Posts Tagged ‘Italo Calvino’

Zoologie fantastiche, e come trovarle

15 marzo 2017

di giuliomozzi

Quella che vedete qui a fianco è la copertina di uno dei libri che ho più volte riletto nei miei verdi anni (diciamo, più o meno, tra la fine delle elementari e l’inizio delle scuole medie): Il mondo vivente nei mari tialiani, di Enrico Tortonese, celebre biologo, e L. Rossi, scrittrice per l’infanzia della quale non so nulla. Si tratta di un romanzo didattico, come se ne scrivevano una volta: un gruppo di ragazzini, in vacanza al mare, incontra un giovane naturalista che li introduce a una conoscenza scientifica (molto accurata, e con ottimi disegni) della fauna e della flora marina; perlomeno di quella fauna e flora che si possono conoscere tra spiagge e scogliere. Essere figli di una coppia di biologi facilita certe opportunità.

Un altro libro che lessi e rilessi, ma del quale non ricordo l’autore o gli autori, s’intitolava Le rocce. Un altro ancora s’intitolava forse Dal pallone all’aeroplano, ma nel ricordo l’immagine del libro si confonde con quella di Dalla terra alla luna, di Jules Verne. Ma di tutti questi libri, scientifici o fantascientifici (di Verne avevamo anche Viaggio al centro della terra oltre a, naturalmente, Ventimila leghe sotto i mari), quello più affascinante era uno che non potevo leggere: perché era scritto in francese.

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“Maps of the Imagination: the Writer as Cartographer”, di Peter Turchi

24 settembre 2016

di Franco Foschi

[A volte succedono cose strane. Chiesi questa recensione a Franco Foschi ben due anni fa. Ieri, convinto di averla a suo tempo pubblicata, la cerco. Non la trovo. In effetti, non la pubblicai a suo tempo. Mi scuso con Franco].

peterturchi_mapsofimaginationCi sono dei libri che partono con dei presupposti arditi. Il libro di cui parleremo nelle pagine seguenti ne possiede uno apparentemente sconcertante, e cioè quello di assimilare il lavoro dello scrittore a quello del cartografo. Un gioco intellettuale, un paradosso per professori universitari, un bob bon per degustatori dello sfizio culturale?

A ben pensarci, la premessa teorica non è poi così forzata: se quando scriviamo pensiamo di andare in un luogo, e non di costruire qualcosa, ogni similitudine di questo libro appare chiara. Ma Peter Turchi si sforza di andare oltre. Le metafore non le cerca affatto, e quando accade soprattutto non le forza. Non si arrotola su testi o citazioni per rinvigorire il suo postulato. Non si arrocca in un linguaggio tecnico comprensibile solo ai felici pochi. No. Quel che fa è proprio tuffarsi in un gioco solare, sorridente, comunicativo e affabile, per dire tanto, raccontare, senza annoiare.

Ma veniamo al nucleo del suo argomentare. Le carte geografiche e la scrittura creativa, cos’hanno in comune? Sono, i loro linguaggi, in qualche modo sovrapponibili?

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“La vita in posa”, di Lillo Garlisi

25 febbraio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lillo_1bA volte gli editori si lasciano tentare dalla scrittura: così Giulio Einaudi, così Valentino Bompiani, così altri; e più spesso gli scrittori si lasciano tentare dall’editoria, e qui la lista sarebbe lunghissima: da Elio Vittorini a Vittorio Sereni, da Cesare Pavese a Italo Calvino, da Lorenzo Montano a Fruttero & Lucentini, eccetera, fino al recentemente scomparso Umberto Eco (dal 1959 al 1975 dipendente di Bompiani, e dipoi fino alla morte consulente): per un’informazione completa non posso che rinviarvi a questa vertiginosa lista, peraltro non aggiornatissima. Che dire dunque di Calogero Garlisi, universalmente noto come Lillo, fulcro gestionale di una pluralità di marchi editoriali (dal tecnico-professionale Novecento al “politico” Melampo, dal letterario Laurana all’elettissimo Versus destinato a palati giuridici), consulente aziendale di prestigio? Egli è popolarissimo in Facebook per una sua pregnante peculiarità: anziché, come tutti, farsi gli autoscatti (quelli che oggidì, orrendamente, sono chiamati selfie), Garlisi viaggia col fotografo appresso.

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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“Invivible Cities”, di Scott Emerson et al.

