Archive for the ‘Il campo letterario-editoriale’ Category

Campo di concentrazione

6 marzo 2016

di giuliomozzi

Nel luglio del 2015 le due principali agenzie di distribuzione di libri in Italia, Messaggerie Italiane e Pde (Promozione e diffusione editoriale) si sono fuse. Più esattamente, Messaggerie (che, peraltro controlla il Gruppo Gems: Longanesi, Guanda, Salani, Garzanti, Bollati Boringhieri, Chiarelettere e altro) ha comperato da Feltrinelli il 70% di Pde (vi risparmio i dettagli societari). La società risultante controlla, si stima, più del 60% del mercato della distribuzione di libri.

Da circa un anno è in corso l’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori (ovvero l’acquisizione del secondo gruppo editoriale italiano da parte del primo) Ora il Garante ha stabilito che Mondadori dovrà disfarsi di Bompiani (di quel che resta di Bompiani dopo la fuga della Nave di Teseo: comunque non è poco) e di Marsilio; ma potrà tenersi tutto il resto.

In questi giorni Fca, ovvero (attraverso un castello societario) la famiglia Agnelli/Elkann, ha ceduto al Gruppo L’Espresso / La Repubblica la proprietà della società che pubblica La Stampa e Il Secolo XIX (quotidiano di Genova). Ovvero, il primo quotidiano d’Italia (per diffusione; e senza contare l’arcipelago di quotidiani locali) si è comprato il terzo. Tra parentesi, pochi mesi fa il direttore della Stampa è diventato direttore di Repubblica. Assicurazioni di autonomia, indipendenza delle testate, eccetera: come piovesse.

Adesso manca solo che il Vaticano si comperi il Partito Democratico, e poi siamo a posto.

La lettura e la campagna

10 gennaio 2016



In quindici minuti, una rassegna delle campagne italiane per la promozione della lettura e del libro. A cura di Miria Savioli e Francesca Vannucchi.

La formazione della fumettista e del fumettista, 35 / Tirando le somme

22 luglio 2015

di Matteo Bussola

[Ringrazio di cuore Matteo Bussola, che ha curato qui in vibrisse la rubrica La formazione della fumettista e del fumettista. Non abbiamo ancora deciso se riprendere la rubrica dopo l’agosto: “ogni congedo sta a metà tra una scommessa e un augurio”, come dice Matteo. Vedremo. Da parte mia posso dire che ho imparato molte cose, e mi sono pure divertito. Grazie anche alle fumettiste e ai fumettisti che hanno partecipato. gm]

La formazione delle fumettiste e dei fumettisti

La formazione delle fumettiste e dei fumettisti

Quando Giulio mi chiese se fossi interessato a curare una nuova rubrica su vibrisse, non dissi subito di sì.
Si trattava di contattare colleghi fumettisti e offrir loro l’opportunità di raccontarsi solo con le parole. Di farli parlare del loro percorso professionale, della pratica quotidiana e della loro idea di Fumetto. Soprattutto: di come a quel mestiere fossero arrivati. Attraverso quali prove, dubbi, difficoltà. La rubrica non aveva ancora un nome.
L’occasione sulla carta era ghiotta, ma c’era il fatto che io sentivo che non sarei riuscito a essere un curatore super partes. Non avrei spedito mail a pioggia tutte uguali agli autori che conoscevo – o a quelli che non conoscevo affatto – solo per essere corretto, men che meno per mettermi al sicuro ogni volta sull’uscita settimanale avendo sempre pezzi già stivati. Non avrei contattato i fumettisti sulla base della (sola) amicizia, o della fama, o di qualunque altra cosa avrebbe potuto farci gioco. Lo avrei fatto sulla base dei miei, sindacabilissimi, gusti. Delle mie sensazioni.
Poi c’era il discorso del tempo. Sospettavo che curare una rubrica – sia pur settimanale, sia pure online – avrebbe rappresentato un dispendio di energie superiore a quanto sarebbe potuto sembrare in un primo momento. E considerando che Giulio me lo chiese in un pomeriggio di fine estate, con tre figlie piccole a casa da scuola da più di due mesi e il sottoscritto già in ritardo sulle consegne, la cosa ebbe non poco peso sulla mia decisione finale.
Risolsi il primo dubbio non appena compresi che quel che io consideravo un atteggiamento arbitrario, è precisamente ciò che fa un curatore: decide una direzione, compie delle scelte. Le scelte sono sue. Riguardo al secondo dubbio decisi invece che non fosse così importante: mi era chiaro che quella del tempo è alla fine spesso una scusa. È come quando dici che non hai tempo per leggere, o per andare a correre, o impastare una pizza. Se una cosa ti interessa la fai, il resto è filosofia. Del resto, col senno di poi posso dire che su questo punto mi sbagliavo: il dispendio di energie è stato di molto superiore a quel che credevo all’inizio.

