia l’opinione più diffusa è probabilmente che l’abilità dello scrittore stia nel dipingere il quadro con poche pennellate. Invece, i romanzi quasi sempre necessitano indugio e questo Marenzana lo fa, con il risultato che i suoi personaggi (ispettori o commissari che siano) sono persone di carne e sangue e non solo inchiostro.

Sentendo Serino presentare il suo romanzo mi è venuta una riflessione. Da anni Vasco Rossi sostiene Serino affermando che è una mente geniale. Usa parole forti, importanti. Sicuramente, Serino ha una carriera che testimonia la veridicità dell’asserzione del rocker. Mi chiedo, però, se il mondo letterario abbia preso sul serio in considerazione le parole di Vasco. Ascoltando Serino, insomma, ho pensato: Vasco Rossi ha ragione a parlare bene e molto bene di Serino. E poi ho pensato: come mai quando qualcuno spende parole importanti per qualcun altro non viene quasi mai preso del tutto sul serio?  Mi è venuto da pensare che quello che fanno gli altri è sempre facile, vale poco, non è da prendere molto in considerazione. Vasco Rossi parla bene di te? Oh be’, sì: lo farebbe anche di me, se ci conoscessimo, fossimo amici… E’ sempre facile quello che ottengono gli altri. Invece, bisogna capire che non è facile, non è scontato, mai.

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Famiglia

28 marzo 2016

di Marco Candida

[In questi giorni si è parlato di “unioni civili” e “famiglia”]

Una premessa dell’ispettore Balti

Essendo un ispettore di Polizia ci si aspetterebbe forse che sia pieno di nemici. In quattordici anni, da quando ho i due pentagoni dorati appuntati sulle controspalline della divisa, ho operato qualcosa come settantasei arresti. Ho messo dentro Carlo Tontelliano che ha ammazzato sei persone e si può quasi considerare un serial killer, anche se erano tutte persone che lo avevano rovinato. E devo confessare che è stato dopo il successo di quell’operazione che ho cominciato seriamente a occuparmi del tuo caso e ad assumerlo direttamente quando l’ispettore Rettondi ha fatto la fine che ha fatto. Pace all’anima sua. Ho fatto incarcerare parecchi criminali e alcuni di loro oggi sono liberi, non stanno più in carcere. Molti conducono una vita non dico onesta ma normale. Altri invece probabilmente sono impelagati negli stessi giri di sempre – cosa di cui sono piuttosto certo almeno per quel che riguarda Arturo Colaffini o Girolamo Venicchianni o Ettore Bollemponci. Magari, se sei stata attenta alla cronaca degli ultimi anni nel pavese, i nomi che ho appena fatto possono risuonarti nelle orecchie in qualche modo. Sì, per la miseria. Ho fatto incarcerare settantasei criminali. Tuttavia, se mi stai chiedendo chi è il mio nemico più grande, allora non ho dubbi su chi potrebbe essere. Lasciamelo dire chiaro: il mio nemico più grande non è uno degli ex-carcerati che ho fatto arrestare. Invece è una donna. Come te. Si chiama Elma Comolli. E il motivo per cui dovrebbe avercela tanto con me al punto da desiderare di vedermi morto è che temo di averle rovinato la vita. Perciò se ti aspetti che mi metta a raccontare di questo o quel criminale che ho arrestato e fatto incarcerare e del quale temo la vendetta, allora ho paura di doverti deludere in partenza. Non ti parlerò di storie di arresti e criminali. Ti racconterò, invece, la storia del mio matrimonio. Un matrimonio decisamente fallito. E ti parlerò della mia famiglia.

