La formazione della scrittrice, 23 / Elisabetta Bucciarelli

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di Elisabetta Bucciarelli

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da poco affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Elisabetta per la disponibilità. La prossima ospite sarà Simona Vinci. gm].

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Erano i racconti di mia nonna, di paese marchigiano, spiritismo e magia, che mi catturavano più di ogni altra cosa. Mi ricordo che ascoltavo mentre lavava i piatti e intanto pensavo che avrei dovuto scriverli per non perderli, per non perdere lei più che le sue parole, ma non l’ho mai fatto.
Per questo succede che ogni incontro di persona importante, “lo scrivo”, lo imprigiono nelle mie parole e lo rendo mio per sempre sulla carta. Così resta, rimane con me.

Nei temi raccontavo storie. I miei venivano convocati per sapere se fossero vere. Non lo erano quasi mai. La mia fortuna è che non mi hanno mai fatto sentire diversa o bugiarda, la mia fortuna è che potevo permettermi di essere quello che ero perché sembravo altro.

A casa giravano tanti libri, ma la formazione di autrice è passata piuttosto dall’ascolto, dalle parole dette, dai contrasti, dalle azioni, dalle negazioni. Le parole lette arrivano dopo, almeno nella memoria.
Erano i libri di psicologia di mia madre che mi attiravano, i volumi degli esistenzialisti francesi, di Sartre, Camus e soprattutto, di Simone de Beauvoir. Alle medie non erano previsti, ne parlavo con gli adulti, soprattutto quelli che non avevano parole adatte a parlare con i bambini.

La danza classica mi ha allenato al rigore, il pianoforte ha coltivato l’armonia e segnato la necessità di musica, lo sport ha impresso il concetto e il valore della fatica.
I libri sono stati piacere e trasgressione.
Prendevo di nascosto quelli vietati, in alternativa li leggevo a casa d’altri. Anticipavo i tempi e non seguivo le tappe che una studentessa avrebbe dovuto rispettare. Ero disordinata, selvaggia e predisposta a frequentazioni letterarie scoordinate, la saggistica più che la narrativa, Freud e Jung più che Verne, Twain, Alcott e Salinger. I filosofi, tutti.
Ho avuto dei problemi con Hegel rischiando di compromettere un anno di scuola perché mi sono rifiutata di farmi interrogare. La prima trasgressione riguardava un filosofo e un libro. Mi entrava nei sogni di notte, non lo capivo, lo subivo, mi faceva arrabbiare.
Ma tutto questo e molto altro strideva con l’immagine che avevo: studentessa modello, pacata, precisa, sempre preparata, mai rimandata in nessuna materia, condotta perfetta, capelli sempre raccolti in una treccia, occhiali e nessun segno particolare.

C’era la lotta armata che segnava i miei giorni nei primi anni di liceo, le brigate rosse (che scrivo volutamente in minuscolo), il bollettino di guerra ogni mattina all’entrata della scuola: suo padre, suo zio, l’amico, il conoscente, rapito, sequestrato, gambizzato, ucciso. Mio padre? Oggi no. Per fortuna. Grazie a Dio e all’Angelo dei padri. La scorta ogni minuto dell’esistenza, il telefono sotto controllo, papà che non torna casa e non si sa dove sia. La macchina fatta saltare con una bomba. La mitraglietta dell’uomo davanti a casa tutte le mattine per proteggerci.
Leggevo testi sul bene e sul male, non importavano gli autori, poi quelli introvabili (di cui era piena la biblioteca di casa) scritti dai condottieri della lotta armata. Per sconfiggere un nemico lo devi conoscere in profondità. Poi, quando l’hai approfondito, ti servono le armi giuste.
La Bibbia, i Vangeli, Sant’Agostino, Leibniz, Hannah Arendt, le mistiche, Simone Weil.
Per cacciare la paura leggevo. Per tenere sotto controllo l’ansia e il resto smettevo di mangiare.
Poi arriva l’incontro importante con il teatro.

