La formazione della scrittrice, 1 / Alessandra Sarchi

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di Alessandra Sarchi

[Questo è il primo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Alessandra per la disponibilità. gm]

Da piccola espressi il desiderio di vivere, da grande, su uno yacht in mezzo al mare con molti gatti, facendo la professione della scrittrice. L’immagine si commenta da sé, essere una scrittrice significava per me abbinare alcuni dei massimi piaceri, il mare, i gatti, e una discutibile nonché balzana idea di lusso, lo yacht. In effetti, in età adulta, sono diventata anche una scrittrice; quello che segue è il racconto di come ciò sia accaduto e attraverso quali passaggi. Non si tratta del racconto della mia formazione culturale, ma di come la scrittura sia diventata la mia dimensione esistenziale e una professione.
All’epoca dei gatti e dello yacht ero in seconda o terza elementare, la scrittura aveva già un risvolto pubblico, era un’attività destinata a una forma di condivisione. A casa riscrivevo le avventure che leggevo in alcuni giornalini, Candy Candy ma anche Topolino, in realtà tagliavo le figure, rimontavo le scene, cambiavo i dialoghi, i finali, a volte introducevo altri personaggi. Portavo questo materiale, rilegato con scotch a mo’ di libro, a scuola e lo mostravo e leggevo ai miei compagni durante la ricreazione.

