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Note di lettura: “Il cannocchiale del tenente Dumont” di Marino Magliani.

7 settembre 2021

        

Il cannocchiale del tenente Dumont - Marino Magliani - copertina

Il cannocchiale del tenente Dumont (L’Orma, mese di fiorile, anno CCXXIX) di Marino Magliani:  ecco finalmente un libro che conferma che ci si può ancora appassionare, che l’entusiasmo per ciò che si legge non è sensazione legata solo alla stagione lontana delle prime letture, quando occhi e intelligenza sono ancora esenti da intellettualismi e da ardite sovrastrutture mentali di critica letteraria, e quindi capaci di intercettare il piacere sorgivo di “essere dentro” il libro.

         Si tratta di un romanzo storico dalla robusta intelaiatura, ambientato in epoca napoleonica, che prende avvio da una impersonale Notizia relativa alla costituzione, da parte di Napoleone, di una Commissione di indagine sulle diserzioni verificatesi durante la campagna d’Egitto, nella quale figura anche il medico di origine olandese Johan Cornelius Zomer. Tre soldati della spedizione, il capitano Philippe Lemoine, il tenente Gerard Henri Dumont e il soldato basco Bernardo Gilbert Urruti hanno, come molti loro commilitoni, scoperto come lenire le angosce della guerra consumando una sostanza che gli indigeni chiamano hascisc, considerata dal dr. Zomer un viatico alla diserzione. Per sperimentare questa teoria, vengono perciò sottoposti a stretta osservazione. Imbarcatisi sulla nave Carrère per rientrare in patria, vengono destinati all’armata che partecipa alla campagna d’Italia. I tre, prevedendone erroneamente un esito catastrofico, disertano effettivamente durante la battaglia di Marengo, non a caso definita “la battaglia che alle cinque era persa e alle sette era vinta”.

            Con la fuga non cessa la sorveglianza, coordinata da Zomer, anche tramite un incaricato di nome Pangloss, che per mezzo di una rete di emissari, spie e informatori locali, riuscirà a rendere puntualmente conto dei movimenti dei tre fuggiaschi.

          Inizia una lunga marcia nell’interno della Liguria, con frequenti attraversamenti di improbabili confini che la bufera napoleonica aveva appena tracciato tra il Piemonte meridionale, la Liguria ed il Nizzardo. Il piano consiste nel raggiungere Porto Maurizio, per trovarvi un imbarco per qualche destinazione remota (Cipro, ma in ultimo si profila anche l’Argentina) dove ricominciare una nuova vita. Allo scopo di tenersi accuratamente lontani da ogni contatto con gli abitanti dei luoghi che percorrono, Lemoine, Dumont e Urruti peregrinano tra monti, pascoli e bivacchi, schivando transumanze e casolari di contadini, ma anche lebbrosari e pattuglie di eserciti tra loro nemici, che continuano in forma diversa ciò che Marengo non aveva concluso. Conducono una vita di stenti, si cibano di ciò che riescono a trovare nei boschi o a sottrarre ai pastori o ai contadini, dormono all’addiaccio. Smettono abbastanza presto di fare uso dell’hascisc, e a mano a mano si abituano alla loro nuova condizione di disertori, iniziano a conoscere il paesaggio, e non solo si adeguano alle sue forme, ma anche le adeguano al fondo oscuro delle loro riflessioni sul proprio destino.

         Li aiuta il cannocchiale del tenente, attraverso il quale scrutano incessantemente l’orizzonte sempre circoncluso da coste di colline, meraviglioso per il paesaggio da cui è colmato, ma anche sempre troppo angusto per le loro aspirazioni di libertà, e soprattutto per il loro interrogarsi sul futuro.

         L’occhio, attraverso il cannocchiale, contempla un paesaggio monotono nel suo splendore, se non per il volgere lento delle stagioni, e non incrocia quel confine che  i tre sperano di attraversare. E’ vincolato al pezzo di terra o di bosco su cui lo strumento è puntato, ma la mente dei soldati aspira ad una visione che è altra (metafora piuttosto trasparente di una specifica condizione umana di latente inquietudine esistenziale): il mare, sempre troppo lontano, ombra irraggiungibile, ma presente come visione: “il capitano diceva che non importa se il mare non appare, in Liguria; c’è lo stesso, dappertutto, è incollato alle foglie delle palme, alle pietre”. La dicotomia tra occhio e mente risalta così nella disarmonia struggente tra la visione a cui i tre anelano e la relativa immobilità del presente.

         Ed in vista del mare arriveranno, guidati da Lemoine, che, per aver combattuto nella zona qualche anno prima, ostenta una sicura conoscenza dei luoghi, espressa a volte in forme oscillanti tra il sentenzioso ed il visionario. Un segreto desiderio lo anima, forse Urruti lo conosce, ma il tenente Dumont ne resterà estraneo per tutto il viaggio. Al progressivo diminuire della sua lucidità corrisponde una crescente disponibilità di Dumont all’osservazione meticolosa del paesaggio, fino a riempirsene gli occhi, e naufragare in esso, nella tensione di cogliere ogni possibile significato da ogni suo infinitesimale elemento.

            Alla fine, la vicenda si dipanerà, per progressive accelerazioni, ci saranno conti da saldare, vite da recuperare, sentimenti da coltivare con cura: il tempo delle vicende umane scorre a velocità proprie e non prevedibili, diverse da quelle che disciplinano lo scorrere delle stagioni sulle aspre alture liguri, e ognuno dei tre soldati incontrerà un destino diverso.

