Lettera aperta sul mio cancro

by

di Gabriele Dadati

[Questa lettera di Gabriele Dadati è apparsa oggi, lunedì 5 novembre 2012, nel quotidiano piacentino Libertà. gm]

Onorevoli Pier Luigi Bersani, Paola De Micheli, Tommaso Foti, Maurizio Migliavacca, Massimo Polledri,
mi chiamo Gabriele Dadati, ho trent’anni e sono uno scrittore. Quest’anno ho imparato a raccontare una storia nuova, un po’ spaventosa. Tutte le volte che la racconto, comincio così: “Il 23 aprile scorso sono stato operato di cancro al testicolo sinistro”. Poi mi affretto ad aggiungere: “Stai tranquillo: è una storia a lieto fine. Per fortuna il cancro al testicolo è più curabile di quello al seno”. Questo di solito tranquillizza la persona con cui mi trovo a parlare. Il tumore al seno è conosciuto, si sa che le possibilità di una prognosi favorevole sono ottime.

Sono stato operato al San Raffaele. La tac successiva ha rivelato metastasi a due linfonodi, per cui, seguito dal professor Cavanna presso il nostro ospedale, ho fatto tre cicli di chemioterapia. Al termine di questi cicli uno dei due linfonodi presentava un residuo: sono stato operato dal dottor Tavolini, sempre presso il nostro ospedale. E oggi, a sette mesi dalla diagnosi, sono guarito.

Ho una certa dimestichezza con il cancro. Nel 2009 ho perso un amico a cui ero, come noto, strettamente legato: Stefano Fugazza. Stefano è morto nel maggio di quell’anno. Pochi giorni dopo mia madre, in visita a casa mia, cercando di minimizzare mi ha detto: “Sai Gabriele, devo fare un piccolo intervento. Ho un nodulo al seno che è meglio togliere”. E così, due settimane dopo aver perso l’amico più caro, mi arrendevo al fatto che anche mia madre fosse malata di cancro. È stata operata due volte, ha fatto sei mesi di chemioterapia e poi le sedute di radioterapia. È guarita. Occorre – per lei come per me ora – badare alle recidive. A parte questo, ho in famiglia altri casi. Ho tra gli amici altri casi. Come tutti quanti, del resto, visto che il cancro è il male del nostro tempo.

Mia madre si è curata con molto coraggio e dignità. Negli ultimi mesi averla come modello e sentirla vicina (avere come modello e sentire vicina una persona che ce l’aveva fatta) è stato prezioso. Non sono riuscito ad avere neppure un briciolo del suo coraggio e della sua dignità, purtroppo. Ho vissuto nel territorio della paura di non farcela. Ho pianto spesso. E tuttavia, se la malattia è sempre insensata, posso dire che la sua malattia e la sua guarigione un senso per me l’hanno avuto: quello di mostrarmi in concreto la via d’uscita.

Non esiste via d’uscita, però, senza cure. Sul professor Cavanna posso ripetere un’opinione molto diffusa: non si riesce a dire se in lui sia più grande la competenza del medico o l’umanità della persona. Il suo spendersi per gli altri è sotto gli occhi di tutti. Il suo profilo di specialista è indiscutibile. Occorre che ringrazi inoltre il dottor Tavolini, da pochi mesi a Piacenza: mi ha spiegato l’importanza della seconda operazione e l’ha eseguita in maniera eccellente. Un’operazione di oltre tre ore, con un taglio sul ventre di 25 centimetri e la necessità di spostare i visceri, perché il linfonodo era dietro, vicino al rene. Un’operazione onerosa per il mio corpo, ma senza strascichi. Devo poi ringraziare Nicoletta, infermiera del Day Hospital oncologico, che mi ha seguito. Ognuno dei tre cicli di chemio che ho fatto durava cinque giorni. Ogni giorno dovevo stare steso su un lettino per alcune ore a fare flebo. Al Day Hospital non ci sono postazioni fisse, tuttavia Nicoletta ha scelto per me un letto e me l’ha tenuto, giorno dopo giorno, perché avessi il mio posto. Era come se implicitamente mi dicesse: “Ecco, vedi? C’è un posto per te nel mondo e non ti verrà tolto”. Mi sono sentito difeso. E questo, per un malato oncologico che si sente precario in vita, ha un valore grandissimo.

