Ma voi, di preciso, che cosa avete imparato a scuola?

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di giuliomozzi

Qualche giorno fa, nell’annunciare il seminario Cosa insegnare a scuola (17-18 novembre: ci sono ancora posti), organizzato a Trento da Scuola d’Autore/Iprase, dal Dipartimento di studi letterari e linguistici dell’Università di Trento e dal Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento, rilanciavo ai frequentatori di vibrisse la domanda: Ma, secondo voi, che cosa bisogna insegnare a scuola? (Domanda ovviamente ristretta all’ambito umanistico e in particolare letterario e retorico – visto che vibrisse e quel che è, e di queste cose ci si parla).
Nella discussione, Maria Luisa Mozzi (sì: è mia sorella; insegna lettere in una scuola media di Vicenza) ha proposto tre riflessioni in sequenza:

Riflessione numero uno.
Ogni anno, agli esami di terza media, dopo il colloquio (che per i ragazzi è pieno di emozioni ed è l’ultimo impegno, poi è tutto finito) chiedo: cosa ricorderai del triennio che hai appena concluso?
Mi rispondono: i compagni; un professore; Manuela, la bidella simpatica; se va bene: la gita.
Hanno scoperto, studiato, collegato fra loro per tre anni conoscenze fondamentali per l’umanità. Hanno partecipato a progetti importanti, hanno fatto concerti, hanno scritto il giornalino della scuola.
Niente.
Ricorderanno tutti un compagno, la bidella, un professore.
Perchè?

Riflessione numero due.
Quando, a pranzo, chiedo ai miei figli cosa sia successo a scuola la mattina, spesso mi rispondono: niente.
Poi scopro che hanno letto I promessi sposi o che hanno commentato un articolo del Corriere della sera o che hanno conosciuto e discusso i primi tre articoli della Costituzione.
Eppure: niente.
Perchè?

Riflessione numero tre.
I ragazzi passano cinque ore al giorno, dal lunedì al sabato, a scuola. Guardandoli poi vivere fuori da scuola si ha spesso l’impressione che quello passato a scuola non sia stato un tempo significativo. I genitori stessi li iscrivono agli scout, a laboratori vari, a “gruppi” perchè “facciano esperienza”.
La scuola non è, evidentemente un’esperienza, o non lo è a sufficienza.
Possibile?

La domanda che vi faccio è dunque: voi che cosa avete imparato, di preciso, a scuola? Quando andavate a scuola, succedeva qualcosa? La scuola, per voi, è stata un’esperienza?

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53 Risposte to “Ma voi, di preciso, che cosa avete imparato a scuola?”

  1. davide Says:

    per quanto mi riguarda,ho un ottimo ricordo della scuola elementare

    poi un decente ricordo della scuola media(insegnanti gia più severi,molti discoli disturbatori in classe ,fine anni 80-1987-1990)

    E infine,un pessimo ricordo della scuola superiore (1990-1996,per me.liceo scientifico sperimentale,bologna-bologna,ma finii per diplomarmi in altro,che pur mi tornò utile)

    cosa imparai?

    alle elementari,
    moltissimo di storia e italiano credo che sarò grato tutta la vita alla mia maestra A.F per avermi inculcato la passione per la Storia,giuro,in 5 anni facemmo suppergiù dalla ..preistoria agli …anni 60!!!!e spiegati da Dio!

    scuole medie:

    primo anno alla voce italiano,letteratura e affini,non facemmo molto,l’insegnante,ex sessantottina bolognese,ci parlava..dell o.l.p.(qualcuno si ricorda che era?)e del contrasto usa e urss, beh tutta cultura generale,insomma,non proprio cultura letteraria, però ci parlava un sacco di romanzi per ragazzi e ci fecero vedere degli ottimi,davvero ottimi film-facemmo anche un cortometraggio che gareggiò in una trasmissione per ragazzi della rai,e …vinse!!!!!

    i due anni successivi ci trovammo una piu convenzionale e severa insegnante di origini molisana:

    una rompiscatole, A, dL però la sua lezione sui “connettivi logici” nei temi in classe,fu ,per me fondante-se la rivedessi la ringrazierei di cuore

    liceo:

    a parte che cambiammo un insegnante ogni 6 mesi..a parte che ogni supplente di italiano era fissata con lo spiritismo(giuro,3 su 6,un record,e venivano da scuole diverse!!!)a parte che ci parlavano dei problemi,loro insomma,un disastro

    almeno il primo anno ci fecero leggere,dall’antologia scolastica qualcosa di Edgar allan poe,gita al faro di virginia woolf,qualcosa di salinger, etc etc,ma poco come quadro per ri-bilanciare i noiosissimi anni successivi.

    il 2° anno come insegnante di italiano avevamo avuto addirittura un eccentrica individua che praticamente teorizzava il non sense del tema in classe…

    alla fine quegli anni furono anch’essi belli..ma..fuori dalla scuola,non dentro!

    poi a fine 91 -inizio 92 arrivarono i nirvana,i pearl jam ,il seattle sound,quindi del mio rendimento,scolastico me ne fregai alla grande 🙂 (infatti ci misi un pò a diplomarmi!)

  2. fabrizio cocco Says:

    Ricordo di aver scritto in prima media un tema in cui accusavo la preside di essere una fascista. Ricordo di essere stato convocato dalla preside. Non ricordo di essere stato punito particolarmente, quindi probabilmente ho argomentato in modo convincente l’epiteto, o forse ho suscitato pena, non ricordo. Cosa ho imparato? Che dare della fascista alla preside non è un gesto poi così socialmente accettato. Ma sempre meglio di quando ho dato fuoco al lego di un compagno, all’asilo.