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Necessità di una collezione di poesia?

17 luglio 2015
Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

Dal fotoromanzo Droit de regards, di Marie-Françoise Plissart

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La formazione del fumettista, 34 / Alessandro Baronciani

14 luglio 2015

di Alessandro Baronciani

[Questa è la trentaquattresima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Alessandro per la disponibilità. gm].

alessandro_baroncianiAlle superiori tornavo con la corriera da scuola e mi fermavo – sempre – in edicola. “Edicola” è una parola antica la cui traduzione moderna potrebbe essere più o meno: internet. C’era di tutto in edicola: le notizie aggiornate ogni ventiquattr’ore, le fotografie scattate da ogni parte del mondo, i blog con le opinioni di tantissime persone sui giornali. C’erano gli aggiornamenti al sistema operativo del tuo computer; erano dentro i cd-rom allegati alle riviste. Dentro le riviste c’erano le pagine della posta con le chat e le message board. C’era anche youporn in edicola, e vicino a youporn di solito c’erano sempre i fumetti. E io amavo i fumetti. Zagor e Mister No – non sai quante volte ho provato a disegnare la giungla amazzonica con tutte quelle piante strane ed esotiche – Skorpio e Lanciostory dove ho scoperto il fumetto argentino e Robyn delle stelle di Breccia. Sturmtruppen e Lupo Alberto. Ho iniziato così, leggendo e ricopiando i disegni che vedevo. Volevo diventare un fumettista e il mio primo lavoro è stato l’edicola. Facevo ancora le elementari. La mattina d’estate non andavo al mare e correvo a dare una mano ad Algide, la signora dell’edicola. In cambio lei mi sopportava e mi dava dei fumetti gratis, io leggevo e imparavo a dare il resto e anche a fare di conto. Forse per questo per me i fumetti sono sempre andati di pari passo col fare i soldi. Ero ricco, o almeno mi sembrava così, dato che potevo leggere tutti quelli che volevo. In edicola ero il primo a vedere l’arrivo delle novità. Mi ricordo ancora la pubblicità del primo numero di Dylan Dog sul retro copertina di un Tex. Andai dai miei amici, loro ancora non sapevano nulla!

Per questo ogni giorno di ritorno da scuola passavo sempre in edicola.

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La formazione del fumettista, 33 / Mauro Uzzeo

7 luglio 2015

di Mauro Uzzeo

[Questa è la trentatreesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Mauro per la disponibilità. gm].

mauro_UzzeoSono uno di quelli che credono nel qui e ora, perché il futuro faccio fatica a capirlo persino nei film e indietro, come dicevano quei due, non ci torno mai, neanche per prendere la rincorsa.
Risalire alle origini di un percorso, poi, è nuotare vestiti e controcorrente tra le rapide di un fiume incazzato, per questo posso raccontarmi soltanto mettendo a fuoco pezzi di fotografie.

Come su Tralfamadore, le cose non sono avvenute nel passato e non avverranno domani, il tempo è una linea retta in cui tutto accade nel medesimo momento.
Tutto accade ora.

E ora è il 2001, ho 22 anni e la mia odissea non è ambientata nello spazio ma in un volume di 64 pagine che – scopro adesso – non verrà più pubblicato da quella stessa casa editrice che ho contribuito a fondare un paio d’anni prima e con cui ho firmato un contratto.
Questo è il primo problema.
Il secondo è che devo dire a Marco Marini – che quelle pagine le ha disegnate e colorate TUTTE – che il volume non si fa più.
Uhm.
S.E.S.S.A.N.T.A.Q.U.A.T.T.R.O. pagine, disegnate in sette stili diversi, scritte in sette stili diversi per rendere unico ognuno dei sette protagonisti di quei sette racconti che avevano un solo filo comune: il desiderio di avere qualcuno vicino, almeno per un minuto. E Almeno un minuto insieme sarebbe stato il titolo di quel volume nato l’anno prima e ancora schiavo di quell’adolescenza alla quale speravo d’essere sopravvissuto.
Come glielo dico a Marco?