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“Carlos Paz e altre mitologie private”, di Marino Magliani

2 marzo 2016

di Marco Candida

magliani-383x600Prendiamo l’attacco del terzo racconto “Andante crociera”. “Con un paio di amici argentini vivevamo a Gulpen, una cittadina del sud dell’Olanda, nella regione Limburg. Un giorno, non so per quale motivo – forse perché si trovava sulle rotte del Grande Nord, o perché avevamo nostalgia delle montagne – comprammo tre biglietti per la Norvegia. Destinazione Stavanger. Il traghetto salpò al tramonto da Amsterdam, infilò il Nordzeekanaal e costeggiò la cittadina di JImuiden, con le sue case di mattoni e i bunker della seconda guerra, il porto affollato di pescherecci e gru, con la spiaggia e i quartieri di Zeewijk” O il secondo paragrafo del quinto racconto dal titolo “Un taxi a Utrecht”: “Utrecht è al centro dell’Olanda, ripeteva il professore indicandola sulla carta geografica. Utrecht, ragazzi, sta con precisione millimetrica al centro dell’Olanda e ha il campanile più alto dell’Olanda.” Poi c’è il secondo racconto dal titolo “Carlos Paz”, dove ci sono capitoletti intitolati “La Germania”, “La Spagna” oltre a “Il Piemonte”.
“Carlos Paz e altre mitologie private” di Marino Magliani fa venire voglia di pensare che dovrebbero sempre essere gli autori italiani a scrivere storie ambientate all’estero. A parte qualche eccezione come La neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio o Norvegia di Angelo Ferracuti, e Tabucchi e Magris, i paesi stranieri ci arrivano, come sappiamo, grazie alle traduzioni. Ma se ci si riflette, un libro straniero presenta una sorta di doppio esotismo che lo rende sempre un po’ oscuro: sono stranieri, infatti, sia la storia che l’autore. Pertanto, non solo risultano stranianti le ambientazioni e i personaggi della storia, ma straniante risulta anche il modo di condurre la narrazione, la scelta di privilegiare alcuni fatti anziché altri, lo sguardo. Diventa difficile sentire una storia come realmente nostra, familiare, vicina. E invece le storie migliori sono forse quelle dove elemento familiare e fattore straniante si incontrano e confrontano trovando un punto d’intesa. Un equilibrio.

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Dino Campana

4 febbraio 2016

di Marco Candida

[L’articolo che segue s’intitola “Un genio da manicomio”. Appare qui su minima&moralia e qui su Atti Impuri. Ne ho parlato anche qui].

dino_campanaImpossibile accostarsi all’opera di Dino Campana senza concentrarsi in via preliminare su chi fosse analizzandone vita e personalità; ma, prima di far questo, si può forse tentare uno sguardo d’insieme domandandosi: che storia è quella di Campana?

Un modo per rispondere a questa domanda è affermare che si tratta della storia di un uomo che ha subito una tremenda ingiustizia. Un altro modo è rispondere affermando che si tratta di un individuo che, per varie ragioni, fra cui quella di aver ricevuto una tremenda ingiustizia, si è rovinato la vita ed è diventato pazzo.

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“Sono io che l’ho voluto”, di Cynthia Collu

6 gennaio 2016

di Marco Candida

[Un’intervista a Cynthia Collu autrice del romanzo Sono io che l’ho voluto, Mondadori. Ringrazio Cynthia Collu].

colluDescrizione. Se è vero che ogni famiglia infelice lo è a suo modo, quella di Miriam si potrebbe definire “normalmente” infelice: qualche discussione, la scontentezza del marito per il modesto stipendio da insegnante, a volte delle litigate furibonde ma sempre, dopo, la riappacificazione, la felicità del sesso, una cena fuori, un piccolo viaggio. Sebastiano ritorna premuroso, gentile, e a Miriam questo è sufficiente per tirare avanti. D’altra parte gli deve pur essere riconoscente, lui “la mantiene”, permettendole di stare a casa a occuparsi del loro bambino di tre anni, Teodoro. Un giorno, sistemando gli abiti di Sebastiano, Miriam vede uscire dalla tasca una traccia inequivocabile lasciata da un’altra donna. Inizia la lenta discesa agli inferi del sospetto, del bruciore per il tradimento, del tentativo di parlarne e dell’acuirsi della violenza di lui: maltrattamenti psicologici, all’inizio, destinati a trasformarsi presto in violenza fi sica. Un romanzo che narra con straordinaria intensità la “normalità” della violenza domestica, e i meccanismi per i quali tante donne non riescono a riconoscerla, tanto meno a ribellarvisi. Miriam, risalirà dal suo inconfessabile inferno solo quando riuscirà a guardarsi con occhi nuovi, a ritrovare l’autostima che, come lei, tante donne hanno smarrito.