Ci sono poi Gabriele, Enrico, Mary e gli altri infermieri del Day Hospital, come gli infermieri del reparto di Urologia da ringraziare. E ringrazio per come trasmettono serenità il dottor Bonanno e il dottor Fiordelise. Mi scuso per chi senz’altro dimentico. Tutte queste persone hanno voluto il mio bene al di là del loro ruolo. Così come i membri della mia famiglia e coloro che ho cari.

Raccontato tutto questo, chiarisco il perché della mia lettera aperta: ho una proposta da fare. La mia esperienza è stata di dolore fisico ed emotivo. Un dolore che mi sarei volentieri risparmiato. E inoltre è stata un’esperienza coincisa con un intenso percorso dentro il Sistema sanitario nazionale: due operazioni, tre cicli di chemio, due tac, due pet, la crioconservazione del seme, infiniti esami del sangue, infinite visite, infiniti medicinali. Il che vuol dire, concretamente, che quest’anno sono costato molte migliaia di euro allo Stato. Avrei preferito costare un po’ meno e soffrire un po’ meno, a dire la verità. Come sarebbe stato possibile? Forse, se mi fossi allarmato prima per il piccolo rilievo che sentivo sul testicolo (lo sentivo da mesi), avrei affrontato la malattia in uno stadio precedente e la seconda operazione o addirittura la chemio non sarebbero state necessarie. Ma il cancro al testicolo è subdolo: non fa male e in più è molto raro, quindi nessuno ti mette in guardia. Si conosce il varicocele, la cisti, ma non il cancro del testicolo. Ero ignorante e la mia ignoranza, unita alla malattia, mi ha messo in pericolo. Da questo la mia proposta: introdurre un insegnamento strutturato di educazione sanitaria nelle scuole dell’obbligo. Abbiamo visto che la cultura diffusa, relativa a certe malattie, ha avuto una grande incidenza sul miglioramento della prognosi. È il caso proprio del cancro al seno: le donne sono oggi molto consapevoli e questo permette in tanti casi un intervento tempestivo. Ma le donne sono oggi consapevoli perché c’è stata una importante e continuativa sensibilizzazione.

Immagino una scuola dell’obbligo in cui si affianchi all’educazione fisica un insegnamento teorico con un monte ore congruo. Immagino programmi scolastici in cui si parla seriamente di alimentazione – cibi basici e cibi acidi: come sa ogni malato oncologico, ma varrebbe la pena scoprirlo prima – e si offre a ogni ragazzino una conoscenza buona del suo corpo, perché impari a monitorarlo e ad ascoltarne i segnali. Immagino compiti in classe e interrogazioni in cui si danno anche insufficienze e magari si boccia, perché una appropriata cultura della salute è importante tanto quanto la letteratura, la matematica e le altre materie. Immagino che una cultura diffusa, data dallo Stato e non sviluppata dal singolo per scelta privata, sia il tipo di percorso che renderebbe più facile il compito dei nostri medici e dei nostri infermieri (medici e infermieri, quando possono, vanno nelle scuole a parlare: ma lo fanno per buona volontà, non dentro un progetto ampio), facendo diminuire i falsi allarmi e aumentando la velocità delle diagnosi.

A inizio anno ho tenuto un corso di aggiornamento per gli insegnanti del nostro liceo classico parlando di Neoavanguardia e poesia sperimentale. Per fortuna i corsi di aggiornamento esistono e i fondi per farli, pochi o tanti che siano, anche. Forse si potrebbe utilizzare questa via d’accesso per dare agli insegnanti della scuola dell’obbligo gli strumenti per parlare ai loro ragazzi. Mi piace credere che questo possa rientrare nel novero di quelle riforme a costo zero di cui il nostro sofferente Paese ha bisogno per darsi un futuro meno atro del presente.

Vi ho scritto perché sono un elettore piacentino. Ho sempre votato. Credo nella democrazia e nel fatto che il Parlamento mi rappresenti. In particolare sento vicini voi, che siete miei concittadini. Per cui a voi sottopongo questa proposta, nella speranza che possa essere discussa concretamente.

Per il vostro ascolto, per la vostra attenzione, per il vostro lavoro vi ringrazio.