         La storia ci viene consegnata come complesso narrativo originato da più fonti: la  “Cronaca di una diserzione” è il racconto della diserzione di Dumont, Lemoine, Urruti, arricchita dalle “Carte del dottor Zomer”, in forma di appunti e di epistolario; seguono “La Cronaca di Baldiueri”, personaggio dalla identità non dichiarata, ma facilmente smascherabile, e in chiusura, un “Taccuino del dottor Zomer”.

         La composizione del tessuto del romanzo, fondata com’è su documenti così eterogenei, contribuisce a rafforzare la verosimiglianza della storia narrata, ancorandola ad elementi storici (o parastorici). Unitamente all’uso del presente, ne facilita anche in via indiretta l’attualizzazione, consentendo una lettura in filigrana che supera l’ambito cronologico. Non si tratta tanto della diserzione, presumibilmente traslabile ai nostri giorni come tentazione di abbandonare schieramenti politici e culturali che non colmano le richieste di senso che i tempi sollecitano. Si tratta anche della facoltà di traguardare oltre un destino collettivo in cui pare percepirsi, allora come oggi, l’ineludibilità di un naufragio imminente.

         Ma più che per gli aspetti strutturali che lo caratterizzano o per gli itinerari interpretativi che suggerisce, il Cannocchiale impressiona per potenza di scrittura e per finezza stilistica. Magliani, infatti, marchia a fuoco l’immaginazione di chi legge, donandogli una storia epica certo non così consueta nella nostra narrativa contemporanea. La storia dei tre disertori è avventura pura, quella che toglie il fiato e occupa ogni aspettativa sul domani, e coinvolge tutte le risorse fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche, di coloro che la vivono. Per Magliani, così come per Conrad, l’ avventura non è fine a se stessa, gusto del rischio o senso della sfida. E’, invece, occasione di svelamento di se stessi in un aspro confronto con il mondo, rivelazione esistenziale di parti di sé nascoste nel profondo. Ai tre soldati la lunga cavalcata sui monti dell’interno ligure offre il destro per aprirsi sulla loro nuova condizione di disertori, che assume significati che trascendono l’episodio contingente: “perchè disertore non significa mica sbandato, uno sbanda e bene o male si risolve, ma disertare è qualcosa che non finisce, diventa una missione, una carriera. Un grado. A uno dovrebbero scriverlo sulla pietra. Gerard Henry Dumont. Disertore”.

         “Disertore non significa mica sbandato”: certamente è così, se oltre alla sopravvenuta insopportabilità dell’orrore della guerra, il vagabondare dei tre fuggiaschi è sostenuto dall’anelito ad una sperata nuova tollerabilità del vivere, da raggiungere, alla maniera dell’hemingwayano tenente Henry, attraverso un addio alle armi personale, come se fosse mai possibile stipulare una qualche forma di pace separata.

         Nel Cannocchiale colpisce l’equilibrio assoluto raggiunto tra l’oltranza descrittiva e il respiro epico della narrazione. La straordinaria limpidezza di scrittura di Magliani riesce a far vivere il paesaggio, gli attribuisce misteriosi rimandi  E’ evidente lo sguardo al Biamonti maestro di descrizioni di paesaggi liguri (ma anche a tratti al Boine estimatore del valore non solo estetico ma anche e soprattutto etico degli uliveti liguri). Rimane comunque ferma l’attenzione alla storia narrata, in Biamonti a volte poco più di un pretesto per dire altro; per dire le radici di un uomo nel suo mondo, la capacità di trarre dalla terra dove si nasce i modi di sentire la vita che ci circonda e nella quale siamo immersi.

         Qui c’è anche la perfezione del meccanismo narrativo, che attrae e stupisce,  che è costruito sul poco, ma che ad ogni pagina si rinnova, propone svolte nel racconto, a volte minime, a volte perfino difficilmente distinguibili.

         D’altro lato, in Magliani il paesaggio non può segnare i caratteri dei protagonisti, come in  Biamonti: nessuno di loro lo ha vissuto nell’infanzia, nessuno ha origini familiari nei luoghi narrati. Piuttosto, qui il paesaggio viene progressivamente abitato dai tre fuggiaschi, che ne divengono sia osservatori via via sempre più attenti, sia veri e propri elementi costitutivi, alla stessa stregua dei pastori e dei contadini che lo popolano, assorbendone gradatamente l’essenza aspra e scontrosa. Qualcosa di vagamente simile sperimenta anche l’ussaro Pardi di Giono, nel suo vagabondare per terre non distanti da quelle descritte in questo romanzo.

         Ed allora il paesaggio diventa desiderio, emozione, dialogo: “Un vapore annunciava qualcosa, e dietro il buio li aspettava l’aurora degli ulivi. Sono di un muschio azzurro e coprono le fasce fin sui costoni di fronte. Il mare non c’è nemmeno oggi,  in qualche  modo le onde degli alberi sostituiscono il contraltare liquido. Risaltano  strutture di diamanti, sentieri, crepe, da cui emergono gruppi di tetti di ardesia. Al mare degli ulivi manca solo il mare, ed è davvero come se fosse nell’aria, nei colori.”

         Il paesaggio, in Liguria, come insegnano anche alcuni tra i suoi autori più illustri frequentati da Magliani, forma l’uomo che lo abita: ”Qui la vita è mica nient’altro, compimento delle stesse cose severe e sofferte, un’unica attesa, in mattinata s’aspettano le campane di mezzogiorno, la sera quelle dell’Ave Maria, e il resto si fa fatica, preghiera da buio a buio. Poi a un certo punto le mulattiere assomigliano a colonne di formiche ed esce la luna”.