1) La trama di “Sono io che l’ho voluto” è già riportata all’inizio di questa intervista. Ma ti chiedo lo stesso: di cosa parla, questo libro? Parla di violenza domestica o di sottomissione? Già il titolo “Sono io che l’ho voluto” è la tipica frase di chi sembra recitare un mea culpa trovandosi nel bel mezzo di un pantano.

Il romanzo affronta il tema di quelle che vengono definite “molestie morali” o anche “violenza domestica”. La protagonista è una donna, Miriam, bella, intelligente e colta, ma incapace di liberarsi dalla soggezione psicologica del marito, o meglio, incapace di difendersi dalle continue denigrazioni che ledono a dosi progressive la sua autostima. Il romanzo, quindi, parla soprattutto di violenza psicologica all’interno della coppia, violenza sommersa, che coinvolge famiglie di qualsiasi ceto sociale, violenza ancora più pericolosa di quella fisica in quanto meno riconoscibile.
Per quanto riguarda il titolo mi è capitato di sentire diverse interpretazioni da parte dei lettori. In effetti, il titolo ha più chiavi di lettura. Leggendo però il romanzo mi sembra alla fine risulti chiaro che la frase è tutt’altro che un mea culpa, bensì è il grido liberatorio di una donna che si riappropria della sua autostima e dignità. Ma, come si sa, una volta pubblicato un libro non è più tuo, è del lettore, e quindi che ognuno interpreti il titolo come meglio preferisce.

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Saggio su Giulio Mozzi

5 dicembre 2015

di Marco Candida

[Questo articolo dal titolo Mutazioni senza storia appare già su Pupi di Zuccaro Cronache contro lo svanire. Finalmente mi sono deciso a scriverlo dopo anni di articoletti scherzosi. Qui non scherzo].

Per quanto deludente, quando arriva un cambiamento del modo di percepire la vita, la maggior parte di noi non ha alcuna storia da raccontare. Il mutamento arriva e basta. Un giorno ci alziamo persone diverse e non sappiamo dire perché. Percepiamo le cose in maniera differente da prima, ma non sappiamo rintracciare il percorso che ci ha condotto a quella mutazione. Il fatto è che succede e basta. Giulio Mozzi, nei suoi racconti, sembra proprio voler porgere all’attenzione del lettore questo aspetto. Il desiderio di Mozzi sembra, in primo luogo, quello di fermare e raccontare l’istante di crescita senza storia.

La ragazza Ruota va in pizzeria con amici. Mentre aspetta con gli amici le pizze, è piena di pensieri. Immagini, riflessioni, ricordi. In particolare la giovane donna pensa a che cosa sia passare dall’adolescenza all’età adulta. Anzi, c’è una parola più adatta: in quel momento, in pizzeria, avviene in Ruota una presa di coscienza. Pagina 35 da Il male naturale, edizione Mondadori.

Djuna si è trovata questo Carlo e per due mesi ha fatto tutto da sola senza mai parlare […] Questo è un tradimento, pensa Ruota. Non staremo più una accanto all’altra, tremanti nella tana buia, aspettando le belve. Ci tratteremo con dignità. Provocheremo ciascuna il buon giudizio dell’altra. Se ci ricorderemo per caso di quando ci amavamo e ci odiavamo senza schermi penseremo: oh, che stupide: eravamo bambine, e proseguiremo immutate, ormai immutabili. Tutto questo per Ruota non sarebbe mai dovuto accadere e non lo aveva mai nemmeno immaginato: ora è accaduto e non si può cambiare. Djuna è diventata adulta irrimediabilmente e per la prima volta oggi Ruota pensa all’adultità come a una cosa che non si può evitare ma alla quale si devono trovare dei rimedi o dei sollievi; per non morire, semplicemente.

