Come sono fatti certi libri, 20 / “Questa storia”, di Alessandro Baricco

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di Edoardo Zambelli

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].


Breve (ma sempre utile) premessa:

Spendo solo qualche riga per precisare che tutte le considerazioni che andrò a fare non intendono in alcun modo essere di carattere generale, ma solo riferirsi alle opere di Alessandro Baricco. Allo stesso tempo, va da sé che le cose di cui parlerò non sono prerogativa del solo Baricco.


Una certa idea di letteratura:

Dall’esordio di Castelli di rabbia fino all’ultimo La sposa giovane, Alessandro Baricco ha sempre cercato un modo particolare di “mettere in scena” ciò che gli premeva raccontare. Ha inseguito un’idea di letteratura che è, a mio avviso, ricerca, esplorazione dei modi e delle possibilità del racconto. Per dirla in altri termini, è sempre stato uno scrittore molto attento non solo alla storia da raccontare ma anche al come raccontarla.
Con la sola eccezione di Emmaus e Seta – e di testi come Novecento e Smith&Wesson, scritti per il teatro – tutti gli altri libri si presentano concepiti in forme sempre articolate e complesse, forme in cui l’artificio del racconto, o meglio ancora il gesto del raccontare, è sempre esibito con tanta evidenza da diventare quasi protagonista.
Faccio una breve e superficiale carrellata, per spiegare un poco meglio ciò che intendo dire.
Castelli di rabbia è tutto costruito su un incastro di scene staccate tra loro, con intere parti solo dialogate; Oceano mare è diviso in tre parti, una prima in cui i personaggi vengono messi in scena, una seconda che è un racconto indipendente, e una terza che riprende tutti i personaggi della prima, uno per volta, e riannoda i fili; City – per me il suo capolavoro – è in sostanza composto da un centro (i personaggi di Gould e Shatzy Shell) dal quale si irradiano altre narrazioni; Senza sangue è un romanzo breve, diviso in due parti, una ambientata nel passato e una nel presente; Questa storia è diviso in sette parti, ognuna scritta con una tecnica e una prospettiva diversa; Mr. Gwyn di per sé non presenta particolari caratteristiche di messa in scena, ma in qualche modo le acquista se legato al libro successivo che ne è non un seguito, bensì un completamento; Tre volte all’alba è composto da tre racconti – o episodi di un unico e impossibile racconto – in cui gli stessi due personaggi si incontrano per tre volte e ogni volta quell’incontro sarà il primo, l’unico e l’ultimo; la narrazione de La sposa giovane è interamente giocata su una terza persona che slitta continuamente, senza stacchi, verso una prima persona che è, a seconda dei casi, la voce dei personaggi e quella di chi il libro lo sta scrivendo.

Non so se sono riuscito a chiarire almeno un po’ quello che intendevo dire quando parlavo, riferendomi a Baricco, di una certa idea di letteratura. Spero di sì. Tentando un riassunto direi che ciò che mi premeva sottolineare è come l’aspetto tecnico (quello che in alcuni punti ho chiamato “messa in scena”) si ritrovi sempre come elemento centrale nelle opere che ho citato.


Questa storia:

Conosco quindi ogni parola detta e ogni gesto accennato, in quell’incontro, ma d’altronde mai mi sognerei di registrarli tutti qui poiché, come tutti sanno, il mio mestiere consiste esattamente nel vedere ogni dettaglio e sceglierne pochi, come fa chi disegna una mappa, se no sarebbe piuttosto un fotografare il mondo, cosa magari utile ma che non c’entra con il gesto del narrare. Che è invece, scegliere.
(Da La sposa giovane)

Questa storia è il sesto romanzo di Alessandro Baricco. Pubblicato per la prima volta nel 2005 da Fandango – che lo fece uscire con quattro copertine diverse -, poi ristampato successivamente da Feltrinelli senza variazioni se non, mi pare, nella pagina dei ringraziamenti.




Le copertine – anche quella dell’edizione Feltrinelli – sono di Gianluigi Toccafondo: pittore, illustratore, cineasta.




Stando a tutto ciò che ho detto prima, credo sia ragionevole pensare che, ai fini di questa rubrica, dei libri scritti da Baricco avrei potuto sceglierne uno qualsiasi. Se ho scelto proprio questo, però, c’è un motivo: mi pareva interessante – o più interessante – descrivere un libro che, sempre presentando le vistose caratteristiche di cui ho parlato, raccontasse un’intera vita.

