Note di lettura: “Baco” di Giacomo Sartori.

by
Luigi Preziosi.

La produzione più recente di Giacomo Sartori, con la sola eccezione del romanzo Sono Dio, è improntata all’esplorazione, condotta privilegiando toni partecipi ed insieme oggettivi, di condizioni esistenziali di segregazione e di confinamento. Così è in Rogo, in cui le tre protagoniste sono materialmente o psicologicamente prive di libertà, così in Cielo nero, in cui la prigionia di Galeazzo Ciano, rinchiuso nel carcere di Verona in attesa della morte, si fa metafora di altre privazioni di libertà, meno storicamente note, ed anche in Sacrificio, dove un arcigno paesaggio alpino restringe gli orizzonti spirituali dei giovani protagonisti.
Anche il protagonista di Baco (Exorma, 2019) vive una condizione di separazione, non claustrofobica, come alcuni dei personaggi dei romanzi citati, ma certamente di isolamento interiore. Si tratta di un ragazzino di dieci anni, di cui non è rivelato il nome, affetto da sordità, iperattivo, a volte protagonista di intemperanze che si manifestano soprattutto in ambito scolastico. Vive in un ex pollaio ora adibito ad allevamento di api, ha un fratello genio dell’informatica, non a caso indicato sempre con il soprannome (riferito al suo quoziente intellettuale) di QI185, un padre giovanissimo, che, sotto la fantasiosa copertura di un impiego presso l’azienda produttrice della Nutella, ricerca terroristi informatici per conto di qualche misteriosa organizzazione, ed è presente in famiglia solo saltuariamente. Il nonno anarchico, con un passato di rivoluzionario, è uno studioso di lombrichi, ed è l’adulto che più riesce a guadagnarsi la confidenza del nipote.
Il ragazzino, pur nell’obbligata clausura dello spirito in cui è costretto, coltiva l’incrollabile fiducia che la mamma, in coma forse irreversibile in conseguenza di un terribile incidente d’auto, possa risvegliarsi da un momento all’altro, e comunque, anche nell’attuale immobilità cui è costretta nel suo letto d’ospedale possa capirlo: “la mamma mi ascoltava senza battere ciglio, muovendo solo di tanto in tanto il braccio quando le stringevo la mano. I dottori sostengono che sta lì come una qualsiasi pianta da appartamento, ma io so bene che beve manco fosse nettare tutto quello che le dico. Io parlo molto male, ma lei capisce, è l’unica che ha sempre capito tutto, anche quando non avevo nessun mezzo per pensare e esprimermi”.
All’orizzonte del paesaggio affettivo del ragazzo compare anche Logo, la logopedista che prende a cuore la sua vicenda tanto da frequentarne la casa, portarselo dietro in escursioni in montagna, rimettere a posto i cocci che il protagonista produce con le sue intemperanze, che a volte possono scadere a vere e proprie aggressioni fisiche verso compagni di scuola e professori.
Un senso di precarietà non definitiva traluce dal quadro esistenziale che Sartori tratteggia con finezza psicologica nella prima parte del romanzo. Poi si consolida con la comparsa sulla scena di Baco, un’intelligenza virtuale creata da QI185 per il fratellino, una sorta di robot privo di forma fisica, prodotto di sofisticatissimi programmi informatici che si palesa tramite il personal computer, diventando presto un nuovo (il solo?) amico per il ragazzo sordo. Venuto dal nulla, impara molto rapidamente i riferimenti su cui si orienta l’attività quotidiana del protagonista, e comincia ad assumere iniziative autonome non richieste. Inserendosi inopinatamente nei programmi informatici delle più disparate organizzazioni, riesce con crescente frequenza ad interferire con la vita del ragazzino, con esiti non sempre positivi. Da autentico essere senziente, le sue azioni risentono di una costante ambivalenza. Pare mosso, da un lato, dall’intento di dimostrare la propria importanza e garantirsi quindi una qualche forma di sopravvivenza, dall’altro, dal desiderio sincero di essere utile all’amico.
