Posts Tagged ‘Alessandro Zaccuri’

“Una crime novel, o forse una favola”. Edoardo Zambelli su “Lo spregio” di Alessandro Zaccuri

13 ottobre 2016

di Edoardo Zambelli

[Questo articolo è apparso nel sito personale di Edoardo Zambelli].

cop_zaccLo spregio, ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, è, secondo me, un libro che può essere letto in modi diversi. Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto magari più superficiale, sia una lettura altrettanto legittima (in fondo, un lettore un libro lo legge un po’ come gli pare) che non manca di rispetto all’autore e non sminuisce la bellezza del libro stesso.
Una crime novel, quindi, con tutti gli ingredienti necessari, ma, anche, con la capacità di giocare col genere senza aderirvi del tutto, di prenderne alcune delle regole e piegarle all’esigenza di dire altro.
Le prime pagine sono tutte per la “formazione criminale” di Angelo, il giovane protagonista del libro, che scopre e pian piano accetta e fa sue le attività più o meno criminali del Moro, suo padre, guidato da un bisogno d’emulazione, di diventare come lui.

Continua a leggere nel sito personale di Edoardo Zambelli.

Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”. Appunti di lettura.

6 ottobre 2016

di Demetrio Paolin

cop_zaccNe Lo spregio (Marsilio, 2016) Alessandro Zaccuri compone idealmente un altro piccolo tassello del suo personalissimo altare per il padre. Qui come nelle sue opere maggiori, penso certamente a Il signor figlio (Mondadori) ma anche a Dopo il Miracolo (Mondadori) l’autore milanese continua indefesso la sua riflessione sul nodo centrale del rapporto genitore/figlio, un vero proprio luogo narrativo per Zaccuri che s’invera anche nella sua formazione di scrittore, come aveva raccontato proprio sulle pagine di vibrisse.

La storia è presto detta. Angelo vive in un piccolo paese del comasco al confine con la Svizzera. Suo padre, soprannominato il Moro, gestisce una locanda che in realtà è il paravento per una serie di traffici poco leciti. Moro è un uomo di poche parole, ma profondamente innamorato del proprio figlio, a cui ha taciuto il fatto di non essere lui padre naturale, essendo Angelo un trovatello.  Per questo motivo l’uomo ha sposato Caterina, la cameriera del ristorante, pur non amandola per il solo fatto di poter tenere con sé questo bambino.

Angelo, che venera il padre, dopo aver scoperto la reale vita del Moro fatta di soldi con il contrabbando e la prostituzione, decide di essere come lui, anzi di essere meglio di lui e in questa folle corsa incontra Salvo, che con il padre Don Ciccio e i suoi fratelli maggiori (tutti esponenti della malavita) è stato costretto all’esilio al nord. Tra i due ragazzi nascerà un profondo legame che verrà spezzato dallo spregio che Angelo farà nei confronti di Salvo; un peccato di hybris che verrà punito nel modo più tremendo e possibile.

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Dieci proposte per il rinnovamento della letteratura cattolica

30 settembre 2016

di giuliomozzi

1. Tempo fa commisi l’errore di procurarmi un libro che s’intitolava più o meno La letteratura cattolica nel Novecento. Dico “più o meno” perché l’ho poi dato via, e non mi torna in mente il nome dell’autore. L’ho dato via perché in quel libro si identificava la “letteratura cattolica” con (a) narrazioni in prosa, romanzi o racconti, aventi per protagonisti preti o suore; (b) componimenti poetici assimilabili al genere letterario della preghiera. La prima proposta, dunque, è: fare della letteratura cattolica che, se in prosa, non consista di narrazioni aventi per protagonisti preti o suore; se in versi, non consista di componimenti assimilabili al genere letterario della preghiera.

2. Nel 1999 Giovanni Paolo II scrisse una Lettera agli artisti. Vi si parla di arti figurative, di architettura, di musica, di poesia, di teatro, fors’anche di giocoleria e di pirotecnica, ma di romanzi no. I romanzieri, insomma, per la massima autorità dell’organizzazione ecclesiastica cattolica, non esistono. D’altra parte, mi ricordo, più o meno in quel periodo ebbi occasione, dopo la registrazione di un programma di Sat2000, di fare due chiacchiere con il cardinal Paul Poupard, allora presidente del Consiglio pontificio per la cultura: e Poupard mi disse che l’ultimo romanzo che lo aveva veramente colpito era il Diario di un curato di campagna di George Bernanos: un romanzo (molto bello, per carità) con protagonista un prete, per l’appunto, e comunque del 1936. La seconda proposta, dunque, è mandare romanzi in omaggio al papa e ai cardinali. Chissà, magari leggono. (Ve lo vedete, Bergoglio che ogni sera, a letto, prima di spegnere la luce, si legge un capitolo di Infinite Jest? Io sì).