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La formazione del fumettista, 32 / Michele Foschini

30 giugno 2015

di Michele Foschini

[Questa è la trentaduesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Michele per la disponibilità. gm].

Michele_FoschiniQuando avevo cinque anni, mia madre ha rischiato di perdere il lavoro perché non conosceva l’inglese. Ha rimediato con corsi serali e mi ha iscritto, per risparmiarmi lo stesso problema un giorno, a lezioni pomeridiane. Si è scoperto presto che avevo una certa predisposizione per le lingue, tanto che a undici anni ho partecipato alla mia prima vacanza studio all’estero. Di giorno imparavo l’inglese, la sera Giorgio Cavazzano e Giovan Battista Carpi ci insegnavano a disegnare personaggi Disney. Una delle due cose l’ho imparata bene, l’altra neanche un po’.

Comunicare in inglese, francese e spagnolo mi ha aiutato per le acquisizioni di diritti di fumetti stranieri, sia quando lo facevo per la mia piccolissima casa editrice, sia quando ho cominciato a farlo per Edizioni BD prima e Renoir poi. Nel frattempo, oltre a moltissimi fumetti, ho tradotto anche una settantina di romanzi, imparando così a gestire lo spazio delle parole, e il bisogno di compromessi dignitosi nella mediazione linguistica. Sceneggiare per Disney e insegnare alla Scuola del fumetto di Milano sono state le esperienze che mi hanno formato all’editing delle storie altrui.

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La formazione del fumettista, 31 / Giuliano Piccininno

23 giugno 2015

di Giuliano Piccininno

[Questa è la trentunesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Giuliano per la disponibilità. gm].

giuliano_piccininnoAvvertenza: Per ricavare qualche informazione utile bisogna necessariamente arrivare in fondo al pezzo; tutte le esperienze sotto elencate non rappresentano un esemplare percorso di formazione praticabile. Oggi.

Ieri: metà anni ‘70. Io e il mio sogno stupido, diventare disegnatore di fumetti. A Salerno.

Qualsiasi altro mestiere lasciava intravedere un percorso formativo, una possibilità di apprendistato; era abbastanza chiaro cosa fare volendo diventare astronauta, geometra o spacciatore di droga. Come diavolo si faceva a diventare fumettista? Anche al Liceo artistico non ne sapevano nulla.
Grazie a qualche preziosa informazione filtrata attraverso la stampa e a qualche illuminato programma televisivo (che inizia a dare una patina di rispettabilità al genere), inizio a radunare i pochi dati disponibili. Che sembrano suggerire, come unica possibilità, la migrazione in cerca di fortuna verso le capitali dell’editoria.
Eppure, per quanto sprovveduto capisco che quel lavoro non si fa in un ufficio presso la casa editrice, quella è la redazione; i fumettisti disegnano a casa loro e poi portano le tavole all’editore. E’ già qualcosa, Ma un disegnatore a cui chiedere informazioni, chi l’ha mai visto?

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La formazione del fumettista, 30 / Onofrio Catacchio

16 giugno 2015

di Onofrio Catacchio

[Questa è la trentesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Onofrio per la disponibilità. gm].

onofrio_catacchioProvo sempre un grande imbarazzo quando mi chiedono di “scrivere” in merito al mio rapporto con il lavoro che faccio. Perché io non sono uno che scrive e in definitiva anche con il disegno il mio è un rapporto strumentale. Il disegno mi permette di raccontare mettendo in sequenza le immagini che mi servono. Insomma “faccio” fumetti. Il resto, come dice Michael Douglas in Wall Street, è letteratura.

La scrittura mi serve per sceneggiare mentre col disegno interpreto storie mie o di altri sceneggiatori.
Parlare della formazione del fumettista è ripercorrere una storia nota e in molti casi sovrapponibile ad altre già raccontate: quasi sempre accade ad un ragazzo o una ragazza che in giovane età si imbattono nei fumetti, ne restano affascinati e si industriano per imparare a utilizzare e affinare quegli strumenti che, di primo acchito, appaiono necessari alla realizzazione dei comics: la scrittura e il disegno. A me, a molti della mia generazione, a quasi tutti è successo così.