22 gennaio 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

diversitySe Le città invisibili di Italo Calvino è, senz’ombra di dubbio e a livello planetario, il libro (letterario) più amato dagli architetti e dagli urbanisti (ancor più di Flatland di E. A. Abbott, e scusate se è poco), questo volume collettivo provocatoriamente intitolato Invivible Cities (e pubblicato dalla Prince Town Diversity Press, casa editrice di cultura anarchica, antiaccademica e antiistituzionale) si candida a diventare il libro più odiato. Sembra che negli Usa sia diventato irreperibile in poche settimane: pur di farlo sparire, diverse associazioni professionali di architetti e urbanisti (da quelle parti, si sa, non esiste nulla di simile ai nostri ordini professionali) ne avrebbero fatta incetta. Noam Chinamsky, del Department of comparative irrelevance della South Park University, ha denunciato l’esistenza di una “congiura dei professionisti” e ha tentato di adottarlo come libro di testo ufficiale: ha incontrato però la rigida opposizione del senato accademico.

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Modernità e postmodernità di Mario Pomilio

9 novembre 2015

Intervista a Andrea Cortellessa

[Andrea Cortellessa, critico letterario, è il responsabile della collana fuoriformato, nata presso l’editore Le Lettere e oggi publicata dall’editore L’orma. In questa collana – molto particolare, come si vedrà – è stata ospitata la nuova edizione de Il quinto evangelio di Mario Pomilio].

Mi hai detto in privato, Andrea, di aver letto Il quinto evangelio «quasi vent’anni fa». Quindi, dato che siamo nel 2015 e tu sei del 1968, più o meno trentenne. Che ricordo hai di quella prima lettura? E quando l’hai riletto in vista della nuova pubblicazione in Fuori formato, ne hai ricavato un’impressione diversa?

pomilio_evangelio_LormaDoveva essere il 1996. Ci arrivai per una via doppiamente obliqua, che i pomiliani puri e duri (se esistono) potrebbero forse trovare offensiva, per la sua memoria, o comunque riduttiva. Offensiva spero non sia, riduttiva lo è senz’altro. Ha ragione Demetrio Paolin: all’Università, Pomilio, non si studiava (non credo si studi neppure adesso, se è per questo). Naturalmente ne avevo sentito parlare, però. Dai manuali ne usciva l’immagine di uno scrittore conservatore, un neorealista attardato con un di più d’inquietudine confessionale, cattolica (ma senza il torbido sensuale e controriformista che a noi miscredenti sessuomani fa tanto amare i cattolici veneti; il suo veniva presentato invece come un cattolicesimo socialdemocratico, pallidamente riformista, infeltrito e un po’ nasale, appenninico e terrone). Date queste premesse si potrà capire forse che, nella mia smania d’aggiornamento d’allora, sebbene leggessi un po’ di tutto e freneticamente, ritenessi che prima di lui c’erano tanti altri autori da leggere.

In particolare prima di lui avevo letto suo figlio Tommaso. Non dirò che per me Mario Pomilio fosse allora, prima di tutto, il padre di Tommaso; ma più o meno era così, in effetti. Anche perché Tommaso non era solo l’autore di libri esoterici e misteriosi, che mi affascinavano, ma era anche una persona, viva e squisita, ed esoterica e misteriosa, che mi affascinava (e tuttora mi affascina). Va aggiunto che Tommaso è stato il mio grande passeur, il mio iniziatore alla poesia contemporanea (per me allora la poesia si concludeva, come da programmi universitari, più o meno con la Z di Zanzotto; era luil’ultimo poeta, come da allora è continuato a essere per Giulio Ferroni, i cui seminari allora seguivo con passione); sottobanco, nei corridoi della «Sapienza», mi metteva a parte dei «sodalizi clos-iniziatici» (mi è rimasta impressa questa sua formula) in cui era coinvolto in prima persona. Ma con un di più di pudore mi faceva capire, in pari tempo, che quella scelta remota e per certi versi comprensibile – di cambiarsi il cognome da «Pomilio» in «Ottonieri» –, dopo la scomparsa di Mario aveva preso a pesargli. Perché a dispetto di tutto – dei conflitti che aveva avuto con lui e colla cerchia di amicizie che lui aveva avuto in vita, e che anche dopo la morte continuavano a soffocarlo nel cordone sanitario dello “scrittore cattolico” – lui, Tommaso, era convinto che si trattasse di uno scrittore importante. Non solo per lui, voleva dire (che in nome del padre ha poi scritto il suo libro forse più bello, Le Strade Che Portano Al Fucino: che la sorte vorrà sarò proprio io a pubblicare, nella prima fuoriformato, quella de Le Lettere). Così lessi Il quinto evangelio – e scoprii quello che era, non solo per me evidentemente, un capolavoro sconosciuto (non fu certo quella, del resto, né la prima né l’ultima mia lettura tardiva). Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente. Che fuoriusciva da tutte le scuole, che eccedeva tutti i canoni, che veniva da tutti i libri e da nessuno.