  3. Marco Says:

    Giulio, ma ti rendi conto di quante cose si imparano a scuola? Sono tantissime… come si fa a rispondere a una domanda così? Qualsiasi risposta sarebbe una battuta di spirito… io credo.

  4. ornellainincognita Says:

    Ho imparato l’autostima.

  5. Maria Rita Says:

    Scuole elementari, metodo Montessori: ricordo perfettamente le lezioni nell’orto e quelle sul terrazzo ad imparare che fosse uno gnomone!!! Piacevole.
    Scuole medie: passione per le scienze e la matematica. E seppure non mi piacesse per niente l’insegnante di italiano ricordo la bellissima sensazione del commento all’Iliade la prima volta e tutta la prima lezione sul furor di Achille. E Leopardi e Manzoni a memoria, ma con il gusto di ricordare i grandi.
    Liceo classico: sofferto sotto alcuni aspetti, ma sono ancora vive le bellissime lezioni di critica letteraria della mia docente di italiano. Croce, Fubini, Binni… e il quaderno con i suoi appunti o dettature in proposito l’ho ancora! Ho amato la matematica e la chimica grazie ai miei due grandi docenti: due guru! E poi, nonostante fosse ignorata dai più… il forte legame sin da subito con la storia dell’arte (tant’è vero che mi ci sono laureata e l’insegno!), e le lezioni tenute dalla docente in tempi non scolastici solo a chi fosse veramente interessato… una a casa sua, un’antica casa spagnola del ‘500, dove entrammo quasi in religioso silenzio perché doveva mostrarci come fossero i rivestimenti in maiolica cinquecentesca. La ricordo come fosse ieri!

  6. Mirella Says:

    A leggere ho imparato. Soprattutto a leggere. E che meraviglioso arricchimento è la lettura.

  7. davide Says:

    mariarita Dice:

    “”E poi, nonostante fosse ignorata dai più… “”

    curiosità,mariarita,intendi ignorata dia prof o dai compagni/e?

    scusa,solo curiosità:)

  8. stileminimo Says:

    Avrei voluto imparare ad imparare, ma ho dovuto arrangiarmi da sola… e non so se ho mai veramente imparato.

  9. Sergio Pasquandrea Says:

    Alle scuole elementari, leggere scrivere e far di conto. Ossia: tantissimo, praticamente l’essenziale. Non finirò mai di ringraziare la mia maestra, che rispondeva all’improbabile nome di Wilma Zaza, coniugata Porporino. Credo sia ancora viva, ormai ultraottantenne, se non addirittura ultranovantenne.
    Alle scuole medie, non saprei: ricordo pochissimo di quegli anni. O meglio, ricordo di aver avuto un bellissimo libro di grammatica, scritto da Maria Luisa Altieri Biagi, fatto talmente bene che riusciva a rendermi la materia simpatica. Assolutamente comunicativo, pochissimo tecnico, addirittura con una parte sulla storia della lingua che ricordo ancora adesso.
    Al liceo, per quanto riguarda le materie letterarie ho avuto al biennio una brava insegnante, al triennio un asino cafone e presuntuoso (letteratura) e una persona intelligente, ma priva di qualunque talento per l’insegnamento (storia e filosofia). Però ho avuto anche un ottimo di insegnante di matematica, severo fino alla stronzaggine, ma che mi ha davvero insegnato a ragionare.

  10. Maria Rita Says:

    @Davide
    DA TUTTI… ed era molto brava invece! Davide, mai saputo che questa materia è la cenerentola delle materie? Anch’io spazzolo cenere!!! Viva il Bel Paese!!! eh eh eh…

  11. alfredo tamisari Says:

    LA MIA PROF DELLE SUPERIORI CI PROPINAVA CONTINUAMENTE TITOLI DI LIBRI DA LEGGERE. ALLA FINE HO IMPARATO IL PIACERE DELLA LETTURA.

  12. davide Says:

    si … è la cenerentola delle materie:io in prima liceo presi qualche buon voto in educazione artistica,ma andavo male in matematica:alla prima riunione coi genitori dissi a mio padre:

    “dai su parla i anche col prof di educazione artistica,…li me la cavo!!!!”…

    mio padre,però,(peraltro tutt’altro che un buzzurro come comportamento),fece una smorfia come per dire: “..intanto iniziamo dal prof di matematica,ok ?”:)

    la morale credo si noti :)però amai quella materia

  13. ramona Says:

    La scuola, per un lunghissimo periodo, è stata la mia vita. Da studente intendo.
    E’ stato il luogo in cui riuscivo a fare qualcosa di buono, in cui imparavo cose nuove che non mi stancavano mai, ero affamata di conoscenza. Era il luogo in cui imparavo ad avere delle amicizie, che durano tuttora, e cioè imparavo a uscire dalla mia timidezza e a socializzare. Ho imparato a voler bene, a condividere, a cercare di migliorarmi per essere “brava e svelta” come voleva la maestra. Ho imparato ad aiutare chi non riusciva e a essere aiutata se non riuscivo io. Ho imparato ad analizzare, a sforzarmi di capire, a chiedere se non capivo. Ho imparato a leggere e recensire libri, già alle medie (ma leggevo libri già in prima elementare).

    Certo che succedeva qualcosa a scuola: ogni giorno era un’avventura, sia per le novità che avrei ascoltato e che avrei probabilmente imparato, sia per il rapporto dinamico con insegnanti e compagni. Sono stata fortunata, ho sempre avuto professori per lo più soprattutto umanamente fantastici ma anche coscienziosi, con qualche dovuta eccezione che ha avuto comunque la sua ragion d’essere. E se devo essere sincera, quella condizione di “apprendista” del sapere, di lavagna pulita e recettiva su cui scrivere qualsiasi cosa, mi manca.