La figura del protagonista evoca non tanto solitudini esistenziali, quanto un isolamento leggermente declinante verso l’egotismo. Vive le vicende che gli turbinano intorno secondo quanto percepisce dal suo peculiarissimo punto di vista, non sempre corrispondente alla realtà colta dagli adulti che lo circondano. Lo stesso rapporto con Baco si presta a facili fraintendimenti. Perfino la Logo, che è così capace di scrutare a fondo nel suo silenzio, sbaglia quando ritiene che “… le frasi che scriviamo sono scalmanate assurdità che alcune mie sinapsi zuzzerellone sfornano via via …secondo lei … Baco è il figliolo della mia immaginazione galoppante: i dialoghi con lui non sono altro che i ragli della mia fantasia che corre fino a spaccarsi i reni”.
Appropriatosi con apparente facilità del punto di vista del ragazzino, Sartori ne riproduce l’approccio un po’ distorto verso le cose della vita, ne mescola con attenzione la genuinità “da prima volta”, che in genere caratterizza lo sguardo sul mondo di un preadolescente, con alcuni tratti di disinvolta allegria che contraddistingue invece alcuni suoi atteggiamenti. Le esigenze narrative consentono all’autore di mantenere la sua ricerca stilistica in linea con gli esiti dei suoi ultimi romanzi: facile quindi evidenziare il limpido rigore della scrittura, in cui la sobrietà di fondo si conferma capace di improvvise accensioni.
Sartori gioca abilmente con il contrasto tra la condizione del protagonista e l’ampiezza sconfinata delle facoltà di comunicare che il romanzo evoca, immettendoci, tramite l’intenzionale gioco di equilibrio che regge la narrazione tra un presente un po’ bizzarro e un futuro un po’ inquietante, in una quotidianità pullulante di interazioni informatiche. Le possibilità di esprimersi non mancano, infatti, per il ragazzino privo di udito, e si realizzano attraverso gli strumenti dell’intelligenza artificiale. Ma qui non si tratta più soltanto di trasmettere informazioni. Il mondo descritto da Sartori contempla anche una comunicazione di tipo emozionale, suggerita o praticata da un’intelligenza non umana (o almeno non immediatamente umana). Così la tecnologia non lede, al contrario di quanto un pensiero comune può indurre a credere, le relazioni, anzi, le favorisce: se il protagonista diventa amico di Baco, la propensione affettiva è reciproca, e Baco può a buon diritto definire il ragazzino come suo migliore amico.
Si saldano dunque due condizioni di isolamento. Anche Baco è segregato, rinchiuso nella sua prigione virtuale, convinto per di più della sua fine imminente (surriscaldarsi ed esplodere), diversamente dal ragazzo, che pur nella infelicità della sua situazione non coltiva però alcun pensiero di morte. Ed al bisogno di ascolto i due, l’essere umano e l’essere virtuale, reagiscono in fondo nello stesso modo: entrambi con un che di eccessivo nel manifestare di esistere, l’uno con scatti di nervi tanto violenti da fargli perdere il controllo dei propri movimenti, l’altro con interventi devastanti su sistemi informatici esterni (hackeraggi su centri elaborazioni dati di ospedali, banche, forze dell’ordine…), di gran lunga sproporzionati rispetto alle cause che li hanno originati.
Nella reciprocità delle rispettive condizioni dei due amici, si intravedono forme di relazioni che Sartori pare delineare come condivisibile augurio per il nostro prossimo futuro: un umanesimo rinnovato in cui sia possibile sostenere, in contesti altamente tecnologizzati (e perciò un po’ raggelanti, almeno in apparenza) rapporti spiritualmente significativi. Baco, in fondo, molto più di quanto non lo sia quando si intrufola nei sistemi informatici ospedalieri per modificare protocolli terapeutici, ci risulta “umano” proprio nella sua scomposta richiesta di amicizia.

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