Archive for the ‘Insegnare italiano a scuola’ Category

Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)

23 giugno 2017

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Sulla scrittura creativa a scuola

8 giugno 2016
Leggi la chiacchierata tra Giulio Mozzi e Roberto Contu pubblicata in La letteratura e noi, il blog diretto da Romano Luperini presso l'editore Palumbo

Leggi l’intervista di Roberto Contu a Giulio Mozzi in La letteratura e noi, il blog diretto da Romano Luperini presso l’editore scolastico Palumbo

Le dieci caratteristiche che dovrebbe avere un libro per essere adatto nel 2016 a dei ragazzi di 14-16 anni

31 maggio 2016

di giuliomozzi

Nei commenti al mio probabilmente imprudente post Dieci libri che è indispensabile far leggere ai ragazzi che frequentano la scuola secondaria superiore, Maria Luisa Mozzi, di professione insegnante di Italiano nella secondaria inferiore, ha scritto:

Mi sarebbe utile che qualcuno mettesse a fuoco (l’ennesimo decalogo?) le caratteristiche che dovrebbe avere un libro (qualsiasi, ma da leggere, non da consultare) per essere adatto nel 2016 a dei ragazzi di 14-16 anni, anche di altri continenti, ma inseriti nelle scuole di uno stato dell’Europa occidentale neolatina. Ogni caratteristica dovrebbe avere un perchè esplicito e un esempio.
Non sto facendo ironia, mi sarebbe veramente utile nel mio lavoro di insegnante. E’ una richiesta posta con umiltà.
Non è uguale a quella di Giulio, è capovolta. Chiede di individuare il bisogno e dopo, solo dopo, la lettura suggerita.

Mi sembra un buon modo di porre la questione. Ovviamente non si tratterà di individuare e descrivere necessariamente dieci caratteristiche (potranno essere otto o trentadue). E, altrettanto ovviamente – mi pare -, non si tratterà di individuare caratteristiche omogenee tra loro: potranno essere presi in considerazione aspetti contenutistici, artistici, linguistici, culturali, formali, pedagogici, politici e via dicendo.

Lo spazio dei commenti è a disposizione. Grazie.

Dieci libri che è indispensabile far leggere ai ragazzi che frequentano la scuola secondaria superiore

24 maggio 2016

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E adesso che la scuola è cominciata, che cosa (e come) volete far scrivere ai vostri studenti?

17 ottobre 2015

di giuliomozzi

La scuola è definitivamente cominciata (da un pezzo, direte; e vabbè, anch’io ci ho i miei tempi di reazione), e quindi la domanda per gli insegnanti è: che progetti di scrittura avete, quest’anno, per le vostre ragazze e i vostri ragazzi? Se avete voglia di descriverli, o anche solo di accennarli, qui nei commenti: grazie. Se poi qualcuno volesse dilungarsi un po’ di più, e mandarmi dei veri propri articoli, ricordo che l’indirizzo è giuliomozzi@gmail.com, e che la faccenda m’interessa assai.

Nel frattempo, ricordo due progetti di scrittura inventati da Amedeo Savoia e da me, e sperimentati con un gran bel gruppo d’insegnanti, ai tempi della nostra collaborazione con l’Iprase di Trento. Li trovate raccontati per filo e per segno qui: Il diario di tutti e Il reportage fotografico a parole.

Un’altra scuola, di Giovanni Accardo

6 maggio 2015

[Giovanni Accardo è insegnante di Lettere presso il Liceo Pascoli di Bolzano. Oggi arriva in libreria, pubblicato da Ediesse nella collana Carta bianca curata da Angelo Ferracuti, il suo libro-diario Un’altra scuola. Ecco le prime pagine. Chi preferisce, può prelevare l’estratto in pdf gm].