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Modernità e postmodernità di Mario Pomilio

9 novembre 2015

Intervista a Andrea Cortellessa

[Andrea Cortellessa, critico letterario, è il responsabile della collana fuoriformato, nata presso l’editore Le Lettere e oggi publicata dall’editore L’orma. In questa collana – molto particolare, come si vedrà – è stata ospitata la nuova edizione de Il quinto evangelio di Mario Pomilio].

Mi hai detto in privato, Andrea, di aver letto Il quinto evangelio «quasi vent’anni fa». Quindi, dato che siamo nel 2015 e tu sei del 1968, più o meno trentenne. Che ricordo hai di quella prima lettura? E quando l’hai riletto in vista della nuova pubblicazione in Fuori formato, ne hai ricavato un’impressione diversa?

pomilio_evangelio_LormaDoveva essere il 1996. Ci arrivai per una via doppiamente obliqua, che i pomiliani puri e duri (se esistono) potrebbero forse trovare offensiva, per la sua memoria, o comunque riduttiva. Offensiva spero non sia, riduttiva lo è senz’altro. Ha ragione Demetrio Paolin: all’Università, Pomilio, non si studiava (non credo si studi neppure adesso, se è per questo). Naturalmente ne avevo sentito parlare, però. Dai manuali ne usciva l’immagine di uno scrittore conservatore, un neorealista attardato con un di più d’inquietudine confessionale, cattolica (ma senza il torbido sensuale e controriformista che a noi miscredenti sessuomani fa tanto amare i cattolici veneti; il suo veniva presentato invece come un cattolicesimo socialdemocratico, pallidamente riformista, infeltrito e un po’ nasale, appenninico e terrone). Date queste premesse si potrà capire forse che, nella mia smania d’aggiornamento d’allora, sebbene leggessi un po’ di tutto e freneticamente, ritenessi che prima di lui c’erano tanti altri autori da leggere.

In particolare prima di lui avevo letto suo figlio Tommaso. Non dirò che per me Mario Pomilio fosse allora, prima di tutto, il padre di Tommaso; ma più o meno era così, in effetti. Anche perché Tommaso non era solo l’autore di libri esoterici e misteriosi, che mi affascinavano, ma era anche una persona, viva e squisita, ed esoterica e misteriosa, che mi affascinava (e tuttora mi affascina). Va aggiunto che Tommaso è stato il mio grande passeur, il mio iniziatore alla poesia contemporanea (per me allora la poesia si concludeva, come da programmi universitari, più o meno con la Z di Zanzotto; era luil’ultimo poeta, come da allora è continuato a essere per Giulio Ferroni, i cui seminari allora seguivo con passione); sottobanco, nei corridoi della «Sapienza», mi metteva a parte dei «sodalizi clos-iniziatici» (mi è rimasta impressa questa sua formula) in cui era coinvolto in prima persona. Ma con un di più di pudore mi faceva capire, in pari tempo, che quella scelta remota e per certi versi comprensibile – di cambiarsi il cognome da «Pomilio» in «Ottonieri» –, dopo la scomparsa di Mario aveva preso a pesargli. Perché a dispetto di tutto – dei conflitti che aveva avuto con lui e colla cerchia di amicizie che lui aveva avuto in vita, e che anche dopo la morte continuavano a soffocarlo nel cordone sanitario dello “scrittore cattolico” – lui, Tommaso, era convinto che si trattasse di uno scrittore importante. Non solo per lui, voleva dire (che in nome del padre ha poi scritto il suo libro forse più bello, Le Strade Che Portano Al Fucino: che la sorte vorrà sarò proprio io a pubblicare, nella prima fuoriformato, quella de Le Lettere). Così lessi Il quinto evangelio – e scoprii quello che era, non solo per me evidentemente, un capolavoro sconosciuto (non fu certo quella, del resto, né la prima né l’ultima mia lettura tardiva). Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente. Che fuoriusciva da tutte le scuole, che eccedeva tutti i canoni, che veniva da tutti i libri e da nessuno.

