Posts Tagged ‘Simona Vinci’

Matrimonio e crudeltà

4 ottobre 2015

di giuliomozzi

I due genitori conviventi di un bambino di tre anni sono andati in Comune – in provincia di Bologna – e si sono sposati. La madre del bambino ha dichiarato, come riportato da un quotidiano:

Lo Stato ci costringe a farlo per tutelare la nostra salute e nostro figlio. Era l’unico modo. […] Ci siamo sposati per tutelare nostro figlio e perché le leggi dello Stato Italiano non garantiscono l’assistenza e la facoltà decisionale della compagna e del compagno di vita in caso di gravi malattie che purtroppo possono capitare a tutti. […] Trovo una pagliacciata tutto ciò che ruota attorno ad un contratto.

Un giudice del Tribunale ecclesiastico di Bologna (nonché avvocato) ha scritto, in un articolo apparso nel settimanale diocesano (ma cito da qui, non riuscendo a trovare l’articolo in rete):

Non si può decidere di sposarsi solo perché così si ottengono diritti e benefici che diversamente, non si avrebbero secondo la legislazione vigente. Così tutto perde il suo senso, diventa un pro-forma, una farsa, una simulazione: per l’ordinamento italiano quel matrimonio è nullo, così come è nullo il matrimonio celebrato al solo fine di acquistare la cittadinanza. Il senso di celebrare il matrimonio non può stare nella ricerca di una tutela istituzionale. […] Ridurre il matrimonio a un contratto significherebbe adulterarlo, come quando al buon vino si aggiunge l’acqua! E le istituzioni devono avere a cuore il matrimonio proprio per questo.

Se “la facoltà decisionale della compagna e del compagno di vita in caso di gravi malattie” può essere garantita solo dal matrimonio (e non, mettiamo, da vent’anni di amorosa convivenza), mi pare evidente che è l’ordinamento stesso a spingere verso il – chiamiamolo così – “matrimonio per tutela”. E che l’unico modo per far sì che non avvengano “matrimoni per tutela” è fare una legge che preveda “la facoltà decisionale della compagna e del compagno di vita in caso di gravi malattie”. Il nostro Parlamento ci sta lavorando, da anni, con estrema riluttanza.

La crudeltà esibita dal giudice del Tribunale ecclesiastico (e, visto il luogo della pubblicazione, avallata dalla Curia: suppongo) mi pare decisamente fuori luogo (sempre che la crudeltà possa, in qualche occasione, essere in luogo). Queste due persone, che si amano e vivono insieme e hanno un figlio, vogliono solo essere trattate in certe situazioni come se fossero ciò che sono: due persone che si amano e vivono insieme e hanno un figlio. C’è un modo per ottenere questo? Sì, uno solo: sposarsi. Che devono fare, dunque, queste due persone?

Queste due persone avrebbero potuto fare altrimenti. Avrebbero potuto, per esempio, sposarsi e stare zitte. Come gli amici miei che si sono sposati per accedere alle agevolazioni sul mutuo per la casa. O il mio anziano vicino che non potendo remunerare decentemente la badante l’ha sposata e l’ha resa erede dell’unico suo bene: la casa. O un celebre scrittore che adottò il compagno. Spesso l’ipocrisia – anche quella minore, fatta solo di omissione – rende più semplice l’esistenza.

Invece queste due persone hanno deciso di parlare, e secondo me hanno fatto bene.

(Ah: è vero che nell’ordinamento giuridico italiano il matrimonio non è un contratto, bensì un negozio giuridico. Ho l’impressione che negli ultimi decenni la popolazione italiana lo abbia sempre più percepito come un contratto).

Le “formazioni” a Milano (scrittrici e scrittori)

18 maggio 2015
Clicca sulle copertine, leggi la scheda

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Martedì 19 maggio alle 18.30, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7) prima pubblica presentazione dei due volumi – La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore – pubblicati dall’editore Laurana: il primo a cura di Chicca Gagliardo, il secondo a cura di Gabriele Dadati. I due volumi prendono ispirazione dalle due rubriche pubblicate per diversi mesi in vibrisse, e intitolate appunto La formazione della scrittrice e La formazione dello scrittore.

La formazione dello scrittore, 26 / Federico Platania

20 novembre 2014

di Federico Platania

[Questo è il ventiseiesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Federico per la disponibilità. gm]

La formazione del non-lettore

Tutti i miei compagni di scuola avevano la tv a colori. Io no. La mia casa era piena di statue. Nessuno dei miei compagni di scuola poteva dire altrettanto.
Credo che la mia relazione con la cultura sia stata segnata da questa diversità che io ho sempre vissuto con orgoglio. Mio nonno, Pasquale Platania, era uno scultore (ero il nipote di uno scultore!). La mia casa era piena di libri (quanti? sicuramente più di quanti ne vedevo nelle case dei miei compagni di scuola). A otto anni ero affascinato dall’atmosfera del salotto di casa mia con tutte quelle statue, quei libri e quel vecchio televisore dove mi rassegnavo a vedere Jeeg Robot D’Acciaio in bianco e nero.
Così affascinato che l’idea di prendere uno di quei libri per leggerlo non mi ha mai sfiorato. Per anni.
Ricordo però quel pomeriggio in cui mio padre, dopo aver preso un volume da uno scaffale, mi disse: vedi questo libro? Pensa che ci sono persone, anche molto intelligenti, che non sono riuscite a finirlo.
Quel libro era l’Ulisse di Joyce. Ecco. Se oggi sono un “lettore forte” è perché quel giorno mio padre (il quale, per paradosso, faceva parte di quel gruppo di lettori che non è riuscito a finire l’Ulisse) mi ha indicato una vetta da scalare, un traguardo da raggiungere. Sono stato folgorato sulla via della letteratura non grazie alla promessa di un piacere, bensì alla prospettiva di una difficoltà.
Dieci anni dopo sono sulla scalinata esterna dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ho quella copia dell’Ulisse tra le mani. E non mi sembra vero. Mi sento come uno scalatore che dopo una serie di ferrate in montagna giunga finalmente al giorno in cui è pronto per affrontare l’Everest.