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Appunti su Mario Pomilio, “Il quinto evangelio”

29 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Antefatto. “Come una narrazione”

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nell’agosto di quest’anno ero seduto fuori da una piccola chiesa in un luogo non ben definito tra Abruzzo, Marche e Lazio. Questa piccola chiesa, il Santuario dell’Icona Passatora, ha conservato in ottimo stato un bellissimo ciclo di affreschi del ‘400. Mentre sono lì che aspetto il sacerdote perché venga ad aprire l’edificio, penso che Pomilio potrebbe aver passato una domenica tra queste montagne. Me lo vedo seduto, come me, sul bordo di una fontana di pietra di fronte la chiesa a contemplare un paesaggio così simile a quello che lui descrive ne Il quinto evangelio [QE]: montagne, boschi e chiese solitarie, nelle quali eremiti e abati scrivono e dialogano tra di loro su un fantomatico testo che corre lungo la storia dell’uomo e che potrebbe cambiarla.

Quando il prete arriva, mi fa entrare e accende le luci: il colpo d’occhio è incredibile; è come se tutte le immagini mi venissero incontro. C’è qualcosa di familiare, ma non riesco a spiegarlo in nessun modo, il mio interlocutore mi toglie dall’imbarazzo, dicendomi: “Sembra che parlino alle persone. Era il modo che aveva la Chiesa di annunciare l’evangelio”. Dice proprio “evangelio”, in questo modo, così come il titolo del libro. Mi sorride e continua: “Una volta per annunciare la novella si usavano le immagini. Questo affresco è qualcosa di più: non ci sono solo le storie del vangelo e quelle della pietà popolare, ma anche rappresentazioni dei concetti presenti nelle lettere apostoliche”. Così mi porta verso un dipinto: si intravede una collina, con tre croci innalzate. “È una crocifissione”, dico io. Lui mi guarda: “No, questa è la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare il passaggio dove Cristo viene indicato come il nuovo Adamo”. Guardo con più attenzione e vedo che il pittore ha fatto in modo che il sangue dei piedi di Cristo scenda lungo il legno per filtrare in una specie di montagnola di terra dove si intravede un teschio. “È il teschio di Adamo”, dice il prete, “il sangue di Cristo salva l’umanità che viveva nella morte rappresentata da Adamo”. Dopo un po’ di silenzio, il prete aggiunge: “Tutti, così ci ha salvati”. Quindi mi saluta e va da altri turisti a raccontare le storie di questi affreschi.
Così non appena penso di scrivere le mie note di lettura al QE, mi torna alla memoria quel giorno d’agosto e l’affresco, come se lì davanti a quei dipinti avessi intravisto il significato della bellezza del romanzo di Pomilio, di cui gli appunti a seguire sono un semplice tentativo di razionalizzazione.

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Leggere (e rileggere) Mario Pomilio oggi, nei frammenti di un’amicizia

28 ottobre 2015

di Donatella Trotta

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il 4 agosto 1953, Mario Pomilio trentaduenne scriveva da Avezzano (L’Aquila) all’amico Michele Prisco, con il quale era iniziato – il 9 ottobre 1950 – un corposo carteggio che si sarebbe ben presto declinato, da un’iniziale e rispettosa colleganza, in salda, affettuosa, fedele (e reciproca) amicizia quarantennale, letteraria e umana, fondamento esistenziale e professionale, per entrambi, oltre che singolare coincidenza di destini incrociati e spunto, oggi particolarmente utile, per un esercizio postumo di “memoria attiva”:

[…] Non so come ringraziarti. Voglio però cogliere l’occasione per esprimerti per iscritto la mia riconoscenza: a voce non ne sono stato capace. La tua amicizia, la tua cordialità, il tuo incoraggiamento hanno avuto su di me un effetto veramente benefico. Per sfiducia nelle mie forze avevo ormai abbandonato da tempo ogni velleità letteraria e mi ero messo a un lavoro di critica senza soddisfazione e senza meta, solo pel puntiglio di fare qualche cosa, di non dirmi veramente vinto. Ma sarebbe difficile descriverti quanto scoramento e quanto malcontento c’era dietro quel puntiglio. Non è un caso che alla stessa poesia io abbia messo mano solo dopo averti rivisto. Avevo sempre sentito il bisogno di un amico col quale consigliarmi, dal quale farmi guidare e che, pur segnalandomi gli errori, mi indicasse le mie possibilità, mi aiutasse a chiarire me stesso. Perciò la mia riconoscenza è di quelle che non possono esprimersi a parole.