         Più passa il tempo, più la natura pare compassionevole verso i fuggiaschi: “lo spettacolo della natura, fin su per le fiancate, è in ciò che manca: il colpo di luna sulla rugiada; e in ciò che si sente: il filo d’acqua del corso e la brezza e poco lontano le rane…I giorni dell’attesa non si ripetono come il resto, non si danno il cambio, è solo come se allungassero un rantolo. Se sommassero paure”.

         Anche dal mare, finalmente visibile in lontananza, possono echeggiare emozioni umane, consentanee al momento vissuto: “…lo stesso avviene al largo: la pelle del mare si chiazza di terra che sale dai fondali e si sgretola dagli scogli, raccoglie i colori delle palme e degli ulivi, e delle dolcezze dei dossi prativi, delle sabbie. Della noia.”

         Magliani concentra l’attenzione sul singolo gesto, traendone significati che superano l’immediato. Il carattere dell’uomo è nella sequenza di gesti che compongono il suo agire. Magliani si compiace del gesto, vi si adagia, nella sua curvatura individua a volte una sicurezza, a volte un modo di esporre se stessi. Stare dentro il gesto è come stare dentro la vita che ci tocca, espletare un destino. “Tornati al bivacco,  Urruti affila la baionetta sulla pietra di cote, si avvicina alla riva e si rasa alla bell’e meglio. Gli stracci di divisa cantano, le labbra sempre riarse, e la ferita alla fronte che non secca, ma lui si rade lo stesso regolarmente, è la prima cosa che fa quando si fermano su una riva. Lemoine si sveglia: “le tracce della rassegnazione, basco, non le cancella una barba fatta.”  C’è,  a volte, un gesto che ci definisce, che supera il momento contingente in cui avviene, che, nella memoria altrui, può proiettarci oltre l’oblio cui siamo destinati. Per il tenente Dumont arriva quando consegna l’ultimo bottone della sua divisa: “(il bambino) se ne andò che i licheni dormivano ancora sotto la neve, e quando lo seppellimmo nel luogo recintato e pieno di crocette che l’aspettava, prima di coprirlo con la terra nera che nella notte avrebbe accolto altra neve, vidi Enrico chinarsi sulla piccola morte, mettergli in mano il bottone, e stringergli le dita.”  Anche noi, come l’autore, vorremmo credere che sia lo stesso bottone ritrovato due secoli dopo di cui abbiamo notizia dall’elenco iniziale dei materiali che hanno costituito questo racconto.

         Il cannocchiale del tenente Dumont, nonostante il fatto che la storia si dipani attraverso un percorso di avventure su sipari ottocenteschi, riesce a comprimere al minimo possibile la distanza che separa il lettore dalla materia narrata, dandoci contemporaneamente notizie, in via indiretta, del nostro vivere e suggerendo modi di leggere il mondo in cui viviamo: i paesaggi, in primo luogo, ma anche il modo di tentare di decifrare natura e stati d’animo, e di capire se e ed in quali circostanze sia possibile definire un continuum tra questi due elementi tra cui si aggirano i nostri sguardi, quello interiore e quello  esteriore. Per l’ampiezza del respiro narrativo, per l’opulenza degli spunti che ne derivano, per la straordinaria capacità evocativa di pagine che affastellano colori suoni sensazioni di un tempo che non ci appartiene ma che inopinatamente ritroviamo come nostri, Il cannocchiale del tenente Dumont può iscriversi a pieno titolo nella ristretta categoria dei romanzi imprescindibili, quelli in grado di ampliare, anche in modo appena percettibile, gli orizzonti che delimitano i nostri sguardi  di lettori.

Note di lettura: “Dante in love” di Giuseppe Conte.

25 marzo 2021

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte con questo suo Dante in love (Giunti editore, Firenze, 2021)rende al Padre della nostra lingua un omaggio tra i più originali tra i tanti che questo anno ricchissimo di rivisitazioni ci propone. “Che cosa è questa poesia (della Commedia)? È la vita umana guardata dall’altro mondo”. Potrebbe questa affermazione di Francesco De Sanctis essere all’origine dell’opera di Conte? Solo un’illazione, certo, ma la suggestione desanctisiana ben s’attaglia all’intuizione su cui Conte fonda questo suo libro, non esattamente definibile nel genere (fantastico, metastorico, storico – filosofico?), indeterminato nella misura (romanzo breve, racconto lungo), e perfino nella natura ibrida, originata dalla presenza nella seconda parte di inserzioni saggistiche illuminanti non solo per la comprensione piena della parte narrativa, ma per la lettura che un poeta del nostro tempo dedica all’opera dantesca.

L’azione si svolge tutta oggi, 25 marzo 2021.

Conte immagina che l’Altissimo, ricevendone l’anima in Cielo, disponesse che, ogni 25 marzo, giorno dell’inizio del viaggio ultraterreno di Dante, l’ombra del poeta facesse ritorno a Firenze dal tramonto all’alba, per suggerne fascino e rimpianto e ogni volta rinnovata meraviglia, finché non tornasse ad amare una donna in carne ed ossa, essendone, a sua volta riamato: “Hai scritto di aver viaggiato con il tuo corpo e le tue ossa tra le ombre dell’al di là fino al Paradiso, ora farai il viaggio opposto, viaggerai come ombra tra gli uomini in carne ed ossa…”; questo può finire ad un patto: “che una donna che tu amerai corrisponda il tuo amore”. Ben singolare contrappasso, per chi ha proclamato l’ineluttabilità della sentenza per cui “amor che a nullo amato amar perdona”.