  14. GattoMur Says:

    Io purtroppo ho imparato pochissimo, o forse nulla. Solo un po’ di francese (perché un anno c’era una lettrice particolarmente avvenente). Per fortuna al trienni avevamo “Il materiale e l’immaginario” di Ceserani-De Federicis, e allora in quinta me lo sono letto da solo.

  15. luciamarchitto Says:

    che esistevano tanti mondi oltre al mio che incominciò da subito a divenirmi stretto, che per fuggire via potevo usare i libri e la fantasia. Imparai anche che dire una cosa non vuol dire fare una cosa. Soprattutto alle medie presi coscienza del fatto che per me Dio non esisteva, persi in quegli anni la consolazione che solo la religione ti può dare, ma ebbi, sempre in quegli anni, la fortuna di avere un professore di italiano che mi fece amare i libri, il cinema, e gli ampi spazi, “l’uomo -diceva – ha bisogno di spazio per vivere” e io cominciai ad occupare il mio che fino ad allora era rimasto vuoto. Ci fu anche un professore di musica che suonando il flauto si commoveva fino alle lacrime, la sua commozione mi è rimasta dentro come un fiore nel deserto e fu la mia consolazione alla perdita della religione. Alle superiori credo di non aver imparato niente, perlomeno niente mi è rimasto di quegli anni se non il ricordo dei compagni e degli aeroplanini di carta buttati dalla finestra.

  16. cartaresistente Says:

    Ricordo che la mia passione per la lettura, e per i libri, è merito soprattutto dei fumetti di Zagor, Tex e Mister No, piuttosto che della scuola.

  17. davide Says:

    Già

    ottimo punto “cartaresistente”,non so al liceo classico,ma allo scientifico da me,il massimo che ci fecero leggere,fu 1984 di Orwell

    le lezioni su Dante e in parte su manzoni,respingevano solo,invece,anche se mi appassionqi a qualche pagina de ” i promessi sposi”

    ..anchio leggevo fumetti bonelli,e un qualche riferimento a film o anche a libri,c’era sempre, nell’ introduzione di ogni puntata a inizio albo-

    eh si,da li scattava sempre qualche molla,c’eran riferimenti per cercarsi altro,che fossero road movies,fantascienza,storia o altro

    proprio quegli anni li,per me tra i 14-18 anni

    martin mystere, tex ,mister no,ken parker -anche se di altro editore-e soprattutto,ovviamente, dylan dog

  18. Maria Luisa Mozzi Says:

    Marco. E’ vero quello che dici. Ma è utile provare a farti un elenco mentale, una tua mappa. Così vedi quanto (e ordinato come) ti è rimasto di quell’enorme numero di cose che hai imparato.
    Hai mai fatto a te stesso il gioco del “che cosa so veramente fare”? Lo faccio su di me: so fare la pastasciutta al ragù, le pulizie di casa, la lista della spesa. So fare una lezione? Forse, a volte. So ascoltare i miei figli? Solo se non sono stanca. So analizzare un racconto? Spesso no, mi mancano alcuni strumenti, l’intuizione, l’intelligenza giusta. Lo posso fare con l’aiuto di altri.
    E così via.
    E’ una piccola cosa, ma serve ad avere una dinamica e serena consapevolezza di sè.

  19. Stefania Tuveri Says:

    Della scuola superiore – finita a luglio – ricorderò anche io un compagno, una bidella, una gita, ma mi ricorderò sicuramente di quanto mi sia piaciuto Catullo, dei primi versi dell’Iliade imparati a memoria in greco per capire come leggere in metrica, della mia passione per la biologia e la chimica nonostante facessi il classico, dei compiti in classe su globalizzazione ed energie rinnovabili, quando mi sarebbe piaciuto che la consegna fosse “scrivi un racconto di tre cartelle rispettando i criteri di tal genere letterario”.

  20. Antonella Says:

    Io mi aggancio ad una parte della riflessione numero uno di Maria Luisa. Per una cosa curiosa che trovo significativa. Tutto quello che ho imparato a scuola è legato alla persona che me l’ha insegnato. Per quello, credo, ricordo i contenuti ma anche la lezione. Sarà che, come velenosamente disse la mia prof di biologia e chimica delle superiori, ero “selettiva” (non sapeva, lei, che non avrei voluto fare lo scientifico) e quindi ho imparato davvero solo ciò che mi interessava; ma ricordo le lezioni peripatetiche del professore di italiano e del professore di francese, ed ho appreso innanzitutto la loro passione, la loro curiosità, il loro rigore. Ho imparato ad usare i dizionari, ad analizzare i testi, a scrivere un tema sviluppando le mie idee, a leggere il giornale, a scrivere una lettera, a scrivere l’indirizzo su una busta; ho imparato la grammatica e la letteratura; ho imparato a considerare più punti di vista; ho imparato a voler capire. Ho imparato, anche se non sembra, che le anafore possono essere fastidiose 🙂
    Ma credo di essere stata molto, molto fortunata.

