Posts Tagged ‘Sandro Campani’

Una chiacchierata sull’editing (con esempi)

11 ottobre 2017

Castelfranco Veneto, 10 ottobre 2017, presso la Libreria Ubik; evento organizzato dall’associazione Porte Aperte; con Claudia Grendene. (Ho scaricato la “diretta” fatta via Facebook; il video non è certo gran che, ma si sente benissimo – almeno quando parla Claudia. Dura un’ora e ventisei secondi). gm

“Il giro del miele”, di Sandro Campani

16 marzo 2017

di Edoardo Zambelli

Fin qui, non oltre.

Nel corso della lunga notte raccontata da Sandro Campani nel suo ultimo romanzo (Il giro del miele, Einaudi), questa frase ritornerà di continuo. La tacca sulla bottiglia di grappa e poi la frase: fin qui, non oltre. È il modo che i due protagonisti, Davide e Giampiero, hanno di misurare il tempo di questo loro (forse ultimo) incontro.
I due, in un passato non troppo lontano, sono stati molto vicini. Nonostante la differenza d’età, in qualche modo sono stati addirittura figli dello stesso uomo, Uliano, che per Davide – il figlio biologico – è stato un padre distante, incapace di grandi slanci, mentre per Giampiero – suo apprendista – è stato un maestro generoso, gli ha insegnato un lavoro e si è lasciato leggere e capire in modo più profondo.
La narrazione si apre, quindi, con Davide che una notte si presenta a casa di Giampiero e chiede di essere ascoltato, portando con sé l’urgenza di un conflitto da risolvere. Inizia da qui un lungo dialogo e presto il tempo della narrazione si sdoppia, il lettore si ritrova a seguire tanto il confronto tra i due quanto la ricostruzione delle loro vite.

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“Il quinto evangelio”

27 ottobre 2015

di Sandro Campani

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio]

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il quinto evangelio è la storia di una ricerca vana, costruita accumulando frammenti riaffioranti di altre ricerche vane, eppure necessariamente rinnovatesi, dal Settimo Secolo al Ventesimo: ogni volta che un uomo si mette alla ricerca del quinto evangelio, rinnova il vangelo; la storia personale di chi viene in contatto con il testo e dedica a esso la vita finisce per ripercorrere la storia stessa del Cristo. (Schema, questo, su cui Pomilio lavora con diverse variazioni: c’è la Storia di Fra Michele minorita, in cui il processo subìto dall’eretico ricalca la forma della passione di Cristo – sicché si ha la descrizione di un avvenimento verosimile fatta utilizzando le medesime parole di una rappresentazione già scritta; c’è Il Cristo di Guardia – la predicazione di Giosuè Borgogno, valdese calabro, che rappresenta il Cristo in una via crucis al termine della quale viene catturato realmente. “Quattro guardie, quella sera stessa, arrestano un uomo che non cerca di difendersi e nel tendere i polsi compie un gesto noto”; lo stesso succede all’uomo che interpreta il Quinto Evangelista nel dramma che chiude il libro, allorché, nella Germania del 1940, riafferma il messaggio del Cristo come “alternativa permanente all’Ordine ingiusto e a quanto offende la persona umana”: al capitano Klammer, nelle vesti di Pilato, non resta che arrestarlo.)

Leggere Il quinto evangelio mi spinge al silenzio. Non è tanto lo sconforto per la mia ignoranza (Come Bergin, il professore americano che in una Colonia distrutta dai bombardamenti inizia la sua ricerca, sono “digiuno affatto di paleontografia e di critica testuale e quasi ignaro di storia sacra e di letteratura neotestamentaria”); non è l’ammirazione per la struttura complessa e la maestria con cui Pomilio, partendo da una cornice epistolare, padroneggia generi disparati conducendoli a una unità potente; non è la fascinazione per le invenzioni verosimili di quella che in fondo è anche un’investigazione fantastica appassionante; né l’ammirazione per lo stile, quella lingua multiforme e sempre necessaria, mai virtuosisticamente esibita, piena di compassione. Ciò che mi spinge al silenzio è trovarmi al cospetto della fede.

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Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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Hai fatto bene / Sandro Campani

23 luglio 2015

di Sandro Campani

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Sandro Campani ha pubblicato: È dolcissimo non appartenerti più, Playground 2005; Nel paese dei Magnano, Italic 2010; Non ti avevo nemmeno notato (graphic novel, disegni di Daniele Coppi), Playground 2010; La terra nera, Rizzoli 2013.