Questa è dunque la settecentesima notte: Dante la racconta ad un ignoto interlocutore rivolgendoglisi con quel “tu” così usuale nelle sua cerchia di amici poeti, indirizzato di volta in volta o alla propria ballatetta, alla maniera di Guido Cavalcanti, o anche agli amici poeti, come Lapo e lo stesso Guido.

Da allora, ogni ritorno sulla terra è un ritorno a Firenze, cuore del suo mondo, dove staziona ogni notte davanti al Battistero, cuore di Firenze.

All’ombra del suo bel san Giovanni ha visto mutare di anno in anno costumi, oggetti quotidiani, comportamenti, e, soprattutto, la lingua, “una lingua buona come nessuna altra al mondo per contenere tutto. Tutto. Le invettive più violente e le preghiere più dolci. Le liti più feroci, più turbolente, e l’ascesa calma verso dove tutto è pace e luce.” Ma, soprattutto, nel suo soggiorno annuale sulla terra si è dedicato alla ricerca, apparentemente priva di speranza per chi ha sostanza di ombra invisibile agli umani, di una donna non solo da amare, ma capace di ricambiare il suo amore. Impresa apparentemente priva di speranza, ma certo capace di suscitare antiche emozioni per chi, in vita, ha sentito la passione amorosa con quel vigore che traspare evidente dalle sue pagine: “la passione d’amore per me è stata la prima, e col tempo ho riconosciuto che è stata la più giusta e la più vera. Cosa credi che abbia fatto, queste settecento notti?”

Nelle ultime visite incrocia sulla soglia del Battistero un giovane vagabondo, al quale di tanto in tanto una ragazza porta qualche genere di conforto. La stessa ragazza tenta invano di aiutarlo quando la polizia lo ferma, accusato di furto in un bar nelle vicinanze. Dante la osserva meglio, comincia a scrutarne il volto, tentando contemporaneamente di indovinarne qualche pur minimo tratto del carattere. La rivede nel giro di pochi minuti per tre volte: tre volte, come gli abbracci tentati durante il colloquio con Casella, a rinnovare nel tempo presente quel senso di incolmabile distanza tra viventi e defunti che nell’incontro in Purgatorio gli aveva straziato il cuore.

Tanto basta per convincerlo a lasciare l’ombra rassicurante del Battistero per seguire la ragazza attraverso i vecchi quartieri di Firenze. Non c’è un opalescente orizzonte limbale, in questa sera di fine marzo, piuttosto un senso di trepida attesa primaverile, per ciò che può essere ancora, nonostante i limiti umani che permangono oltre la morte.

La vede consolare un’amica, e nel loro dialogo ne scopre il nome, Grace (Grazia…), e poi anche respingere un’aggressione di due malintenzionati, fare una sosta nel dehors di un bar, dove l’ombra del poeta sfiora la mano della ragazza con la sua. La segue fino al suo appartamento, ed assiste ad un colloquio con un corteggiatore di assai scarsa sensibilità, che viene poi allontanato. Nel breve volgere di una sera di inizio primavera è nata ed è cresciuta, tumultuosa come allora, l’antica e sempre uguale a se stessa passione d’amore: “Avrei bisogno, mio Dio, di avere almeno una voce che risuona…per dire: Grace, sono io che ti tenevo la mano sulla tua, poco fa, sono io che ti amo”.

Infine, Grace prende un libro, iniziando a leggere ad alta voce. È il Canto V dell’Inferno, e quando chiude il libro, in preda ad una sottile commozione, bacia l’immagine di Dante sulla copertina. Dante è dunque di nuovo riamato, in una forma del tutto immateriale, per il tramite dell’emozione che scatena la poesia.

Si conclude così il patto con l’Altissimo? Dante è sciolto dal pesante dovere del perenne ritorno? Per la prima volta in settecento anni, il poeta non sembra convinto di tornare al Paradiso che l’attende, destinazione ultima del suo viaggio oltremondano, tanto da elevare al cielo una imprevedibile preghiera: “Lasciami così, Signore dell’Universo, a fianco di questa giovane straniera che dorme, per amarla come può amare un’ombra innamorata”. Ma è un attimo. Dante si abbandona alla volontà del Signore dell’universo, fiducioso che la scintilla d’amore misteriosamente suscitata in Grace valga a porre fine al suo peregrinare. Qualcosa, comunque, di questa notte del 25 marzo 2021 resterà:” non rimpiangerò da Lassù la mia vita da ombra, ma Grace, l’amore impossibile e meraviglioso con lei, come farò a non rimpiangerlo…”.

In Dante in love la passione d’amore occupa l’intera narrazione, brucia ogni altra prospettiva, si fa tensione che condiziona ogni gesto ancora da compiere. La smisuratezza della personalità di Dante, capace di ogni sentimento al grado massimo, non viene colta come possibile spunto per la monumentalizzazione del personaggio (che, data la sua statura, sarebbe scontata). Si evidenzia invece una sconfinata disponibilità ad amare, a lasciarsi pervadere dall’amore per poi restituirlo per il tramite della poesia a chiunque sia in grado di intenderlo, attraverso le relazioni che misteriose si instaurano tra chi ha calcato questa terra, e che sono capaci di attraversare i secoli.

