Posts Tagged ‘Federico García Lorca’

La formazione dell’insegnante di Lettere, 6 / Michela Fregona

10 dicembre 2014

di Michela Fregona

[Questo è il sesto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Michela per la disponibilità. gm]

MichelaFregonaSi chiamava Giuseppe Martini, e a usare il tempo passato faccio fatica, perché c’è ancora una parte di me che non vuole credere che sia successo quello che, poi, è successo.
La prima volta, era il 2002: rosso, di capelli e di faccia, gli occhiali montatura di metallo. Ho un ricordo di sole, fuori dalle finestre grandi della scuola: come sempre, in settembre. Noi, tutti, nell’aula. Mattina, pomeriggio; e poi, ancora, mattina, e pomeriggio. Venti solide ore.
E fuori il sole, a scaldare che faceva venire le malinconie da autunno in montagna – ecco, avevo pensato appena varcata la porta che, di lì a una decina di giorni, avrei infilato quotidianamente fino al luglio successivo, questo è un giorno da scappare in laguna, le ombre già si allungano e tu sei qui; altro che corso di formazione. La vergogna del pensiero era stata subito pari al senso di ribellione: mai stata brava a fare Lucignolo…
A un certo punto della lezione, lui si toglieva il maglione: arrotolava le maniche della camicia, spingeva gli occhiali indietro sul naso, con la nocca dell’indice, e, intanto, si stropicciava la bocca e il mento con la sinistra. Me lo ricordo così: fermo, in quella concentrazione.
Eravamo: impegnativi. In realtà, esistono pochi uditori più impegnativi di una classe di insegnanti.
E noi eravamo la periferia della periferia dell’insegnamento: eravamo il Ctp, Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Una cosa nata, ministerialmente, cinque anni prima, sulla scorta di cinquant’anni di scuola e corsi per lavoratori. Il carcere di giorno, di sera l’aula multiplex: multilingua, multietà, multietnia, multiscolarizzazione, multimotivazione; multi-tutto.
Com’è che ero finita lì?
Lo avevo scelto. Ovvio.

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La formazione della scrittrice, 31 / Anna Maria Bonfiglio

8 settembre 2014

di Anna Maria Bonfiglio

[Questo è il trentunesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Anna Maria per la disponibilità. gm].

Adolescente, avevo una sola certezza: “essere” scrittrice. La difficoltà era costituita dal fatto che non avevo nessuna idea di quali strumenti fossero necessari per arrivare ad esserlo. A scuola andavo bene, il primo tema che svolsi all’Istituto Santa Caterina aveva preso nove ed era circolato per tutte le classi, tuttavia la professoressa Rinaldi mi aveva segnato in blu tutti gli aggettivi in eccesso e mi aveva consigliato di cancellarne quelli inutili dopo che avessi terminato la scrittura di un qualunque testo, foss’anche una lettera privata. Un avvertimento che non ho mai dimenticato e che tengo sempre a mente quando scrivo. La scrittura mi seduceva come una sirena, la lettura mi ammaliava.

Leggevo ciò che capitava: libri, riviste, il vocabolario, l’Enciclopedia Rizzoli-Larousse, i fascicoli del Milione, enciclopedia geografica a dispense, persino i giornali con i quali il verduraio avvolgeva gli ortaggi. Lettura compulsiva e disordinata, in cui era assente ogni concetto di metodologia. Dalla biografia di Hemingway al Dottor Živago, da L’amante di Lady Chatterley alla Certosa di Parma. E tanta poesia: Neruda, Pavese, Lorca, i libri erano come le matrioske, da ognuno ne veniva fuori un altro.

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