  21. Daniela Says:

    Ho imparato:
    un metodo di studio, a confrontarmi, a perdere e a vincere, a pensare con la mia testa, a scegliere cosa mi piaceva e cosa no, a capire l’importanza dei pigmalioni, a capire che molti professori ti danno 8 se gli fai intendere che pensi come loro e fai quello che vogliono, a tenermi le cose più intime per i fatti miei, ad ascoltare, a a amare Manzoni e Montale, a capire tra le righe, a non smettere di farmi domande, a come porre le domande, a scrivere in diversi stili, a non leggere un solo articolo di giornale.
    Ho imparato:
    la grammatica, l’analisi logica e grammaticale (che mi dimentico spesso e che spesso vado a spulciare); la delusione e la rabbia di prendere 6 massimo 6 e mezzo in italiano (nel triennio) contro l’8 della mia vicina di banco che scriveva metà di me, che scriveva della famiglia del mulino bianco e di altri bigottismi e banalità affini.
    Ho fatto un tecnico eppure l’ italiano era per me una delle materie più importanti e amate.
    Questa cosa è verissima: finito le medie mi hanno consigliato di proseguire con le magistrali (scelto con ostinazione perito chimico), finito le superiori mi hanno consigliato chimica pura o lettere (scelto scienze ambientali dopo un anno di lavoro)…finito l’università mi sono un po’ pentita di non aver seguito la mia passione, ma si fa quel che si può in questa vita 😉

  22. neri565 Says:

    mah, io ricordo che alle medie ho studiato tantissimo, ho imparato tantissimo e mi son divertita tantissimo; i professori erano bravi e severi e i compagni provenivano da diversi paesi, diversamente dalle scuole elementari, dove mi vergognavo ad aprir bocca perchè ero l’unica che parlava l’italiano. Credo di non aver mai passato un periodo più divertente e più istruttivo a scuola..e credo di aver imparato più che al liceo perchè alle medie stavo bene con le persone..insegnanti e compagni. Ma mi rendo conto che sono stata fortunata, alle medie..tralascio il liceo, e l’università: pessimi

  23. Andy Says:

    Vorrei aver fatto più Geografia.
    Più Geografia globale intendo, invece alle medie ci tartassavano con la Dora Riparia e la Dora Baltea e i capoluoghi del Piemonte (Cuneo, Sondrio etc.), gettando le basi dell’italico provincialismo. Al ginnasio invece c’era un approccio-come dire- commerciale (geografia politica) e tendenzialmente italocentrico. Poi, il nulla. Prima di Google Map, praticamente tutto quello che sapevo di geografia lo dovevo a Risiko, senza il quale probabilmente il Kamchakta non sarebbe mai esistito.

  24. davide Says:

    mi scusi andy,ma nessun tipo di geografia-anzi,ce ne sarebbe voluta di piu,già-gettava o getta le basi dell italico provincialismo

  25. davide Says:

    nb:in risiko c’era pure,credo,se ricordo bene, la Jacuzia-chissà a cosa pensavano gli ideatori del gioco,visto che la jacuzia,notoriamente non esiste-forse esistono le jacuzzi,ma esulano dall argomento,temo

  26. Elena Says:

    Il mio liceo era stato un convento e ne conservava la forma a chiostro. A volte mi stava stretto come la siepe del Leopardi e questo bastava a immaginare infiniti mondi là fuori.

    Ho imparato molto, succedevano un sacco di cose fondamentali, anche se all’epoca mi pareva che non accadesse mai niente.
    Non so se rispondo alla domanda, questi dibattiti mi stimolano una vena amarcord. Infatti ricordo:
    i paradigmi dei verbi greci a memoria sulle note di una canzone che andava molto a quel tempo (e che mi faceva piangere);
    la prima volta che ho letto l’Idiota, partendo dal secondo volume (perplessa da come l’autore desse tante cose per scontate);
    i baci nelle ultime file del pullman al ritorno dalla gita, essere mollata al rientro;
    sentirmi molto intelligente e poi del tutto incapace, senza speranza; sentirmi bella, bellissima, e subito dopo brutta, insignificante, inutile;
    le lezioni sulla scultura classica e la verve appassionata e corrosiva della prof di arte;
    l’Edipo re letto in classe (in italiano al biennio);
    la Cantatrice calva letta in classe (sempre al biennio);
    l’Apologia di Socrate letta in classe (idem);
    il cuore a mille quando ho avuto il coraggio di prendere la parola a un’assemblea studentesca;
    Catullo, odio, amo, mille baci;
    il giorno che, in quarta ginnasio, ho chiesto a MP una sigaretta e mi è caduta dalle mani mentre mi faceva accendere;
    il supplente di filosofia giovane che ci parlava della nascita della tragedia;
    la Peste di Camus, Emma Bovary, i poeti maledetti, la necessità della nasalisation;
    il prof di lettere carismatico che non ho avuto e che ho invidiato a quelli di un’altro corso;
    l’elettromagnetismo, ipotizzare che potesse spiegare le affinità umane;
    la noia nelle ore di storia e filosofia, la prof che dettava e io che coloravo la smemoranda con gli uniposca;
    il dramma di Geltrude;
    le fasi lunari in un bigliettino nascosto sulle ginocchia, sotto i collant;
    la versione di Isocrate che sapevo fare, ma in cui presi 3 perché avevo infilato nel Rocci la traduzione che mi avevano passato e non riuscivo più ad aprirlo per timore d’essere scoperta;
    la versione che non sapevo fare e in cui presi 8 perché ero seduta di fianco ad AF;
    sao co chelle terre per chelli fini che qui contene, trent’anni le possette parti sancti benedicti;
    prendere 9 in una patetica intervista immaginaria a Dante e vergognarmene;
    il compagno di banco ciellino che mi parlava di Springsteen e del Padre nostro (tenermi Springsteen, molto dopo anche il Padre nostro, senza mai sentire la tentazione per CL);
    la prima volta che abbiamo letto Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia;
    A Silvia a memoria, e anche il sabato del villaggio;
    Foscolo: i sonetti e quasi tutti i sepolcri a memoria;
    Sognare Foscolo con la faccia di Nicola Berti la notte prima dell’esame;
    spesso il male di vivere;
    Pirandello (perché la verità non esiste) e Svevo;
    leggere in pubblico poesie d’amore del Novecento solo perché avevo fatto un corso di teatro e sognare di calcare le scene per davvero

    Sono uscita con un bel voto, ma in realtà non avevo lo zelo che oggi premio nei miei studenti, solo passioni fulminee, fedeltà selettive agli insegnati e agli argomenti che trovavo significativi: la costanza, la precisione e la disciplina sono arrivate dopo. Cerco di ricordarmene oggi che tocca a me insegnare. Si può essere esigenti senza essere intolleranti o sfiduciati, anche perché l’apprendimento ha spesso una componente carsica: non sempre quel che ancora non si vede non c’è.