La vita raccontata in Questa storia è quella di Ultimo Parri. Diviso in sette parti, ognuna scritta con una tecnica diversa, il romanzo inizia nel 1903 e (fatti i conti tenendo presente l’ultima indicazione temporale che recita «undici anni dopo») termina nel 1980. Sette momenti: della vita di Ultimo Parri il lettore vedrà solo quelli.


1. Ouverture:

Tiepida la notte di Maggio a Parigi, mille novecento tre.

Un esercizio di stile. Il prologo alla vicenda, poche pagine che raccontano la meraviglia (e il terrore) della velocità. L’evento narrato è vero, la corsa Parigi-Madrid del 1903 che fu poi fermata a causa delle numerose morti sia tra i piloti che tra gli spettatori.
Baricco qui salta da una prospettiva all’altra (si alternano prima e terza persona), attardandosi ora sui preparativi di un anziano cameriere a Madrid in attesa del grande arrivo, ora sulla corsa stessa, sui piloti, sulla gente che corre per andare a vedere “il miracolo” della velocità – mostro ingovernabile.

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Ultimo Parri, il protagonista, qui non c’è. I fatti raccontati accadono molto lontano da lui. Ma per raccontarne la storia, Baricco sceglie questo come punto di inizio. E lo fa – io credo – per chiarire quale sia l’idea con cui Ultimo ha vissuto la sua infanzia, l’idea che lo ha formato e in certo modo anche dominato per il resto della vita.


2. L’infanzia di Ultimo:

Ultimo si chiamava così perché era stato il primo figlio.
– E Ultimo -, aveva subito precisato sua madre, appena ripresi i sensi dopo il parto.
Così fu Ultimo.

Come da titolo, in questa parte si dà conto dei primi anni di vita di Ultimo, a partire dalla nascita e dalle ragioni del suo nome. La narrazione è tutta in terza persona, senza l’alternanza della parte precedente.
Assieme a Ultimo, qui si muovono altri personaggi, certamente centrali in quella che sarà la sua formazione, e parte dell’idea di mondo che lo accompagnerà per sempre. Libero Parri, suo padre; Florence, sua madre; e il conte D’Ambrosio, pilota che introdurrà il padre al mondo delle corse e che poi, si scoprirà più avanti, diventerà l’amante di Florence, da cui avrà un figlio ritardato.
Centrale è la scena in cui Ultimo e Libero Parri, a Torino, si ritrovano come in sogno a girare per una quantità di volte non definita attorno ad uno stesso palazzo.

Gustave Doré, Il castello di Atlante
(Orlando furioso, xii)

In questo episodio, Ultimo avrà la rivelazione che cambierà la sua vita per sempre. Potremmo dire una premonizione. Inizia a prendere forma, dentro di lui, l’idea di una strada speciale, da ripercorrere all’infinito, tanto da annullarsi, diventare un qualcosa d’altro. Come dirà Ultimo, una strada che mette in ordine il mondo.

L’infanzia di Ultimo termina a quindici anni, una domenica d’Aprile del 1912. In un solo giorno rischia di perdere il padre in un incidente d’auto e, contemporaneamente, scopre il “tradimento” della madre. Il racconto si interrompe qui, l’ultima immagine è quella di Ultimo che corre in moto verso l’ospedale, sperando di trovare suo padre ancora vivo (che il conte è morto, lo sa già).


3. Memoriale di Caporetto:

Ma la pace, quella era cosa più complicata.
Io stesso l’ho attraversata con passo incerto e spesso smarrito, senza capirne mai, veramente, il significato. Tanto che non spiace ammettere di aver dilapidato quei vent’anni nella preparazione di questo memoriale, che oggi finalmente scrivo, pur sotto l’insidia di una fretta cui mi costringono le circostanze.

Ultimo è in guerra, partecipa alla battaglia di Caporetto, durante la prima guerra mondiale. A ricostruirne le vicende è una voce in prima persona, quella di un uomo che con Ultimo non ha nulla a che fare, pur incrociandone la strada. È lui – lui l’uomo, intendo – che sta scrivendo il memoriale e Ultimo, in realtà, ne è solo una comparsa.
L’uomo è il padre di un ufficiale dell’esercito italiano (nominato solo come «il capitano»), fucilato con l’accusa di diserzione. Il proposito del memoriale è quello di ricostruirne le vicende per dimostrare che il capitano, muovendosi nella follia della guerra, non è stato realmente colpevole. In altre parole, l’uomo che scrive cerca di restituire al figlio l’onore e la dignità. In questo scenario, Ultimo compare perché agli ordini del capitano, ha condiviso con lui parte dell’orrore della guerra.

