La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino

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di Rosella Postorino

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Rosella per la disponibilità. gm].

rosella_postorinoIl primo libro che ho rubato è Il conte di Montecristo, da uno scatolone confinato in una delle stanze dove si faceva Acr. Appena possibile, cioè a scuola, c’è stato Calvino, ci sono state le poesie di Saba nel sussidiario – mi incantavano le similitudini di A mia moglie, mi stupiva che si potesse paragonare una persona a una pollastra, una cagna, una giovenca, non per offenderla, ma addirittura per celebrarla; questo ribaltamento del linguaggio era una specie di prodigio, per me – e c’è stato anche Cuore, perché mia madre da ragazzina lo aveva amato, e quindi volevo amarlo pure io. I primi testi che ho letto erano scritti da uomini. Ma è grazie alle donne, se scrivo.

Ogni volta che da piccola incontravo una scrittrice i cui libri si leggevano in classe o erano compiti a casa, pensavo che allora era possibile, che avrei potuto scrivere anch’io.

Anne Frank è stata la prima di tutte. Perché era poco più che una bambina. Perché scrivere era per lei un tentativo di mettere ordine nel disastro della Storia precipitata a picco nella sua vita, di aprire finestre nei muri asfittici dell’alloggio segreto, di trasformare gli ingombranti inquilini in personaggi buffi, i litigi in commedia, la paura in immaginazione. Perché Anne era una testimone, e già a nove anni io assegnavo alla scrittura un valore testimoniale. Non di un’epoca storica o di una tragedia sociale, o non soltanto. La scrittura testimoniava di ogni singola esistenza accaduta come evento sulla Terra. Rivelando qualcosa di un singolo individuo – reale o fittizio, non aveva importanza – rivelava qualcosa di tutti, e lo faceva per tutti.

Se mi colpivano Quando Hitler rubò il coniglio rosa o Il buio oltre la siepe non era solo perché la sopraffazione dell’uomo sull’uomo mi lasciava sgomenta, o perché mi sembrava che i soccombenti mi assomigliassero, con la loro ansia di riscatto. Era perché mi interessava tutto ciò che indagava gli esseri umani. Agli animali parlanti delle favole, per dire, ho sempre preferito i personaggi con mani, piedi, capelli e nasi, fin da quando avevo sette anni, facevo la terza elementare e leggevo I promessi sposi nell’edizione scolastica e ingiallita di mia madre – ancora lei.

Col tempo avrei cercato sempre di più libri che lo vivisezionassero, il genere umano, che lo denudassero fino all’osceno. Storie personali di paure e desideri precisi, seppur minuscoli. Frivoli come il turbamento di una ragazzina ebrea per un adolescente fin troppo tonto. Incastonati come una pietra lucidissima nel cuore esatto della Storia.

Non è un caso che, dopo il diario di Anne Frank, sia stato Un uomo di Oriana Fallaci a diventare il mio libro preferito. Avevo tredici anni. Mi aveva attirata il titolo, che campeggiava rosso e grande su una sovraccoperta beige. Avevo cominciato a leggere con fatica, soprattutto di fronte alle sevizie subite in carcere da Alekos Panagulis. Poi, superata una certa soglia, il romanzo era scivolato veloce, per più di cinquecento pagine. «Un uomo» erano anche le ultime parole, e io lo sapevo sin dall’inizio, perché leggevo sempre i finali prima del tempo, mi piaceva immaginare la storia che aveva portato a quel finale lì, costruivo un libro nella mia testa mentre leggevo quello di carta, lo modificavo man mano che sfogliavo le pagine: era una sfida – vediamo se ho indovinato cosa succede dopo, o come mai ricorre di continuo questa frase – ed era una lettura moltiplicata, perché le storie diventavano due, tre, di più.

A tredici anni desideravo già scrivere, ma non potevo dirlo a nessuno. Non solo perché a tredici anni molte cose sembrano impossibili da condividere. Ma perché scrivere, anzi pubblicare, è un atto di presunzione. Significa credere che a qualcuno interesserà quello che scrivi. Il rischio di fallire è troppo grande: davanti agli altri, e a se stessi. Finché non è successo, non ho saputo dirlo.