  27. davide Says:

    elena,mi hai quasi strappato una lacrima:)

    curiosità,di dove sei,e in che “periodo” eri al liceo(dico,anni 70,80,90 o dopo,curiosità,grazie)

  28. Elena Says:

    Chiedi troppo :-))
    Vabbé: classe ’71, provincia lombarda, oggi (finalmente) estinta.

  29. davide Says:

    ok :)i “mitici” 80’s insomma 🙂

  30. aquanive Says:

    Delle scuole medie ho un ricordo ancora così vivido che quando mi ritrovavo a studiare con i miei figli (e in particolar modo con il piccolo, che ha terminato la terza media quest’estate) era un continuo raffronto tra quanto ricordavo io, e come veniva insegnato oggi della stessa materia. Una grande differenza che mi è venuta subito alla mente è che “quando andavamo a scuola noi” certe “cose meravigliose” come il teatro, i progetti, e soprattutto i libri scolastici impostati in un certo modo: noi eravamo costretti a studiare su libri un po’ amorfi, noiosi, senza immagini, senza glosse che ti permettessero di ricordarti i punti salienti, non dovevamo fare le mappe tematiche, ma dovevamo ripetere a pappardella le cose, magari a volte imparandole a memoria. Eppure, abbiamo imparato, per dire, a leggere nei testi senza immagini, quelli “tutti scritti fitto fitto” che spaventano così tanto i miei figli, anche quello che ormai è all’ultimo anno del Liceo. Ho imparato tantissimo, alle medie. Probabilmente tutto quello che ancora oggi so, ma di cui me ne do conto solo ogni tanto, quando riesco a ricordarmi argomenti di scienze che immaginavo lontani da me anni luce. Al Liceo ho imparato ad approfondire, a non accontentarmi di quello che c’era scritto sul libro e ripeterlo, ma ad andare a cercarmi altri libri, altre fonti, ad andare in biblioteca (prendendo tre autobus per arrivarci) e a confrontare i libri di critica per capire cosa era stato detto e scritto da altri diversi da chi leggevo in quel momento. Al Liceo ho ricevuto gli strumenti per un lavoro immediato subito dopo la maturità, sebbene non fosse un “professionale” ma “un semplice linguistico”, ma ciò mi ha permesso di non preoccuparmi di un probabile futuro ma di dedicarmi a quanto più mi piaceva, cioè la letteratura, italiana o straniera che fosse. A scuola ho imparato. Tantissimo. Anche a continuare a studiare da sola, negli anni, quando studiare non me lo potevo più permettere.

  31. valda Says:

    ho imparato la pesantezza, a castrare il dialetto della mia infanzia ma anche a strutturarmi (erano altre epoche) e prefigurare mondi che in altro modo non avrei mai conosciuto.. viva la scuola!

  32. Carlo Capone Says:

    Ho studiato dai Gesuiti dalla prima elementare alla Maturità Classica (1956 -1969). Mi hanno fatto studiare di tutto, anche l’educazione sessuale. Li ricordo con rispetto.

  33. Andy Says:

    Davide dici:

    “mi scusi andy,ma nessun tipo di geografia-anzi,ce ne sarebbe voluta di piu,già-gettava o getta le basi dell’italico provincialismo”

    L’intento umoristico di collegare l’apprendimento nozionistico dei capoluoghi di provincia e l’essere provinciali nella sua accezione piu’ larga- intendendo cioe’ tutte quelle caratteristiche che fanno degli italiani un popolo di provinciali non solo per mera collocazione geografica- mi sembrava abbastanza evidente. Che poi a tuo insindacabile giudizio non fosse divertente, e’ un altro paio di maniche.

    Sull’essere provinciali, provo a proporre qualche spunto a connotazione geografica:

    E’ tanto bella l’Italia
    Come si mangia bene in Italia
    Il mare della Sardegna e’ il piu’ bello del mondo
    Roma e’ un museo a cielo aperto
    La vera pizza e’ quella napoletana
    All’estero il caffe’ non lo sanno fare
    All’estero (luogo misterioso che comprende tutta la Scandinavia, il Nord America, la penisola iberica e la ex-cortina di ferro oltre a Francia-Germania-Inghilterra) mettono l’aglio dappertutto
    In America (ma alternativamente anche a Cuba, in Brasile, in Thailandia ed in Svezia) in discoteca le ragazze piu’ belle del mondo vengono da te per chiederti di fare sesso con loro
    A Las Vegas il cibo, l’alcol e le camere in albergo sono gratis

    A conclusione, ti riporto una frase sentita con le mie orecchie in aereo di ritorno dagli stati uniti. A pronunciarla e’ stata una signora di mezza eta’, probabilemte una professoressa (riconoscibile dal piglio fiero e dai capelli tagliati corti, nonche’ da altri particolari come gli occhiali da lettura che le pendevano dal collo), quindi certamente non una minus habens:”Bella l’America certo, pero’ caspita, negli alberghi, nei ristoranti, nei musei… Nessuno che parlasse Italiano!”