Al contrario, non sono mai stata capace di tenere un diario, a differenza di molte compagne, le cui pagine, nelle rare occasioni in cui mi capitò di leggerle – forse perché anche i diari segreti anelano a un lettore – mi sembravano piene di intuizioni acute e osservazioni intelligenti su di sé e sugli altri.
Scrivere era pensare a una forma per gli altri, a storie che fossero già in qualche modo comiche, tragiche, poesie, insomma appartenessero a un genere, per quanto fosse di là da venire, nella mia testa, la nozione stessa di genere – e forse anche per questa ragione ho poi impiegato anni per trovare un fondamento intimo e una giustificazione individuale alla scrittura.
Ai tempi dell’università, avendo scelto di studiare storia dell’arte, quello divenne il genere, o meglio il contenitore. Scrivere di storia dell’arte, e quindi confrontarsi con le esigenze del metodo storico, della filologia, della prosa d’arte costituiva una sfida sufficiente, ma non esaustiva. Sotto sotto sapevo che stavo di nuovo tergiversando, qualcuno direbbe che, in maniera indiretta, mi stavo facendo strumenti, in realtà stavo perdendo tempo, e non a causa della storia dell’arte, quanto della mia difficoltà ad ammettere un bisogno o, per usare una parola più aulica, una vocazione.
Era più facile scrivere avendo un tema e dei confini assegnati, che non sporgersi sul caos crescente delle mie registrazioni percettive, dei miei pensieri, delle mie fantasie, della memoria, quel caos dal quale chi scrive deve cercare di emergere con una lingua dicibile a sé e agli altri. Eppure sapevo anche che se non avessi affrontato, prima o poi, la questione della scrittura creativa, sarei stata molto infelice.
Siccome in questi ingarbugli fra il proprio carattere e il proprio destino difficilmente si rimane soli, ci sono state diverse persone che hanno capito ciò che stavo attraversando e sono diventati punti di riferimento. Guido Mazzoni, che poi sarebbe diventato, e forse già era, poeta e critico, quando studiavo alla Scuola Normale di Pisa fu il primo a pormi la domanda in modo diretto e, per me in quel momento, bruciante: «Scrivi, vuoi scrivere? Quanto conta la scrittura?».
Avrei potuto intrattenere gli altri con le mie storie, ritagliarle dalla vita e non più dai giornalini, invece ne ero spaventata e non mi sentivo all’altezza.
La faccenda venne ulteriormente censurata, in maniera consapevole, sempre al fondo di quel caos che con gli anni cresceva e strepitava per venire espresso. Ho interi quaderni di appunti di storia dell’arte o di ricopiature di documenti d’archivio inframmezzati da incipit e frammenti di racconti abortiti nell’insoddisfazione, proprio perché pensati come una sbavatura privata, una deriva intimista. Scrivere mi faceva paura e poi non era un mestiere sul quale fare affidamento, la storia dell’arte invece sì, era diventata un mestiere che mi rendeva un salario.
Poi un grave incidente d’auto mi ha quasi tolto la vita, e quella che mi sono trovata a vivere in seguito era talmente diversa dalla precedente che la selezione delle cose importanti è avvenuta in maniera naturale e improrogabile.
Ho cominciato allora, poco più di una decina di anni fa, a scrivere non per inveterata abitudine ma con l’intenzione di scrivere, cioè di avere poi qualcuno che leggesse.
In questo passaggio Nicola Lusuardi, che di mestiere fa lo sceneggiatore, è stato importante per spazzare via false timidezze e pudori, ed è stato insieme a Guido Mazzoni un lettore prezioso. Così come lo sono state due scrittrici, casualmente – ma nella vita molto è caso – tra le prime a leggere con intelligenza critica quello che scrivevo, Caterina Bonvicini ed Evelina Santangelo.
Quando si vuole fare una professione, qualunque professione anche quelle artistiche anzi a maggior ragione quelle artistiche, il riconoscimento da parte di chi già le pratica è fondamentale, non solo aiuta a orientarsi, a capire in che direzione si vuole andare, ma costituisce una fonte di identità. Anche nell’espressione artistica, ritenuta la più individuale e originale, siamo animali mimetici. Abbiamo bisogno di modelli, da imitare o rispetto ai quali prendere le distanze.
Tutto questo, che è essenziale, non basta tuttavia. Dovevo trovare un editore. Come per molti altri, anche per me non è stato facile rompere la cortina che separa il mondo di chi scrive da quello di chi pubblica, ci sono stati passi falsi, fraintendimenti e vane attese.
Nel 2008 è uscita la mia prima raccolta di racconti con un editore di cui ammiravo molto il catalogo, Diabasis, di Reggio Emilia. Per una imprevista coincidenza il mio primo libro di narrativa usciva nel luogo in cui ero nata, e dove tutto sommato avevo trascorso meno tempo in assoluto. Alessandro Scansani fondatore di Diabasis, e all’epoca direttore editoriale, non era il primo editore con cui ero entrata in contatto inviando il testo, ma fu l’unico a decidersi, e in un tempo relativamente breve. Segni sottili e clandestini, come molte raccolte di racconti in Italia e a maggior ragione, visto che si trattava di un piccolo editore, non ebbe una grande circolazione anche se fu ben recensito da Cecilia Bello Minciacchi su “Alias” e venne presentato a Fahrenheit.