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It, di Stephen King

12 novembre 2015

di Marco Candida

[Avrei voluto scrivere questo articolo da quando sono alto così. Oggi che ho l’età di Bill Denbrough nel 1985, l’ho fatto. Forse, alla fine, anch’io ho affrontato il mio It]

Dedicato con affetto a Stephen King

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Stephen King ha scritto It tra il 1981 e 1985. Un dato non secondario se si considera che nell’edizione italiana It consta complessivamente di ben 1238 pagine. I protagonisti sono sette: Mike, Bill, Richie, Ben, Eddie, Stan e Beverly. L’antagonista è uno e settuplo: It è un’entità multiforme che di volta in volta si presenta come uccello gigantesco, mummia, lebbroso, lupo mannaro, ragno gigante…, ma gira per Derry preferibilmente nei panni di un pagliaccio. Tra i personaggi non protagonisti spiccano Audra Philips la moglie di Bill (leader dei sette ragazzi) e Tom Rogan il marito di Beverly (antesignano di Norman Bates nel romanzo Rose Madder). Poi ci sono anche grandi personaggi secondari come Mr. Keene il gestore del Drug Store Center di Derry (quello dell’effetto “placebo”; la medicina per l’asma di Eddie è in realtà acqua zucchero e un pizzico di canfora); Adrian Mellon (l’omosessuale divorato da It: la vittima che nel 1984 segnala il risveglio trentennale del mostro di Derry); Will Hanlon che racconta al figlio Mike i misteriosi incidenti occorsi ogni trent’anni circa nella cittadina di Derry; e poi Henry Bowers assieme a Belch Huggins e Victor Criss nella parte dei bulli che danno la caccia a Bill &Co.; Richard P. Macklin… senza dimenticare personaggi di sfondo divinamente tratteggiati quali Mandy Fazio o Rena Davenport o il sergente Wilson o Patrick Hockstetter… Infine c’è Derry. Derry è un personaggio del romanzo tanto quanto lo sono Ben o Richie, ma assai più complesso da raccontare essendo Derry un’intera città. La narrazione trabocca di storie – fatti a se stanti e dotati ciascuno di originalità. E va da sé che, essendo il numero di protagonisti così ampio, gli intrecci sono molto numerosi.

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Macchina del tempo

22 ottobre 2015

di Marco Candida

[Propongo questo racconto (di cui ho parlato anche qui) in occasione del “Ritorno al futuro day”. “Ritorno al futuro day” era ieri. Purtroppo sono stato a una fiera del lavoro e non ho potuto pubblicarlo prima. Il testo appare anche nel sito di Wall Street International Magazine]

Tornare da Aurora

Ho cominciato a stendere il primo progetto di una macchina per viaggiare nel tempo tre settimane dopo la scomparsa di Aurora. Aurora era mia moglie. L’amavo. Era lei a tenere insieme il mio mondo. Ed ero così disperato, quando la perdetti, che mi misi in testa che forse sarebbe stato possibile costruire un marchingegno, tornare indietro nel tempo e impedire che quel camioncino del latte la stritolasse contro un muro in un vicolo troppo stretto. Perché così sono andate le cose, per quanto assurdo.

Io, ho solo una laurea in Lettere. Non sono un genio della matematica. Anzi, non sono un genio di niente. Non lavoro da anni. Da anni cerco lavoro senza trovarlo. Vivo con qualche risparmio. Sto per lo più a casa. Ho un sacco di tempo libero. Lo passo soprattutto a leggere. Romanzi, saggi. Un giorno ho trovato tra gli scaffali di una libreria un libretto che si intitola La relatività a fumetti. Sarà stato sette, otto anni fa. E’ così che ho preso ad appassionarmi di Fisica. Poi dai fumetti sono passato ai documentari. Morgan Freeman. Brian Greene. Dopodiché ho ripreso in mano i libri di Fisica, Chimica e Biologia del Liceo integrandoli con prontuari come Fisica. Corso di sopravvivenza e Matematica. Corso di sopravvivenza. Infine, giovandomi di una buona conoscenza dell’inglese, mi sono messo a seguire su Youtube le lezioni tenute alla Stanford University dal Professor Leonard Susskind e quelle del Professor Michiu Kaku presso la New York State College. Quando Aurora è morta, le cose che avevo fino a quel momento appreso in maniera del tutto amatoriale mi si sono radunate nella testa e come ho già scritto dopo solo tre settimane mi ci sono messo sul serio a far progetti per costruire una macchina del tempo.