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Nessuno andrà senza perdono. L’”Evangelio” di Pomilio, il “Regno” di Carrère

30 ottobre 2015

di Alessandro Zaccuri

[Termina con questo intervento il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri interventi che, grazie alla generosità di alcuni, si sono aggiunti a quelli programmati: alcuni ci sono già pervenuti, altri li attendiamo].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Pubblicati a quasi quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, Il quinto evangelio di Mario Pomilio (1975) e Il Regno di Emmanuel Carrère (2014) sono come lo stesso libro scritto da due autori diversi, in condizioni storiche e personali diverse, con strumentazioni tanto diverse da risultare opposte e complementari. Una montagna scalata da versanti differenti, anche se la cima è unica. Ma la cima è, per sua natura, evidente e nello stesso tempo sfuggente.

Questa che proverò ad argomentare non è propriamente una tesi critica, ma la convinzione che ho maturato nella mia storia di lettore di Pomilio e di lettore di Carrère. Dell’uno e dell’altro, non dei due contemporaneamente, perché per molte ragioni – la più banale delle quali deriva dall’anagrafe – ho conosciuto Pomilio e Carrère in tempi successivi. Ho letto Il quinto evangelio da ragazzo, mentre Il Regno mi è venuto incontro nel pieno dell’età adulta, e prima di lui c’è stato L’Avversario (2000), il libro nel quale Carrère, inaugurando la sua pratica dell’autofiction, tradisce quell’inquietudine teologica che ha reso ai miei occhi Il Regno stesso un libro meno sorprendente di quanto sia stato per altri. Un uomo che affronta in quel modo il mistero del male non può non essere attratto, con forza uguale e contraria, dal mistero del bene. Chi ha raccontato la dannazione, non può sottrarsi al racconto della salvezza, sia pure una salvezza possibile ed eventuale, qualcosa che balena giusto per un istante prima di perdersi nelle nebbie dello scetticismo.

È lo stesso annuncio portato dall’Angelo della Realtà di Wallace Stevens, l’epifania necessaria che si mostra all’improvviso sulla prosaica porta di casa, sempre restando “un’apparizione apparsa in / apparenze tanto lievi a vedersi che se appena / volge le spalle, subito, ahi subito svanisce”. Eppure, dice ancora di sé l’Angelo parlando ai paysans da cui è circondato, “Sono uno di voi ed essere uno di voi / vale essere e sapere quel che sono e so”. Per me la letteratura sta in questa comunanza di destino, in questa rivelazione fugace e ricorrente, indiscutibile nella sua indimostrabilità. Il quinto evangelio e Il Regno potrebbero essere letti, in questo senso, come un commentario ai versi di Stevens, ma vale anche l’ipotesi contraria, vale più che altro la constatazione per cui, in questo arcipelago di parole e segni, ogni testo commenta ogni altro e ne è a sua volta commentato.

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Dai giornali

30 ottobre 2015
Clicca sul ritaglio per leggere il giornale

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Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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Necessità di una collezione di poesia?

17 luglio 2015
Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

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“La circostanza” vince il Premio Berto

5 luglio 2015

di giuliomozzi

3172038Il romanzo d’esordio di Francesco Paolo Maria Di Salvia, La Circostanza, pubblicato nel febbraio scorso da Marsilio, ha vinto il Premio Berto. Il Berto è un premio dedicato alle opere prime. La circostanza ha prevalso su una cinquina composta anche da L’Amalassunta, Giunti, di Francesco Brandimarte (vincitore di quel Premio Calvino 2014 – il Calvino è per inediti – nel quale La circostanza fu finalista con menzione speciale), La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Feltrinelli, di Enrico Ianniello, L’invenzione della madre, minimum fax, di Marco Peano, e Marta nella corrente, Neri Pozza, di Elena Rausa. La giuria era composta dal giornalista del Corriere Antonio D’Orrico (presidente), Cristina Benussi professore ordinario presso l’Università di Trieste, Enza Del Tedesco ricercatrice presso la medesima Università, Giuseppe Lupo professore dell’Università Cattolica di Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore e Alessandro Zaccuri, critico, scrittore e giornalista dell’Avvenire.

In vibrisse, tre domande (serie) e tre risposte (lunghe) su La circostanza:
prima domanda (come hai fatto a farlo?),
seconda domanda (immacolate concezioni e messianismi),
terza domanda (Italo Saraceno, Italo Svevo, e altri narratori inattendibili).