Ottobre

Lunedì 1

Leggi la scheda

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Cominciano le riprese di Aquadro, così s’intitola il film, scritto e diretto da Stefano Lodovichi, prodotto dalla Mood Film, in coproduzione con Rai Cinema. Per tutta la settimana con la collega Ieraci siamo esonerati dalle lezioni, il nostro compito sarà quello di assistere la troupe e seguire gli studenti delle due classi che faranno da comparse. Chiedo alla preside se mercoledì la collega può stare da sola per le prime due ore perché devo interrogare su I promessi sposi in seconda e D’Annunzio in quinta.
Ieri mi è arrivato un sms di Elizabeth, la responsabile del cast: mi chiedeva se sono disponibile a fare la comparsa in alcune scene in cui serve un insegnante. Non ci penso neppure un secondo e do la mia disponibilità. È la prima volta che vedo un set.
Alle 8.00 del mattino, con la collega Ieraci e gli studenti delle due quinte che faranno da comparse, ci troviamo al terzo piano del liceo. Un’aula è stata trasformata in sartoria e sala trucco. Non va bene come sono vestito, hanno deciso che i costumi dovranno essere omogenei e su tonalità del grigio o del blu. Niente colori accesi, niente magliette con scritte, niente camicie a righe o a quadri.
Non vorrete mica dare l’immagine di una scuola grigia?, dico, questa è una scuola allegra e colorata. Ginevra, la costumista, mi sorride, ma mi chiede di cambiare la maglia. Mi cambio e aspetto il mio turno. Intanto i ragazzi domandano come funzionerà col pranzo, visto che per una settimana dovranno restare a scuola fino alle 18.00. Chiedo al produttore, se hanno previsto un cestino per gli studenti. Non abbiamo soldi, mi dice, non riusciamo a pagare il pranzo, però possono prendere da bere, ma anche il caffè e le merendine che il catering mette a disposizione durante le riprese. Spiego la situazione alla preside, non mi sembra giusto che i ragazzi stiano qui mattina e pomeriggio e si devono portare il pranzo da casa, oppure pagarselo al bar, dico. Senta la segretaria, se abbiamo soldi.
«Professore», mi fulmina la segretaria, «non ci sono soldi».
«Su, faccia la brava, provi a cercare qualcosa».
Mi guarda e ride, dopo si avvia verso la cassaforte.
«Ci sono le cauzioni delle chiavi degli armadietti, quelle degli anni precedenti che non abbiamo restituito perché non hanno riconsegnato la chiave alla fine dell’anno scolastico».
«Ha visto che qualcosa c’era», le dico.
Proviamo a contare, ma non c’è molto. Vado al bar, chiedo quanto costa uno sfilatino con salame e formaggio o prosciutto e formaggio, me ne servono quarantacinque, dico a Piero, il barista. Riusciamo a coprire soltanto tre giorni. I ragazzi ringraziano comunque. Vedrò di inventarmi qualcosa per gli altri giorni, prometto.
Dopo una giornata ad aspettare, non arriva il turno delle mie riprese. Restituisco la maglia in sartoria e alle 18.30 me ne torno a casa.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 12 / Monica Cerroni

18 febbraio 2015

di Monica Cerroni

[Questo è il dodicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse quasi tutti i mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Monica per la disponibilità. gm]

monicacerroniQuesto è il mio tredicesimo anno d’insegnamento: l’ottavo in un liceo di Roma, dove curo l’italiano e le discipline umane.
Quando ripenso agli inizi, si spalancano davanti a me gli sguardi dei primi alunni, come una voragine. E li rivedo uno per uno dal rettangolo della porta, mentre avanzo celando la mia paura di giovane laureata in un nerissimo tailleur da signora. Uscita da anni di studi e ricerche, avevo appena vinto la cattedra e dal silenzio operoso dei miei libri mi tuffavo nell’oceano scuola. Dopo aver tessuto parole di carta, giunsi nel regno della parola viva. Fu un approdo eccitante e fortuito, per il quale dovetti chiamare a raccolta tutte le mie forze: culturali e umane. Non potevo contare su nient’altro.
Nonostante la paura e la solitudine della novizia, varcata quella soglia scoprii il lavoro che non sapevo di amare. E fu una rivelazione: autentica, fulminea, inesorabile.
Da allora, di anno in anno, senza altro supporto che quello frammentario di qualche collega più esperto, ho navigato divenendo più consapevolmente appassionata.
Insegnare è per me un altro modo di vivere: arrischiarsi, inciampare, rialzarsi. Ho imparato ascoltando gli sguardi dei miei alunni. Ho imparato a leggere e a pronunciare parole invisibili; ad essere l’arciere e l’armatura; ho imparato a far parlare chi non ha più voce. Il mio è il lavoro dell’impossibile. E questo mi elettrizza o sconforta, a seconda degli incontri, delle occasioni, dei bilanci.
La scuola mi appare un infaticabile laboratorio: si sperimenta quasi ogni giorno, senza avere mai la certezza dei risultati e neppure il conforto d’essere stati indispensabili a raggiungerli. Quando poi devi andar via, può capitare che il lavoro che hai fatto svanisca con te in un pulviscolo di ricordi.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 11 / Emanuela Scicchitano