L’emozione, su cui si gioca tutta la vicenda, si esprime con una scrittura briosa, amichevolmente colloquiale, ma anche fortemente evocativa e sapientemente qua e là riecheggiante atmosfere dantesche. Il tumultuare del cuore suggerisce momenti di forte concitazione espressiva. L’assoluta prevalenza attribuita ai sentimenti, che nella notte raccontata si scatenano senza limiti, rivela che Conte, con felice anacronismo, legge Dante alla maniera dei romantici del nostro Ottocento, che ne esaltavano la sapienza nel rappresentare sia la vastità che l’intensità della passione. Del romanticismo ripropone anche l’attenzione alle suggestioni del mito, regalandoci, oltre alle tante che già aleggiano intorno al poeta sommo, la leggenda dantesca che ancora mancava.

Note di lettura: “Marca gioiosa” di Roberto Plevano.

19 novembre 2020
di Luigi Preziosi

Marca gioiosa (Neri Pozza editore, 2017, € 18,00) è un libro di cui si può scrivere anche a distanza di tempo dalla sua uscita, prescindendo dalle ordinarie stringenti esigenze di maggior o minore riuscita editoriale. Il suo autore, Roberto Plevano, consegna al lettore un romanzo storico tutt’altro che effimero dalla robusta impalcatura, in cui accanto ad una precisa e circostanziata ricostruzione dei modi di essere dell’epoca di ambientazione, risalta la precisa scansione dei tempi interna alla vicenda narrata, il che è in fondo una delle principali doti che si richiedono al narratore di razza.

La storia si svolge all’inizio del XIII secolo, e si dipana attraverso luoghi e vicende emblematiche dell’epoca raccontata, un Medioevo di indicibili efferatezze e di vertiginose guglie di spiritualità, di carnalità grassa e di sublimazioni del sentimento amoroso.

In Provincia, cioè in Provenza, Amalrico, il giovane protagonista, ritorna al suo paese Bézieres dopo aver studiato presso il dotto magister artium Amalrico (Amalrico di Bène) di Tolosa, per ritrovare il padre barrocciaio e gli amici di infanzia. Ma si scontra con la realtà terribile delle persecuzioni contro i Catari: la crociata contro gli albigesi sta mettendo a ferro e fuoco le campagne e le città. I Crocesignati, preceduti da fama di valorosi nelle crociate in Palestina, si dimostrano nella realtà dei fatti un’orda barbarica, gioiosamente esecutori di quell’“uccideteli tutti: Dio riconoscerà i suoi” pronunciato (probabilmente) dal legato pontificio Arnaud Amaury, in forza del quale si risparmiano il disturbo di distinguere tra cristiani e cristiani, figli tutti dello stesso Dio, anche se non lo sanno più.
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Note di lettura: “Baco” di Giacomo Sartori.

9 febbraio 2020
Luigi Preziosi.

La produzione più recente di Giacomo Sartori, con la sola eccezione del romanzo Sono Dio, è improntata all’esplorazione, condotta privilegiando toni partecipi ed insieme oggettivi, di condizioni esistenziali di segregazione e di confinamento. Così è in Rogo, in cui le tre protagoniste sono materialmente o psicologicamente prive di libertà, così in Cielo nero, in cui la prigionia di Galeazzo Ciano, rinchiuso nel carcere di Verona in attesa della morte, si fa metafora di altre privazioni di libertà, meno storicamente note, ed anche in Sacrificio, dove un arcigno paesaggio alpino restringe gli orizzonti spirituali dei giovani protagonisti.
Anche il protagonista di Baco (Exorma, 2019) vive una condizione di separazione, non claustrofobica, come alcuni dei personaggi dei romanzi citati, ma certamente di isolamento interiore. Si tratta di un ragazzino di dieci anni, di cui non è rivelato il nome, affetto da sordità, iperattivo, a volte protagonista di intemperanze che si manifestano soprattutto in ambito scolastico. (more…)

Note di lettura: “La lingua della terra” di Giacomo Revelli.

6 novembre 2019

di Luigi Preziosi

L’estate che racconta Giacomo Revelli in La lingua della terra (Arkadia editore, 2019) è la stagione in cui matura il senso del cambiamento, dell’adeguamento al tempo nuovo che prima o poi tutti ci coglie. La genericità di questa formula di ingresso nel libro è dovuta alle diverse modulazioni che il cambiamento assume nei confronti dei personaggi della storia. Il principale, Bedè, è un contadino ormai quasi vecchio che nell’entroterra ligure accudisce con ostentata pervicacia il suo uliveto abbarbicato sulla costa della collina: un pezzo di terra che era di suo padre e prima ancora dei suoi nonni e che difficilmente riuscirà a tramandare ai due figli, i quali proprio nell’estate che abbraccia il racconto maturano un definitivo disinteresse a continuare l’attività di famiglia, impegnati come sono nella ricerca di altre strade: il primo, che è anche la voce narrante, affronta le formule matematiche degli esami del politecnico, mentre le forti emozioni di un primo amore estivo assorbono l’attenzione del secondo. (more…)

Note di lettura: “Volevo scrivere un’altra cosa” di Luciano Curreri.

9 luglio 2019
di Luigi Preziosi

Scrivere altro.
Con la recente raccolta, Volevo scrivere un’altra cosa (Passigli editore), composta da 18 racconti oltre alla postfazione, Luciano Curreri, che all’attività di docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di Liegi affianca da anni quella di narratore in proprio, contribuisce in maniera originale ad una stagione letteraria in cui pare rinnovarsi un certo interesse per il racconto. Le storie, per quanto del tutto indipendenti l’una dall’altra, hanno un elemento unificatore comune (una sorta di cornice immateriale), costituito da una particolare forma di chiusura costante: una annotazione in cui l’autore enuncia che avrebbe voluto scrivere un’altra cosa rispetto a quanto appena scritto.

