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Le dieci caratteristiche che dovrebbe avere un libro per essere adatto nel 2016 a dei ragazzi di 14-16 anni

31 Maggio 2016

di giuliomozzi

Nei commenti al mio probabilmente imprudente post Dieci libri che è indispensabile far leggere ai ragazzi che frequentano la scuola secondaria superiore, Maria Luisa Mozzi, di professione insegnante di Italiano nella secondaria inferiore, ha scritto:

Mi sarebbe utile che qualcuno mettesse a fuoco (l’ennesimo decalogo?) le caratteristiche che dovrebbe avere un libro (qualsiasi, ma da leggere, non da consultare) per essere adatto nel 2016 a dei ragazzi di 14-16 anni, anche di altri continenti, ma inseriti nelle scuole di uno stato dell’Europa occidentale neolatina. Ogni caratteristica dovrebbe avere un perchè esplicito e un esempio.
Non sto facendo ironia, mi sarebbe veramente utile nel mio lavoro di insegnante. E’ una richiesta posta con umiltà.
Non è uguale a quella di Giulio, è capovolta. Chiede di individuare il bisogno e dopo, solo dopo, la lettura suggerita.

Mi sembra un buon modo di porre la questione. Ovviamente non si tratterà di individuare e descrivere necessariamente dieci caratteristiche (potranno essere otto o trentadue). E, altrettanto ovviamente – mi pare -, non si tratterà di individuare caratteristiche omogenee tra loro: potranno essere presi in considerazione aspetti contenutistici, artistici, linguistici, culturali, formali, pedagogici, politici e via dicendo.

Lo spazio dei commenti è a disposizione. Grazie.

Dieci eventi determinanti che hanno fatto di me lo scrittore che sono

5 aprile 2016

di giuliomozzi

[“Dieci”, mi raccomando, non “I dieci”]

1. Sono nato in una famiglia dove si studiava, e si studiava volentieri; e dove c’erano risorse per studiare. Dai genitori – entrambi biologi – appresi, tra le altre cose, un modo di ragionare e parlare rigoroso. Una logica.

2. Mia sorella Maria Luisa studiava lettere, e mi passava poi dei libri, o me li raccontava, o accettava di parlarne con me – che avevo due anni di meno, molta costanza di meno, e moltissima pazienza di meno. Capivo poco, intuivo qualcosa: sviluppavo l’immaginazione, più che l’intelligenza.

3. All’oratorio conobbi Stefano Dal Bianco. Oggi stimato poeta, allora amico prezioso e istruttivo. Aveva un anno meno di me, mi ha insegnato molto, mi ha portato molte letture: faceva qualcosa che io non capivo, ma che mi sembrava vero.

4. Al liceo ebbi, tra gli altri, due insegnanti che avevano per la loro disciplina un appassionamento autentico: Diana Burla, italiano; Renato Bortot, filosofia. Non so quanto ho ritenuto del loro insegnamento: credo di aver intuito qualcosa dal loro appassionamento.

5. Negli anni Ottanta, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta, per un certo tempo ebbi sopra di me come capo ufficio Guido Lorenzon. Mi fece scrivere molto, mi insegnò molto. Da lui imparai non solo un approccio professionale alla scrittura, ma anche un approccio etico.

6. Nel 1988 trovai in una libreria un libretto di poesie di Laura Pugno, e volli conoscerla. Laura ha dieci anni meno di me, allora ne aveva diciotto: mi ha insegnato molto, ma soprattutto ha riconosciuto qualcosa in me che io stesso non vedevo.

7. Nel 1991 lessi, su istigazione di Stefano Dal Bianco, Grande raccordo di Marco Lodoli. Che Marco Lodoli sia o non sia un grande scrittore, non è questo il punto. Il punto è che quel libro era la cosa più potente che potesse capitarmi in quel momento. E i suoi racconti erano un modello.

8. Nel 1995 o 1996, non so più, conobbi Umberto Casadei: si iscrisse a un mio corso, anzi fu la sorella a iscriverlo. Da lui ho imparato che quando si incontra uno scrittore non c’è altro da fare che mettersi al suo servizio. Lezione utile per gli anni successivi.

9. Nel 2002 o 2003, credo, ricevetti dei racconti da Demetrio Paolin. Non mi convinsero ma mi interessarono. Conobbi così Demetrio. E capii, accidenti se lo capii, che differenza c’è tra uno che fa come me e uno che studia e pensa.

10. E poi sarebbe una lista lunga, molto lunga, di incontri e di apprendimenti. Di alcuni ho preso coscienza solo nel tempo, magari dopo molto tempo. Di altri, chi sa, prenderò coscienza in futuro. Grazie.