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La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino

1 settembre 2014

di Rosella Postorino

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Rosella per la disponibilità. gm].

rosella_postorinoIl primo libro che ho rubato è Il conte di Montecristo, da uno scatolone confinato in una delle stanze dove si faceva Acr. Appena possibile, cioè a scuola, c’è stato Calvino, ci sono state le poesie di Saba nel sussidiario – mi incantavano le similitudini di A mia moglie, mi stupiva che si potesse paragonare una persona a una pollastra, una cagna, una giovenca, non per offenderla, ma addirittura per celebrarla; questo ribaltamento del linguaggio era una specie di prodigio, per me – e c’è stato anche Cuore, perché mia madre da ragazzina lo aveva amato, e quindi volevo amarlo pure io. I primi testi che ho letto erano scritti da uomini. Ma è grazie alle donne, se scrivo.

Ogni volta che da piccola incontravo una scrittrice i cui libri si leggevano in classe o erano compiti a casa, pensavo che allora era possibile, che avrei potuto scrivere anch’io.

Anne Frank è stata la prima di tutte. Perché era poco più che una bambina. Perché scrivere era per lei un tentativo di mettere ordine nel disastro della Storia precipitata a picco nella sua vita, di aprire finestre nei muri asfittici dell’alloggio segreto, di trasformare gli ingombranti inquilini in personaggi buffi, i litigi in commedia, la paura in immaginazione. Perché Anne era una testimone, e già a nove anni io assegnavo alla scrittura un valore testimoniale. Non di un’epoca storica o di una tragedia sociale, o non soltanto. La scrittura testimoniava di ogni singola esistenza accaduta come evento sulla Terra. Rivelando qualcosa di un singolo individuo – reale o fittizio, non aveva importanza – rivelava qualcosa di tutti, e lo faceva per tutti.

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La formazione della scrittrice, 24 / Simona Vinci

23 giugno 2014

di Simona Vinci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Simona per la disponibilità. gm].

Ricordo con chiarezza il tempo in cui nella mia vita la scrittura – la mia, ma soprattutto quella degli altri – non c’era: un tempo così breve da farmi pensare che, forse, nella mia vita la scrittura ci sia sempre stata, anche prima che imparassi a distinguerla e riconoscerla.
Ho cominciato a leggere molto presto, prima delle scuole elementari, e le mie letture da subito sono state voraci e onnivore. Nella casa dove abitavamo allora c’era una stanza che chiamavamo “la stanza della televisione”, era una specie di salottino, con un divano, una televisione ovviamente e un lungo scaffale che correva ad angolo su due pareti: lì, c’erano i libri di mia madre. Tascabili, edizioni economiche e Club degli Editori, soprattutto. I miei genitori non erano persone colte – nessuno dei due è laureato – ma mia madre è sempre stata una grandissima lettrice. Saggi, romanzi, poesie, filosofia, psicoanalisi. Leggeva nel modo confuso in cui leggono quelli che hanno fame ma non hanno le basi per apprezzare l’alta cucina; questo però le permetteva una grande libertà che piano piano la affinava e offriva a me un panorama – ristretto a quegli scaffali, certo, ma che vista!- che comprendeva universi distanti: Erica Jong stava accanto a Baudelaire, Pirandello di fianco a Erskine Caldwell e io tutto toccavo, sfogliavo e assimilavo.

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Una lettera e un articolo, seguiti da una conversazione

1 luglio 2010

Cari lettori,
Gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera si associano alla protesta di gran parte dei cittadini italiani contro il disegno di legge “bavaglio” che intende limitare l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, il diritto di informazione e la libertà di stampa nel nostro paese.
Questa legge, millantando di proteggere la privacy di molti, vuole salvaguardare l’impunità di pochi, stendere un velo di segretezza sulla criminalità organizzata e, contemporaneamente, reprimere ogni voce di dissenso.

Francesco Abate; Niccolò Ammaniti; Andrea Bajani; Eraldo Baldini; Giulia Blasi; Ascanio Celestini; Mauro Covacich; Giancarlo De Cataldo; Diego De Silva; Giorgio Falco; Marcello Fois; Anilda Ibrahimi; Nicola Lagioia; Antonella Lattanzi; Carlo Lucarelli; Michele Mari; Rossella Milone; Antonio Moresco; Michela Murgia; Aldo Nove; Paolo Nori; Giacomo Papi; Laura Pariani; Valeria Parrella; Antonio Pascale; Francesco Piccolo; Rosella Postorino; Christian Raimo; Gaia Rayneri; Giampiero Rigosi; Evelina Santangelo; Tiziano Scarpa; Elena Stancanelli; Domenico Starnone; Benedetta Tobagi; Vitaliano Trevisan; Simona Vinci; Hamid Ziarati; Mariolina Venezia.

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