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Note di lettura: “Il postino di Mozzi” di Fernando Guglielmo Castanar.

9 Maggio 2019

di Luigi Preziosi

A queste Note di lettura non può proprio mancare Il postino di Mozzi (Arkadia editore), che con tutta evidenza fin dal titolo lascia intuire un coinvolgimento del fondatore di questo sito. E’ opera di Fernando Guglielmo Castanar, autore appartato a quanto si sa, e che, a voler attribuire al racconto una coloritura di autofiction, realizza il suo progetto letterario solo dopo una lunga e tormentata attesa della pubblicazione. Il libro sfugge ad una definizione precisa, pur essendo a prima lettura evidente la sua natura di raccolta di racconti: come tale se ne può anzitutto parlare, senza dimenticare però altre sfaccettature che lo rendono un’opera più complessa di quanto appare.

In questa prospettiva, il libro risponde, con felice tempestività, a quella tendenza a rivalutare il genere che ultimamente sembra farsi strada con una certa insistenza. Una recente indagine tra alcuni critici promossa da L’indiscreto ha sancito l’insorgere di una sorta di nostalgia del racconto, pur nel predominio straripante del romanzo (per lo meno sotto il profilo della sua fruizione di massa, e del conseguente successo editoriale). Ad essa si affianca una specie di incredulo stupore circa la contraddizione tra l’attitudine contemporanea al consumo veloce delle emozioni e la posizione marginale del racconto rispetto ad altre forme del narrare. Comunque sia, il racconto non pare oggi comunque in cattiva salute, e lo dimostra la vivacità di alcune iniziative (siti e case editrici specializzate) e certe recenti uscite meritevoli di ben più di una citazione. In prima fila, questo Postino di Mozzi, raccolta notevole anche ad una prima superficiale lettura per la straordinaria invenzione narrativa che la sostiene.

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Note di lettura: “Fratello minore : sorte, amori e pagine di Peter B.” di Stefano Zangrando.

7 aprile 2019

di Luigi Preziosi

di Luigi PreziosiDi quali intrecci di emozioni, nonostante l’approccio razionale che si raccomanda nell’avvicinare l’opera di un autore, di quali aspirazioni identitarie, anche inconsce, e anche di quali aspirazioni ad evidenziare distanze per mantenere un atteggiamento critico si colora, soprattutto se sostenuto da una intensa frequentazione, il rapporto tra uno scrittore ed uno suo studioso? Quali implicazioni possono implicitamente arricchire chi studia rispetto all’esempio che riceve? Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando (Arkadia editore) è la trascrizione di questo genere di avventura interiore, resa ancora più intensa dal fatto che lo studioso è anche autore in proprio, disponibile quindi alla decifrazione degli aspetti più nascosti della relazione vita – composizione letteraria. Zangrando infatti è studioso di narrativa in lingua tedesca, nonché autore di opere di narrativa, come Quando si vive (Keller, 2009) e Amateurs (alpha beta, 2016). L’autore oggetto dell’indagine è Peter Brasch (1955 – 2001), scrittore tedesco poco noto in Italia, ed un po’ dimenticato anche nel suo paese. (more…)

Note di lettura: “N.B. Un teppista di successo” di Riccardo Ferrazzi.

27 gennaio 2019

Riccardo Ferrazzi, con questo suo N.B. un teppista di successo (Arkadia Editore, 2018) intreccia con mano felice il romanzo storico e la biografia, riuscendo a rendere non solo godibile, ma molto spesso anche non scontata, una narrazione su un tema la cui bibliografia è peraltro immensa, di dimensioni proporzionate alla grandezza del mito di cui tratta. Ferrazzi affronta l’impresa senza mostrare timori reverenziali, tentandone piuttosto semplificazioni e cercando, nel dipanarsi degli episodi decisivi, quelle coerenze interne alla vicende senza le quali si rischia di disorientare il lettore di narrativa. Perché questa è infatti una prova di narrativa, prima che un saggio storico, o per lo meno, di essa ha il passo, il senso dei tempi propri del racconto, la cura dei personaggi, la ricostruzione degli ambienti per descrizioni suggestive. (more…)

Note di lettura: “Un marito” di Michele Vaccari.

30 dicembre 2018

Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Michele Vaccari nel suo Un marito ( Rizzoli, euro 20,00) al numero sconfinato di risposte a questa domanda che popolano la letteratura di ogni tempo aggiunge la sua, non superficiale, densa di significati, ricca di una tensione emotiva resa con partecipazione tale da riuscire a volte difficilmente tollerabile.
Ci propone una forma di amore totale: la normalità del contesto in cui prospera si fa cemento di un’unione che cresce nel piccolo, nel particolare di singoli gesti, in un susseguirsi di prospettive sul futuro prevedibilmente sempre uguali, caldamente rassicuranti, confermate da una quotidiana sottintesa confidenza. E’ al tempo stesso un amore assoluto, ne sono fondamento stilemi romantici trasferiti, con abile gioco di contrasti, in una contemporaneità rappresentata come deserta di speranze. Un amore talmente ancorato alla più ovvia quotidianità da diffidare da qualsiasi mutamento, da negare lo stesso scorrere del tempo. (more…)

Note di lettura: “Autismi” di Giacomo Sartori.