Questo passo inedito risulta, a mio avviso, particolarmente significativo per ri-avviare una riflessione, oggi, su Mario Pomilio: non tanto (o non soltanto) sul piano meramente privato, per le illuminanti tonalità, vorrei dire intime, con cui lo schivo e riservato autore abruzzese manifesta ad esempio con estrema chiarezza la sua fedeltà al sentimento del primato degli affetti, e al valore della lealtà e dell’amicizia, ben sintetizzato in un celebre passo del Commento di Giovanni Crisostomo alla Lettera ai Tessalonicesi: “Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico; per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza”. Non solo. Confidando a Michele, di un anno più grande, il proprio travaglio interiore legato a precise stagioni biografiche (dall’impegno nella ricerca e nell’insegnamento, dopo la laurea in Lettere alla Normale di Pisa, attraverso il fecondo biennio di “sradicamento” europeo, vissuto con borse di studio tra le università di Parigi e Bruxelles dal 1950 al 1952, fino all’iniziale attività poetica, dispiegata tra il 1948 e la fine degli anni ’50 prima del precisarsi della sua vocazione di narratore e critico “militante” anche nel lavoro di giornalista), nella sua lettera autografa Pomilio dissemina, infatti, pure preziosi “indizi” subliminali utili a una prospettiva paratestuale (ma anche peritestuale ed epitestuale) quale quella del mio presente – e inevitabilmente sommario, in questa sede – contributo di testimonianza. E lo fa proprio alla vigilia del suo esordio narrativo con il romanzo L’uccello nella cupola, scritto tra maggio e giugno del 1953, pubblicato nel 1954 e dedicato appunto a Michele Prisco che in effetti ne incoraggiò l’uscita, seguendo l’opera sin dal suo concepimento e stesura capitolo per capitolo, poi sostenendola presso Bompiani e anche dopo, attraverso una rete di recensori e di segnalazioni (anche a Corrado Alvaro, membro della giuria letteraria del Premio Marzotto, che il romanzo di Pomilio infine vinse, segnalandosi così anche al grande pubblico).

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Mario Pomilio, uno scrittore né apocalittico né integrato

27 ottobre 2015

di Giuseppe Lupo

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

1. Ammettiamo che sia esistita, dagli anni Cinquanta ai Settanta, una linea di scrittori non riconoscibili nella divisione fra apocalittici e integrati, individuata da Umberto Eco nel 1964. Ammettiamo pure che le questioni della modernità, così come sono state declinate in Italia prima e dopo il boom, abbiano generato piste alternative sia alla cosiddetta letteratura del rifiuto, sia all’utopismo urbano che fa capo a Calvino. Se qualcosa del genere è stato prodotto, di sicuro avrebbe avuto in Mario Pomilio il suo capofila. I tratti distintivi non mancano e sono da rintracciare, oltre che nei pronunciamenti di un cristianesimo a forte vocazione laica, anche in quella particolare nozione di dissenso con cui egli si è posto di fronte ai paradigmi della Storia, certo non per chiamarsi fuori, per negarla o esautorarla, ma per travalicarne i risultati, per rifondare su altre regole il sentimento del vivere comunitario e dare azione compiuta alla voce inascoltata del Vangelo. In altre parole, per varcare la Storia e vincerne “la malinconia”, come avrebbe affermato egli stesso negli Scritti cristiani (1979).

Sottolineare la natura profetica e politica dei libri di Pomilio, a venticinque anni dalla morte, dunque in una stagione ormai aperta ai bilanci, non significa sminuire i vincoli di parentela con l’entroterra religioso (che sono infiniti, inossidabili e fino a qualche decennio fa addirittura facile pretesto di ghettizzazioni culturali), semmai rileggerli quale manifesto di una lontananza da tutto ciò che si definisce civiltà contemporanea. Non condividere i caratteri di un’epoca vuol dire scegliere una strada di implicita disobbedienza, svolgere un’azione corrosiva nei confronti del momento in cui tocca vivere. A suo modo, disobbediente e corrosivo Pomilio lo è stato (come non ricordare almeno nel titolo il suo Contestazioni) e, senza ricorrere ai clamori della protesta e della rabbia, ha fatto suo il protocollo delle responsabilità morali che gravano sugli intellettuali e si è impegnato a cercare non il “senso dell’essere” ma il “senso del fare”, a seguire non tanto la “tentazione mistica” quanto l’“esigenza di razionalità”.

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La parola e le catene (editoriali)

26 ottobre 2015

di Gabriele Frasca

[Questo intervento di Gabriele Frasca apre il “convegno online” Il ritorno di Mario Pomilio, scrittore europeo. Vedi l’introduzione di Demetrio Paolin].