Il bello è che questo romanzo, secondo me meraviglioso e importante, ha ricevuto una sola recensione: da Francesco Durante, nel Corriere del Mezzogiorno: potete leggerla qui.

Se volete un assaggio della scrittura di Francesco Paolo Maria Di Salvia, potete dare un’occhiata al suo racconto Il superutente, pubblicato in vibrisse il 25 maggio del 2010. Un po’ di tempo fa (leggételo dunque come opera giovanile).

Le “formazioni” a Milano (scrittrici e scrittori)

18 maggio 2015
Clicca sulle copertine, leggi la scheda

Clicca sulle copertine, leggi la scheda

Martedì 19 maggio alle 18.30, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7) prima pubblica presentazione dei due volumi – La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore – pubblicati dall’editore Laurana: il primo a cura di Chicca Gagliardo, il secondo a cura di Gabriele Dadati. I due volumi prendono ispirazione dalle due rubriche pubblicate per diversi mesi in vibrisse, e intitolate appunto La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore.

La formazione dello scrittore, 8 / Alessandro Zaccuri

10 luglio 2014
Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

di Alessandro Zaccuri

[Questo è l’ottavo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Alessandro per la disponibilità. gm]

1.

alessandro_zaccuriL’ultima storia sarebbe questa.
Muore un uomo, si prepara il suo funerale. La malattia è stata lunga, metodica com’era stata la sua esistenza. Il lavoro in banca, la cura perfino eccessiva nell’organizzare le giornate, l’abitudine di arrivare in stazione anche un’ora prima quando c’era da prendere il treno, l’insistenza nel leggere prima le istruzioni, sempre. Mai in ritardo a un appuntamento o a una scadenza.
Quest’uomo ordinato muore, dunque, e si prepara il suo funerale. In un giorno qualunque, a inizio settimana. In un paese di provincia, dove fino ad allora nulla è accaduto. Ma quel giorno, proprio all’altezza della cittadina dove nulla accade, un furgone sbarra l’accesso all’autostrada che da Milano va verso Como, un camion si mette di traverso sulla carreggiata, uomini con il passamontagna scendono, gettano chiodi a tre punte. Impugnano kalashnikov, sparano. Il blindato del portavalori viene assalito e svuotato. Pochi minuti per la rapina del secolo. Pochi minuti per liberare i demoni del caos. I banditi scappano, l’autostrada è bloccata, il blocco dell’autostrada provoca l’effetto domino sulla viabilità della zona, dell’area metropolitana, dell’intera regione. Arrivare al funerale diventa un’impresa. Tutti i contrattempi, tutti i ritardi evitati nel corso di una vita si accumulano in quell’ultimo giorno, in un ingorgo spaventoso e insieme allegro. Inspiegabilmente, meravigliosamente allegro.
Ecco, questa è l’ultima storia che mio padre mi ha raccontato. Non a parole, perché di parlare aveva smesso da anni. Il morto era lui, il funerale era il suo. Quel giorno pioveva, tra l’altro.

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Tre libri su Francesco d’Assisi. Appunti di lettura

2 luglio 2014

di Demetrio Paolin

Giotto, I funerali di san Francesco

Giotto, I funerali di san Francesco

Pochi giorni fa, cercando una degna sintesi dei mondiali di calcio, mi è capitato di finire su Rai 1 e di vedere Dario Fo. Mi sono fermato per alcuni minuti e ho riconosciuto il testo che il premio Nobel stava portando in scena: Lu Santo Jullàre Françesco (Einaudi). Mi ha colpito in particolare il prologo dello spettacolo, in cui Fo parla di Bergoglio e della sua scelta di chiamare se stesso Francesco, e giustifica in questo modo il rilancio sia dal punto di vista editoriale che di messa in scena di uno spettacolo del 1999.

A quel punto mi sono trovato a ricordare che nel corso di quest’anno avevo letto altri due libri che avevano come fulcro di narrazione la vita del santo di Assisi. Il primo è il romanzo di Aldo Nove, edito da Bompiani, dal titolo Tutta la luce del mondo, che ha come sottotitolo “Il romanzo di San Francesco”; il secondo è un agile saggio di Alessandro Zaccuri, edito dal Melangolo, Francesco. Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio.