Gabriele Dadati

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19 Risposte to “Lettera aperta sul mio cancro”

  1. Maria Says:

    Triste, è da mesi che frequento gruppi di persone colpite da questo male. Mi sono chiesta il perché. Per fortuna sono in salute, e qualche volta mi sono detta che non dovrei angosciarmi con problemi che al momento non mi appartengono. Eppure sono sempre lì, a seguire, a informarmi, a fare il tifo per le persone che lottano contro il male. Il punto è che tutti noi in un modo o nell’altro sono stati toccati da questo genere di esperienze, e quindi il problema è e deve essere di tutti. Bisogna combattere uniti. Rinnovo la mia solidarietà a Dadati e spero che la sua richiesta non cada nel vuoto.

  2. Giovanni Accardo Says:

    Ciao Giulio, di seguito il testo che ho appena postato sulla pagina FB di Gabriele, mentre lo scrivevo mi sono chiesto se farlo oppure no, per timore di sbagliare, per timore di essere frainteso, vista la delicatezza dell’argomento. Pur condividendo (anche emotivamente, se fosse possibile) ogni parola della sua lettera, non ho potuto fare a meno di esprimere una mia perplessità.
    Eccolo il testo:
    Caro Gabriele intanto moltissimi auguri per la tua salute e tanti complimenti per la forza con cui hai affrontato la malattia e la generosità di pensare anche agli altri. Da insegnante, però, dico che non si può “scaricare” tutto sulla scuola, e lo dice un insegnante che aggiunge annualmente al tradizionale insegnamento in classe mille altre iniziative extracurricolari. A scuola ci sono già dei percorsi di educazione alla salute; nel mio liceo, ad esempio, c’è un corso di primo soccorso e uno di educazione sessuale. Ma facciamo anche i corsi di educazione stradale e tanti altri corsi, spesso sottraendo ore alle varie discipline. Siamo sicuri che un’iniziativa così importante (direi fondamentale) non la possano fare altri soggetti, ad esempio la televisone pubblica, che tante ore dedica a trasmissioni assolutamente inutili se non dannose alla salute di tutti? Io non ho la tivù, ma quelle rare volte in cui la guardo, trovo che c’è da vergognarsi, soprattutto per la banalizzazione del dolore. Tra giugno e luglio sono morti due miei cugini, di 47 e 39 anni, per tumore (allo stomaco uno e ai polmoni l’altra); nel piccolo paese in cui sono cresciuto (Villafranca Sicula, in provincia di Agrigento) sta morendo la generazione nata tra il 1960 e il 1970, tutti di tumore. I genitori continuano ad accompagnare al cimitero i loro figli. Sarebbero necessarie decine di trasmissioni televisive per parlare delle cause del cancro (ad esempio: cosa c’è di cangerogeno nei cibi che giornalmente mangiamo? quanto incide la telefonia cellulare?), del come prevenirlo, non solo con la diagnosi precoce, ma anche con una vita sana, dunque cambiando radicalmente stile di vita e consumi. Non sarebbe male se ogni giorno all’interno dei telegiornali ci fosse uno spazio “onesto” di educazione alla salute, in cui si insegna come difendersi dal cancro e talvolta come difendersi dalla chemioterapia, visto che molti miei conoscenti sono morti ammazzati da chemioterapie ancora in fase di sperimentazione (come quella molecolare) e largamente usate negli ospedali italiani. Lottare contro il cancro si può e si deve, ma credo che per farlo bisogni lottare contro un sistema di potere. Ma non aggiungiamo un altro insegnamento nelle scuole, perché rischiamo di vanificare il nobilissimo intento che la tua lettera propone. A scuola arriva di tutto, tutti propongono corsi e attività, sia al mattino che al pomeriggio, talvolta i ragazzi sono bombardati da troppi stimoli e troppe informazioni, col rischio di confonderli. Un abbraccio affettuoso a te, a tua mamma e a tutte le (troppe) persone che lottano contro il cancro.

  3. Maria Says:

    (“siamo stati”, perdonate, scrivo e posto, di fretta, senza rileggere, spesso.)