  34. Luigi Tuveri Says:

    Scindere il ricordo di me ragazzo a scuola o di me, ora, genitore di ragazzi che vanno a scuola, non sarà semplice. Però prima di tutto posso affermare che ora che so quello che c’è fuori dalla scuola, tornerei a scuola per tutta la vita. Del resto lo schifo di Italia che c’è fuori dalle scuole è figlio della scuola. Del resto chi detiene il potere vuole questo. Chi governa non potrà mai volere una scuola efficiente. Vuole una scuola che formi persone adeguate ai suoi scopi. Credo che la distruzione della scuola pubblica non sia avvenuta a caso. Detto questo le persone più belle, alcuni magnifici professori che mi hanno insegnato a vivere e a pensare con la mia testa (e che la cosa sia positiva non è scontato), li ho incontrati. Credo che ogni cosa bella non possa che cominciare che a scuola, altresì sono malinconico pensando a quanto poco si dia importanza alla scuola, in genere troppo presi dalla pratica della sopravvivenza quotidiana.

    Parlerò a ruota libera ed è altamente probabile che dirò cose con cui neppure io sono d’accordo, ed è forse anche questa una delle cose che ho imparato. Discutere e trovare qualcuno che ti convinca delle sue ragioni e per questo essere felice di cambiare le tue. Liberarti dal peso dell’ignoranza.

    Riflessione numero uno.
    Mi ricordo il piccolo atrio d’ingresso della scuola media. Racchiuso tra vetrate chiuse. Alle otto la bidella apriva una porta e tutti dentro con la stessa fretta che avremmo avuto poi a uscire. Per me la scuola è sempre stata una grande voglia di andarci, di viverla e poi rifuggirla deluso con lo stesso impeto. Come sempre quindi, ricordando, l’essere umano tende a escludere le cose brutte e a rammentare le cose belle. Alcuni canzoni anni 70 di un Edoardo Bennato al top della forma, tipo “in fila per tre” o “quando sarai grande”, spiegano molto meglio l’imbroglio di base di una scuola che si occupa solo di tarpare la forza di bambini piccoli, per poi proseguire alle medie, etc. Forse bisognerebbe andare a scuola non prima dei 13 anni e prima fare altro. Non mi stupisco che i ragazzi rispondano con la bidella, la gita, il bel Luca o la bella Manuela. Anch’io ricordo il mio amico Luca che una volta mi difese da attacchi personali nei miei confronti di una prof, in quanto i miei genitori, dopo la prima media, m’iscrissero in un altro istituto, salvo poi, due mesi dopo, farm tornare nella vecchia scuola dove già avevo fatto la prima media. E una bellissima Emanuela ricordo, naturalmente. Poi che il lunedì mattina si parlava della puntata di Sandokan, che alcuni ragazzi erano aggressivi e ti rubavano la focaccia dalla borsa o se eri in tuta ti tiravano giù i pantaloni di colpo, lasciandoti in mutande. Io, quando avevo ginnastica e andavo in tuta, legavo la tuta alla vita con dello spago, ma non è che teneva sempre.
    In definitiva ricordiamo qualcosa al di fuori di noi stessi e tutto ciò è bellissimo, vuol dire che eravamo ancora sani e non dei ridicoli egoisti egocentrici come poi avremmo imparato a essere.

    Riflessione numero due.
    Niente.
    Sì.
    Credo che qui ci sia il blocco verso i genitori. Cioè, tanto a te non t’importa niente di me, di quello che sono, quindi niente. Forse avremmo dovuto chiedere ai nostri figli: “Come ti senti?”
    Io quando ero ragazzo non avevo niente da spiegare ai miei sui promessi sposi, ma nessuno mi ha mai chiesto niente del mio mondo interiore e io ancora adesso lo tengo solo per me.
    Un amico, quando i primi di settembre si tornava dalle vacanze mi diceva che si sentiva come una catena montuosa piena di punte alte e lucide e innevate. Bellissime. Poi, piano piano, una grande macchina piallatrice avrebbe limato le punte fino ad appiattirle e sarebbe avvenuto tutto entro i primi di ottobre.
    Sapete quante di queste punte piallava la vita scolastica? Io credo un bel po’. Eppure ricordo i visi fiduciosi dei miei compagni all’ingresso del plesso. Poi…
    Siamo inadeguati a vivere, figuriamoci a insegnare.
    Quindi, niente.
    Nulla d’importante. La vita deve essere per forza altrove, non a scuola, altrimenti che vita è?

    Riflessione numero tre.
    Senso di colpa dei genitori. La scuola vale poco, meglio che ti faccio fare altro. E poi c’è la necessità, lavorando in genere entrambi i genitori, di tenere occupati i ragazzi. Mica posso tenerli sempre dalla nonna, o a casa da soli o con la tata. Quindi ecco che tanti corsi si fanno fare per quello.

    “La domanda che vi faccio è dunque: voi che cosa avete imparato, di preciso, a scuola? Quando andavate a scuola, succedeva qualcosa? La scuola, per voi, è stata un’esperienza?”

    Cosa ho imparato di preciso? Ad appuntarmi l’orario scolastico imparandolo a memoria nello stesso momento in cui lo scrivevo.

    A scuola succedeva qualcosa? Nell’ora di supplenza di tutto. Anche scarpe che volavano da una parte all’altra dell’aula.

    Esperienza? Ad amare gli altri.