27 novembre 2018

Autismi di Giacomo Sartori potrebbe essere preso come esempio della non del tutto serena relazione tra pubblicazione via web e pubblicazione cartacea, oggetto di tante dissertazioni in materia che ormai da una ventina d’anni occupano i siti letterari. Sarebbe facile pensare che una raccolta di racconti in volume pubblicati in prima versione su una delle riviste on line più autorevoli tra quelle in circolazione possa incontrare un largo favore ed una altrettanto ampia diffusione. Diversa la storia di questi racconti. Usciti dal 2008 al 2010 su Nazione indiana, di cui l’autore è tra gli esponenti più autorevoli (e più appartati), sono stati antologizzati a fine 2010, quando, come si legge nella Nota dell’autore, “un microeditore ha stampato centotredici eleganti copie della versione rivista della raccolta, che non sono mai arrivate in libreria, forse perché si sentivano incomprese e sole.” (more…)

Note di lettura: “Prima che te lo dicano altri” di Marino Magliani.

21 ottobre 2018

 

“Uno è il posto dove si nasce” disse. “Poi ti innestano.” Cosi il protagonista di Prima che te lo dicano altri, ultimo romanzo (Chiarelettere, Milano, euro 11,50) di Marino Magliani, in libreria in questi giorni, identifica la sua vicenda umana, la sua personale parabola esistenziale. Magliani, fedele alla convenzione per cui se vuoi essere universalmente capito devi scrivere del tuo microcosmo fisico ed emotivo, compone qui un altro capitolo, forse il più importante per potenza narrativa e per densità di significati, di una sua personalissima epica personale. L’ambientazione si delinea, almeno parzialmente, su fondali abituali per i suoi lettori, in primis quel lembo estremo di Liguria di ponente, più monte che mare, visto comunque quasi sempre di lontano e a volte come per sbaglio, così spesso presente, come singolare pietra di paragone tra passato e presente, nei suoi libri. (more…)

Note di lettura: “Il caso letterario dell’anno” di Marco Visinoni.

21 giugno 2018

di Luigi Preziosi

Il caso letterario dell’anno, di Marco Visinoni, da oggi in libreria (prima uscita di Senza rotta, nuova collana di narrativa italiana di Arkadia Editore, curata da Marino Magliani con l’amichevole partecipazione di chi scrive queste note), squaderna davanti al lettore le conseguenze ultime del desiderio (meglio sarebbe forse dire tentazione?) comune a tanti di noi di evadere dal moto costante del flusso del tempo, di mescolare presente e futuro, e poter andare e tornare almeno all’interno di quella quota infinitesimale di tempo che ci è dato vivere.

E’ quanto avviene a Leifur, uno scrittore squattrinato dalla incerta fortuna letteraria che dopo il primo libro non riesce a scrivere altro: così tira avanti (maluccio) vendendo su internet spunti per romanzi ad altri scrittori in crisi come lui.

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Note di lettura: “Neghentopia” di Matteo Meschiari.

14 Maggio 2018

di Luigi Preziosi

Difficile definire Neghentopia di Matteo Meschiari, uscito da qualche mese presso Exorma. Certo ne è il contenuto distopico, per la rappresentazione proiettata in un futuro indefinito e particolarmente drammatico, di un mondo collassato, popolato da un’umanità ridotta al minimo delle sue funzioni vitali e tesa ad una mera quanto precaria sopravvivenza. Il testo è poi impostato come una sceneggiatura cinematografica. Ne deriva una prosa scarnificata, ma paradossalmente di non facile decifrazione: il rigoglioso fiorire di immagini lascia intuire la particolare densità concettuale che le ha generate. Ma tentare di incasellare il libro in un qualche genere narrativo canonico è ulteriormente complicatoper la compresenza di forme espressive eterogenee. Innanzitutto, la narrazione è splendidamente accompagnata dalle suggestive illustrazioni di Rocco Lombardi, evocanti, in piena coerenza con il testo, una rappresentazione purgatoriale del mondo, immerso in una foschia che intorbidisce insieme il paesaggio e le menti degli uomini. Ancora: il libro andrebbe letto ascoltando la musica che il testo, tra parentesi, di volta in volta propone: si va da Patti Smith a Ernst Reijseger, da Brian Eno a Schoenenberg. La dimensione musicale, nel suo complesso e per i riferimenti scelti, aumenta ulteriormente il senso di spaesamento che dalla parola scritta promana.

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Note di lettura: “Sesso e apocalisse ad Istanbul” di Giusepppe Conte.

8 Maggio 2018

di Luigi Preziosi

Giuseppe Conte è poeta di lungo corso e di sicuro valore, accertato dalla critica a partire dalla prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo, uscita in Italia nel 1983 e ristampata nel 2002, e costantemente manifestato nella successiva produzione in versi, raccolta nella sua (provvisoria) completezza in Poesie (1983-2015), con introduzione di Giorgio Ficara. Già nel 1994, in sede di prima rendicontazione della produzione letteraria del Novecento, Spagnoletti (Storia della letteratura italiana del Novecento) lo segnalava come “uno dei migliori talenti introspettivi della lirica nuova”. Autore anche di saggi e traduzioni (da Blake, Shelley, Whitman e Lawrence), e di due importanti antologie internazionali di poesia, Conte ha compiuto negli anni diverse incursioni nel territorio della narrativa (Il terzo ufficiale, La casa delle onde, L’adultera, Il male veniva dal mare). L’ultima di esse è questo recente Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti, 2018), inaspettato romanzo d’azione, almeno in apparenza, che dei modelli del genere richiama l’attitudine ad animare piani narrativi divergenti, con conseguente piena padronanza nella scansione delle varie sequenze in si articola l’intreccio.