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Volkswagen

22 settembre 2015

di Marco Candida

[Ho scritto questo racconto nel 2012. S’intitola Carrozzerie trasparenti. Uno dei suoi protagonisti è una BMW Volkswagen e lo propongo ai lettori di vibrisse per questa ragione. Il testo è già apparso a puntate su Wall Street International Magazine. mc]

“Sono le carrozzerie delle automobili, Massimo. Sono quelle che mi preoccupano. A lei no?”
“Ah, se intende dire che ha paura di lasciare la macchina posteggiata fuori coi tempi che corrono… Sì, condivido. Mi hanno strisciato l’auto almeno un paio di volte con un temperino quei delinq…”
“No no, non parlo di questo, Massimo”
“Allora non capisco, signor Giordani”
“Le carrozzerie delle automobili coprono. Nascondono. E’ questo che mi preoccupa”
Massimo è un uomo piuttosto massiccio. Un tempo non lo era e non è contento, per la verità, che una parola come “massiccio” negli ultimi due, tre anni gli si addica tanto. In particolare non è soddisfatto del collo. Gli si è ingrossato. Dev’essere stato l’andare in palestra. E anche Barbara, la sua cucina. A volte Barbara lo abbraccia, lui ha i capelli tagliati a spazzola, lei gli passa una mano sulla testa e gli dice che potrebbe usargliela per aprirci noci di cocco. Lui non è contento quando la sente parlare così. A parte il collo, sa di essere passato dai sessantaquattro agli ottantanove
chilogrammi negli ultimi quattro anni – e non solo, come vorrebbe raccontarsi, perché sta mettendo su massa muscolare sollevando pesi in palestra. La circonferenza del collo gli si è allargata, e il collo gli si è come accorciato, è quasi incollato alle spalle. A Barbara piace, deve darle un senso di sicurezza, Massimo però odia questa forma fisica che ha preso.

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Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti?

12 agosto 2015

di Marco Candida

Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti e non 33? La Divina Commedia è divisa in 3 Cantiche ciascuna a sua volta divisa in 33 canti più il canto iniziale che fa da proemio. Nella sterminata bibliografia sull’opera dantesca sembra darsi per scontato che non ci siano significati nel fatto che la prima Cantica sia formata da 33 canti + 1. Tuttavia, come mai Dante, così maniacale nel creare simmetrie, nominò il primo canto appunto “primo canto” e non, ad esempio, “proemio” mantenendo intatto il frazionamento 33-33-33? Non potrebbe esserci un significato, per noi della “piccioletta barca”, nell’asimmetria 34-33-33?
Visto che qui si tratta di architettura sia pure di un’opera letteraria, pensiamo ad alcuni esempi tratti dall’architettura propriamente intesa: il Duomo di San Martino a Lucca, la chiesa di Santa Maria di Naula, la basilica di San Andrea di Vercelli, l’abbazia di Staffarda o il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo. Esempi manifesti di asimmetrie. La facciata del Duomo di San Martino di Lucca presenta l’arcata di destra molto più stretta di quella centrale e di sinistra. La basilica di San Andrea a Vercelli presenta una torre campanaria nell’angolo nord-ovest ossia in posizione obliqua rispetto all’asse longitudinale della basilica stessa scombiccherando il tutto. L’abbazia di Staffarda presenta, come di regola nei monasteri cistercensi, un’asimmetria. Il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo che ha forma di basilica a tre navate con transetto manca di una guglia determinando un effetto fortemente asimmetrico – dato che, come ogni cattedrale ogivale, dovrebbe presentare, invece, due guglie.
Ora, quali spiegazioni si sono date alle asimmetrie di queste costruzioni? Tralasciando quelle di ordine più poveramente pratico, una risposta è che la tensione verso la perfezione architettonica può essere interpretata come un atto di orgoglio verso Dio. Un’altra che l’asimmetria tende a interrompere il cerchio dell’infestazione satanica dato che Satana si presenta, assai volentieri, sottoforma di ordine e logica. Dunque, le risposte sono che l’asimmetria serve a evitare la superbia e a tenere lontano il demonio.
Va considerato, tuttavia, che nella Divina Commedia i 34 canti formano la Cantica dell’Inferno. In fondo allo scopo di rompere la nefasta tripartizione simmetrica Dante avrebbe potuto aggiungere un canto nell’explicit della Commedia e non nell’incipit. Invece il Nostro sceglie l’Inferno. Sicché quando confrontiamo 34, 33 e 33 siamo costretti a notare lo sbaglio, l’asimmetria, l’ineleganza proprio in corrispondenza del Regno di Satana.