[Preleva l’intervento di G. Frasca in pdf]

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nessuno può tenere in catene la parola. Con questa variazione da un ben noto passo deuteropaolino, che recita in verità “non s’incatena [dedetai] la parola di Dio” [2 Tim 2, 10], iniziavo il saggio che ora accompagna la nuova edizione del Quinto evangelio che con questo nostro convegno telematico in qualche modo festeggiamo; e ne sono personalmente felice, e grato a chi ne ha avuto l’idea. La citazione, tratta da quella stessa seconda lettera a Timoteo in cui l’apostolo (o chi per lui) esorta a rifuggire i più tipici piaceri intellettuali (i “vaniloqui profani” [2, 16] e le “ricerche insensate e non istruttive” [2, 23]), mi è servita in quell’occasione per tentare di seguire una doppia parabola: quella disegnata nel testo, vale a dire l’affannosa ricerca del vangelo nascosto che lo anima, e l’altra che il romanzo di Pomilio, letteralmente sparendo dopo l’iniziale successo, è come se avesse a sua insaputa intercettato. C’è qualcosa di sorprendente, lo sappiamo, nella storia stessa della ricezione di quest’opera, che è come se insomma avesse finito col contenere inconsapevolmente se stessa, e avesse messo in scena un dramma, un dramma culturale, quello per l’appunto della sparizione di un testo, che l’avrebbe vista inopinata protagonista. Nessuno può tenere in catene la parola, concludevo a un certo punto di quel saggio; sempre che un assordante rumore di fondo non la riduca a un bisbiglio.

Di motivi per questo strano destino che si è abbattuto sul Quinto evangelio, ho provato a fornirne in quell’occasione; eppure non si può dire che ne abbia trovato uno così convincente da acquietarmi. Di sicuro la svolta ultraliberista dell’intero sistema occidentale a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, e dunque la progressiva nascita dei monopolî editoriali, potrebbe bastare a motivare l’improvvisa sfortuna di un’opera che non nacque certo per intrattenere. Magari per far riflettere, persino per salvare, ma non di sicuro per limitarsi a far trascorrere il tempo da una stazione della metro all’altra, ove mai si fosse così fortunati da trovare un posto a sedere, o l’angolo giusto dove aprire il proprio libro senza sbatterlo in faccia al malcapitato vicino. Non c’è più tempo, e magari nemmeno spazio, in un mondo governato da quello che Alain Supiot ha recentemente definito la “gouvernance par les nombres”, per avere a che fare con un testo che non nasconde la voglia d’imbrigliare il lettore, e sprofondarlo nelle sue riflessioni. Con l’intento fra l’altro persino dichiarato di farne ben altro che una x valore di variabile. Sarà dunque questo il motivo della sua sparizione, fino alla meritevole edizione che stiamo in qualche modo salutando.

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Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti

28 gennaio 2015

di Daniela Grandinetti

[Questo è il decimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Daniela per la disponibilità. gm]

daniela_grandinettiNe La lingua salvata Elias Canetti dice che “la diversità degli insegnanti è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita”. Questa rubrica lo dimostra.
Non sono frequenti le occasioni per raccontare le esperienze, i dubbi, le scelte che accompagnano il viaggio di un insegnante – tra entusiasmi e frustrazioni – quindi ben venga questa occasione che può servire, in primis, a chi scrive, come momento di riflessione, “un fare il punto”.
Si sente dire che la scuola è rimasta forse l’unica agenzia culturale a difendere l’ultimo baluardo di formazione, oggi che gli adolescenti spesso non hanno significative esperienze di vita associata ispirata a un ideale o a uno stile di vita. Le forme associative più diffuse sono quelle legate alla pratica di uno sport, quando praticato, né più oratori né politica; è quindi forse vero che la scuola ha questo ruolo più che in passato.
Io appartengo alla schiera di insegnanti che ancora crede nel ruolo educativo della scuola. Mi sono formata alla scuola della letteratura più che della pedagogia.
Sono stata un’adolescente inquieta e curiosa, nata in un piccolo centro in provincia di Catanzaro, dove sono cresciuta a pane musica e cinema e dove con un piccolo gruppo facevo teatro. Ricordo ancora una sera nel teatro della nostra città uno spettacolo che scandalizzò la platea: era l’Antigone del Living Theater, una di quelle esperienze che ti indicano la strada per capire che respiro vuoi seguire.
Ho frequentato il liceo classico e quando mi sono iscritta all’università avevo in testa una sola cosa: non volevo insegnare, quindi ho scelto Lingue. Ero una studentessa fuori sede a Firenze con grandi aspettative, ma l’esperienza universitaria in parte è stata deludente, contrassegnata da un grande confusione e, poiché non ero sicura di ciò che avrei voluto fare, ho fatto ciò che mi piaceva fare. Mi sono iscritta ai corsi di inglese e russo più per studiare la letteratura che non la lingua, ho cominciato a dare esami in libertà (allora i piani di studio lo permettevano con i cosiddetti esami facoltativi) passando per estetica, storia del cinema, storia del teatro, storia del giornalismo e così via. Strada facendo però ho capito che le lingue non erano la mia strada, anche se poi le ho imparate, e mi sono laureata in Lettere. Da sempre sono stata una lettrice onnivora, appassionata di cinema, musica, teatro, scrittura, ma anche sport (soprattutto atletica) e danza, da quella tribale a quella contemporanea.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea

21 gennaio 2015

di Sergio Pasquandrea

[Questo è il nono articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

Sergio_PasquandreaNon è che io abbia scelto di fare l’insegnante di lettere. È proprio che, ripensandoci, mi chiedo: ma che cos’altro sarei potuto diventare, nella vita?
A quattro anni, leggevo le favole a mio nonno. Sì, io a lui. E no, non sapevo leggere: avevo imparato a memoria tutti i libri che c’erano in casa, compresi i punti in cui bisognava voltare pagina. L’imitazione era perfetta, tranne quando non c’erano le figure, perché allora, mancandomi i riferimenti, correvo il rischio di tenere il libro a rovescio.

Ricordo poco della materna, e quel poco ha scarsa rilevanza didattica; avevo due maestre: una di cui non ricordo il nome, alta e altera, un’altra che si chiamava Ines, piccoletta e sempre sorridente.
Alle elementari ebbi una maestra bravissima: Vilma Porporino, che il cielo l’abbia in gloria. Coniugata Zaza, e coniugata a scuola, nel senso che anche il marito era un maestro (i maestri elementari, specie ormai estinta in tempi di assoluto predominio didattico femminile). La scuola era un edificio umbertino, al piano di sopra c’era la sezione delle medie dove insegnava mia madre. Sì, sono figlio d’arte, anche se figlio deviato perché lei ha insegnato per trent’anni matematica e scienze.
Delle medie ricordo poco o nulla, chissà perché, e anche qui quel poco non ha rilevanza per la mia futura professione. Però ricordo i testi di narrativa di tutti e tre gli anni: in prima Sussi e Biribissi di Collodi nipote, in seconda Il ragazzo rapito di Stevenson e in terza Il Gattopardo. Il secondo e il terzo, li annovererei ancor oggi fra i libri della mia vita.
A parte questo, a tredici o quattordici anni avevo fatto fuori tutto ciò che di leggibile c’era in casa, e posso assicurare che ce n’era parecchio. Cominciai ad accumulare libri, più di quanti riuscissi a leggerne. Non ho ancora smesso.

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 4 / Rossella Monaco

15 gennaio 2015

di Rossella Monaco

[Chi volesse proporsi per la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di scrittura creativa – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Rossella per la disponibilità. gm]

rossella_monacoHo ventotto anni appena compiuti e sono un “insegnante di scrittura creativa” da due. Ogni volta che salgo in cattedra non mi sento in grado di insegnare nulla. Mi ci ritrovo sempre un po’ per caso, spinta da tre tipi di necessità: far quadrare i conti, continuare un percorso che da un certo momento in poi è sembrato inevitabile, cercare di non disinammorarmi. All’inizio della mia strada ero piena di concetti ingenui sulla scrittura e il mondo editoriale.
Chi scrive si vergogna quasi sempre di ciò che ha creato e oggi guardando indietro alle mie prime prove, a dieci anni fa, mi chiedo cosa avrei prodotto se allora mi fossi trovata davanti me stessa, in un’aula o in una chat. Non sempre la risposta è confortante. Guardo i volti delle persone che partecipano ai miei corsi: le prime lezioni, ci vedo sconforto, sogni infranti, voglia di mettersi in gioco e di impressionarmi; alla fine, ci vedo consapevolezza. E questo mi dà energia. Paragono l’esperienza dei corsi, con ingenuità e anche un po’ di divertimento, ai miei nove anni, a quando la maestra ci salutò prima delle feste di Natale dicendoci che Babbo Natale non esisteva. Quello che seguì fu un misto di ammirazione e odio. Credo che gli iscritti provino questo nei miei confronti. L’ho capito guardandoli ma anche e soprattutto dai questionari di valutazione anonimi che sottopongo loro alla fine di ogni percorso didattico. Se c’è una cosa che ho imparato dai corsi di scrittura creativa, dai miei alunni, e da questo metodo di valutazione del mio lavoro, è che anche l’ultimo arrivato può insegnare molte cose. È per questo che ho preso coraggio e nonostante la scarsa esperienza, sono qui a raccontare il mio percorso. Funziona come in un circolo di alcolisti anonimi, credo: condividere aiuta me a focalizzare il percorso e spero possa servire ad altri, anche solo a intrattenere o a scatenare insulti o indifferenza, a piacere.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla

14 gennaio 2015

di Elianda Cazzorla

[Questo è il l’ottavo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Elianda per la disponibilità. gm]