Io mi sono trovato, da lettore, a vivere il passaggio tra l’artigianato anonimo che ha caratterizzato per lungo tempo buona parte del mercato fumettistico italiano del passato a quello dell’autore che “firma” il proprio lavoro. Succedeva solo a pochi, negli anni ‘70: Pratt, Jacovitti e Bonvi. Tutti gli altri restavano anonimi o protetti da pseudonimi fantasiosi: Magnus, Bunker, Galep…

Insomma conoscevo e riconoscevo dal tratto molti autori USA: Jack Kirby, Jim Steranko, John Romita, Gene Colan e Gil Kane ma assolutamente non sapevo a chi attribuire testi e disegni di buona parte degli albi che seguivo di produzione italiana. Le notizie e i retroscena restavano sconosciuti, misteriosi o completamente fantasiosi. I dati tecnici su sceneggiatura e disegno erano affidati a speculazioni tra appassionati vaghe e improvvisate. Chi realizzava quelle storie? Con quali strumenti? Quali erano e come funzionavano i team creativi?

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La formazione della fumettista, 29 / Antonella Vicari

9 giugno 2015

di Antonella Vicari

[Questa è la ventinovesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Antonella per la disponibilità. gm].

antonella_vicariOtto anni, i titoli di coda di un cartone animato di Hanna & Barbera mi hanno fatto capire cosa avrei fatto da grande: la disegnatrice.

Da sempre il disegno ha fatto parte della mia vita. Non è stata una scelta ma una necessità. Scarabocchiavo, creavo piccole vignette, storie, costringevo la mia sorellina a stare ferma per ore per farle un ritratto, avevo sempre con me un taccuino, un block-notes o qualsiasi altra cosa dove poter disegnare. Ero la prima della classe in disegno.
Ho letto tantissimo sin da piccola cominciando con Topolino e Paperino. Mi affascinavano i fumetti dalla linea chiara franco-belga: Hergè, Juan Gimenez, Vittorio Giardino, Giraud/Moebius. Ma anche autori sudamericani, dalle atmosfere più cupe e noir, José Mûnoz, Barreiro & Risso, Jordi Bernet. Poi c’era Hugo Pratt. Ero attirata da entrambi gli stili, uno più “chiaro e leggero” e l’altro più “scuro e deciso”. Non avevo ancora chiaro quale sarebbe stato il mio stile.

Credo che il fumetto sia una delle tante possibilità che abbiamo di raccontare, e credo che ci siano un’infinità di modi per farlo. Ho sempre trovato straordinario lo spazio bianco tra le vignette che viene riempito dalla nostra fantasia. Tutto accade lì.

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La formazione del fumettista, 28 / Matteo Bussola

26 maggio 2015

di Matteo Bussola

[Questa è la ventottesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola, e finalmente oggi possiamo leggere la “formazione” dello stesso Matteo: che ringrazio non solo per questo pezzo, non solo per questa rubrica, ma per una quantità di altre cose – soprattutto la gentilezza. gm].

matteo_bussolaQuesta rubrica è nata da uno status di Facebook.
Lo status era un breve scritto in cui parlavo del mio percorso fumettistico. Che poi, a chiamarlo percorso mi viene un po’ da ridere, visto che se mi volto indietro riesco a contare con lo sguardo le briciole di gommapane fino a qui. Giulio lesse lo scritto su Facebook e mi fece una proposta. La proposta è oggi diventata ventisette “formazioni”. Con questa, ventotto.
Ho dunque sempre pensato che se mai avessi pubblicato all’interno di questa rubrica, io il pezzo ce l’avevo già. Invece no, perché avercelo già è barare. E non barare è la prima regola. Che non significa essere onesti, vuol dire solo restare fedele alle regole che ti sei dato. Per esempio è la ragione per la quale, da quando sono un disegnatore professionista, ho smesso di commentare sui forum di fumetti. Per lo stesso motivo, penso che un curatore non dovrebbe in nessun caso scrivere un pezzo che rientri all’interno della rubrica che egli cura.
Siccome ogni regola ha un’eccezione, questo pezzo è la mia. Senza barare.

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La formazione della fumettista, 27 / Elena Cesana

19 maggio 2015

di Elena Cesana

[Questa è la ventisettesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Elena per la disponibilità. gm].

elena_cesanaCi sono cose che scegli e cose che scelgono te.