  35. E Says:

    Ciao! Non c’entra con la letteratura, però mi ricordo quando facevamo i “cartelloni” (la sagoma colorata dell’Italia con i fiumi, laghi, città, il corpo umano, il parlamento, le parti del fiore).
    Oltre ad imparare a disegnare, colorare e memorizzare, la cosa più difficile era “stare in gruppo”.
    Disegnare fianco a fianco al compagno/a antipatico, accettare quelli meno bravi a colorare, impostare insieme un progetto, passarsi la gomma, le matite, i fogli, dividersi il lavoro, bisticciare e divertirsi. Infine appendere il cartellone alla parete per ammirarlo.
    Cavolo che emozione, come il primo bacio!!!
    La cosa più bella era che quel cartellone rimaneva appeso per anni e i nuovi studenti potevano ammirarlo/usarlo/criticarlo.
    Un po’ si rimaneva male quando i nostri cartelloni venivano sostituiti da altri, più “belli” e “aggiornati”…
    ma le maestre non li buttavano via: li arrotolavano per metterli nell’armadio dei ricordi ( chi voleva, li portava a casa).
    Ci hanno insegnato (da piccoli) a non lasciarci abbattere dalla malinconia!

  36. E Says:

    Ah, quasi dimenticavo: LUIGI TUVERI, ho consumato un pacchetto di fazzolettini!!!

  37. davide Says:

    semi ot : andy: l’italia è molto cambiata dagli anni 80,facci caso ,saluti

  38. Andy Says:

    Davide: speriamo!

  39. davide Says:

    andy,solo per la cronaca :

    nella raccolta di racconti che sto finendo di scrivere (e che credo manderò intera a giulio,glie ne avevo parlato per sommi capi )c’è anche la famosa disavventura che capitò a una turista rovigotta(non un genio di comprensione della vita yankee,costei) in aereo sul mid-west usa; storia mia,rielaborata da me, ripresa da una fatto -forse-accaduto veramente di dieci anni fa,credo

  40. davide Says:

    nb:..lo scrivo non per tirarmela ma chiaramente riferito alla chiosa le tuo post :

    “”””Bella l’America certo, pero’ caspita, negli alberghi, nei ristoranti, nei musei… Nessuno che parlasse Italiano!”””

  41. Andy Says:

    Ok Davide. Mai pensato- nemmeno per un istante – che te la stessi tirando.

    Rimango dell’idea che la Geografia sia una delle materie piu’ bistrattate, spesso a favore della piu’ nobile Storia.
    Il senso del mio post era che non si puo’ demandare a Risiko e a Google Map l’insegnamento di una materia fondamentale come la Geografia: ma se non la si insegna a scuola, dove altro dovrebbero impararle queste cose, quei poveri ragazzini?
    Tanto per dire, se ci si rendesse conto da subito quanto grande e variegato e’ il mondo, forse si darebbe piu’ importanza allo studio delle lingue- altra nota dolentissima della scuola italiana.

  42. davide Says:

    ciao,

    ho un ottimo ricordo di come mi vennero insegnate storia e geografia alle elementari e medie

    ohibò,però al liceo scientifico,la geografia,sparì, ne dispiacque anche a me,e per quanto riguarda la storia,trovai insegnanti che secondo me non ci sapevano fare(qualche rugiadosità catto-sessantottina di troppo, nell insegnarla,veniva fuori..)parlo della prima metà anni 90

    chissà ora come va,va a sapere

  43. davide Says:

    sull inglese,ecco li ho un buon ricordo,anche alle superiori,trovai gente che ci sapeva fare (ed era stata a londra a fine anni 70 in piena epoca sex pistols -clash,wow,quanti racconti ci fecero!)

    tornando al discorso iniziale,andy,luoghi comuni sui paesi esteri le sento,in giro,qua e la sopratutto da gente a bassa scolarizzazione:si vede che quelli sopra ai 60 anni di età e che magari ancora negli anni 80-90 han viaggiato poco,si sente insomma che han un idea del mondo un po troppo televisiva/luoghi comuni;che poi ci siano molti 20-30 enni che son stati solo a palma de majorca o a ibiza,beh è gia qualcosa comunque :)meglio che niente

  44. Elena Says:

    “A pronunciarla e’ stata una signora di mezza eta’, probabilemte una professoressa (riconoscibile dal piglio fiero e dai capelli tagliati corti, nonche’ da altri particolari come gli occhiali da lettura che le pendevano dal collo), quindi certamente non una minus habens.”

    Certo che quanto a luoghi comuni Andy … mi pare che ci sia anche un telequiz in cui si indovinano i mestieri di quattro o cinque personaggi anonimi e silenti. Magari la tipa era una cesellatrice di Valenza. Gli occhiali da presbite non sono un buon indizio.

    Sulla geografia, il mondo, il provincialismo: conosco una persona che lavorava per un importante tour operator italiano (oggi fallito, come quasi tutti) e le toccava leggersi i questionari di gradimento dei turisti di ritorno dalle mete esotiche. Un esempio tra tanti.

    Sri Lanka? troppi Budda!

  45. Andy Says:

    Elena: secondo me confondi le tipizzazioni con i luoghi comuni. Ci sono delle categorie alle quali si aderisce meglio se si ha il phisique du rôle, il quale esiste in quanto tale: l’occhiale pendente forse non sarà decisivo, ma nel mio personalissimo immaginario rende l’idea. Sui luoghi comuni: ho la sensazione che vengano tirati in ballo come strumento di discredito tutte le volte che ci si trova difronte ad una qualche rappresentazione che non incontra il nostro favore.

    In un film delizioso , “Tra le nuvole”, il protagonista (interpretato da un George Clooney in splendida forma) spiega ad una giovane assistente il suo sistema per scegliere la fila più rapida ai controlli di sicurezza dell’aeroporto: evitare le coppie coi bambini piccoli, che i passeggini non si piegano mai in tempi normali, occhio ai mediorientali, selezionati casualmente per controlli aggiuntivi, i migliori sono gli uomini d’affari giapponesi che viaggiano leggeri ed efficienti. La ragazzetta, un po’ scandalizzata, lo accusa di qualunquismo e forse, addirittura di razzismo. Lui serafico replica che sì è vero, fa come sua madre e si affida ai luoghi comuni. In questo modo, aggiunge, faccio prima.