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Note di lettura: “Brevi nuove della terra e del cielo” di Jean – Pierre Jossua.

21 aprile 2018

di Luigi Preziosi

Carlo Bo scrive in uno dei testi fondativi dell’ermetismo (Letteratura come vita, del 1938) che la letteratura (come la vita) è uno strumento di verità, un tramite per conseguire la condizione esistenziale di “attendere con dignità, con coscienza, una notizia che ci superi”. Lo stesso atteggiamento di attesa, e la stessa concezione della letteratura come ausilio indispensabile per la comprensione del mondo,  si ritrova (e non per caso) nell’intera opera del domenicano Jean – Pierre Jossua. Teologo e critico letterario, studioso particolarmente attento ai rapporti tra teologia e letteratura, nei suoi studi ha valorizzato quella parte dell’universo letterario che possiede anche significato teologico nel senso etimologico del termine, si costituisce cioè come un discorso da cui traspare il divino, e non soltanto in praesentia ma anche e soprattutto in absentia, come nostalgia o come rimpianto. (more…)

Note di lettura: “L’ultimo angolo di mondo finito” di Giovanni Agnoloni.

9 settembre 2017

di Luigi Preziosi

L'ultimo angolo di mondo finitoCon L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad edizioni, 2017, € 13,00), Giovanni Agnoloni conclude una trilogia composta dai precedenti Sentieri di notte (2012) e La casa degli Anonimi (2014) – ed affiancata dallo spin off Partita di anime (2014) – tutti usciti presso Galaad. Ognuno dei testi è autonomo, e quindi leggibile a sé, pur costituendo l’insieme un imponente affresco rappresentativo di un futuro abbastanza prossimo, che potrebbe, forse, impegnare le nostre intelligenze, ed ancor più le nostre coscienze, in modo non poi così difforme da quanto l’autore ci propone. Non tanto un’opera di fantascienza, anche se sarebbe facile classificarla così, confondendo il fine della narrazione con gli stilemi che l’autore trae dal genere, piuttosto la registrazione di una voce profetica, che si alza per ammonire (indicando i rischi di una deriva che già stiamo vivendo), minacciare (prospettando un’umanità sempre più confusa e solitaria), ma anche per consolare (segnalando le possibilità che una conciliazione tra tecnologia e spiritualità può offrire).

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Note di lettura: “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani.

2 giugno 2017

di Luigi Preziosi

220Marino Magliani, con L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (da poco in uscita presso Exorma, euro 14,50), continua l’esplorazione di se stesso, già praticata in forma esplicita almeno con Soggiorno a Zeewijck (Amos, 2014) e con Il canale bracco (Fusta, 2015), i suoi ultimi libri più importanti, e con alcuni dei racconti antologizzati in Carlos Paz e altre mitologie private (Amos, 2016). Qui l’autore dismette in parte la procedura narrativa utilizzata in precedenza, consistente nell’individuazione di un pretesto narrativo (raccontare un canale, o la vita in flânerie di una cittadina olandese) che fungeva da spunto per acuminare memorie, ripensare esili, inventare nuove geografie, disegnare mappe e stabilirvi analogie geografiche e spirituali tra luoghi del passato e luoghi del presente. Ne scaturiva l’attribuzione alle cose minime (ma non solo) del mondo di un significato altro, ulteriore rispetto alla sua reale apparenza, quasi un casuale istantaneo scintillio rivelatore del senso dello stare al mondo. Qui il volo si fa più alto, non c’è più ricerca di occasioni contingenti per rendicontare i risultati di questo nuovo modo di investigare se stesso, il pretesto è esattamente ed apertamente il mero bisogno di raccontare.

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Note di lettura: “Qui come altrove” di Zena Roncada.

9 dicembre 2016

di Luigi Preziosi

   Quarantanove brani raccolti in mazzetti di sette per affrescare un tempo e un mondo diversi da quelli che per obbligata consuetudine, o magari anche a volte per colpevole indugio sull’effimero che riempie i nostri giorni, ci tocca frequentare nella quotidianità. Anche il lettore ormai assuefatto a ben diversi scampoli di prosa riuscirà ad individuare i piccoli gioielli di scrittura che Zena Roncada offre con il suo Qui come altrove (Effigie edizioni, 2016). Ognuno dei testi occupa una sola pagina, e l’incipit è il sempre ritornante “qui come altrove…”, a segnare al tempo stesso la peculiarità del grumo di terra dove le storie si formano, e la possibilità che le sensazioni e le emozioni che germinano da queste stesse storie si universalizzino.

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Note di lettura: “Una visita serale e altri racconti” di Emmanuel Bove.

2 agosto 2016

di Luigi Preziosi

La misura breve del racconto, si dice – ormai quasi un luogo comune – soprattutto e a maggior ragione in tempi di videoclip come il nostro, favorisce la definizione esatta della narrazione, ne stabilisce con precisione geometrica i contorni, evidenzia con certezza ciò che al racconto è necessario. Può anche, e solo apparentemente al contrario, lasciare scivolare oltre il termine temporale e narrativo della trama situazioni destinate a restare irrisolte, creando o talvolta amplificando l’effetto di separazione tra la trama e il significato complessivo della narrazione. Entrambe queste caratteristiche sono presenti nei racconti di Emmanuel Bove antologizzati in Una visita serale e altri racconti, uscito da qualche mese presso Fusta Editore (collana Bassa stagione, diretta da Marino Magliani e Stefano Costa), nella traduzione di Claudio Panella.

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