Questo l’ho capito a nove anni, quando già soffrivo di mal di schiena perché avevo il vizio di disegnare fino a tardi con le spalle al divano di casa, il culo a terra e un blocco bianco o a quadretti sulle ginocchia. Amavo disegnare cavalli. Cavalli, mostri e belle donne. Il “bagaglio culturale” è una delle cose che non è che sempre puoi sceglierti, e nel mio caso quello che disegnavo arrivava in buona parte dal fatto che avessi con mio padre il rito del film horror del week end: La casa, L’esorcista, La cosa, Freaks e le trasposizioni dei racconti di Poe con Vincent Price. Il mio gusto si è formato così, tra le inquadrature di grandi registi del genere horror, le stesse che riuscivo a trovare nei Dylan Dog di Corrado Roi, perché quelli erano gli unici Dylan che mio padre comprava, assieme a quelli di pochi altri disegnatori. Gli unici che secondo lui raccontavano con il giusto peso le faccende di colui che è stato in assoluto il mio primo amore. Cartaceo, s’intende. In quegli effetti a spugnetta, in quei tratti graffiati e in quella nebbiolina così morbosamente presente, mi perdevo. Volevo capire come potesse farlo. Perché era tutto così bello e nero. Volevo farlo anche io.

Con la benedizione del papà e la rassegnazione della mamma, io e Dylan abbiamo approfondito la nostra conoscenza, tanto da portarlo “con me” alla tesi di maturità.

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“La formazione della scrittrice”, “La formazione dello scrittore”: intervista

14 maggio 2015
Clicca sull'immagine (che non c'entra niente) per ascoltare l'intervista a Gabriele Dadati.

Cliccate sull’immagine (che non c’entra niente, come avrete capito subito) per ascoltare l’intervista a Gabriele Dadati.

La formazione della fumettista, 26 / Tina Valentino

12 maggio 2015

di Tina Valentino

[Questa è la ventiseiesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Tina per la disponibilità. gm].

tina_valentino«Oh mà, senti n’attimo sta’ cosa che ho scritto?»
«Dopo metti a Peppino di Capri?»
«Sì mà …mò sentimi, così vedo se va bene.»
«…e jà, vai!»
«E tu che vuoi fare da grande?»
«Uà, io sò vecchia!»
«…no mà, era la parte iniziale…statti zitta!»
«Ah, ok.»

«E tu? Che vuoi fare da grande?». «I disegni!», risposi dal castigo dietro la lavagna in prima elementare, mentre la polvere di gesso che cadeva faceva ben capire la mia idea di punizione.
I miei primi contatti con i fumetti furono quelli su cui, a 4 anni, iniziai a leggere e cioè Diabolik e Geppo ma, fondamentalmente, la mia idea di far disegni mi veniva dalle ore passate a guardare la miriade di cartoni animati di quegli anni, in cui la morale fondamentale e prevalente era «se vuoi puoi…ma devi farti il culo!» (e volendo buttarci sul teatrale, metterti pure le catene ai polsi come Mimì nella nazionale della pallavolo). Puoi farlo in compagnia come Holly e la New Team o da sola come l’attrice Maya, ma una cosa era chiara…ci sarebbero stati un Mark Lenders con tutta la Muppet o un’Ayumi. Fatto sta che io volevo disegnare!
Il primo pubblico sostenitore era composto dai colleghi di mio padre che appendevano ovunque i miei disegni in giro per gli uffici postali, e il mio piccolo sano ego sociale si costruiva, frammisto alla tenera fiducia che si forma a quell’età. Il primo trauma invece avvenne nelle “vicinanze”, ritrovando in un cassetto tutti i mille disegni che mio padre giurava di spedire alla posta di Bim Bum Bam e che non arrivavano mai perché «erano fatti male» ( testuali parole ), mentre io passavo il tempo a guardare il programma speranzosa di sentirmi nominare, con mamma che ripeteva «dopo lo vedi…mò studia!».

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La formazione del fumettista, 25 / Emanuele Tenderini

5 maggio 2015

di Emanuele Tenderini

[Questa è la venticinquesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Emanuele per la disponibilità. La fotografia qui sotto è di Francesca Sanfilippo. gm].

I miei nonni, gli aero-taxi, pennelli e pennini.