Intanto avevo iniziato a scrivere il romanzo che sarebbe poi uscito nel 2012 col titolo Violazione (Einaudi Stile Libero), avevo un agente che lo proponeva a diverse case editrici e credevo che le cose sarebbero state più semplici della prima volta. Invece mi sbagliavo. Il romanzo, nel frattempo scritto e riscritto, non trovò subito un editore, anzi venne rifiutato o non letto, e questo passaggio fu decisamente più doloroso del primo. Mi sembrava di non trovare gli interlocutori al mio lavoro e, senza nutrire nessuna tesi complottista contro l’editoria italiana, non ne capivo i meccanismi.
Solo dopo che Giorgio Vasta lo ebbe letto, consigliandomi di spedirlo a Giulio Mozzi, il libro cominciò ad avere un percorso editoriale vero, e diverse proposte di pubblicazione. Qui ripeterò cose già dette altrove, ma sempre vere: l’incontro con Giulio è stato importante perché oltre ad avere le competenze di un lettore di professione, di uno scrittore, di un formidabile conoscitore della narrativa contemporanea e dell’editoria italiana, Giulio è per me soprattutto un artigiano dei libri. Quando “Violazione” non esisteva, se non come file dentro il mio computer, e non c’era nemmeno l’ombra di un contratto editoriale, già lui mi spronava a smontare e rimontare con tanto di post-it e fogli volanti trama personaggi scene, restituendomi, forse senza saperlo, il piacere che era stato della mia infanzia del dar forma di libro alle storie.
Poi c’è stato l’incontro con la casa editrice Einaudi e con Stile Libero. Alla mia editor, Rosella Postorino, e al mio direttore di collana, Severino Cesari, devo fra le molte cose una che mi preme nominare: la capacità di ascolto e di lettura. Solo chi sa leggere in profondità e quindi ascoltare riesce a restituire all’altro il suono esatto della sua voce, che è in definitiva il fulcro della ricerca di chi scrive, e l’oggetto del desiderio di chi legge.
Nel frattempo ho scritto un altro romanzo, che dovrebbe uscire ai primi di marzo del 2014 sempre con Stile Libero; la rosa degli scrittori, dei critici e dei lettori con cui mi confronto si è ampliata e arricchita. Ci sono persone il cui percorso critico e creativo si è felicemente intrecciato al mio e di questo non posso che essere grata: Daniela Brogi, in primis, Emanuele Zinato ed Helena Janeczek e molti altri; ma considero la mia formazione di scrittrice sempre un work in progress.
Il giorno in cui non dovesse più essere tale, probabilmente non avrei più niente da dire, e poco da aspettarmi. Invece, con infantile credulità vorrei aspettarmi ancora molto dai libri e dalla vita. E magari, in un mondo editoriale più virtuoso, in un paese che leggesse di più e riconoscesse il valore delle professioni culturali, vorrei che il mio lavoro, come quello di molti altri, avesse un riconoscimento economico più proporzionato al tempo e alle energie che richiede, che sono totalizzanti. Ma so per certo che il campo letterario nel nostro paese, in questo momento, è estremamente frammentario, perché esploso e fatto di tantissime voci che tendono ad annullarsi l’una con l’altra e di un pubblico disorientato e discontinuo.
A volte ricevo lettere da gente che non ha mai letto un mio libro, ma solo un articolo di tremila battute su un giornale. Capita che qualche critico abbia recensito il romanzo senza aver letto i racconti. Capita anche che qualcuno mi chieda di scrivere la storia del mio incidente (quello per cui vivo in sedia a rotelle), come se non avessi altre storie da raccontare.
C’è chi dice che per affermarsi, cioè vendere molte copie, bisogna andare in televisione, e non gli si può dare torto, visti i numeri. C’è chi dice che bisogna stare su tutti i social ogni due minuti e questo, in mancanza di numeri a favore e comunque per gusto e predisposizione personale, lo trovo opinabile.
Si dicono molte cose sugli scrittori, e forse troppe ne dicono gli scrittori stessi. La tendenza alla spettacolorizzazione, il vettore più forte del nostro tempo, trasforma anche la scrittura in esibizione circense. Personalmente credo che tra il sapere di scrivere per un pubblico di lettori, un mercato editoriale dato, e il ruggire o saltare in mezzo a un cerchio di fuoco a comando, ci sia una bella differenza.
In tutto questo, la mia convinzione e la mia speranza, rimangono sempre quelle: non perdere il piacere di raccontare storie, di pescare nell’abisso multiforme della coscienza, che parla di continuo la sua lingua da tradurre con infinita pazienza.

