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La formazione della scrittrice, 30 / Rosella Postorino

1 settembre 2014

di Rosella Postorino

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è da tempo affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Rosella per la disponibilità. gm].

rosella_postorinoIl primo libro che ho rubato è Il conte di Montecristo, da uno scatolone confinato in una delle stanze dove si faceva Acr. Appena possibile, cioè a scuola, c’è stato Calvino, ci sono state le poesie di Saba nel sussidiario – mi incantavano le similitudini di A mia moglie, mi stupiva che si potesse paragonare una persona a una pollastra, una cagna, una giovenca, non per offenderla, ma addirittura per celebrarla; questo ribaltamento del linguaggio era una specie di prodigio, per me – e c’è stato anche Cuore, perché mia madre da ragazzina lo aveva amato, e quindi volevo amarlo pure io. I primi testi che ho letto erano scritti da uomini. Ma è grazie alle donne, se scrivo.

Ogni volta che da piccola incontravo una scrittrice i cui libri si leggevano in classe o erano compiti a casa, pensavo che allora era possibile, che avrei potuto scrivere anch’io.

Anne Frank è stata la prima di tutte. Perché era poco più che una bambina. Perché scrivere era per lei un tentativo di mettere ordine nel disastro della Storia precipitata a picco nella sua vita, di aprire finestre nei muri asfittici dell’alloggio segreto, di trasformare gli ingombranti inquilini in personaggi buffi, i litigi in commedia, la paura in immaginazione. Perché Anne era una testimone, e già a nove anni io assegnavo alla scrittura un valore testimoniale. Non di un’epoca storica o di una tragedia sociale, o non soltanto. La scrittura testimoniava di ogni singola esistenza accaduta come evento sulla Terra. Rivelando qualcosa di un singolo individuo – reale o fittizio, non aveva importanza – rivelava qualcosa di tutti, e lo faceva per tutti.

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La formazione della scrittrice, 28 / Emilia Bersabea Cirillo

21 luglio 2014

di Emilia Bersabea Cirillo

[Questo è il ventottesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Emilia per la disponibilità. gm].

Emilia Bersabea CirilloHo sempre letto moltissimo, con la curiosità e l’accanimento di chi cerca un aiuto ai sogni. Di solito compravo i libri attratta dal titolo e dalla copertina. Ma soprattutto leggevo nella biblioteca dei ragazzi, giornate intere con la testa e il cuore nelle storie di altri. Arrivavo alle dieci del mattino e restavo a leggere fino all’una. Avevo una lista di autori: Brontë, Alcott, Colette, Dickens, Barrie, a questi si aggiunsero Harper Lee con il suo Il buio oltre la siepe, la Capanna dello zio Tom, Pattini d’argento, la Piccola sconosciuta di H. V. Gebhard, Davy Crockett di E.L. Meadowcroft, Polyanna, e poi, man mano alcune poesie di Pascoli e Il vecchio e il mare di Hemingway.
Fu allora, nell’adolescenza, che cominciai a scrivere. Mi sembrava un’arte così preziosa, che volevo provare anche io. Ma chi non comincia a scrivere nell’adolescenza. Ho ancora conservate alcune cose, scritte su un quaderno a quadretti, che non ho più riletto. Scrivevo storielline e mi dannavo: un po’ perché non venivano come io volevo, un po’ perché mi sentivo, proprio perché scrivevo, diversa dagli altri. Ho cominciato a scrivere con maggior fiducia in me stessa dopo aver letto Piccole donne ed essermi innamorata di Jo March. Anche questo, credo sia stata una febbre comune a tante donne. Solo che a me questa febbre non è più passata e ho imparato a conviverci, facendola diventare una parte di me necessaria e importante. Scrivevo raccontini d’amore, verso i quindici anni, un po’ scialbi, un po’ prevedibili. Ho letto molto allora. I libri più significativi sono stati Gita al faro di V. Woolf, Riflessioni su Christa T. di C. Wolf, La luna e i falò di C. Pavese e i racconti di K. Mansfield.

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La formazione della scrittrice, 21 / Claudia Priano

2 giugno 2014

di Claudia Priano

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione della scrittrice (esce il lunedì), alla quale si è ora affiancata la serie La formazione dello scrittore (esce il giovedì). Ringrazio Claudia per la disponibilità. gm].

Scrivo per necessità. Scrivo perché la parola scritta è stata per me un modo importante per capire e per esprimere quello che sentivo, vedevo e leggevo nella realtà, questo in sintesi, molto in sintesi.

Ero da bambina una timida speciale, patologicamente timida. Non mi andava di parlare, soprattutto non mi riusciva, se mi rivolgevano una domanda mi facevo rossa, balbettavo. Spesso ero silenziosa e malinconica, e ciò infastidiva i miei familiari, li metteva in imbarazzo, rispondi alla signora, mi dicevano, ma io muta non cedevo, ritenevo che mi rivolgessero domande alle quali non sapevo dare una risposta, gli adulti lo fanno spesso, mentre spesso i bambini si aspettano di sentirsi fare domande opportune e non del tutto idiote. Ti piace la scuola?, li mangi gli spinaci?, fai la brava? Avrei dovuto rispondere mentendo, e allora me ne stavo zitta, è fatta così, è tanto timida, ma è brava, si scusava mia madre.
Quel ma è brava mi infastidiva, mi faceva salire una rabbia al punto tale che avrei voluto farglielo rimangiare in qualche modo, ma non sapevo come. Non c’era modo di spiegarglielo, perché non trovavo le parole, le cercavo ma mi si asciugavano in gola, sulla lingua giungevano secche, polverizzate, sputavo quel che rimaneva in ritardo, nel momento sbagliato, quando avevano perso di significato.
Non so se sia per via del concetto di tempo che non mi era chiaro, ma fatto sta che dentro di me regnava una lentezza, ero sempre in ritardo ogni volta che dovevo spiegare, parlare, chiedere.

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