Fotografia di Francesca SanfilippoLa de-formazione del fumettista?
La mal-formazione dei disegnatori?
Vi devo raccontare dei problemi alla sciatica? O di quelli alle articolazioni?
Ho capito male io?
(De)Formarsi come disegnatore è un percorso di equilibrio tra la rinuncia e la conquista, delle cose della vita e delle cose dell’arte.
Il problema è che ci piace, o per lo meno fino ad un certo punto ci è piaciuto.
Nasce tutto dalla passione, si sa, quella vibrazione al petto (che non è un infarto, anche se poco ci manca) che provi quando leggi una storia che ti entusiasma o guardi un film, un cartone animato che ti stupisce.
La passione di essere spettatore di qualcosa che vuoi essere in grado di controllare e riutilizzare per altri spettatori. E perché è un “problema”? Perché ti marchia a vita, con tutti i suoi “pro” e i suoi “contro”.

Lo specchio attraverso il quale sono entrato in questo paese delle meraviglie di storie e disegni, è mia nonna. Che la nonna è una mamma senza le rotture di coglioni, quindi le vuoi un bene immenso soprattutto se crea una routine per la quale ogni sabato sera ti viene a trovare (con il nonno) a casa, per cenare assieme.
Io sono di Venezia. Loro (i miei nonni) di Murano. Chi vive sparpagliato su due isole separate da una laguna sa quanto prezioso sia il viaggio in traghetto per raggiungere i propri cari. Ogni sabato sera, in casa mia, c’era la sensazione del viaggio dei nonni che stavano per arrivare.
Ricordo come fosse ora (perché lo “ieri” è troppo lontano) il colore giallo della costina del numero settimanale di Topolino, che mia nonna teneva in borsa per regalarmelo.
Stop, fermi tutti! Ora che ci penso bene: mia nonna mi portava ogni settimana il numero nuovo di Topolino.
Da qui in poi vorrei digitare un milione di puntini di sospensione per lasciarmi il tempo di assaporare questo pensiero.
Mia nonna mi regalava ogni settimana il Topolino. Chissà a che scopo? Cioè, lo so, lo scopo: dimostrarmi il bene che mi voleva, ma oggi questo gesto ha un sapore totalmente più profondo, mi piace pensare che volesse insegnarmi qualcosa. Posso dire che i miei nonni sono stati i miei primi insegnanti di fumetto?

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La formazione della fumettista, 24 / Roberta Ingranata

28 aprile 2015

di Roberta Ingranata

[Questa è la ventiquattresima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Roberta per la disponibilità. gm].

roberta_ingranata– La formazione di Roberta Ingranata (in arte Robyn, ma solo per mio nonno).
Per oggi, e solo per oggi, questa rubrica cambierà il nome da “La formazione del fumettista” in “L’ansia del fumettista”.
La cosa più tragica, oltre ad avermi scritto Matteo Bussola privatamente, che già di per sé fa salire un senso di angoscia tipica del “cos’ho fatto ‘stavolta?”, è stata la richiesta di una mia foto da mettere in allegato alla biografia.
Panico.
Avrei la capacità di fare due tavole in un giorno, colorarne altre otto, abbozzare un’illustrazione e scrivere tre pagine di word, mantenendo stabili le mie funzioni vitali, ma l’idea di farmi una foto mi terrorizza più di dover scalare una montagna cibandomi di bacche ed erba. C’è chi ama mettere se stesso su internet, e chi no, e io faccio parte della fascia “assolutamente no”. Questo, insieme ad altro, credo mi abbia fatta arrivare in ritardo un po’ su tutto, perché l’idea di mettere sul piatto anche se stessi, oltre al proprio lavoro, è la prova più difficile che si possa chiedere a una persona, fumettista o non fumettista. L’idea di venire fermata in una fiera, l’idea che il proprio lavoro sia riconoscibile, ha da sempre terrorizzato la mia parte camaleontica che ama mischiarsi all’ambiente, notando senza farsi notare. E fare fumetti non ti dà questa possibilità, perché non è solo un lavoro che “fai da casa”: sei tu, la tua pagina bianca, e tutto quello che viene dopo è l’unione delle due cose. Non esiste l’una senza l’altra. “Fai da casa” quello che un giorno sarà di dominio pubblico, e quando lo capisci l’ansia fa partire il gioco del trono nel tuo cervello.

