Archive for the ‘La formazione dell’insegnante di lettere’ Category

Un’altra scuola, di Giovanni Accardo

6 maggio 2015

[Giovanni Accardo è insegnante di Lettere presso il Liceo Pascoli di Bolzano. Oggi arriva in libreria, pubblicato da Ediesse nella collana Carta bianca curata da Angelo Ferracuti, il suo libro-diario Un’altra scuola. Ecco le prime pagine. Chi preferisce, può prelevare l’estratto in pdf gm].

Ottobre

Lunedì 1

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Cominciano le riprese di Aquadro, così s’intitola il film, scritto e diretto da Stefano Lodovichi, prodotto dalla Mood Film, in coproduzione con Rai Cinema. Per tutta la settimana con la collega Ieraci siamo esonerati dalle lezioni, il nostro compito sarà quello di assistere la troupe e seguire gli studenti delle due classi che faranno da comparse. Chiedo alla preside se mercoledì la collega può stare da sola per le prime due ore perché devo interrogare su I promessi sposi in seconda e D’Annunzio in quinta.
Ieri mi è arrivato un sms di Elizabeth, la responsabile del cast: mi chiedeva se sono disponibile a fare la comparsa in alcune scene in cui serve un insegnante. Non ci penso neppure un secondo e do la mia disponibilità. È la prima volta che vedo un set.
Alle 8.00 del mattino, con la collega Ieraci e gli studenti delle due quinte che faranno da comparse, ci troviamo al terzo piano del liceo. Un’aula è stata trasformata in sartoria e sala trucco. Non va bene come sono vestito, hanno deciso che i costumi dovranno essere omogenei e su tonalità del grigio o del blu. Niente colori accesi, niente magliette con scritte, niente camicie a righe o a quadri.
Non vorrete mica dare l’immagine di una scuola grigia?, dico, questa è una scuola allegra e colorata. Ginevra, la costumista, mi sorride, ma mi chiede di cambiare la maglia. Mi cambio e aspetto il mio turno. Intanto i ragazzi domandano come funzionerà col pranzo, visto che per una settimana dovranno restare a scuola fino alle 18.00. Chiedo al produttore, se hanno previsto un cestino per gli studenti. Non abbiamo soldi, mi dice, non riusciamo a pagare il pranzo, però possono prendere da bere, ma anche il caffè e le merendine che il catering mette a disposizione durante le riprese. Spiego la situazione alla preside, non mi sembra giusto che i ragazzi stiano qui mattina e pomeriggio e si devono portare il pranzo da casa, oppure pagarselo al bar, dico. Senta la segretaria, se abbiamo soldi.
«Professore», mi fulmina la segretaria, «non ci sono soldi».
«Su, faccia la brava, provi a cercare qualcosa».
Mi guarda e ride, dopo si avvia verso la cassaforte.
«Ci sono le cauzioni delle chiavi degli armadietti, quelle degli anni precedenti che non abbiamo restituito perché non hanno riconsegnato la chiave alla fine dell’anno scolastico».
«Ha visto che qualcosa c’era», le dico.
Proviamo a contare, ma non c’è molto. Vado al bar, chiedo quanto costa uno sfilatino con salame e formaggio o prosciutto e formaggio, me ne servono quarantacinque, dico a Piero, il barista. Riusciamo a coprire soltanto tre giorni. I ragazzi ringraziano comunque. Vedrò di inventarmi qualcosa per gli altri giorni, prometto.
Dopo una giornata ad aspettare, non arriva il turno delle mie riprese. Restituisco la maglia in sartoria e alle 18.30 me ne torno a casa.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 12 / Monica Cerroni