Nel 2002, pochi mesi dopo essere arrivata a Roma, con una tesi da consegnare e un lavoro da nove ore al giorno che mi serviva a pagare l’affitto di una stanza affacciata sulla tangenziale, ho deciso di provare. Decidere è diverso da desiderare. C’erano stati i quaderni dell’infanzia, trasformati in riviste di cui io “firmavo” tutti i pezzi; c’erano state le filastrocche in rima, scaturite dall’amore per Rodari e Palazzeschi, i fumetti sceneggiati e illustrati da me (il disegno è stato sino al diploma di maturità un’attività pressoché quotidiana), c’erano state le recite teatrali fatte in soggiorno con i cugini davanti a genitori e zii seguendo un mio canovaccio, quelle solitarie improvvisate ogni pomeriggio nel cortile, ogni sera nella vasca da bagno; c’era stata una lettera sulla «divisione» tra il Nord e il Sud dell’Italia pubblicata dal «Corriere dei Piccoli», e incipit di romanzi in cui giovani donne erano scacciate dalla comunità cui appartenevano per aver violato le regole, ormai introvabili come i miei bloc-notes delle medie; c’erano state poesie prima ridicolmente crepuscolari poi banalmente rabbiose, e diari, almeno sino alla fine dell’università, poi lettere, centinaia di lettere spedite e no. C’era stata Duras, incontrata a sedici anni: la rottura con ogni lingua conosciuta prima di leggere lei, in francese. C’era la fascinazione, persino ingenua, che col tempo avrebbe assunto sembianze più adulte, più critiche. C’era l’identificazione con quella donna che a dodici anni già sapeva che avrebbe scritto, eppure a ottant’anni diceva della sua vita: «Ho solo aspettato davanti a quella porta chiusa». C’era stato tutto questo, come un incubatoio che avrebbe potuto non esplodere mai. Poi mi sono trasferita a Roma, e quel primo anno nella città dove abito ancora mi ha disperata tanto che il bisogno di scrivere è diventato la rivendicazione di un diritto, la legittimazione di una speranza.

Il primo racconto scritto con l’idea di pubblicarlo è venuto a galla mentre ascoltavo un concerto gospel in chiesa. L’ho battuto di nascosto sul portatile della mia compagna di stanza, perché il mio computer si era rotto. L’ho mandato a Simona Vinci almeno un anno dopo, all’indirizzo email trovato navigando sul suo sito di allora: non l’avevo mai incontrata di persona, non le avevo mai parlato. Succedeva dopo la laurea, la brusca interruzione del rapporto con il docente col quale avevo collaborato, il saggio breve sul tema dell’intelligenza nell’opera di Duras, pubblicato nel terzo volume dell’antologia Duras mon amour grazie a Edda Melon, che mi aveva detto: provaci. Simona Vinci era la mia preferita, tra le scrittrici italiane contemporanee. Non mi aspettavo che leggesse le mail arrivate sul sito, che leggesse la mia, che leggesse i miei racconti, che un giorno mi dicesse: «Ho dato In una capsula a Einaudi Stile Libero, vorrebbero pubblicarlo. Tu sei d’accordo?»

Non ero sicura che in seguito avrei pubblicato altro. Ancora oggi, dieci anni dopo, ho sempre paura che non scriverò più, che non ce la farò più. Mi chiedo se sia così anche per gli altri.

Giulia Belloni aveva preso a seguirmi dopo In una capsula, è stata l’unica a cui ho concesso di leggere ogni cosa scrivessi, in quei tre anni fino a La stanza di sopra. Ero a Parigi quando mi chiamò per dirmi che aveva letto il mio primo romanzo, inedito. Aveva nella voce scariche di adrenalina. Quella voce mi ha dato la forza di cercare una casa editrice.

Se scrivo, è merito delle donne.