  4. Silvia Says:

    Grazie!
    Silvia

  5. Gabriele Dadati Says:

    Ciao Giovanni,
    ti rispondo anche qui. Scusa la brevità, ma è giornata di diluvio.
    Un abbraccione.
    G.

    Provo a rispondere a Giovanni, partendo dal presupposto che si possono avere idee diverse. Allora: io non credo nella televisione, perché so che l’apprendimento avviene tramite ripetizione (prima si legge e sottolinea, poi si rilegge, poi si prova a ripetere ad alta voce, poi si controlla cosa ci è sfuggito ecc.) e che la televisione è nemica della ripetizione e dell’indugio, richiede rinnovamento e freschezza. Inoltre credo che non ci sia obbligatorietà nell’uso della televisione (io non la guardo più dall’età di 19 anni e non la possiedo neanche). Per questi due motivi ho pensato a un “luogo” in cui si potesse pretendere apprendimento e concentrazione, un luogo pubblico che riguardasse tutti, un luogo gestito dallo Stato. E non ho trovato che la scuola. – Ho una maestra elementare come sorella e tre nipotini alle elementari. Seguendo le loro giornate di studio (e quelle di Eugenia come maestra) un po’ di spazio ce lo vedo, perché si parla già di inquinamento e di come riciclare, per dire. E così vedendo la vita che ha fatto mia madre, che insegnava alle medie (ora è in pensione), mi pare che un po’ di spazio ci fosse. Inoltre giunto alle superiori mi è stato fatto comprare un libro per educazione fisica, che parlava del corpo e quant’altro, segno che c’era un programma ministeriale da seguire: perché non l’abbiamo mai usato e abbiamo sempre solo fatto prove per il corpo? // Detto questo, ogni luogo di studio e di conoscenza è benvenuto, sia chiaro.

  6. Giovanni Says:

    Caro Gabriele la tua lettera è davvero molto importante, in un momento e in un’Italia in cui mi pare si dedichi troppo tempo a parlare di futilità e in cui la politica si occupa solo di se stessa, invece che del bene della collettività. Spero che produca buoni frutti. Il tema riguarda tutti noi e tutti noi possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Anzi, spero che il NOI soprattutto nella politica prenda il posto dell’io, quell’io su cui tanti in questi anni hanno costruito le loro carriere politiche.
    Un grande abbraccio.

  7. vbinaghi Says:

    Ciao Gabriele. Anch’io sono stato operato questa estate (carcinoma epatico) e purtroppo vivo nell’attesa di una recidiva (ho un’epatite C cronica e la cosa è notevolmente probabile).
    Mi associo completamente sulla necessità di un’educazione sanitaria. Non un corso di medicina, ma sulla capacità di servirsi delle strutture sanitarie, l’importanza delle diagnosi precoci, le tipologie diagnostiche.

  8. Antonella Says:

    Oh.
    So per esperienza che non ci sono mai frasi sensate da dire e da sentirsi dire, di fronte ai dolori che ci saremmo volentieri risparmiati, ma mi dispiace, Gabriele, e mi dispiace, Valter.
    Quanto al resto, è proprio vero che le malattie riguardanti la sessualità maschile sono molto più spesso trascurate, in effetti per mancanza di specifica informazione. La scuola “è” un luogo adatto a questo (in molti istituti viene sottratto tempo alle discipline curricolari per andare due o tre volte all’anno nel bosco, o per altre attività non fondamentali quanto la tutela della salute); credo possano esserlo anche gli studi dei medici di base.

  9. Luigi Says:

    Mi associo a Gabriele. La scuola dovrebbe sempre essere il canale preferito dell’informazione e dell’insegnamento. Auguri per tutto e grazie per ogni tua parola.