18 febbraio 2015

di Monica Cerroni

[Questo è il dodicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse quasi tutti i mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Monica per la disponibilità. gm]

monicacerroniQuesto è il mio tredicesimo anno d’insegnamento: l’ottavo in un liceo di Roma, dove curo l’italiano e le discipline umane.
Quando ripenso agli inizi, si spalancano davanti a me gli sguardi dei primi alunni, come una voragine. E li rivedo uno per uno dal rettangolo della porta, mentre avanzo celando la mia paura di giovane laureata in un nerissimo tailleur da signora. Uscita da anni di studi e ricerche, avevo appena vinto la cattedra e dal silenzio operoso dei miei libri mi tuffavo nell’oceano scuola. Dopo aver tessuto parole di carta, giunsi nel regno della parola viva. Fu un approdo eccitante e fortuito, per il quale dovetti chiamare a raccolta tutte le mie forze: culturali e umane. Non potevo contare su nient’altro.
Nonostante la paura e la solitudine della novizia, varcata quella soglia scoprii il lavoro che non sapevo di amare. E fu una rivelazione: autentica, fulminea, inesorabile.
Da allora, di anno in anno, senza altro supporto che quello frammentario di qualche collega più esperto, ho navigato divenendo più consapevolmente appassionata.
Insegnare è per me un altro modo di vivere: arrischiarsi, inciampare, rialzarsi. Ho imparato ascoltando gli sguardi dei miei alunni. Ho imparato a leggere e a pronunciare parole invisibili; ad essere l’arciere e l’armatura; ho imparato a far parlare chi non ha più voce. Il mio è il lavoro dell’impossibile. E questo mi elettrizza o sconforta, a seconda degli incontri, delle occasioni, dei bilanci.
La scuola mi appare un infaticabile laboratorio: si sperimenta quasi ogni giorno, senza avere mai la certezza dei risultati e neppure il conforto d’essere stati indispensabili a raggiungerli. Quando poi devi andar via, può capitare che il lavoro che hai fatto svanisca con te in un pulviscolo di ricordi.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 11 / Emanuela Scicchitano

4 febbraio 2015

di Emanuela Scicchitano

[Questo è l’undicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Emanuela per la disponibilità. gm]

Emanuela_ScicchitanoSono cresciuta dentro una biblioteca di ciliegio, divisa fra pannelli chiusi e varchi aperti che si alternavano fra loro in un gioco di pieni e vuoti, fra i quali mi perdevo. Puntualmente alla ricerca di un libro che fosse sempre più nascosto e impolverato di quello che la mia mano riusciva a raggiungere. Quale fosse l’ordine per cui un libro potesse essere disposto e disponibile sullo scaffale a vista o adagiato e dormiente nella pancia di quella libreria ancora mi sfugge. E i cambiamenti che i libri hanno subito nel tempo fra traslochi, dismissioni e acquisizioni mi hanno sempre depistata, fin quando non sono stata abbastanza matura per far miei i libri attraverso alcuni adolescenziali criteri di sistemazione: tutti basati su istintive modalità di abbinamento, che nessun sistema Dewey tiene in conto. Una volta affinate, non permisi più a nessuno di metterle in discussione: mi erano costate anni di ripensamenti ed esplorazioni, tutte elaborate dal mio punto di osservazione privilegiato: la neoclassica poltrona di pelle punzonata che fiancheggiava la libreria e mi permetteva di vivere, lì seduta, le mie pigre avventure di pensiero di bambina molto lettrice e poco saltellante. Eppure ero contenta di avere ciò che allora mi bastava: mi bastava stare in compagnia di me stessa e dei miei libri: ovvero, dei libri che mia madre, insegnante di italiano, aveva accumulato nel suo tempo. Ma anche nelle case altrui cercavo i miei libri: mia nonna li teneva accatastati dietro al divano del suo soggiorno e cercavo sempre di acquisirli a me. Tutte queste letture, bulimiche e poco consapevoli, me le tengo dentro come l’odore di cuoio della poltrona di casa mia o del sugo caldo di pomodoro che mia nonna mi faceva assaggiare, prima di condirci la pasta, mentre leggevo i libri che, a casa sua, i figli avevano deposto nel tempo.

Sì, sono stata una bambina “poco uscita”: me lo ricorda, ridendo, il mio fidanzato, anche lui insegnante, che ha trascorso la sua adolescenza in un’isola del Mediterraneo simile a quella di Arturo. Ma io gli inseguimenti sugli scogli o la noia della pesca non li ho vissuti uscendo, ma solo entrando in un libro che me la raccontasse. L’isola di Arturo della Morante, appunto. Ma non rimpiango l’essere “poco uscita”: ci rido sopra con nostalgia e consolidata abitudine. E con lo sguardo retrospettivo di chi, poi, è diventato insegnante di lettere e si è ritrovata un deposito di letture a cui attingere e con cui confrontarsi. A volte, molto aspramente.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti

28 gennaio 2015

di Daniela Grandinetti

[Questo è il decimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Daniela per la disponibilità. gm]

daniela_grandinettiNe La lingua salvata Elias Canetti dice che “la diversità degli insegnanti è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita”. Questa rubrica lo dimostra.
Non sono frequenti le occasioni per raccontare le esperienze, i dubbi, le scelte che accompagnano il viaggio di un insegnante – tra entusiasmi e frustrazioni – quindi ben venga questa occasione che può servire, in primis, a chi scrive, come momento di riflessione, “un fare il punto”.
Si sente dire che la scuola è rimasta forse l’unica agenzia culturale a difendere l’ultimo baluardo di formazione, oggi che gli adolescenti spesso non hanno significative esperienze di vita associata ispirata a un ideale o a uno stile di vita. Le forme associative più diffuse sono quelle legate alla pratica di uno sport, quando praticato, né più oratori né politica; è quindi forse vero che la scuola ha questo ruolo più che in passato.
Io appartengo alla schiera di insegnanti che ancora crede nel ruolo educativo della scuola. Mi sono formata alla scuola della letteratura più che della pedagogia.
Sono stata un’adolescente inquieta e curiosa, nata in un piccolo centro in provincia di Catanzaro, dove sono cresciuta a pane musica e cinema e dove con un piccolo gruppo facevo teatro. Ricordo ancora una sera nel teatro della nostra città uno spettacolo che scandalizzò la platea: era l’Antigone del Living Theater, una di quelle esperienze che ti indicano la strada per capire che respiro vuoi seguire.
Ho frequentato il liceo classico e quando mi sono iscritta all’università avevo in testa una sola cosa: non volevo insegnare, quindi ho scelto Lingue. Ero una studentessa fuori sede a Firenze con grandi aspettative, ma l’esperienza universitaria in parte è stata deludente, contrassegnata da un grande confusione e, poiché non ero sicura di ciò che avrei voluto fare, ho fatto ciò che mi piaceva fare. Mi sono iscritta ai corsi di inglese e russo più per studiare la letteratura che non la lingua, ho cominciato a dare esami in libertà (allora i piani di studio lo permettevano con i cosiddetti esami facoltativi) passando per estetica, storia del cinema, storia del teatro, storia del giornalismo e così via. Strada facendo però ho capito che le lingue non erano la mia strada, anche se poi le ho imparate, e mi sono laureata in Lettere. Da sempre sono stata una lettrice onnivora, appassionata di cinema, musica, teatro, scrittura, ma anche sport (soprattutto atletica) e danza, da quella tribale a quella contemporanea.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea

21 gennaio 2015

di Sergio Pasquandrea

[Questo è il nono articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

Sergio_PasquandreaNon è che io abbia scelto di fare l’insegnante di lettere. È proprio che, ripensandoci, mi chiedo: ma che cos’altro sarei potuto diventare, nella vita?
A quattro anni, leggevo le favole a mio nonno. Sì, io a lui. E no, non sapevo leggere: avevo imparato a memoria tutti i libri che c’erano in casa, compresi i punti in cui bisognava voltare pagina. L’imitazione era perfetta, tranne quando non c’erano le figure, perché allora, mancandomi i riferimenti, correvo il rischio di tenere il libro a rovescio.

Ricordo poco della materna, e quel poco ha scarsa rilevanza didattica; avevo due maestre: una di cui non ricordo il nome, alta e altera, un’altra che si chiamava Ines, piccoletta e sempre sorridente.
Alle elementari ebbi una maestra bravissima: Vilma Porporino, che il cielo l’abbia in gloria. Coniugata Zaza, e coniugata a scuola, nel senso che anche il marito era un maestro (i maestri elementari, specie ormai estinta in tempi di assoluto predominio didattico femminile). La scuola era un edificio umbertino, al piano di sopra c’era la sezione delle medie dove insegnava mia madre. Sì, sono figlio d’arte, anche se figlio deviato perché lei ha insegnato per trent’anni matematica e scienze.
Delle medie ricordo poco o nulla, chissà perché, e anche qui quel poco non ha rilevanza per la mia futura professione. Però ricordo i testi di narrativa di tutti e tre gli anni: in prima Sussi e Biribissi di Collodi nipote, in seconda Il ragazzo rapito di Stevenson e in terza Il Gattopardo. Il secondo e il terzo, li annovererei ancor oggi fra i libri della mia vita.
A parte questo, a tredici o quattordici anni avevo fatto fuori tutto ciò che di leggibile c’era in casa, e posso assicurare che ce n’era parecchio. Cominciai ad accumulare libri, più di quanti riuscissi a leggerne. Non ho ancora smesso.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla

14 gennaio 2015

di Elianda Cazzorla

[Questo è il l’ottavo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Elianda per la disponibilità. gm]

Elianda CazzorlaVedo tre linee che si intersecano sinuose e divergenti e poi si moltiplicano nel mio andare quotidiano. A scuola, nei corridoi, tra i banchi quelle linee si incontrano, si intrigano, si cercano. Il mio e il loro. Leggere. Scrivere. Apprendere. Diventano un labirinto di linee nell’acqua ghiaccia, come sono lì ora i rami riflessi in una vaschetta vuota nel mio giardino, in terra. Giochi d’inverno. Sospese le ore di lezione. Posso fermarmi. Quante linee in tre decenni e un po’ più d’anni? Magia di ogni giorno, fuori e dentro quelle mura. Incrocio di sguardi, pensieri ed emozioni. La loro crescita, la mia crescita A scuola. In ogni stagione.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Finita la quinta ora, alle 13,00, una corsa al supermercato. In fila alla cassa aspetti e leggi un post in Facebook. E pensi. Non posso non parlarne in classe. E paghi. Domani lo farò e chiederò di usare quel testo come modello di scrittura per raccontare un aneddoto delle vacanze natalizie. E ti fermi davanti al rosso. Tempo circoscritto. Non più di dieci minuti. Spazio delimitato. Per esempio: dal dottore. Scena senza commenti. Alternanza di punti di vista. Dialoghi brevi ed essenziali. Chiusa ad effetto. Riparti. I miei studenti del liceo artistico, devono conoscere Matteo Bussola. È un fumettista e loro, che amano disegnare, non possono non leggere i suoi testi così chiari e intensi, devono saper guardare e saper andare in fondo, oltre a dividere la scena in quadri. Devono saper scrivere, interrogarsi. Scegliere. Spegni il motore. Scarichi la spesa. Entri in casa. E saper leggere qualsiasi tipo di testo.

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Cosa o come insegnare a scuola / Pagine a prova di alunno

19 dicembre 2014

Roberto Contu ha 38 anni e insegna Italiano e Storia nel Liceo artistico “Bernardino di Betto” di Perugia. Collabora inoltre con il dipartimento di Italianistica dell’Università di Perugia, dove fa ricerca e si occupa anche di didattica della Letteratura italiana (tiene corsi per il TFA-PAS, le scuole dove si formano i futuri insegnanti). Gli interessano molto, mi dice, “le situazioni dove sembra ‘difficile’ insegnare letteratura”.

E mi manda un interessate contributo dal titolo Pagine a prova di alunno. Per prelevarlo basta cliccare sulla classe sottostante, colta in un momento di intensa concentrazione nello studio.

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Su un argomento affine, vedi l’articolo Che cosa fate leggere agli studenti?

La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi

17 dicembre 2014

di Luca Tedoldi

[Questo è il settimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Luca per la disponibilità. gm]