4 febbraio 2015

di Emanuela Scicchitano

[Questo è l’undicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Emanuela per la disponibilità. gm]

Emanuela_ScicchitanoSono cresciuta dentro una biblioteca di ciliegio, divisa fra pannelli chiusi e varchi aperti che si alternavano fra loro in un gioco di pieni e vuoti, fra i quali mi perdevo. Puntualmente alla ricerca di un libro che fosse sempre più nascosto e impolverato di quello che la mia mano riusciva a raggiungere. Quale fosse l’ordine per cui un libro potesse essere disposto e disponibile sullo scaffale a vista o adagiato e dormiente nella pancia di quella libreria ancora mi sfugge. E i cambiamenti che i libri hanno subito nel tempo fra traslochi, dismissioni e acquisizioni mi hanno sempre depistata, fin quando non sono stata abbastanza matura per far miei i libri attraverso alcuni adolescenziali criteri di sistemazione: tutti basati su istintive modalità di abbinamento, che nessun sistema Dewey tiene in conto. Una volta affinate, non permisi più a nessuno di metterle in discussione: mi erano costate anni di ripensamenti ed esplorazioni, tutte elaborate dal mio punto di osservazione privilegiato: la neoclassica poltrona di pelle punzonata che fiancheggiava la libreria e mi permetteva di vivere, lì seduta, le mie pigre avventure di pensiero di bambina molto lettrice e poco saltellante. Eppure ero contenta di avere ciò che allora mi bastava: mi bastava stare in compagnia di me stessa e dei miei libri: ovvero, dei libri che mia madre, insegnante di italiano, aveva accumulato nel suo tempo. Ma anche nelle case altrui cercavo i miei libri: mia nonna li teneva accatastati dietro al divano del suo soggiorno e cercavo sempre di acquisirli a me. Tutte queste letture, bulimiche e poco consapevoli, me le tengo dentro come l’odore di cuoio della poltrona di casa mia o del sugo caldo di pomodoro che mia nonna mi faceva assaggiare, prima di condirci la pasta, mentre leggevo i libri che, a casa sua, i figli avevano deposto nel tempo.

Sì, sono stata una bambina “poco uscita”: me lo ricorda, ridendo, il mio fidanzato, anche lui insegnante, che ha trascorso la sua adolescenza in un’isola del Mediterraneo simile a quella di Arturo. Ma io gli inseguimenti sugli scogli o la noia della pesca non li ho vissuti uscendo, ma solo entrando in un libro che me la raccontasse. L’isola di Arturo della Morante, appunto. Ma non rimpiango l’essere “poco uscita”: ci rido sopra con nostalgia e consolidata abitudine. E con lo sguardo retrospettivo di chi, poi, è diventato insegnante di lettere e si è ritrovata un deposito di letture a cui attingere e con cui confrontarsi. A volte, molto aspramente.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti

28 gennaio 2015

di Daniela Grandinetti

[Questo è il decimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Daniela per la disponibilità. gm]

daniela_grandinettiNe La lingua salvata Elias Canetti dice che “la diversità degli insegnanti è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita”. Questa rubrica lo dimostra.
Non sono frequenti le occasioni per raccontare le esperienze, i dubbi, le scelte che accompagnano il viaggio di un insegnante – tra entusiasmi e frustrazioni – quindi ben venga questa occasione che può servire, in primis, a chi scrive, come momento di riflessione, “un fare il punto”.
Si sente dire che la scuola è rimasta forse l’unica agenzia culturale a difendere l’ultimo baluardo di formazione, oggi che gli adolescenti spesso non hanno significative esperienze di vita associata ispirata a un ideale o a uno stile di vita. Le forme associative più diffuse sono quelle legate alla pratica di uno sport, quando praticato, né più oratori né politica; è quindi forse vero che la scuola ha questo ruolo più che in passato.
Io appartengo alla schiera di insegnanti che ancora crede nel ruolo educativo della scuola. Mi sono formata alla scuola della letteratura più che della pedagogia.
Sono stata un’adolescente inquieta e curiosa, nata in un piccolo centro in provincia di Catanzaro, dove sono cresciuta a pane musica e cinema e dove con un piccolo gruppo facevo teatro. Ricordo ancora una sera nel teatro della nostra città uno spettacolo che scandalizzò la platea: era l’Antigone del Living Theater, una di quelle esperienze che ti indicano la strada per capire che respiro vuoi seguire.
Ho frequentato il liceo classico e quando mi sono iscritta all’università avevo in testa una sola cosa: non volevo insegnare, quindi ho scelto Lingue. Ero una studentessa fuori sede a Firenze con grandi aspettative, ma l’esperienza universitaria in parte è stata deludente, contrassegnata da un grande confusione e, poiché non ero sicura di ciò che avrei voluto fare, ho fatto ciò che mi piaceva fare. Mi sono iscritta ai corsi di inglese e russo più per studiare la letteratura che non la lingua, ho cominciato a dare esami in libertà (allora i piani di studio lo permettevano con i cosiddetti esami facoltativi) passando per estetica, storia del cinema, storia del teatro, storia del giornalismo e così via. Strada facendo però ho capito che le lingue non erano la mia strada, anche se poi le ho imparate, e mi sono laureata in Lettere. Da sempre sono stata una lettrice onnivora, appassionata di cinema, musica, teatro, scrittura, ma anche sport (soprattutto atletica) e danza, da quella tribale a quella contemporanea.