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13 Risposte to “La formazione della scrittrice, 1 / Alessandra Sarchi”

  1. carlo capone Says:

    “la mia convinzione e la mia speranza, rimangono sempre quelle: non perdere il piacere di raccontare storie, di pescare nell’abisso multiforme della coscienza, che parla di continuo la sua lingua da tradurre con infinita pazienza.”

    Leggeremo mai queste parole, cara, a titolo di introduzione a un tuo libro?

  2. Nadia Bertolani Says:

    Bene, decisamente meglio delle scritture circensi. Meglio la virtù della pazienza, meglio le storie ben raccontate.

  3. betta g Says:

    Questo post mi ha emozionata molto. Ho letto tutta la storia, dai ritagli dei fumetti alle elementari, l’incidente, la ricerca di un editore…E io che sto inziando a capire di voler scrivere per avere un pubblico che mi legga -dire che voglio fare la scrittrice mi sembra troppo ambizioso, ma è la verità e i giri di parole attorno sarebbero ridicoli-, non soltanto per coltivare un hobby che mi tenga al computer nei pomeriggi quando fuori piove. Volevo studiare yacht design, mi hai fai riportato alla mente anche questo…E aggiungo il libro “Violazione” alla lista dei miei prossimi acquisti!

  4. Daniela Grandinetti Says:

    iniziative e interventi come questi per me sono come regali, li ricevo come tali, ringrazio quindi Giulio e soprattutto Alessandra Sarchi per questo racconto emozionante e nello stesso tempo lucido. La conclusione poi è strepitosa, concordo con ogni singola parola. Grazie ancora

  5. chiappanuvoli Says:

    Istruttivo.

  6. Roberta Della Manna Says:

    Molto bella la tua storia, Alessandra

  7. Francesca Says:

    “Mi sembrava di non trovare gli interlocutori al mio lavoro e, senza nutrire nessuna tesi complottista contro l’editoria italiana, non ne capivo i meccanismi.”
    “Solo chi sa leggere in profondità e quindi ascoltare riesce a restituire all’altro il suono esatto della sua voce, che è in definitiva il fulcro della ricerca di chi scrive, e l’oggetto del desiderio di chi legge.”
    “…ma considero la mia formazione di scrittrice sempre un work in progress. Il giorno in cui non dovesse più essere tale, probabilmente non avrei più niente da dire, e poco da aspettarmi. Invece, con infantile credulità vorrei aspettarmi ancora molto dai libri e dalla vita.”
    Non sono i soli passaggi che mi hanno colpito, come è ovvio, perché l’intero racconto è gradevole e coinvolgente, sono quelli tuttavia che più di altri hanno sollecitato corde e riflessioni personali. Grazie ad Alessandra per questa condivisione delle proprie sensazioni e delle proprie opinioni, porta con garbo e spontaneità, e non “imposta” come spesso accade. Grazie perché regala il sapore gradevole di una conversazione fra amici.

  8. Pierluigi Lupo Says:

    Ciao Alessandra, mi è piaciuto molto leggere di questo tuo sogno infantile divenuto poi realtà. Complimenti!

  9. Laura M. Says:

    Ma grazie!!! Che bello leggere qualcosa che ha una lingua dicibilissima e che ti cambia percettibilmente. Per una (la sottoscritta) che ancora si agita sospinta tra il caos e lo spavento quest’articolo è una bussola e anche un’ancora. Aspetto impaziente i prossimi….

  10. maria rosa Says:

    E’ bellissimo ciò che racconti. Ho colto l’ottimismo e la determinazione che, credo, siano doti molto importanti per non lasciare per strada i propri sogni. Anch’io faticosamente sto sulla strada della scrittura, ma non sono forse altrettanto determinata né ottimista. Imparerò da te.

  11. Alessandra Sarchi Says:

    Ringrazio tutti quelli che hanno letto e commentato e Giulio per l’ospitalità. Mi fa piacere che per alcuni le mie parole siano incoraggianti, anche se non era mia intenzione scrivere un racconto edificante o celebrativo, credo molto poco ad entrambe le categorie. Credo invece al confronto critico, agli incontri e alle occasioni. Su questo terreno c’è, mediamente, un po’ di democrazia per tutti e la possibilità di misurare la propria prospettiva con quella più larga del contesto in cui ci si inserisce, perché non si scrive mai, ma proprio mai, nel deserto.

  12. marisasalabelle Says:

    Alessandra, io ho letto il tuo romanzo, Violazione, e mi è piaciuto. Continua nel tuo percorso, e complimenti da parte di un’oscura lettrice.

  13. Enzo Says:

    Sei stata la prima ad aprire questa rubrica.
    E forse non è casuale! Descrivi e racconti in un modo preciso, semplice. Un’espressione la tua che ti fa sentire (al lettore) a tuo agio, che ti fa esclamare: “Allora è possibile!?!”

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