luca_tedoldiUna formazione si dice in molti modi. Liceo classico, odiato e amato: belle le lezioni di Italiano, non tutte quelle di Filosofia, pochissimo tutto il resto. Al classico, ma che dico, a Giovanni Valle che venne a farci il corso, devo soprattutto l’amore per il teatro, un’arte che è insieme parola, voce, gesto, letteratura, musica, pittura, ginnastica. Primo anno d’università a Lettere, esami di Letteratura italiana e Storia moderna. Dopo il galleggiamento disanimato del liceo arrivano i primi trenta; ringalluzzito mi metto a studiare davvero ed ogni esame diventa il pretesto di dibattiti infiniti con amici e compagni di facoltà, tanto più che dal secondo anno faccio il passaggio a Filosofia. Alla fine di quelle discussioni non c’era alcun voto, nessuno pensò di riconoscerci un titolo, ma sono state tra le esperienze più formative mai vissute. Peccato per chi, laureato abilitato masterizzato, non ne ha goduto. Molto più utili dei monologhi frontali della Silsis, frequentata sia per Lettere che per Scienze umane (quattro anni di maledizioni), ma meno del tirocinio fatto a scuola (nella trincea della contrapposizione sapere-potere contra diritto all’ignoranza), a vedere quali errori non ripetere. Di primo istinto, dopo aver assistito a tanti, non intenzionali, atti di vandalismo culturale senza poter intervenire, è facile cadere nella forma imperativa e non chiedere, ma pretendere, che chi osi parlare da una cattedra debba fare questo e quello, respingere quell’altro e non dimenticarsi quest’altro ancora. Ad esempio evitare monologhi di un’ora nel silenzio pericoloso dell’aula, decodifiche del testo poetico in cui per quindici minuti si passano in rassegna tutte le versioni di un termine latino nelle lingue romanze, o sette citazioni di testi differenti in sette minuti. Insomma, rigettare come la peste l’autorefenzialità. L’alunno abbagliato accerta la competenza del docente e contemporaneamente nessuna fioritura d’idee o nozioni avviene nella sua mente, aratro senza buoi / che pare dimenticato.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 6 / Michela Fregona

10 dicembre 2014

di Michela Fregona

[Questo è il sesto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Michela per la disponibilità. gm]

MichelaFregonaSi chiamava Giuseppe Martini, e a usare il tempo passato faccio fatica, perché c’è ancora una parte di me che non vuole credere che sia successo quello che, poi, è successo.
La prima volta, era il 2002: rosso, di capelli e di faccia, gli occhiali montatura di metallo. Ho un ricordo di sole, fuori dalle finestre grandi della scuola: come sempre, in settembre. Noi, tutti, nell’aula. Mattina, pomeriggio; e poi, ancora, mattina, e pomeriggio. Venti solide ore.
E fuori il sole, a scaldare che faceva venire le malinconie da autunno in montagna – ecco, avevo pensato appena varcata la porta che, di lì a una decina di giorni, avrei infilato quotidianamente fino al luglio successivo, questo è un giorno da scappare in laguna, le ombre già si allungano e tu sei qui; altro che corso di formazione. La vergogna del pensiero era stata subito pari al senso di ribellione: mai stata brava a fare Lucignolo…
A un certo punto della lezione, lui si toglieva il maglione: arrotolava le maniche della camicia, spingeva gli occhiali indietro sul naso, con la nocca dell’indice, e, intanto, si stropicciava la bocca e il mento con la sinistra. Me lo ricordo così: fermo, in quella concentrazione.
Eravamo: impegnativi. In realtà, esistono pochi uditori più impegnativi di una classe di insegnanti.
E noi eravamo la periferia della periferia dell’insegnamento: eravamo il Ctp, Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Una cosa nata, ministerialmente, cinque anni prima, sulla scorta di cinquant’anni di scuola e corsi per lavoratori. Il carcere di giorno, di sera l’aula multiplex: multilingua, multietà, multietnia, multiscolarizzazione, multimotivazione; multi-tutto.
Com’è che ero finita lì?
Lo avevo scelto. Ovvio.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle

26 novembre 2014

di Marisa Salabelle

[Questo è il quarto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Marisa per la disponibilità. gm]