Relatività a fumetti

4 giugno 2015

di Marco Candida

Il testo che segue raccoglie tre pezzi separati tra loro: una recensione a un film, una recensione a un libro e l’incipit di un racconto. Il film è Ritorno al futuro. Il libro è il saggio La relatività a fumetti. Il racconto s’intitola “Tornare ad Aurora”, sul viaggio nel tempo.

Ritorno al futuro

hoverboard-back-to-the-future-part-2-michael-j-foxSe si leggono i commenti in calce ai video sulla rete relativi a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis con Michael J. Fox ci si rende conto che molti commentatori rilevano quanto quel film abbia contraddizioni e sia zeppo di buchi e cose impossibili dal punto di vista logico. Le critiche sono fondate; ma lo sono se come perno che fa ruotare su se stesso il mondo di Doc e Marty si tengono le leggi einsteiniane. In realtà, il mondo di Marty McFly e Doc Brown non ruota grazie alle leggi einsteiniane, ma grazie a quelle freudiane. In altre parole, Ritorno al futuro è straordinariamente cialtrone quando si riferisce a Einstein, ma diventa straordinariamente preciso quando si riferisce a Freud. Il punto è che questa duplicità, se si presta attenzione, appare voluta: e c’è un dettaglio che lo indica. Ogni volta che Doc e Marty si mettono a parlare di viaggio nel tempo e delle modalità con le quali avviene il viaggio nel tempo, ogni volta che Doc o Marty forniscono una spiegazione scientifica del viaggio, ecco che prendono a parlare concitatamente, i dialoghi accelerano e per lo spettatore diventa quasi impossibile capire precisamente che diavolo quei due stiano blaterando. Si capisce soltanto che sono questioni tecniche, scientifiche, complesse. Invece quando è il momento di parlare di sentimenti e di triangolazioni edipiche tra padri-madri-figli ecco che i personaggi si mettono a parlare normalmente, tutto è comprensibile, per quanto balzano. Persino le corrispondenze sono precise. Quando Marty viaggia venticinque anni avanti nel futuro e incontra sua figlia, chi è l’interprete della figlia? E’ Michael J. Fox stesso. Sì, perché le figlie somigliano al padre: le figlie sono papà in gonnella. Invece quando incontra suo figlio, Marty incontra un perfetto imbecille. Perché i figli assomigliano ai nonni (e il papà di Marty è un imbecille) e anche un po’ ai padri, nel carattere. E quando Marty torna nel 1885 incontra un suo trisavolo irlandese e chi lo interpreta? Ma sempre Michael J. Fox, ovviamente! Perché ciascuno di noi assomiglia a qualche bis-tris nonno precedente. Il quale bis-tris nonno si è sposato con una bis-tris nonna che guarda caso assomiglia alla propria mamma. Come dire che date certe caratteristiche psico-fisiche si attirerà sempre e solo quella donna. Sempre la stessa: non c’è scampo. Affinità elettive. La chimica è tutto. Gli atomi di cui siamo fatti.

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La coscienza increata di “Ulysses”

12 maggio 2015

di Marco Candida

Incontrare per la milionesima volta
la realtà dell’esperienza
e forgiare nella fucina della mia anima
la coscienza increata della mia razza
(Gente di Dublino)

Intro

Alcune annotazioni in seguito alla lettura dell’Ulisse di Joyce. L’edizione è quella dei Tascabili Mondadori. Traduzione Giulio de Angelis. Nella quarta di copertina c’è scritto: “Un uomo a spasso per Dublino dalle 8 alle 2 di notte del 16 giugno 1904: le sue azioni, i pensieri, le azioni e i pensieri della città, delle cose, della gente che incontra, di Stephen Dedalus…”. Le azioni e i pensieri delle cose? No, l’Ulisse non arriva a tanto… Ma quasi.