Tra i venti e i venticinque anni imparo il teatro. Entro al laboratorio di scrittura drammaturgia del Piccolo di Milano e lì mi sento al mio posto. Studio Shakesperare, Genet, Heiner Müller, Pinter, Beckett, Pasolini e m’innamoro di tutto, anche, finalmente, della vita. Per due anni interi sono andata a teatro tutte le sere (il lunedì era chiuso e andavo al cinema). Tutti i giorni ho scritto, sempre, senza saltarne uno, piece teatrali, dialoghi, monologhi, alla maniera di… Guardavo i registi dirigere, ascoltavo sceneggiatori e drammaturghi parlare del loro lavoro, attori raffreddare e scaldare il lessico.
Raccontavano la parola scritta e declamata, parlavano della rappresentazione, del vero e del verosimile.
Credo che questa sia stata la mia vera formazione alla scrittura. Ossessiva, continua. Tra le mura della “Civica Paolo Grassi” ho incontrato gli unici insegnanti-Maestri. Capaci di trasmettere conoscenza attraverso il canale ricettivo della passione. Seminatori e contadini di un sapere, artigiani della pagina. Nessun sogno venduto a buon mercato ma buone parole da leggere, sei terra buona, mi dicevano loro e io ci ho creduto.

Mio padre mi ha portata a teatro un’unica volta. Vladimir Vladimirovič Majakovskij, recitato da Carmelo Bene, al Lirico. Imparo le poesie a memoria e inizio a credere che la poesia sia l’unica forma di scrittura necessaria. Per qualche anno leggo solo poeti, gli ermetici sono i miei preferiti. Ungaretti, Montale, Quasimodo. Cerco parole, trascrivo in continuazione sui quaderni quelle degli altri come se inciderle sulla carta le trasferisse automaticamente dentro di me (credo ancora funzioni così, a volte mentre parlo mi accorgo che qualcuna proviene da lontano e so perfettamente dove collocarla).

Il vizio è rimasto, non mi bastano mai le parole e le cerco in campi che non conosco, mi sposto (ancora un po’ selvaggia) in territori all’apparenza ostili, aridi. Chiedo in prestito linguaggi e poi li aggiungo alla mia voce.

La mia formazione è in corso, ora disegno. Un linguaggio diverso, un altro modo di scrivere, faccio le aste per occupare lo spazio, chiudere i vuoti, misurare le distanze. Prendere la rincorsa. Parola, forma e azione. Sembro distratta ma non è così, sono già dentro alla prossima storia.
Il libro giusto non è ancora arrivato, ci sto lavorando, una parola dopo l’altra. Spero di fare in tempo.

Grazie Giulio per avermi chiesto di spostare lo sguardo alle spalle.

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4 Risposte to “La formazione della scrittrice, 23 / Elisabetta Bucciarelli”

  1. enrico ernst Says:

    Elisabetta… mi hai fato venire in mente i miei anni in “Paolo Grassi”… quella sensazione lì: sempre teatro: di giorno, di sera, di notte… come una malattia. La scrittura che diventa gesto, che diventa voce, che diventa. In realtà poi, in quel periodo mi sentii come in un autobus nel pieno traffico. Devo arrivare e fare tutto. Ma arriverò, arriverò… dopo…

  2. Chiara Beretta Mazzotta Says:

    Pezzi come questo sono un antidoto al pressapochismo cialtronesco del mondo editoriale. Terra che non va alla deriva proprio grazie a scrittori capaci di ancorarla con l’impegno, la fatica. E tanta passione. Il lettore si sente accolto a braccia aperte (ali impazzite, mi garba di più però!). Sono curiosa: quale filosofo, quale libro?

  3. liz Says:

    a Enrico: prima di Tangentopoli Milano era intensa e ricca di sperimentazione. Un periodo irripetibile per il teatro italiano.
    a Chiara: Hegel, Fenomenologia dello spirito, in particolare il rapporto tra Reale e Razionale. Non sono ancora riuscita a venirne a capo🙂

  4. Chiara Beretta Mazzotta Says:

    Grazie!

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