marisa_salabelleAvevo dodici anni quando uscì Lettera a una professoressa. La prima volta che ne sentii parlare fu dalla mia insegnante di italiano, in seconda media. La piccola signora coi riccioli era indignata: quel libro era offensivo nei confronti della classe insegnante. «È un libro che trasuda odio» commentò mio padre. Ero molto giovane e del tutto ignara del modo in cui andava il mondo e presi per buoni i loro giudizi. Solo alcuni anni dopo, grazie alla mia capo-scout, potei avvicinare quel volumetto dalla copertina bianca. Per me, cresciuta in mezzo ai libri, in una famiglia certo non ricca ma di buon livello culturale, per me da sempre prima della classe, che correggevo con la penna rossa le lettere di mia nonna e delle mie zie, che non riuscivo a capire come mai certi miei compagni di classe fossero irrimediabilmente asini, fu una rivelazione. Uno shock. Avevo sempre creduto che andare a scuola, leggere e scrivere senza errori, imparare poesie e nomi di catene montuose, risolvere espressioni algebriche fosse per tutti facile come lo era per me, e che quei miei compagni che prendevano sempre brutti voti fossero semplicemente dei ragazzi svogliati e fannulloni.
Lettera a una professoressa mi svelò la realtà che avevo sempre avuto sotto gli occhi ma che non ero stata in grado di decifrare, in quelle ragazze dall’aspetto adulto che mi dicevano bonariamente «Tu sei piccola» quando cercavo di inserirmi nei loro discorsi; in quei ragazzi vestiti da uomini, goffi nei modi, che non sapevano mai la lezione, che si esprimevano in un linguaggio rozzo e stentato, ben diverso dall’italiano perfetto che si parlava in casa mia. Erano stati nella mia stessa classe, alle elementari, alle medie: in seconda elementare (non ho frequentato la prima) c’erano, in classe con me, delle bambine di dieci, undici anni contro i miei sei. Alle medie c’erano, in classe mia, ragazzi che venivano dai paesini più sperduti della montagna pistoiese, si alzavano alle sei del mattino, avevano le mani rosse dal freddo, portavano abiti che sprigionavano un forte odore di fumo. Erano gli anni Sessanta e il mondo intero veniva in classe con me, ma io non avevo occhi per riconoscerlo. Ci volle Lettera a una professoressa.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 3 / Maria Luisa Mozzi

19 novembre 2014

di Maria Luisa Mozzi

[Questo è il terzo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Luisa per la disponibilità. gm]

marialuisa_mozziNon ho scelto di studiare: sono nata in una famiglia colta nella quale la scuola era la cosa più importante. Non ho neanche scelto di iscrivermi a lettere classiche: mi ci sono trovata, costretta da problemi esistenziali che poi, nel tempo, non ho più neppure cercato di affrontare. Non ho scelto, infine, di insegnare: è uscito un concorso poche settimane dopo la mia laurea e ho avuto la fortuna di vincerlo.
Lo studio è stato per me principalmente una grande fatica, che ho voluto compiere per sentirmi simile ai miei genitori e ai miei fratelli, che mi parevano allora e mi paiono ancora adesso sinceramente e ottimisticamente dominati dalla curiosità e dal sapere.
La mia vita è stata un continuum di piccole cose: mangio/non mangio, fumo/non fumo, perchè sono nata, non mi vuole nessuno, non riesco, devo fare la spesa, la cena, le pulizie.
Ha avuto però anche dei picchi, dei periodi in cui ho letto e studiato cose che mi hanno appassionata e che mi sono sembrate importanti, ma che non sono entrate nella mia vita. Si sono imbozzolate, e forse quei bozzoli sono ancora dentro di me, ma di sicuro non hanno sfarfallato.
Dentro questa inettitudine, c’è sempre stata in me una ridicola disponibilità totale agli altri, non per grandi progetti, ma per servizi umili, di quelli che ti svuotano l’anima e ti sottraggono la vita. In modo meno tragico: mi sono sempre accollata tutti i lavori di casa, come se marito e figli non avessero le mani, molti lavori a scuola, come se i colleghi fossero intoccabili, molte ripetizioni ai figli degli amici, come se non ci fossero neolaureati in cerca di guadagnare qualche soldo dando lezioni.
Ho raccontato queste cose in modo un po’ lunghetto, come dice Giulio, perchè non apparisse inaspettato o incomprensibile il fatto che io non abbia mai curato veramente neppure la mia formazione di insegnante e sia adesso in grado di parlarne solo perché, essendo ormai alla fine della carriera, posso voltarmi indietro e ricostruirne il percorso.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 2 / Maria Rosa Giannalia

12 novembre 2014

di Maria Rosa Giannalia

[Questo è il secondo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Rosa per la disponibilità. gm]