  10. antoniolamalfa Says:

    Sottoscrivo la necessità di un’informazione sanitaria adeguata nelle scuole. Vado un poco OT, Gabriele. Quando nel neolitico frequentavo le scuole superiori e, dopo,anche durante l’università, mi ricordo che circolava insistentemente una voce sul fatto che la cocaina inalata desse solo un down pazzesco, ma che non creasse alcun danno al cervello(questa voce circolava anche nella facoltà di medicina). Cosa che è smentita oggi da autorevoli riviste scientifiche. Oggi l’alcol è socialmente accettato tra i giovani: ci sono adolescenti che, sotto il benevolo silenzio della famiglia, si ubriacano ogni sabato sera. Molti di essi sono convinti che l’abuso di alcol crei un problema passeggero, come una nube che copre il sole e poi se ne va. Tanto per fare due esempi abbastanza grossolani. E poi l’alimentazione, il fumo, le malattie sessualmente trasmissibili, la contraccezione. La prevenzione dei tumori. Tutto questo potrebbe essere approfondito nelle scuole, dove spesso nei corridoi, durante la ricreazione, si opera una sistematica disinformazione.
    Detto ciò, sono umanamente colpito e dispiaciuto per il fatto che il cancro abbia colpito Gabriele e Valter, che conosco entrambi di persona, e che stimo. Auguro loro di cuore che la loro attuale guarigione possa ritenersi definitiva e spero di riascoltarli in lezioni o seminari

  11. betta Says:

    mi dispiace molto, caro Gabriele, di tutto quanto racconti. sei troppo giovane per provare tutto questo. purtroppo non credo che il tuo appello per un’educazione sanitaria nella scuola dell’obbligo venga raccolto da qualcuno. io dopo vent’anni di lavoro nella sanità ho capito che la malattia è funzionale a qualcosa. intanto produce denaro mentre la salute produce delle cose che alla nostra società non interessano. senza nulla togliere a tutti quelli che fanno il proprio mestiere con con passione e competenza, ne ho sposato uno, credo che il nostro mondo sia avviato su una strada tortuosa e molto difficile da cambiare. in ultima analisi c’è qualcuno che ha mai sentito parlare di una statistica fondata su quante persone non si sono ammalate piuttosto che su quanti sono guariti?

  12. lisarodolfo Says:

    Ottimo suggerimento, il tuo. Fra l’altro, occorrerebbe sensibilizzare molto sull’opportunità di una banale visita andrologica di controllo per i giovani over 20. Ché al servizio militare te la facevano, ma oggi tanti arrivano ai 40 senza aver mai dato uno sguardo “medico” alle proprie parti intime. Con risultati disastrosi, spesso in termini di (in)fertilità. occhei, la cosa è meno grave del cancro (o forse no, perlomeno in termini psicologici), ma il succo è lo stesso: hai ragione, bisogna fare informazione.
    Con i miei auguri più sinceri.

  13. saramarenghi Says:

    Questa la mia lettera pubblicata da Libertà a sostegno di Grabiele.

    <>

  14. Giulio Mozzi Says:

    Devi togliere le virgolette, altrimenti il testo (come vedi) non compare.

  15. Cpd Says:

    Caro Gabriele, penso che potrebbe essere una buona idea, quella della scuola. Credo che molto spesso si sottovaluti la capacità dei giovani di introiettare concetti che, spesso da parte di adulti, risultano ostici, difficili, da tenere lontani in quanto specchio delle proprie paure.
    E poi avrei molto da dire su quello che riguarda l’aspetto del lutto, ma magari scriverò in privato.
    Auguri,
    Cristiano

  16. cleliamaria Says:

    Ciao Gabriele, sono rimasta fortemente colpita dalla tua lettera che ha fatto risuonare in me corde profonde. Sono anch’io una paziente oncologica: una malata di cancro. Ho sentito il mio corpo violato da mani, macchine, terapie, ma la voglia di vivere era ed è tanta.
    Sono una maestra. E a scuola, programmi ministeriali o no, inserisco sempre lezioni di educazione alimentare, di ‘ vivere sano’, di conoscenza del corpo. E insegnanti come me, credimi, ce ne sono tanti.
    Un abbraccio
    Clelia

  17. gianni biondillo Says:

    ciao Gabriele.
    Un abbraccione, G.

  18. Giulia Venditti Says:

    La forza e il coraggio sono risorse che coltiviamo dentro di noi e al momento giusto le attiviamo per rendersi conto di quanto imperfetti siamo e continuando a lottare ci perdoniamo, ci assolviamo e vinciamo.

  19. cristiana grassi Says:

    Gabriele non sapevo nulla di nulla.Mi hai fatto piangere, soprattutto per la dignità e la passione per la vita che ci insegni. Ti bacio sul cuore Cristiana Grassi – Piacenza

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