La formazione della scrittrice, 31 / Anna Maria Bonfiglio

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di Anna Maria Bonfiglio

[Questo è il trentunesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Anna Maria per la disponibilità. gm].

Adolescente, avevo una sola certezza: “essere” scrittrice. La difficoltà era costituita dal fatto che non avevo nessuna idea di quali strumenti fossero necessari per arrivare ad esserlo. A scuola andavo bene, il primo tema che svolsi all’Istituto Santa Caterina aveva preso nove ed era circolato per tutte le classi, tuttavia la professoressa Rinaldi mi aveva segnato in blu tutti gli aggettivi in eccesso e mi aveva consigliato di cancellarne quelli inutili dopo che avessi terminato la scrittura di un qualunque testo, foss’anche una lettera privata. Un avvertimento che non ho mai dimenticato e che tengo sempre a mente quando scrivo. La scrittura mi seduceva come una sirena, la lettura mi ammaliava.

Leggevo ciò che capitava: libri, riviste, il vocabolario, l’Enciclopedia Rizzoli-Larousse, i fascicoli del Milione, enciclopedia geografica a dispense, persino i giornali con i quali il verduraio avvolgeva gli ortaggi. Lettura compulsiva e disordinata, in cui era assente ogni concetto di metodologia. Dalla biografia di Hemingway al Dottor Živago, da L’amante di Lady Chatterley alla Certosa di Parma. E tanta poesia: Neruda, Pavese, Lorca, i libri erano come le matrioske, da ognuno ne veniva fuori un altro.

Un giorno, per caso, conobbi una violinista del Teatro Massimo, un donnone dalla loquacità debordante, con la quale ebbi una gradevole conversazione sulle nostre letture. La signora mostrò di apprezzare il mio interesse per i libri e la scrittura e mi propose di prendermi sotto una specie di tutela per dare al mio interesse letterario uno sbocco grazie alle sue conoscenze artistiche. Ma la mentalità borghese di mia madre, ancora avvolta nelle spire della concezione dissoluta dell’artista, mise il veto. Ero intelligente ma troppo vulnerabile, disse, e ancora troppo giovane per avventurarmi su cammini lontani e sconosciuti.

La violinista si perse nel buio della distanza, ma rimase in me come rimpianto di un’occasione perduta. Rimase anche, intatta, la voglia di leggere e scrivere. Cominciai a scrivere versi e pagine di prosa, dapprima a mano sui quaderni di scuola, poi imparai a usare la vecchia Remington di mio padre e scrissi a macchina.

I primi scritti li pubblicai su una rivista che ne L’angolo dei lettori raccoglieva brevi racconti di vita. Quando mi arrivarono i soldi del compenso mi sembrò di essere stata accolta in paradiso. Di questi scritti ne pubblicai anche in altre riviste, erano giornali cosiddetti “femminili” ma a grande tiratura nazionale. In seguito divenni collaboratrice di un settimanale Rizzoli e pubblicai lì i miei racconti fino a quando il giornale non cambiò editore e smise di pubblicare narrativa. Dopo poco tempo ripresi la collaborazione con altre due riviste, durò ancora un paio di anni, poi s’impose la poesia.

Negli anni Ottanta seguii il corso di scrittura creativa che il poeta e critico Lucio Zinna tenne all’Università di Palermo; due anni dopo fui io stessa ad organizzare un laboratorio di scrittura alla sede regionale dell’Endas Sicilia. E in questo momento è la poesia che in me ha il sopravvento, la leggo, la studio, e la esercito. La mia “formazione”, se posso usare questo termine, si è andata costruendo così, tutto sommato da autodidatta, e mi ritengo ancora e sempre un muratore che non costruirà mai una cattedrale, ma che comunque non si stancherà mai di mettere un mattone sopra l’altro.

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3 Risposte to “La formazione della scrittrice, 31 / Anna Maria Bonfiglio”

  1. acabarra59 Says:

    “ 11 luglio 1994 – “ Giovedì 26 agosto 1920 – « Ci sono giornate fatte tutte di una sfilza di lunedì, lunedì ore sette di mattina. A ogni ora comincia un nuovo lunedì, ore sette di mattina. Il lunedì ha una sua voce speciale: è il crepitio della sveglia che ricorda il rumore delle palline di ferro scosse in un recipiente di latta, il rumore che fa l’odontotecnico usando il trapano. In giorni come questi la voce ti si ferma sempre nella strozza e per giunta la pioggia ti va a finire in corpo, ti trapassa la pelle, la pelle è una tale robaccia, lascia passare l’acqua, è stata una bella fregatura, e il peggio è che uno non riesce a trovare neanche una bestemmia, la bestemmia è andata a nascondersi, cerchi di ripescarla con la lingua, ma quella è andata a rintanarsi in un dente vuoto e ti pianta una piccola grana. In lunedì come questi l’epidermide se la dorme della grossa e russa. Se tutto questo si potesse toccare, se se ne potesse sentire l’odore nel naso, il sapore sulla lingua, la cosa potrebbe ancora andare, ci si potrebbero fare sopra delle battute. Ma non c’è niente che arrivi a coagularsi, è una cosa che si sente invece di toccarla ed è questo che fa male. In giornate come queste il sangue non scorre fino alla punta delle dita, ma solo fino ai polsi e verrebbe voglia di mangiarsi la lingua: e invece uno non può fare altro che rigirarsela in bocca. In giornate come queste le persone sono fatte in modo tale che viene voglia di fargli uscire fuori tutta l’acqua che hanno in corpo. Ma senz’acqua non possono vivere. È Dio; che li ha annacquati, non c’è niente da fare. » (Bertolt Brecht, Diari) “.

  2. clelia lombardo Says:

    La mia amica su Vibrisse, piena emozione!!!!!

  3. anna maria bonfiglio Says:

    grazie a Giulio per l’ospitalità

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