Non è da molto che ho imparato a dire: «Sono una scrittrice». Mi riesce più semplice con i tassisti. A quelli parigini, per esempio, ho raccontato Il corpo docile mentre lo portavo a termine, in Italia non ci sarei riuscita. Il pudore verso la scrittura non si è mai estinto. A volte mi dico che dipende dall’ambiente in cui sono cresciuta, dove non era considerato naturale che – con un gesto individuale, solitario, rischiosissimo – le persone, soprattutto le donne, prendessero parola. In verità credo sia perché la scrittura è qualcosa che mi appartiene e che nello stesso tempo mi supera. Ogni volta è come se dovessimo riconciliarci, ricordarci che è possibile stare insieme.
O forse il motivo ha a che fare proprio con la formazione dello scrittore. Posto che parlare di una formazione da scrittore sia plausibile, questa formazione non può che avere percorsi per ciascuno diversi: non ci sono traiettorie canoniche. E ci sono strappi e salti e sedimentazioni e buchi, e tutto avviene mentre non lo sai, non te ne accorgi, puoi persino non crederci.

La storia di come ho cominciato a scrivere è diversa da quella che ho appena scritto. Dovrebbe essere la storia del perché mi senta «assicurata in una frase e in nient’altro», come Ingeborg Bachmann fa dire all’Io di Malina: «il mondo non ha un’assicurazione per me». Ma questa storia non voglio e non so raccontarla, probabilmente nessuno saprebbe.

Ho sempre pensato che il punto fosse nella domanda che ogni scrittore si fa (almeno, che io mi faccio): se è proprio scrivere, il suo (il mio) destino. Non c’è alcun modo di avere una risposta, ci si può solo arrendere a farlo.

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23 Risposte to “La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino”

  1. acabarra59 Says:

    “ 14 luglio 1992 – « Che denti lunghi che hai! », disse Cappuccetto Rosso. « È una protesi », precisò il Lupo. “.

  2. RobySan Says:

    Non c’è alcun modo di avere una risposta, ci si può solo arrendere a farlo.

    E ai poster l’ardua sentenza.

  3. Perla Tronsoni Says:

    «Il primo libro che ho rubato»: cioè, ne ha rubati poi altri?

    Che cos’è «Acr»?

  4. Giulio Mozzi Says:

    Acr, detto anche A-ci-erre: Azione cattolica ragazzi (vedi).

    Fatterello di qualche anno fa:

    Un conoscente, Massimo, incontrato al cinema.
    “Ti presento Rebecca, la mia prima moglie”.
    “Piacere. E la seconda?”.
    “Per carità. Spero che mi duri questa”.

  5. Barbara de Miro Says:

    Bello…molto sincero e interessante. Grazie.

  6. rosella postorino Says:

    Ne ho rubati altri, sì. Ho rubato “I ragazzi di Villa Emma” dalla biblioteca della scuola elementare, ma soprattutto non ho restituito alcuni libri che amici mi avevano prestato (e molti libri prestati, naturalmente, non mi sono stati restituiti). Non rubo più libri da moltissimi anni, almeno 13.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Però, Rosella: non bisognerebbe perdere le buone abitudini.

  8. manu Says:

    uh, l’angolo dell’outing: rubai anch’io. un libro su ludwig wittgenstein e uno su schonberg e kandinsky. non ho restituito ad un amico ‘frammenti di un discorso amoroso’ di roland barthes e ad un’amica ‘la casa del sonno di j. coe

  9. rosella postorino Says:

    grazie, Barbara!