M sono chiesto per quale motivo tre libri, di autori diversi tra di loro, si concentrassero sulla figura di San Francesco; la risposta più ovvia è l’ascesa al soglio pontificio di Bergoglio e la scelta del suo nome. Ho detto più ovvia perché sono i paratesti di almeno due dei tre libri a indicarcelo (il prima citato prologo alla nuova edizione del testo di Fo e il sottotitolo al saggio di Zaccuri); nonostante questa evidenza testuale, io credo che esista un’altra motivazione più sensata, che ora proverò a raccontare, partendo da un assunto.

San Francesco è la nostra lingua.

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Il paradiso sopra i tetti (appunti sul romanzo cattolico)

17 maggio 2012

di Demetrio Paolin

[domenica scorsa è uscita sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera un mio articolo dal titolo, redazionale, “Il corpo del romanzo”. Il tentativo era di fornire una prima e sommaria riflessione sul tema del romanzo cattolico. dp]

Questa apertura e ricerca di senso mette forse in evidenza come il romanzo cattolico sia l’elaborazione di un trauma profondo, il trauma di una mancata promessa ovvero quella della seconda venuta di Cristo. Sempre vista come imminente e sempre costantemente rimandata. Il romanzo cattolico cerca, immaginando i mondi, di elaborare quel lutto e di rendere meno gravosa l’attesa

Leggi “Il corpo del romanzo”.

Bottega di narrazione 2012-2013

26 febbraio 2012

di giuliomozzi

La prima Bottega di narrazione dell’editore Laurana si è conclusa il 4 dicembre 2011 con l’incontro tra la pattuglia degli “apprendisti” e un nutrito gruppo di esponenti del mondo editoriale (in rappresentanza degli editori Bietti, Einaudi, Mondadori, Newton Compton, Rizzoli, Sironi, Terre di Mezzo, Transeuropa, e dell’Agenzia letteraria internazionale – Ali). Altri editori e agenzie, impossibilitati a essere presenti, hanno comunque richiesto gli estratti dai “lavori in corso” (che tutti possono prelevare qui, mentre altri assaggi pubblicati in vibrisse si possono leggere qui).

I risultati della prima Bottega

Un primo bilancio della Bottega di narrazione 2011 si può leggere qui. A distanza di tre mesi dal 4 dicembre scorso posso aggiungere che Silvia Montemurro ha firmato un contratto con l’editore Newton Compton, e dovrebbe pubblicare entro l’anno (vedi qui un estratto); Sara Loffredi ha terminato in gennaio 2012 il suo romanzo ed è ora ufficialmente rappresentata dall’Ali (vedi qui un estratto); i lavori di altri “apprendisti” sono al momento in lettura presso editori grandi e piccoli (giusto la settimana scorsa Mondadori ha chiesto di poter leggere integralmente tre testi); e altre occasioni più o meno rilevanti si stanno presentando.
Non tutti i lavori sono terminati; alcuni sono prossimi alla fine; in queste settimane abbiamo ripreso a incontrare individualmente gli “apprendisti” (ci vorrà un po’) per un editing finale.

In che cosa consiste la Bottega di narrazione

La Bottega non è e non vuol essere un “corso di scrittura creativa”, bensì un luogo nel quale venti persone, selezionate sulla base di un progetto narrativo, possano abitare per un anno: lavorando sul proprio progetto, confrontandosi con altre persone alle prese con i propri progetti, godendo della compagnia di persone più esperte. Come avveniva, appunto, nelle “botteghe” degli artisti.

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“Il nulla, la fede e la salvezza”

13 luglio 2011

Alessandro Zaccuri ha recensito nel quotidiano Avvenire, oggi 13 luglio 2011 il libro di Valter Binaghi e Giulio Mozzi 10 buoni motivi per essere cattolici. Per leggere l’articoloi cliccare qui.

“Il male naturale” a Milano

17 aprile 2011

La nuova edizione de Il male naturale di Giulio Mozzi, pubblicata da Laurana, sarà presentata a Milano mercoledì 20 aprile alle 19, in via Carlo Tenca 7 presso lo Spazio Melampo. Saranno presenti Daniele Giglioli (docente di Letterature comparate all’Università di Bergamo, collaboratore di Alias, supplemento del quotidiano il manifesto), Demetrio Paolin (scrittore e saggista, autore della postfazione alla nuova edizione de Il male naturale), Bruno Pischedda (docente di Letteratura e Cultura dell’Italia contemporanea all’Università Statale di Milano, collaboratore del supplemento domenicale del Sole 24 Ore), Alessandro Zaccuri (scrittore, giornalista culturale del quotidiano Avvenire, conduttore del programma Il Grande Talk, Sat2000); e naturalmente l’autore.