Non ricordo di preciso a quale età, ma ricordo benissimo dove è nata la mia passione per l’insegnamento. Avevo quattro, forse cinque anni, frequentavo, al mio piccolo paese, in provincia di Palermo, una scuola materna privata, gestita da una suora che, non si seppe mai se per forza o per scelta, si era congedata dal convento, mantenendo però l’abito e il titolo: madre Letizia si chiamava. Madre Letizia aveva una grande casa che apparteneva alla sua famiglia e che aveva adibito a scuola parificata sia materna che elementare. Una sola sezione per la materna e una multi classe per le elementari. I più anziani tra noi si ricorderanno delle multi classe: ci si trovavano bambini di età diverse, con una sola maestra che faceva del suo meglio per seguire un po’ tutti.
Io non ero ancora entrata in prima, ma sapevo già scrivere le vocali e di queste riempivo pagine e pagine dei miei quaderni con la copertina nera e i bordi rossi. Andare a scuola mi piaceva moltissimo, ammiravo molto la mia maestra. Era una “signora anziana”. Chissà quanti anni avrà avuto. Forse venticinque o trenta, non me lo ricordo. Ricordo solo i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri e la sua dolcezza, diametralmente opposta ai modi di madre Letizia che si riservava il compito di direttrice ed era severissima e un poco mitomane per quanto riguarda la sua persona. Voleva imporci il culto di sé e ci chiedeva spesso, durante i minuti della ricreazione, se riuscissimo a vedere l’aureola che aveva dietro la testa. Io non la vedevo, ma dicevo di sì per pura piaggeria o forse per timore.
La mia maestra invece era affettuosa e comprensiva. Si chiamava Elena, il suo nome lo ricordo e mi pareva bellissimo. Quell’anno decisi che anch’io da grande avrei fatto la maestra. Come lei. E decisi anche che non avrei voluto fare nessun altro mestiere. Così a casa riunivo spesso i miei tre fratellini, allineavo le sedie davanti a me e facevo la maestra. Distribuivo loro delle matite e dei fogli di carta che finivano presto pestati per terra e ridotti in tanti pezzettini. Mia madre mi sgridava sempre perché sporcavo la stanza appena pulita, qualche volta prendevo pure degli sculaccioni. Ma quel vizio non lo persi mai.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 1 / Deborah Donato

5 novembre 2014

di Deborah Donato

[Questo è il primo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Deborah per la disponibilità. gm]

Deborah DonatoInsegno Lettere, adesso ho scelto.
Forse sono un’insegnante di Lettere un po’ atipica, perché ho a lungo studiato la letteratura da un’altra prospettiva. Mi sono laureata in Filosofia nel 1997, con una tesi sull’estetica e la semiotica di Umberto Eco. Fin da quei tempi, il mio interesse era “imparare a leggere”. La mia tesi, infatti, nasceva dall’interesse verso la figura del lettore modello e della cooperazione fra autore e lettore nei testi. Mi sono addentrata non solo nella filosofia di Eco e nella letteratura di Borges e Calvino, per fare la tesi, ma ho preso dimestichezza con Roland Barthes e la semiologia, Derrida e il decostruzionismo. L’interesse per il fenomeno del linguaggio mi ha poi portato a svolgere un dottorato sulla filosofia di Ludwig Wittgenstein e a indagare la differente concezione di linguaggio in filosofi quali Croce, Russell, Frege, Gadamer, Morin. Il lavoro accademico, proseguito con una borsa post-dottorato, si alternava all’apprendistato di insegnante. Nel 2004, infatti, presi l’abilitazione per insegnare filosofia e storia nei licei.
L’attenzione verso la lingua si è imposta anche attraverso il mio lavoro di traduzione di alcuni testi di Hegel e di Schrödinger; mi sono resa conto che la traduzione è un genere sommo di scrittura, che coinvolge non solo competenze grammaticali, ma conoscenza degli stili, delle pause di un autore, del suo lessico e perfino della sua cattiva punteggiatura.

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La formazione dell’insegnante di lettere / Mercoledì 5 novembre si comincia

31 ottobre 2014

Mercoledì 5 novembre comincerà qui in vibrisse (e proseguirà per tanti – spero – mercoledì) la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di lettere. Prima ospite sarà Deborah Donato, ben nota ai lettori di vibrisse per i suoi utili interventi nelle discussioni (di didattica, e non solo). Le signore insegnanti e i signori insegnanti che volessero partecipare possono spedire il loro articolo al sottoscritto, mettendo nell’oggetto le parole “La formazione dell’insegnante di lettere”. Grazie. gm

La formazione dell’insegnante di lettere

18 ottobre 2014

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