Nel memoriale si alternano tre filoni, diciamo così. Ci sono le parti che ricostruiscono la fuga di Ultimo, Cabiria (un altro soldato) e il capitano; poi le parti in cui l’uomo ricostruisce gli incontri, le ricerche che ha compiuto per redigere il memoriale; e infine le parti in cui l’uomo riflette sul significato di una guerra assurda, su quello di pace, tentando anche, per così dire, una descrizione della guerra.


4. Elizaveta:

Inizio a scrivere questo diario il 2 Aprile 1923.
Niente di poetico. Ho solo bisogno di registrare la mia impresa.
Come un indice. Per non dimenticare. Un indice.
Chi sono. 21 anni. Nome: Elizaveta. Russa. Di San Pietroburgo.

Ancora un cambio di tecnica e un cambio di narratore.
Ultimo lo abbiamo lasciato a Caporetto, in fuga. Adesso lo ritroviamo negli Stati Uniti, impiegato come venditore di pianoforti porta a porta per la Steinway & Sohns. Qui tutto è raccontato dalla voce di Elizaveta e, appunto, nella forma di un diario.

Elizaveta e Ultimo, insieme, girano gli Stati Uniti per vendere pianoforti e, come da disposizioni aziendali, offrendo lezioni gratuite per incentivarne l’acquisto. Elizaveta dà lezioni, Ultimo guida il furgone e accorda i pianoforti.





Ultimo, anche qui, come nella parte precedente, è una presenza in secondo piano. Ciò che a Elizaveta preme raccontare, almeno nella prima parte del diario, è quella che lei chiama la sua impresa: corrompere ogni famiglia con cui entrerà a contatto. Seguiranno quindi tutta una serie di resoconti di rovine famigliari, ognuna causata da questa ragazza che non si sa se è più un animale ferito, una giovane incosciente o semplicemente una persona sgradevole.
Inframmezzati alle “avventure” di Elizaveta, ci sono i suoi incontri/scontri con Ultimo. Sembra che tra i due possa esserci qualcosa, un legame amoroso, ma, allo stesso tempo, sembra che ognuno dei due sia incapace di dirlo all’altro.
Non mi dilungherò oltre nel riassunto della trama. Quello che è interessante notare è che il diario, ad un certo punto, fa un salto in avanti.

Dagli Stati Uniti del 1923 all’Italia del 1939. Sono passati sedici anni dall’ultima annotazione, che terminava con la scomparsa di Ultimo, che da un giorno all’altro si licenzia e va via, non si sa dove. Adesso Elizaveta è una donna sposata, vive a Roma, e al momento del racconto si trova sul lago di Como. Qui veniamo a scoprire che tutto ciò che aveva raccontato nella prima parte del diario, fatta eccezione per alcune minuscole cose, era una finzione, non c’era mai stato alcun piano, non aveva mai rovinato alcuna famiglia.

Villa d’Este, Lago di Como, 1939

Era un suo modo, strano, di combattere la rabbia e forse, anche, di comunicare con Ultimo. Elizaveta lasciava apposta il suo diario in giro, di modo che Ultimo potesse leggerlo. Lo sapeva innamorato di lei, ma non sapeva dire se quell’amore fosse ricambiato o meno.
Adesso però lo sta cercando. Dopo anni va nel paese dove Ultimo è nato e cresciuto. Non lo trova, ma trova suo padre, Libero, e con lui ha un lungo confronto, fatto più di cose taciute che di vere e proprie rivelazioni. Se qualcosa si capisce, è nell’improvviso manifestarsi di pochi, piccoli indizi.
Ancora un salto nel tempo.
Ci ritroviamo a Sinnington, un paesino inglese, nel 1969. Elizaveta è ormai una donna anziana, il tempo e l’età le hanno permesso di capire molte cose. Una di queste è che anche lei, in realtà, Ultimo lo ha sempre amato. In quelle che sono forse le pagine più riuscite e belle dell’intero diario, Elizaveta da vecchia scrive un’ultima annotazione rivolta all’Elizaveta giovane. Le racconta della sua ricerca di Ultimo, di come poi sia riuscita a conoscerne la madre e il fratello ritardato. E di come, alla fine, proprio Florence le abbia dato l’indizio per trovare Ultimo.
Ora che la sua ricerca è finita, consegna un saluto all’ultima pagina del suo diario. Poi, all’alba, andrà da Ultimo. O meglio, a ciò che Ultimo le ha lasciato di sé.