La formazione dell’insegnante di Lettere, 3 / Maria Luisa Mozzi

19 novembre 2014

di Maria Luisa Mozzi

[Questo è il terzo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Luisa per la disponibilità. gm]

marialuisa_mozziNon ho scelto di studiare: sono nata in una famiglia colta nella quale la scuola era la cosa più importante. Non ho neanche scelto di iscrivermi a lettere classiche: mi ci sono trovata, costretta da problemi esistenziali che poi, nel tempo, non ho più neppure cercato di affrontare. Non ho scelto, infine, di insegnare: è uscito un concorso poche settimane dopo la mia laurea e ho avuto la fortuna di vincerlo.
Lo studio è stato per me principalmente una grande fatica, che ho voluto compiere per sentirmi simile ai miei genitori e ai miei fratelli, che mi parevano allora e mi paiono ancora adesso sinceramente e ottimisticamente dominati dalla curiosità e dal sapere.
La mia vita è stata un continuum di piccole cose: mangio/non mangio, fumo/non fumo, perchè sono nata, non mi vuole nessuno, non riesco, devo fare la spesa, la cena, le pulizie.
Ha avuto però anche dei picchi, dei periodi in cui ho letto e studiato cose che mi hanno appassionata e che mi sono sembrate importanti, ma che non sono entrate nella mia vita. Si sono imbozzolate, e forse quei bozzoli sono ancora dentro di me, ma di sicuro non hanno sfarfallato.
Dentro questa inettitudine, c’è sempre stata in me una ridicola disponibilità totale agli altri, non per grandi progetti, ma per servizi umili, di quelli che ti svuotano l’anima e ti sottraggono la vita. In modo meno tragico: mi sono sempre accollata tutti i lavori di casa, come se marito e figli non avessero le mani, molti lavori a scuola, come se i colleghi fossero intoccabili, molte ripetizioni ai figli degli amici, come se non ci fossero neolaureati in cerca di guadagnare qualche soldo dando lezioni.
Ho raccontato queste cose in modo un po’ lunghetto, come dice Giulio, perchè non apparisse inaspettato o incomprensibile il fatto che io non abbia mai curato veramente neppure la mia formazione di insegnante e sia adesso in grado di parlarne solo perché, essendo ormai alla fine della carriera, posso voltarmi indietro e ricostruirne il percorso.

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La letteratura inedita in Italia: una proposta (di copertina)

26 aprile 2014

La proposta è di Maria Luisa Mozzi. L’immagine utilizzata è di Giorgio De Chirico. Per capire il gioco leggi qui.

Cos’altro c’è di basilare?

3 novembre 2013

di Maria Luisa Mozzi

[A proposito di Un’associazione professionale per la didattica della scrittura?].

Insegno da 31 anni nelle patrie scuole medie. Insegno lettere.
In questi 31 anni mi sono domandata ogni giorno che cosa io debba insegnare ai miei scolari.
Mi dico che devo dare ai miei scolari delle basi su cui costruire. Devo insegnare la grammatica normativa?, mi domando. Sì, per forza, mi rispondo, perché altrimenti i miei ragazzi potrebbero commettere in futuro errori ortografici o morfosintattici e questo li dequalificherebbe, anche socialmente. E poi, se non conoscono la morfosintassi, come possono essere consapevoli del funzionamento e della struttura della frase e del testo? Tutto chiaro, dunque, devo insegnare la grammatica. E’ basilare.
Il problema è che molti ragazzi non ce la fanno. Non ce la fanno a studiare la grammatica sulla grammatica. Prima studi e poi fai l’esercizio, dico loro. E loro: ma se non ci capisco niente, come faccio a studiare? E se non ho capito e non ho studiato, come faccio a fare l’esercizio? Giusto, dico, non fa una piega. Se è così, bisogna cercare altre vie. Proviamo a chiudere la grammatica e ad aprire l’antologia. Leggiamo, guardiamo come sono fatte le frasi, dove sono piazzati i punti e le virgole, come sono scritte le parole. Tutto bene. E la prova INVALSI? Come faranno a farla questi ragazzi che hanno intuito alcune cose delle parole e della frase, ma non conoscono le categorie grammaticali? Fermi tutti, allora. Mettiamo via l’antologia e riprendiamo la grammatica…

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Ma voi, di preciso, che cosa avete imparato a scuola?

5 novembre 2012

di giuliomozzi

Qualche giorno fa, nell’annunciare il seminario Cosa insegnare a scuola (17-18 novembre: ci sono ancora posti), organizzato a Trento da Scuola d’Autore/Iprase, dal Dipartimento di studi letterari e linguistici dell’Università di Trento e dal Liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento, rilanciavo ai frequentatori di vibrisse la domanda: Ma, secondo voi, che cosa bisogna insegnare a scuola? (Domanda ovviamente ristretta all’ambito umanistico e in particolare letterario e retorico – visto che vibrisse e quel che è, e di queste cose ci si parla).
Nella discussione, Maria Luisa Mozzi (sì: è mia sorella; insegna lettere in una scuola media di Vicenza) ha proposto tre riflessioni in sequenza:

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