Birra

L’Ulysses si apre con questo paragrafo:

Solenne e paffuto Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
“Introibo ad altare Dei”

E’ interessante soffermarsi, in quest’incipit, sul particolare del “bacile di schiuma”. Il bacile viene JamesJoyceStatue2anche levato in alto e offerto a Dio. E’ possibile che Joyce abbia voluto servirsi dell’immagine del “bacile di schiuma” come succedaneo alla birra?
La birra è un liquido sacro nell’Ulysses. A pag. 306 leggiamo:

Una bella cotta, s’era preso, in una gargotta di Bride Street dopo l’ora di chiusura, brancicava due sciupate col magnaccia che stava di guardia e beveva birra in tazze da tè.

Addirittura la birra è degna d’essere versata in pregiate tazze da tè! E ancora a pagina 404:

Da quattro minuti circa teneva gli occhi fissi su un certo quantitativo di birra Bass numero uno imbottigliata da Bass e Co di Burton-on-Trent che si trovava situata in mezzo a un gran numero di analoghe bottiglie esattamente difronte a dove egli stava e che erano certamente intese ad attirare l’altrui attenzione a cagione del loro aspetto scarlatto.

La birra torna, nell’Ulysses, e viene sempre presentata e descritta sotto una luce aurea, sacrale, è un nettare divino.
Come mai Joyce dava così tanta importanza al luppolo? Forse solo perché gli piaceva? Oppure è un elemento simbolico? Non potrebbe essere che tanto l’Ulysses quanto il Finnegans Wake rappresentino la schiuma alfabetica dei fatti? Quanta minor birra versi nel bicchiere, quanto più velocemente lo fai, tanto maggiormente otterrai schiuma.

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Appunti su Kubrick

20 aprile 2015
2001, Odissea nello spazio

2001, Odissea nello spazio

di Marco Candida

(2001: Odissea nello spazio)

Di solito si definisce 2001 un film visionario e surreale. La qualità migliore del film di Kubrick è tuttavia il suo realismo. I viaggi interplanetari sono la rappresentazione più verosimile di quel che accade nello spazio. All’interno delle navicelle il the può essere servito a testa in giù data la possibilità di giocare con la gravità. Certo, di solito vediamo le persone camminare a testa in giù solo nei sogni o nelle allucinazioni. Quindi quando vediamo la stessa cosa possibile in una navicella spaziale l’effetto che ci fa è surreale. Però è reale. Kubrick compie un’operazione da artista vero. Non racconta storie surreali, ma individua gli elementi surreali presenti nella realtà. L’assenza di gravità è uno degli ingredienti fondamentali di ogni buona visione surreale. L’uomo che vola. L’uomo a testa in giù. L’uomo in grado di sollevare pesanti macigni con un dito. Cose possibili solo in particolari condizioni di gravità. Kubrick mostra il surreale che è nel reale. Un breve appunto ora sulla colonna sonora. Queste stazioni spaziali e astronavi che orbitano e girano nello spazio sembrano ricreare i movimenti di un ballerino di danza classica. Ed ecco quindi Danubio Blu e Strauss come colonne sonore perfette questa forma di danza. Ma torniamo al realismo di 2001. Il computer Hal 9000 impazzisce. Diventa una pericolosa minaccia per l’equipaggio a bordo. Astutamente Kubrick mette solo due unità a bordo della navicella spaziale. Altrimenti un numero maggiore avrebbe richiesto una pellicola di una decina di ore almeno. Hal 9000 procede all’eliminazione dei due soggetti. S’inventa un guasto al di fuori della navicella spaziale. Per ripararlo uno dei due deve indossare la tuta e uscire. L’operazione però viene rappresentata realisticamente. I movimenti sono lenti. Non c’è nulla di spettacolare. Quando l’astronauta perde ossigeno e precipita nello spazio profondo non ci sono urla o rumori. Nulla. Perché nello spazio non si possono udire. L’effetto realistico ha come conseguenza la despettacolarizzazione. Kubrick non si domanda soltanto “Cosa accadrebbe se” ma “Cosa accadrebbe realmente se”. (In fondo non c’è molta differenza tra Hal 9000 e lo squalo dell’omonimo film di Spielberg. Sarà forse per questo che nel sequel di 2001 fu chiamato come attore protagonista lo stesso attore protagonista di Lo Squalo?) Hal impazzisce e diventa un eliminatore mortale. L’idea potrebbe persino essere degna di un horror se non fosse che il degonflage operato da Kubrik rende impossibile l’utilizzo di questa categoria. Ora qualche breve annotazione sul monolite. Nel sequel di 2001 apprendiamo che l’astronauta ha incontrato un monolito di due chilometri diverso da quello avvistato dall’equipe di astronauti sulla Luna: questi era assai più piccolo. Vi entra all’interno cominciando un viaggio interstellare che si tramuta alla fine in un viaggio cerebrale. Oltre l’infinito (questo il titolo dell’ultima parte di 2001: Beyond the Infinite) l’uomo trova se stesso, la sua mente, la sua vita. Non è dissimile da quanto accade nel film recentissimo Interstellar.  Anche se il significato del viaggio in 2001 è probabilmente molto più ampio. Ultima annotazione. All’inizio di 2001 le scimmie scoprono di poter usare l’osso di un animale come arma contundente. A turno picchiano un’altra scimmia girandole intorno e dandole una bastonata. I compagni di Soldato Palla di Lardo nel film di Kubrick Full Metal Jacket passano uno per volta dandogli un colpo allo stomaco con un sapone avvolto in una federa ricordando la tribù di scimmie di 2001.