5. 1947. Sinnington, Inghilterra:

Mio fratello mi tiene per mano, Mio fratello mi tiene per mano e nell’altra mano io tengo la cartella del capitano Skodel, Mio fratello mi tiene per mano e io devo stare attento a non strisciare per terra la cartella del capitano Skodel che tengo con l’altra mano…

Un salto a ritroso, dopo che con il diario la narrazione si era spinta fin quasi alla fine della storia. Il salto temporale serve a svelare proprio uno dei misteri contenuti nella parte precedente. Cosa ci faceva Ultimo a Sinnington? Come era arrivato proprio lì?
Qui la narrazione è in prima persona, e la voce quella del fratello ritardato di Ultimo (quindi, un altro narratore ancora). Graficamente, questa parte è realizzata attraverso blocchi di paragrafi staccati l’uno dall’altro da una riga bianca, di lunghezza più o meno uguale.

La voce che racconta è una riuscita cantilena, ripetitiva, come ripetitivi sono i pensieri del fratello di Ultimo, che, mentre segue ciò che gli accade intorno, cerca e non trova una moneta dentro la sua tasca, e si dibatte dentro di sé perché vorrebbe avere le mani libere per cercare meglio, ma non può lasciare la cartella che tiene in mano.
L’ambientazione è una pista d’atterraggio utilizzata dall’aviazione britannica durante il secondo conflitto mondiale. Il capitano Skodel, che Ultimo e suo fratello stanno accompagnando all’aereo, è l’ultimo pilota che decollerà da lì. La pista verrà presto smantellata.
La parte si chiude con Ultimo che, rivolgendosi al fratello, gli dice di aver comprato quella pista, è lì che finalmente realizzerà il suo sogno.


6. 1950. Mille miglia:

Un passo avanti di pochi anni. E, di nuovo, uno scarto tecnico rispetto alla parte precedente. Ritorna la terza persona, come nella parte numero due.
Si racconta qui di una serata, in un paesino italiano, dove sta per passare la Mille Miglia.





L’ambientazione è tutta tra l’interno e l’esterno di una locanda (davanti alla locanda c’è una pompa di benzina). La locanda si è svuotata, sono tutti corsi in paese per veder passare le automobili. Anzi, non proprio tutti: un uomo è rimasto seduto ad un tavolo, e nella stanza sul retro c’è la moglie del proprietario, rimasta lì a badare alla locanda.
Senza farla troppo lunga, l’uomo è Ultimo. Il narratore non lo chiamerà mai col suo nome, ma disseminerà indizi per far capire che si tratta di lui. Ultimo e la moglie del proprietario, in quella improvvisa bolla di nulla, quasi come in sogno, finiranno a parlare, poi a far l’amore.

Mille Miglia, 1940

Nell’ultima scena, Ultimo si allontanerà a piedi dalla locanda. Voltandosi un istante, vede un’automobile fermarsi davanti alla pompa di benzina. È una delle auto della corsa, una Jaguar color argento con sopra un numero, il 111.
Subito dopo, il narratore ci informa che quell’uomo (Ultimo) morirà quattro anni più tardi, su una strada, in Sudamerica.





7. Epilogo:

Poiché se l’era promesso, Elizaveta Seller, vedova Zarubin, cercò per anni un circuito di diciotto curve, costruito nel nulla e probabilmente mai usato.