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La formazione della fumettista, 23 / Silvia Califano

21 aprile 2015

di Silvia Califano

[Questa è la ventitreesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Silvia per la disponibilità. gm].

Fisso Harlan Draka. Ho appena finito di disegnarlo. Se ne sta lì in piedi mentre gli edifici della piazza cinese intorno a lui si dissolvono nella nebbia. Il peggior vampiro della zona è nei paraggi. Forse è troppo spaventato. In fondo ne abbiamo già viste di queste situazioni, non c’è niente di cui aver paura, è il mio mestiere. Cioè, è il suo mestiere. Aggrotto le sopracciglia, raddrizzo la schiena, mi rendo solida. Cancello e ridisegno. Harlan è più sicuro, adesso siamo pronti al peggio. Guardo intorno a lui e penso che se fossi nebbia sarei più subdola. Allungo qualche filo di vapore verso le gambe del dampiro (il figlio di un vampiro e di una donna umana), come lo volessi afferrare, come volessi salirgli fino alla gola e soffocarlo. Questa cosa di essere della nebbia assassina mi sta piacendo.
Poso la penna della Cintiq e guardo di nuovo la scena. C’è da sistemare un po’ la prospettiva. Ai panneggi penserò in fase d’inchiostrazione. Adesso devo scrivere questo pezzo.

Per un momento ho la sensazione che la nebbia sia uscita dalla tavoletta grafica e abbia aggredito la mia, di gola. Ma a darmi i brividi sono due parole. Spuntano dal titolo di questa rubrica e mi guardano minacciose: una è “formazione”, l’altra è “fumettista”.

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Davanti e dietro la scrittura. Donne e uomini alle prese con identità di genere, ruoli, gerarchie e riconoscimento pubblico

15 aprile 2015
Leggi il programma del convegno (Bologna, sabato 18 aprile)

Leggi il programma del convegno (Bologna, sabato 18 aprile)

Link. Pdf.

La formazione della fumettista, 22 / Valentina Romeo

14 aprile 2015

di Valentina Romeo

[Questa è la ventiduesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Valentina per la disponibilità. gm].

valentina_romeoHo sempre avuto una forte passione per il racconto attraverso le immagini, sono cresciuta divorando cartoni animati della Disney e giapponesi, e sognavo un giorno di poter disegnare proprio per la Disney, o comunque di diventare una disegnatrice e far vivere i miei personaggi nel modo più realistico ed elegante possibile.
I classici Disney come Cenerentola, La bella e la bestia, La spada nella roccia, mi colpivano particolarmente per l’eleganza dei disegni, per l’espressività dei personaggi, per le atmosfere fiabesche e per quell’umorismo che non appesantisce mai le storie. Ero affascinata dai movimenti realistici ma nello stesso tempo idealizzati, come se ogni movimento fosse tanto naturale quanto una forma d’arte. Che poi, quest’ultima cosa, è quello che mi affascina anche della cultura giapponese. In Memorie di una geisha per esempio, la protagonista parla proprio di questo aspetto, dicendo che i giapponesi riescono a trasformare le abitudini in arte, rendendo più affascinante perfino prendere un tè in compagnia. Il gesto più comune si trasforma in una visione che mi ipnotizza, dove l’amore per il bello cattura immediatamente la mia attenzione.
Per riuscire a realizzare il mio sogno di diventare disegnatrice bisognava studiare molto, e l’avrei fatto se la mia famiglia mi avesse appoggiata, ma non è stato così. Certe realtà, magari lontane da quelle che sono le aspirazioni più comuni possono spaventare i genitori, e infatti i miei non volevano rimanessi delusa nell’intraprendere una strada così difficile. Ma, raggiunta la maggiore età, mi sono spostata a Napoli per studiare prima Architettura e poi, con un atto di coraggio, mi sono iscritta alla Scuola del Fumetto per tentare una prima e forse ultima volta di realizzare il mio sogno di infanzia.
Con tenacia e disciplina mi sono diplomata con il massimo dei voti e ho trovato subito dei piccoli lavori che mi hanno permesso di continuare la strada dei miei sogni fino al punto in cui mi ero prefissata di arrivare: essere assunta dalla Sergio Bonelli Editore, la casa editrice più prolifica e importante di Italia.

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La formazione del fumettista, 21 / Claudio Villa

7 aprile 2015

claudio villa

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