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“Gli Increati”, di Antonio Moresco

1 aprile 2015

di Marco Candida

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Questo è un libro anomalo. E chi l’ha fatto arrivare manda i suoi avvertimenti. Prezzo altissimo. Copertina al contrario. Il retro davanti, il davanti sul retro. Sono avvertimenti. Siete sicuri di voler entrare? Sicuri di voler essere scossi fino al più tetro presagio di presa in giro? Fino a che non vi si incrosterà sul volto un sorriso sghembo con la bocca un po’ troppo aperta?
Antonio Moresco ci trascina, negli Increati, all’interno di un’antiutopia nella quale non vorremmo finire mai. Grattacieli spaccati. Strade percorse da crepe infinite. Automobili scassate. Morti che urlano di strazio. In marcia. Camminando. E poi di corsa. Sono tutti di corsa. La Suora Nera. Lazzaro. Il resurettore. Il Gatto. La Pesca. Corrono e parlano. S’incontrano correndo. Corrono a perdifiato circondati da grattacieli a pezzi, strade sbrecciate, cieli ulcerosi. Un mondo buio, scardinato. E poi i terremoti. Sconquassi che si accaniscono su una carcassa maciullata, un rottame di mondo inguardabile.
Lo stesso linguaggio è un pezzo di lamiera divelto che viene calato sulle cose per fratturarle ancora di più. Il linguaggio, nella grande opera moreschiana, non si limita a giudicare, ma punisce quanto più possibile. Ogni nominazione è un macigno che si abbatte sulla cosa nominata schiacciandola e scassandola. Nell’epicentro di ogni terremoto, tuttavia, fulgido riluce un residuo scintillante. Tra vortici oscuri non sarà difficile per il lettore riconoscere questa improvvisa emorragia radiosa.

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Spike Up

17 marzo 2015

di Marco Candida

punch-al-rumIn Italia il titolo è Punch al rum. In inglese è Rum Punch. E’ un romanzo di Elmore Leonard. Quentin Tarantino ne ha tratto il suo terzo film: Jackie Brown. Una trama, a detta di molti, intricata. Per essere compresa può forse aiutare riassumerla in modi diversi.

Può essere riassunta come la vicenda di Ordell Robbie il quale fa sistematicamente fuori  i compagni che si fanno beccare per questa o quella ragione con le mani nel sacco e una volta dietro le sbarre possono denunciarlo alla polizia come bandolo di un’organizzazione di furto e contrabbando d’armi. Prima Ordell si libera di Beaumont Livingston. Non appena si trasforma in un complice inaffidabile, Ordell non esita a far fuori Louis Gara. Per arrivare a Jackie Brown, con la quale incontrerà grossi ostacoli. Insomma, da questa prospettiva il film di Tarantino presenta lo schema delle storie sugli omicidi seriali con Ordell Robbie nel ruolo di serial killer. Uno degli schemi narrativi più elementari che esistano.

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