La formazione della scrittrice, 27 / Irene Cao

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di Irene Cao

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Irene per la disponibilità. gm].

All’inizio scrivevo per anestetizzare il dolore. Per far finta che non esistesse. Per liberarlo da me.
Usavo fogli bianchi, senza righe né quadri, strappati da un bloc notes con la copertina rossa. Li sporcavo di pensieri, sensazioni, ricordi, frammenti di giornate colme di tormento.
1997. Ero in Terza liceo. L’anno scolastico era appena iniziato, ma un medico e una malattia mi avevano proibito di andare a scuola. Mia madre mi accompagnava all’ospedale ogni mattina alle otto e veniva a prendermi verso l’una, a volte anche prima, dipendeva da quanto ci mettevano le flebo a finire: una era bianca, più densa, e una gialla, più liquida, di solito attaccate allo stesso braccio, o a due se la vena non prendeva. Il medico sosteneva che era quella, la via più rapida per farmi tornare a un peso accettabile; che solo così avrei permesso al corpo di riavere la giusta sostanza per proteggere e nutrire il cuore.
È iniziata in questo modo, in una stanza di ospedale. Al terzo piano dell’Ospedale Civile di Sacile, per la precisione. L’anoressia mi aveva ridotta a un mucchietto di ossa doloranti, ma non mi aveva tolto la voglia di vivere.

Il preside del liceo Giacomo Leopardi di Pordenone, nel firmarmi il permesso di assenza, mi aveva detto: «Ascoltati Mozart, così la flebo scende meglio». A Mozart avevo preferito i Cranberries, gli Oasis, i Green Day, Lenny Kravitz ed Elisa. Con il braccio libero dalla flebo inserivo nel walkman le musicassette registrate e mi mettevo a scrivere sui fogli bianchi, con davanti il manuale di letteratura italiana aperto su Foscolo e quello di letteratura greca su Sofocle.
Andò avanti per un mese. Fu quel mese a salvarmi, a permettermi di arrivare alla fine dell’anno scolastico. Giugno 1998. L’esame di maturità: la prova temuta che ti insegna ad avere rispetto per la scuola e per la vita.
Da certi mali si può guarire. Solo che, spesso, il processo di guarigione è così lento e complesso che ti fa incorrere in altri mali minori. Gli strascichi dell’anoressia me li sono portati addosso fino al terzo anno di università. È stato l’amore a guarirmi; più che l’amore in sé, la voglia di amare. Ed è stato per amore che ho ripreso a scrivere. A Venezia. Stavolta da un computer, nella stanza dell’appartamento in campo San Basilio che condividevo con altre studentesse. Sulla mia scrivania c’erano le opere di Aristotele, Tucidide, Saffo, Alceo, Catullo, Ovidio, Tibullo, Lucrezio. I Classici antichi. E poi i Contemporanei, da D’Annunzio a Montale, passando per Moravia, fino ai racconti di guerra di Rigoni Stern.
Scrivevo per amore. Per il ragazzo che, senza saperlo, mi aveva fatto cadere nella rete dell’innamoramento. Da allora ho continuato a scrivere per amore. Per gli uomini che ho amato. Con loro, insieme a loro.
Non ho mai frequentato scuole di scrittura. I miei maestri sono stati la vita e la Storia, quella che si studia sui libri e poi si ritrova nel quotidiano. Sono stati i mille lavori precari fatti prima durante e dopo il dottorato di ricerca, sono stati i volti incontrati, le frasi ascoltate, i “no” incassati, i libri scelti ad istinto dagli scaffali delle tante biblioteche che ho frequentato. Dalla saggistica alla poesia, senza limiti di genere. E poi, la musica, tutti i tipi di musica. E con la musica, la danza. Acquisire un buon senso del ritmo mi ha insegnato a far scorrere meglio le storie.
Per arrivare alla pubblicazione ho fatto tesoro dei consigli di tutti, nonostante fossero spesso divergenti. Andare ai festival letterari è servito. Un festival, in particolare. Pordenonelegge 2012: lì, un incontro fortuito ha segnato il mio destino. Senza quell’incontro, forse, i miei libri non sarebbero mai nati.
Ecco perché, nonostante non significhi nulla, alla fine di Io ti guardo, Io ti sento, Io ti voglio, ringrazio anche il destino. In fondo, è nell’insignificanza delle cose che spesso si nasconde la verità.
Non so cosa succederà dopo Per tutti gli sbagli e Per tutto l’amore. Quello che so è che, se non avrò più nulla da dire, non mi accanirò per trovare a tutti costi qualcosa.
Non so nemmeno se sono una scrittrice. È un ruolo che mi è stato dato dai lettori e da chi ha creduto in me. Ma non mi è mai piaciuto identificarmi in un ruolo, perché trovo che l’identificazione nei ruoli arrechi danno all’anima.
Non siamo mai quello che facciamo. E non è importante quello che riusciamo a fare nell’arco di una vita. Ciò che importa, a mio avviso, è quello che ci rimane dentro durante il percorso.

Caneva, 6 luglio 2014

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4 Risposte to “La formazione della scrittrice, 27 / Irene Cao”

  1. amanda Says:

    mi piace

  2. gian marco griffi Says:

    A me piace la scrittrice, se si può dire.

  3. acabarra59 Says:

    ” 2 marzo 1984 – Storia napoletana. Lei non mangia. Lui la conosce. Lei mangia. Lui si buca. Farà psicologia. Lei. “.

  4. davide Says:

    Concordo con gian marco.

    I di lei libri non li ho letti.

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