  10. rosella postorino Says:

    non ho restituito L’insostenibile leggerezza dell’essere e Il giro di vite, ma sono solo i primi due che mi vengono in mente, manu🙂

  11. dm Says:

    (Okay, è il momento giusto per ammettere pubblicamente che mi sono macchiato del reato di furto sgravato dal fatto che i libri rubati appartenevano a un magazzino in disuso di un paese vicino, per non dire che i libri qui in provincia sono malvisti, vituperati e banditi. Ma l’ho detto, e non ci posso credere, ho scritto proprio: sgravato…)

    Utile il pezzo.
    …Ho letto il tuo racconto nell’antologia “Ragazze che dovresti conoscere“. Per ora nient’altro. Così mi sono qualificato : \>

  12. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 21 novembre 1996 – Di questa cosa dei libri spariti, perduti o che comunque non si trovano ne so parecchio. Ho cominciato presto a perderli. Come quel Robinson Crusoe in edizione Einaudi che prestai più di trent’anni fa a un caro amico e non ho mai riavuto indietro. Dopo tanti anni nemmeno lo rivorrei: ormai è così, il Robinson ce l’ha lui, e una ragione ci sarà, e comunque meglio lui che un altro. Per esempio quello che mi fregò i Manoscritti economico filosofici alias Gründrisse di quel famoso tedesco barbuto che a quei tempi andava parecchio di moda. Però fece bene perché io a quel tempo mi interessavo solo di una sconosciuta torinese bionda. La scomparsa di un libro può essere più o meno drammatica, ma è sempre un po’ buffa. Perché che un libro non si trovi non significa niente, a meno di non fare i collezionisti cioè i feticisti. Il brutto è quando un libro non si legge, o, se si è letto, non si ricorda più. E a me succede anche questo. Come quel libro che una ventina d’anni fa mi misi in testa di ritrovare, perché ero sicuro di averlo avuto, e il fatto che non riuscissi a trovarlo mi sembrava veramente inspiegabile e a quel tempo decisi anche che significava qualcosa anche a causa del tipo di libro – si trattava delle Affinità elettive – e continuavo a ripassare tutti i libri che avevo, e mi veniva anche il nervoso, ma non l’ho mai più ritrovato e ho dovuto ricomprarlo. Ma il vero brutto è che non mi ricordavo bene che cosa ci fosse scritto e ancora oggi non lo ricordo. E una ragione ci sarà. Poi ci sono anche i libri che è meglio perderli che trovarli anche se si potrebbe altrettanto bene sostenere il contrario e cioè che ogni libro è sempre meglio trovarlo che perderlo. E infatti a un certo punto mi è presa la fissa dei libri, di salvare i libri, e andavo nei mercati delle pulci e li vedevo per terra, come stracci – su qualcuno c’era anche l’impronta scura, melmosa di un tacco, di una suola -, come vermi, come merde, libri belli, libri famosi, libri uguali a quelli della biblioteca del nonno, libri di quando il nonno era giovane, libri di quando la nonna era giovane, libri di quando la mamma era giovane, e anche libri di quando ero giovane io, libri morti, morti giovani, finiti male, caduti a livello delle pulci, libri perduti, e, pieno di uno strano fervore, perturbato e commosso, ne compravo quanti più potevo, salvandoli dalle scarpe, togliendoli dalla strada e da quel mestiere infamante di libri infangati, sputtanati, fin troppo usati. E comunque meglio usati che niente. Comunque dai libri non ci si deve aspettare più di tanto cioè di quello che possono dare quando si leggono. Per questo ogni libro è sempre un po’ una leggenda cioè una cosa che è già stata ma che si deve ancora fare, cioè ancora leggere, e leggerlo è l’unico modo di ritrovarlo e se no è perso per sempre. E comunque è perduto lo stesso, in un certo senso, perché è tipico dei libri di essere fatti per essere perduti, anzi di essere persi in partenza, di essere già stati fatti, di essere già stati scritti cioè di essere già stati letti, di essere, in un certo senso, finiti fin dal principio. Poi ci sono anche i libri che si ritrovano, i libri retrouvés, ma di quelli parlerò un’altra volta. “.

  13. Giulio Mozzi Says:

    William Carlos Williams, Poesie, traduzioni di Vittorio Sereni e Cristina Campo, Einaudi 1961. Lo presi senza esitazione e senza rimorsi da uno scaffale zeppo di romanzi di consumo. Quasi mi avesse visto – o mi avesse letto nel pensiero – il proprietario dello scaffale, in una conversazione svoltasi un paio d’ore dopo, dichiarò il proprio disgusto per la poesia.