Preleva gratis il libro

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L’uccisione di Giulio Mozzi, reale o simbolica che sia, avrebbe indubbi effetti positivi.
Innanzi tutto, aumenterebbe il PIL. È risaputo quanto poco redditizia sia l’attività della scrittura. Per stare al caso di colui che adesso sta scrivendo questo testo: si tratta di un imprenditore nel ramo della grafica per ceramica. È sabato mattina, ci sono un mucchio di commesse inevase, ma lui non è sul posto di lavoro a dar l’esempio, accrescendo il fatturato; lui sta scrivendo un pezzo che gli porterà via un numero imprecisato di ore, partendo fra l’altro dal dire come sia poco redditizio scrivere. Questo per colpa diretta di Giulio Mozzi, che gliel’ha proposto. Ma senza scomodare gli imprenditori e questo testo in particolare, possiamo dire che ci sono una svariata quantità di professioni (cassiera, cantoniere, guardia forestale, praticamente tutte) che rendono, come tariffa oraria, guadagno mensile e quindi capacità di spesa del lavoratore, immensamente più della scrittura (sempre ammesso che uno venga pagato con regolare contratto e pubblicato). E Giulio Mozzi, lui cosa fa, di mestiere? Irrobustisce e incoraggia chi è preda dell’idea di scrivere; lo fa con tale proprietà e capacità, con tale passione e correttezza, con tale fascino direi, da convincere l’allievo che la fatica di sacrificare le ore da solo a scrivere e riscrivere sia una cosa fenomenale.
Nel caso specifico di chi sta scrivendo qui, cioè l’imprenditore (ma allora non lo era) che ha incontrato per la prima volta Giulio Mozzi il 25 Aprile del 2010, bene, egli avrebbe buttato via definitivamente il romanzo su cui stava lavorando da sei anni o sette, avrebbe probabilmente rinunciato a scrivere del tutto, se non avesse frequentato, insieme a un’altra decina di persone, un seminario di editing curato da Mozzi, il quale gli instillò nuovamente la passione per questa occupazione quasi inutile.

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Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo (finalmente)

21 luglio 2015

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Le “formazioni” a Milano (scrittrici e scrittori)

18 maggio 2015
Clicca sulle copertine, leggi la scheda

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Martedì 19 maggio alle 18.30, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7) prima pubblica presentazione dei due volumi – La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore – pubblicati dall’editore Laurana: il primo a cura di Chicca Gagliardo, il secondo a cura di Gabriele Dadati. I due volumi prendono ispirazione dalle due rubriche pubblicate per diversi mesi in vibrisse, e intitolate appunto La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore.

La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

27 ottobre 2014

di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

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Alessandra Sarchi, “L’amore normale”

18 maggio 2014

di Sandro Campani

[C’è tempo fino al 23 maggio per partecipare al gioco che ho proposto qui. gm].

Istruzioni per ricevere in regalo una copia del romanzo "L'amore normale" di Alessandra Sarchi

Ricevi in regalo una copia di questo romanzo

L’amore normale è un libro da leggere e da sottolineare, perché è scritto con cura e dedizione. Alessandra Sarchi è una scrittrice che scava, scava nella vita dei suoi personaggi, e tutto quello che riesce a estrarre e ripulire, anche le minuzie, cerca di illuminarlo con una luce di verità. Scava alla ricerca della profondità, della precisione, nello sforzo di dire esattamente, e nel modo più nitido e completo, proprio la cosa che vuol dire. Questo per me fa la differenza fra un libro che lascia un segno e un libro inutile. Non l’argomento, né la trama, ma questo atteggiamento verso i fatti, le cose e i sentimenti.
L’amore è normale: i suoi accidenti, i sussulti, i sensi, la routine, le rotture e le riappacificazioni, l’opprimersi a vicenda, l’illudersi, l’avanzare pretese sugli altri, tutte le sfumature dell’amore con cui ci si tormenta sono normali, miliardi di persone le hanno vissute prima di me, eppure in quel momento mi sento unico, e vorrei parlarne con tutti. Alessandra Sarchi riesce a raccontare questa normalità in modo che non sia mai banalità, e a dar conto, lavorando sul dettaglio, delle sensazioni dei suoi personaggi, della loro sensibilità – ogni cosa in questo libro è raccontata dall’interno, e questo ha a che fare soltanto in parte con l’uso della prima persona e delle voci multiple – senza mai trastullarsi con gli stereotipi o le metafore vacue. Non scrive per stupire. Ha maturato un grandissimo controllo della sua lingua. Devo essermi segnato forse sei o sette punti (brevi frasi, o espressioni, o soltanto un verbo) in cui ho sentito qualcosa di stonato (per esempio, un tragitto che “si snoda”, una figlia che “emana vibrazioni telluriche”, o uno sguardo che si punta addosso come “una sciabolata”: dopo anni e anni di telecronache di calcio su Mediaset, la “sciabolata” è diventata una di quelle parole inutilizzabili per una metafora, logore e urticanti, ma non è detto che Alessandra Sarchi guardi le telecronache Mediaset, e perciò la colpa è mia, che non sono più vergine rispetto a quella parola).

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