Elianda CazzorlaVedo tre linee che si intersecano sinuose e divergenti e poi si moltiplicano nel mio andare quotidiano. A scuola, nei corridoi, tra i banchi quelle linee si incontrano, si intrigano, si cercano. Il mio e il loro. Leggere. Scrivere. Apprendere. Diventano un labirinto di linee nell’acqua ghiaccia, come sono lì ora i rami riflessi in una vaschetta vuota nel mio giardino, in terra. Giochi d’inverno. Sospese le ore di lezione. Posso fermarmi. Quante linee in tre decenni e un po’ più d’anni? Magia di ogni giorno, fuori e dentro quelle mura. Incrocio di sguardi, pensieri ed emozioni. La loro crescita, la mia crescita A scuola. In ogni stagione.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Finita la quinta ora, alle 13,00, una corsa al supermercato. In fila alla cassa aspetti e leggi un post in Facebook. E pensi. Non posso non parlarne in classe. E paghi. Domani lo farò e chiederò di usare quel testo come modello di scrittura per raccontare un aneddoto delle vacanze natalizie. E ti fermi davanti al rosso. Tempo circoscritto. Non più di dieci minuti. Spazio delimitato. Per esempio: dal dottore. Scena senza commenti. Alternanza di punti di vista. Dialoghi brevi ed essenziali. Chiusa ad effetto. Riparti. I miei studenti del liceo artistico, devono conoscere Matteo Bussola. È un fumettista e loro, che amano disegnare, non possono non leggere i suoi testi così chiari e intensi, devono saper guardare e saper andare in fondo, oltre a dividere la scena in quadri. Devono saper scrivere, interrogarsi. Scegliere. Spegni il motore. Scarichi la spesa. Entri in casa. E saper leggere qualsiasi tipo di testo.

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

24 novembre 2014

di Vanni Santoni

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male.

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La formazione dello scrittore, 23 / Roberto Deidier

6 novembre 2014

di Roberto Deidier

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Roberto per la disponibilità. gm]

di Roberto Deidier

Si forma, uno scrittore? E come? Ci sono modi che possiamo riconoscere o condividere? Certo non ci sono modi standard. Forse ce ne sono stati in passato, quando la poetica non era un’opzione ma una norma; lo scrittore moderno, al contrario, ha saputo conquistarsi una dose di libertà, sufficiente per affrancarsi da imposizioni e diktat d’ogni genere. Cosa abbia saputo fare di questa libertà, com’è ovvio, diventa un altro discorso. Resta che a ciascuno sono spettati i modelli e le letture, in cui si è imbattuto quasi sempre per caso.

Per me, come per tanti altri, la scuola è stata un’occasione importante. Non solo quella del liceo, che mi ha messo in contatto con i classici, ma quella primaria, con le filastrocche e le poesie del sussidiario. E con un maestro che ci metteva sotto gli occhi gli antenati di Calvino e i personaggi impronunciabili delle Cosmicomiche: vero carburante per l’immaginazione di ogni bambino. Gli infiniti di Leopardi erano già dietro la porta. Ma ricordo, tra i soliti poeti delle elementari (Pascoli e Ungaretti furoreggiavano nei libri di testo), Prévert, con una curiosa poesia, la prima lunga poesia che mi fu chiesto di mandare a mente. Non ne so più un verso: s’intitolava Per fare il ritratto di un uccello e suggeriva, per la riuscita dell’impresa, di cominciare dal disegno di una gabbia, per poi rappresentare l’uccello con le piume colorate; infine si doveva cancellare la gabbia. Strana e bella allegoria della scrittura che tenta di imprigionare il mondo, e poi ne apre tanti altri più ampi, ma allora non potevo saperlo e pure se lo avessi saputo non lo avrei compreso. Così cominciavo a scrivere senza capire quello che stavo facendo: la gabbia era diventata la mia stanza, ascoltavo i muri, la loro vita interna fatta di tubi e suoni misteriosi e appuntavo queste sensazioni in un quaderno che finì perso da un trasloco all’altro.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 1 / Deborah Donato

5 novembre 2014

di Deborah Donato

[Questo è il primo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Deborah per la disponibilità. gm]