  14. manu Says:

    ‘bonjour tristesse’ di francoise sagan non mi è stato più restituito (e lo desideravo tanto tornasse indietro, era un’edizione vecchia vecchia, ma non so quanto, vecchia). un libro che prestai malvolentieri e che dovetti rincorrere per un anno e mezzo arrivando alle minacce – alla fine con successo – è di francesco permunian ‘cronaca di un servo felice’.

  15. gian marco griffi Says:

    Siete dei poco di buono, voi lettori (per non parlare degli scrittori). Del resto l’ho sempre saputo. C’è da usare lo spray al peperoncino come segnalibro, o il veleno del venerabile Jorge.

  16. acabarra59 Says:

    “ 18 ottobre 1991, Siena – Io sono un mascalzone, ecco la verità. Ora che non posso più comprare i libri che vorrei – il nuovo Fruttero & Lucentini, i geniali « graziosi » pastiches di Michele Serra, il Bar sport del volenteroso Benni – ora che non posso più comprare i libri che non ho scritto i libri che non ho scritto perché non scrivo i libri che non scrivo perché non so più scrivere – come Fruttero & Lucentini come Benni come Michele Serra – e tantomeno come Stefano Agosti di cui ho adocchiato un Fauno di Mallarmé presso Bompiani figurarsi Nabokov di cui ho guatato un Dono a lire quarantamila e neppure come un non so che cosa tradotto da Paola Capriolo nella collana Scrittori tradotti da scrittori che è tutta una sfilza di cose appetitose – ora che non posso più comprare libri a quarantamila a trentamila fossanche a diecimila ora che non posso più comprare libri per leggerli e neanche per non leggerli come ho fatto per anni o per leggerli di nuovo come faccio ora ora che non sono mai stato così povero come ora che mi sono comprato la Ford Escort Station Wagon anche se usata anche se tutto sommato la prima auto che mi compro davvero io. Io sono un mascalzone, ecco la verità. La gente perfettamente sconosciuta che incontro alla libreria Feltrinelli. Le donne di una bellezza strana che non somiglia a niente. Pelli camosci velluti. Ori. Unghie lunghe laccate. Chissà perché mi stupisco. E io non ho più i soldi per comprare i libri. E io non so più scrivere niente di « grazioso » (da « grazia », « stato di »). Io sono un mascalzone. Chissà che direbbe la nonna. Così ripiego sul solito ambiguo Perec. A lire trentamila ventisette con lo sconto. Io sono un mascalzone. E stasera mi vedrò Marlowe-Mitchum. Con tutto che l’ho già visto. “.

  17. Nadia Bertolani Says:

    Una bella pagina, cara Rosella. Ma chi è Giulia Belloni?

  18. RobySan Says:

    Per ogni evenienza, e per scoraggiare i malintenzionati, sui miei libri l’ex libris dice: Il diavolo ti porti se non restituisci questo libro a Roby. Autografo con la mia cacografia. Funziona.

  19. dm Says:

    (RobySan, ottimo sistema: se poi ci scrivi il tuo indirizzo funziona anche in caso di smarrimento…).

  20. Giulio Mozzi Says:

    Giulia Belloni.

    (Prima o poi dovrò fare un articolo per spiegare che esistono i motori di ricerca).

  21. RobySan Says:

    I motori di ricerca esistono e possono essere usati anche in Italia, paese nel quale la ricerca è tenuta in labile considerazione ma i motori sono considerati al massimo.

    @dm: be’!

  22. dm Says:

    (Però, Robysan, pensa se il libro smarrito e recante la maledizione diabolica lo trova un satanista suscettibile e paranoico: l’indirizzo non è riportato, il proprietario è un qualunque “Roby”. Lo spedisci dritto nella disperazione.)

  23. Nadia Bertolani Says:

    Vero, ma le omonimie rendono pigri. :*

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