    Per dire che i luoghi comuni, in quanti tali, hanno qualcosa di vero. Esistono anche commendatori senza la pancia, registi senza barba, pittori con l’addominale tartarugato e concorrenti del grande fratello laureati. Oppure ci sará chi dice che “non è che è umido, è caldo” e che “in Italia i politici sono tutti onesti” e “Pippo Baudo è un dilettante” e via così con i luoghi comuni sfatati, dalla loro nemesi. Ma in fondo, cosa vuoi che siano: tu chiamale se vuoi, eccezioni.

    Se stasera Obama perde e Romney vince, George Clooney sarà il prossimo candidato Democratico.

    Troppi Buddha: probabilmente è vero 😉

  46. Barbara Buoso Says:

    Che dire senza dire troppo. Io sono stata presa in braccio da qualcuno che voleva vedermi la faccia – la prima volta – da una maestra, nemmeno la mia, quella di quinta! Allora, io ho fatto le elementari nel 1978 e la mia scuola ospitava cinque classi, ognuna con sei, sette bambini, dalla prima alla quinta. Ci si riuniva, tutti assieme alla mattina, a dire le preghiere a mani giunte (domanda: chi giunge più le mani, oggi?) e si insegnava la carità. Sì, si facevano cinque file di bimbe e, a turno, un bimbo passava ‘in rassegna’ la scuola, tutta, con una cassettina di carta con una fessurina per poterci infilare dentro le monetine (i franchi, come forse eravamo noi). Quindi ho imparato che la carità era a scuola, solo. Poi si faceva educazione fisica tutti assieme, nell’atrio, quindi ho imparato – teoricamente solo – che assieme si può fare sport. Poi, il sabato mattina non si faceva scuola ma si facevano i ‘lavoretti’ per mamma e papà: e qua io avevo grosse, grossissime difficoltà. Per esempio ho imparato a fare i fiori con le calze, i pulcini con i gomitoli di lana e le collane con le penne e mezze penne, allora, per fare diventare di oro un oggetto bastava immergerlo nella porporina (ecco, anche questa parola l’ho imparata a scuola). Ho imparato, con la bidella e suo marito, a fare lo zucchero a velo con il frullino… a smontare le brandine dei militari che presidiavano la scuola quando si trasformava in seggio. Insomma, penso di aver imparato tutto quello che mi ha permesso di non ‘perdermi’, non troppo almeno.

  47. Elena Says:

    Andy: era una risposta piccata da prof 🙂

  48. marisasalabelle Says:

    E’ impossibile dire che cosa si è imparato a scuola, a meno di non voler compilare uno di quegli elenchi deliziosi e replicabili all’infinito in mille varianti, nei quali includiamo alla rinfusa “il canto quinto dell’Inferno” e “Soffiarmi il naso”. Credo che sia anche abbastanza inconcludente, perché non aiuta a capire “che cosa la scuola dovrebbe insegnare”.

  49. Giulio Mozzi Says:

    Ma, Marisa: ciò che Barbara ha scritto qui mi pare sia esattamente ciò che secondo te è impossibile scrivere. Ma se Barbara l’ha scritto, allora vuol dire che è possibile…

    Poi: certo, indagare il ricordo di che cosa si abbia imparato a scuola non serve a capire che cosa la scuola dovrebbe insegnare. Serve però a capire (o, più modestamente, a immaginare) che cosa ricordino di ciò che hanno imparato a scuola le persone che discutono di ciò che la scuola dovrebbe insegnare. O, per meglio dire, serve a farsi un’idea dell’immaginario sulla scuola attualmente in vigore.

    E’ un’informazione di sfondo.

  50. Alessandra Casaltoli Says:

    A scuola, da liceale, ho avuto la fortuna di imparare l’impegno, l’onestà, l’autorevolezza e la coerenza dai miei insegnanti; ma è stata solo fortuna, perché è raro, rarissimo trovarne di tali, tutti assieme nella stessa sezione. A scuola da insegnante ho imparato che bisogna essere maturi per poter trasmettere qualcosa di valido e duraturo che non sia solo nozione post-it e così cerco di essere per i miei piccoli alunni di scuola primaria, come quei miei insegnanti di liceo erano per me: adulti validi di cui potersi fidare e a cui affidarsi.

  51. Maria Says:

    E chi lo sa, forse la solidarietà o l’illusione di essere una tra tanti.

  52. Pensieri Oziosi Says:

    Premesso che ritengo di essere stata fortunata nell’aver avuto complessivamente buoni insegnanti, alcuni ottimi, una cosa che ho imparato a scuola è che è piuttosto facile dare ad intendere di aver letto quello che invece non si è letto.

    La grandissima maggioranza di quello che mi è stato detto di leggere nel biennio ed una grossa parte del materiale del triennio del liceo io non l’ho letta. Ciò non mi ha naturalmente impedito di poterne scrivere riassunti e rispondere ad interrogazioni, grazie a manuali, Bignami, Garzantine della Letteratura, appunti di altri studenti e simili (io ho fatto la maturità nel 1992, nell’anno di nascita del Web e prima di Wikipedia).

    Dell’Eneide non ho letto nemmeno una pagina, come non ho mai letto un pezzo intero (poesia od altro) di Foscolo o Leopardi. Se mi sono letta i Promessi Sposi e l’Orlando Furioso è stato solo perché l’ho fatto d’estate, giocando d’anticipo sul programma.

  53. Giulio Mozzi Says:

    C’è anche un manuale, P.O.: “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”, di Pierre Bayard. In Italia è tradotto da Excelsior, e pare abbia venduto bene.

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