Deborah DonatoInsegno Lettere, adesso ho scelto.
Forse sono un’insegnante di Lettere un po’ atipica, perché ho a lungo studiato la letteratura da un’altra prospettiva. Mi sono laureata in Filosofia nel 1997, con una tesi sull’estetica e la semiotica di Umberto Eco. Fin da quei tempi, il mio interesse era “imparare a leggere”. La mia tesi, infatti, nasceva dall’interesse verso la figura del lettore modello e della cooperazione fra autore e lettore nei testi. Mi sono addentrata non solo nella filosofia di Eco e nella letteratura di Borges e Calvino, per fare la tesi, ma ho preso dimestichezza con Roland Barthes e la semiologia, Derrida e il decostruzionismo. L’interesse per il fenomeno del linguaggio mi ha poi portato a svolgere un dottorato sulla filosofia di Ludwig Wittgenstein e a indagare la differente concezione di linguaggio in filosofi quali Croce, Russell, Frege, Gadamer, Morin. Il lavoro accademico, proseguito con una borsa post-dottorato, si alternava all’apprendistato di insegnante. Nel 2004, infatti, presi l’abilitazione per insegnare filosofia e storia nei licei.
L’attenzione verso la lingua si è imposta anche attraverso il mio lavoro di traduzione di alcuni testi di Hegel e di Schrödinger; mi sono resa conto che la traduzione è un genere sommo di scrittura, che coinvolge non solo competenze grammaticali, ma conoscenza degli stili, delle pause di un autore, del suo lessico e perfino della sua cattiva punteggiatura.

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La formazione dello scrittore, 20 / Gherardo Bortolotti

23 ottobre 2014

di Gherardo Bortolotti

[Questo è il ventesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Gherardo per la disponibilità. gm]

bortolottiParlare della mia formazione, come scrittore, vuol dire essere certo di un presupposto mai ovvio, cioè quello di essere davvero uno scrittore.
Non voglio giocare su un facile paradosso. Ho pubblicato testi in circuiti “ufficiali”; qualcuno li ha letti (in limitati ma effettivi casi, ha acquistato il supporto che li conteneva); certe persone con il ruolo più o meno consolidato di scrittore, e di critico, hanno scritto cose su ciò che scrivo e sulla mia scrittura; sono stato nominato e invitato in contesti “da scrittore” in qualità di scrittore (non ultima questa rubrica). Carte alla mano, per così dire, posso affermare di essere uno scrittore. Molto marginale, un autore da circuiti ristretti, quasi da appello nominale, ma tale e quale. Conforme.

Tuttavia, rimane il fatto che sono un cittadino medio di quarant’anni, un padre di famiglia, un impiegato, che dirigo una cooperativa di sessanta dipendenti, che mi occupo di biblioteche di pubblica lettura e che, nel corso della settimana tipica, dedico alla scrittura (leggendo altri scrittori, seguendo le eventuali notizie dal “mondo della scrittura”, partecipando a progetti legati alla scrittura, scrivendo) una frazione residuale del mio tempo e della mia attenzione. Per dirla tutta, nel corso delle settimane tipiche non dedico alcuna risorsa alla scrittura: sono eccezionali, in senso proprio, quelle in cui lo faccio.

Ma il tema, come dice il titolo, non è la contraddizione fin troppo metafisica tra scrittura e vita, né l’evoluzione in corso nell’industria culturale, che smonta i modi e i tempi dell’apprendistato e dell’affermazione di uno scrittore – e che costringe figure come la mia a porsi il problema, comunque, se si è o no “scrittori”. Il tema è la formazione dello scrittore. In altri termini, com’è che dalla condizione polimorfa del non-scrittore ho avuto accesso a quella, certamente più orientata, dello scrittore.

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La formazione della scrittrice, 35 / Paola Rondini

6 ottobre 2014

di Paola Rondini

[Questo è il trentacinquesimo articolo della serie La formazione della scrittrice, alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore. Ringrazio Paola per la disponibilità. gm].

paola_rondiniMia madre teneva i libri impilati a terra vicino al letto, il suo amore per una certa trasandatezza (per lei sintomo di chiarezza interiore) le impediva di averne cura: grandi pieghe come segnalibro, copertine con tracce di tazzina di caffè, polvere eloquente sopra quelli che non aveva gradito. Quando mio padre vedeva che la pila, aumentando, traballava, li spostava su qualche scaffale.
Lei leggeva tutte le sere con una dedizione militaresca, mentre lui dimostrava uno strano rapporto coi libri; non ne apriva uno per anni e poi, come in preda a qualche folgorazione stregonesca, leggeva febbrilmente per settimane, in camera sua o in qualche anfratto della casa, invaghendosi di biografie di personaggi secondari: spie meticce, ministri decaduti, attori, cuochi, autisti, guardiacaccia persino; il buco della serratura delle storia, diceva.
Nella libertà anarchica che vigeva in casa, nella velocità con cui i miei genitori entravano e uscivano, scomparivano e riapparivano, ingenui devoti del boom economico degli anni ’70, io non lessi le fiabe e nemmeno i fumetti, ma attinsi direttamente dalla incoerente, sbilenca, variopinta biblioteca dei miei, leggendo tutto ciò che riuscivo ad afferrare per altezza.

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