L’ultima parte, speculare alla prima, è costruita sull’assenza di Ultimo. Protagonista è qui Elizaveta, la narrazione la ritrova più o meno dove l’aveva lasciata nella quarta parte, in attesa di andare da Ultimo. Il finale della storia il lettore non lo ascolterà dalla sua voce, sarà di nuovo la terza persona – il narratore onnisciente – a dar conto della ricerca di Elizaveta, dello sforzo per trovare il circuito costruito da Ultimo. Una volta trovato, ormai praticamente in rovina, vistosamente mai utilizzato, usa i suoi soldi per farlo rimettere a posto. Poi, nella scena finale, lo percorrerà in macchina, accompagnata da un pilota scelto apposta per l’occasione.
Sarà questo il suo ritrovare Ultimo. In realtà, fisicamente, non lo ha visto mai più da quando giravano assieme negli Stati Uniti. Ultimo ha però fatto in modo di racchiudere tutta la propria vita in quel circuito, come in una sorta di messaggio cifrato che solo lei, Elizaveta, avrebbe potuto capire. E così si chiude il libro, con lei che percorre quella strada. Alla fine scenderà dalla macchina, e ordinerà di distruggere tutto.
Come nella parte precedente, il narratore, nelle ultime righe, informa il lettore che Elizaveta morirà undici anni più tardi, sulla riva di un lago, in Svizzera.


Conclusioni:

Questa storia è un puzzle.
Sette parti, almeno tre narratori diversi che parlano in prima persona, un narratore onnisciente che compare due volte, più un’apertura ibrida, fatta di slittamenti continui tra prima e terza persona. La sequenza temporale si attorciglia, come compiendo una specie di giro della morte, per tornare poi a scorrere dritta fino al finale.
Ho detto prima che è il racconto di una vita, ma adesso mi correggo: è il racconto di un enigma. Il lettore alla fine non avrà tutte le risposte, queste sembrano quasi appartenere più ai personaggi che non a chi legge.
Baricco ha costruito un libro che si sposta nel tempo, andando avanti e indietro, ripartendo da un punto che si credeva concluso, poi tornando in avanti; un libro che si complica attraverso i cambi di prospettiva, di narratore, e che allude continuamente alle vicende di Ultimo ma sempre, in qualche modo, le tiene lontane.
Ripeto, Questa storia è il racconto di un enigma. E l’enigma è la vita di Ultimo Parri.


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7 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 20 / “Questa storia”, di Alessandro Baricco”

  1. Ma.Ma. Says:

    Edoardo sei stato così chiaro che alla fine mi hai restituito (purtroppo) la stessa sensazione che provai quando lessi Oceano mare. Faccio una premessa. Uno degli unici libri che ho ripreso in mano tantissime volte dopo la prima (forse a partire già da 15 anni fa) e ancora faccio spesso, è stato scritto da lui, ma fa parte di una delle due eccezioni, parlo di Novecento: mi piace molto rileggere il monologo che fa il protagonista per spiegare ciò che pensò in cima le scale, cioè quando racconta il motivo per cui non le discese. Oceano mare, che mi fu consigliato da un amico sempre una quindicina di anni fa, lo trovai “vuoto” (vuoto di storia, pieno di esercizi di scrittura, ma a me – soprattutto all’epoca – interessava la storia). E mi scuso moltissimo: credo che non dovrei permettermi di esprimere giudizi su qualcosa che di certo non ho semplicemente mai capito. È che mi pareva tutto forzatissimo. Cioè tutto iper calcolato e progettato per creare disorientamento o altri effetti. Non ricordo nemmeno se il personaggio principale fosse maschio o femmina. Non mi è rimasto niente, della storia. Solo due immagini: qualcuno stava in una casa, credo in riva al mare, verso la fine. Una casa che io ho immaginato vecchia e di legno scuro. E poi una barca in mezzo all’oceano dove dei superstiti si mangiavano tra di loro. Ecco quando lessi il libro, ricordo che lo “salvai” per questa scena. Solo per questa, certa che fosse riuscito a rappresentarla bene, ed è forse proprio a causa di questa scena che non acquistai mai più nessun libro suo. E ora spiego il perché. A un certo punto mi ritrovai davanti al dipinto “La zattera della Medusa” e avrei potuto giurare che corrispondeva esattamente alla scena descritta nel libro. Per cui dentro di me si insinuò la convinzione che quell’unica cosa bella fosse stata frutto di un “plagio”: mi lascio sorprendere da chi crea, ed è forse per questo che quando mi accorgo di essermi entusiasmata per una creazione frutto di una copiatura, mi sento ingannata.
    Sono certa che Baricco potrebbe sezionare e descrivere ogni parte dei suoi libri, spiegandone il perché nei minimi dettagli. Preferisco cose meno tecniche (passatemi il termine, come dire meno costruite) e più di “pancia” (lo so, è diventata un’espressione trita e ritrita, ma è anche una cosa che capisco, e non trovo sinonimi adatti). Insomma, non mi è venuta voglia di riprendere in mano suoi libri, Novecento, sì.

  2. Giulio Mozzi Says:

    “E poi una barca in mezzo all’oceano dove dei superstiti si mangiavano tra di loro”.

    Géricault, La zattera della medusa

  3. Ma.Ma. Says:

    Sì! Ecco: proprio questa immagine. È ancora uguale! (Alla mia immagine…) Quando la vidii in una frazione di secondo feci tre pensieri: 1. Mah! No! Non è possibile che mi abbiano tirato fuori dalla testa quell’immagine lì, che non ho raccontato a nessuno… e subito dopo: 2. ah, sì, quell’immagine lì, proprio quella, non è mia, me l’ha messa in testa Oceano mare. E dunque… 3. Oceano mare contiene semplicemente la descrizione di quell’immagine lì. …sic! Poi magari – o certamente – non è vero…

  4. Fiammetta Palpati Says:

    Baricco racconta la “La zattera della Medusa” di Géricault, come Géricault ha raccontato, dipingendola, la zattera della Medusa.

  5. Ma.Ma. Says:

    Ci ho ragionato a suo tempo Fiammetta. La “vera” zattera della Medusa non è stata “creata”, “inventata” e nemmeno “immortalata”. Prendere dalla realtà per creare qualcosa di “artistico” (passami il termine) ha un grande senso (per me è quasi uno degli scopi più importanti dell’arte, per me, eh). E tra l’altro l’opera, il quadro, si dichiara sin dal titolo, come riproduzione di qualcosa preesistente. Baricco non dice da dove viene quell’immaginario, a me era parsa “roba sua” tant’è che forse non arriva nemmeno da questo quadro (è una mia teoria, per cui quasi certamente sbagliata). È. Loro diverso. Secondo me.

  6. Fiammetta Palpati Says:

    Secondo Wikipedia gli è arrivata proprio da quel quadro. (nel senso che sapeva benissimo quel che faceva).

    Voglio dire che – come lucidamente dice lo stesso Baricco, nell’estratto de “La sposa giovane” (ma sarà proprio Baricco a parlare? Dobbiamo prenderle per “vere”, per “sue”, quelle parole che Edoardo Zambelli ha scelto di mettere in introduzione alla sua illustrazione?) – quella “certa idea di letteratura” che Zambelli enuclea, dimostra e non esplicita, sembrerebbe proprio quella – non tanto nuova, ormai – di narrare rinunciando a certe comodità del naturalismo, o giocandoci abilmente al punto da metterle seriamente in crisi. Infrangendo, per cominciare, i famigerati patti col lettore. Certo in questo modo riesce difficile ottenerne un consenso duraturo ed esteso. In questo romanzo – che non ho letto – mi arrischio a dirne qualcosa grazie alla puntualità dell’analisi che ne è stata fatta –
    la storia di un essere umano (immaginario) viene ricostruita attraverso una serie di “racconti”, senza che né il protagonista, né un narratore, si prendano la briga di fare della storia di Ultimo un “classico” protagonista. E’ solo il filo conduttore. Questa è una “idea”? E’ un “tecnicismo” narrativo? Non so dirlo. So dire che io mi sono fatta questa domanda:
    La vita di Ultimo conta meno di altre? O più di altre?
    Magari non ci entra niente ma mi sono detta che forse questa storia – “Questa storia” – parla anche di potere.
    Io credo – questo lo credo io, sebbene io sia una tra i tanti, e la minore, a crederlo – che c’è un grosso potere nel prendere la parola. Non solo nel dire “io”; ma anche “tu” o “egli”. Le vite umane sono fatte tanto di narrazione (e narrazione di narrazione) e non solo quella letteraria, o pittorica. E allora una storia raccontata in questo modo, a me dà la sensazione di come sono le vite quando nessuno le racconta.

  7. Ma.Ma. Says:

    (Dovrei affidarmi più spesso a Wiki. Grazie! E pensare che all’inizio mi era stato detto che si trattava di un quadro che si ispirava a una scena descritta nell’Inferno della Divina commedia… credevo fosse davvero una strana coincidenza: felice di non essermi sbagliata.)

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