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 5 / Antonella Cilento

22 gennaio 2015

di Antonella Cilento

[Chi volesse proporsi per la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di scrittura creativa – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Antonella per la disponibilità. gm]

antonella_cilentoSono ormai trascorsi ventidue anni dalla prima lezione di scrittura che tenni nell’asilo di Esperimento 20, a Napoli, come attività sperimentale parallela alla formazione che facevamo, una ventina di persone di varia età, da ormai sei anni nel sottoscala dell’asilo reichiano.
Avevo iniziato quando ne avevo grosso modo diciannove, l’associazione si chiamava La Bottega del Liocorno, il progetto Teatro dell’Anima. Alla prima lezione, per coincidenza il giorno del mio compleanno, eravamo in sei. Una delle allieve di allora, Laura, sarebbe rimasta un’amica per tutti gli anni a venire e, a un certo punto, avrebbe fatto anche da ufficio stampa alle mie iniziative.
E fra le allieve, per paradosso, c’era anche la mia prima insegnante di scrittura creativa (e l’unica, essendo nel 1993 la questione letteralmente agli albori e avendo io mancato, ahimè, alcune lezioni, pochissime prima di morire, tenute a Napoli da Domenico Rea), ovvero Gabriella Ventrella, con cui avevamo seguito, anche lì in pochissimi, un corso durato alcuni incontri.
Nel 1993 l’unica scuola di scrittura già esistente in Italia era Omero a Roma – e a anche lì, un giorno, andai con un mio allievo di allora a seguire una lezione. E prima ancora c’erano state, purtroppo lontanissime per le mie finanze ai tempi, le magnifiche e indimenticabili lezioni di Giuseppe Pontiggia, che si trovano in parte registrate per Radio Tre e che ancor oggi mi sembrano il non plus ultra dell’insegnamento della scrittura e vado a riascoltare quando devo imparare qualcosa di nuovo.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea

21 gennaio 2015

di Sergio Pasquandrea

[Questo è il nono articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

Sergio_PasquandreaNon è che io abbia scelto di fare l’insegnante di lettere. È proprio che, ripensandoci, mi chiedo: ma che cos’altro sarei potuto diventare, nella vita?
A quattro anni, leggevo le favole a mio nonno. Sì, io a lui. E no, non sapevo leggere: avevo imparato a memoria tutti i libri che c’erano in casa, compresi i punti in cui bisognava voltare pagina. L’imitazione era perfetta, tranne quando non c’erano le figure, perché allora, mancandomi i riferimenti, correvo il rischio di tenere il libro a rovescio.

Ricordo poco della materna, e quel poco ha scarsa rilevanza didattica; avevo due maestre: una di cui non ricordo il nome, alta e altera, un’altra che si chiamava Ines, piccoletta e sempre sorridente.
Alle elementari ebbi una maestra bravissima: Vilma Porporino, che il cielo l’abbia in gloria. Coniugata Zaza, e coniugata a scuola, nel senso che anche il marito era un maestro (i maestri elementari, specie ormai estinta in tempi di assoluto predominio didattico femminile). La scuola era un edificio umbertino, al piano di sopra c’era la sezione delle medie dove insegnava mia madre. Sì, sono figlio d’arte, anche se figlio deviato perché lei ha insegnato per trent’anni matematica e scienze.
Delle medie ricordo poco o nulla, chissà perché, e anche qui quel poco non ha rilevanza per la mia futura professione. Però ricordo i testi di narrativa di tutti e tre gli anni: in prima Sussi e Biribissi di Collodi nipote, in seconda Il ragazzo rapito di Stevenson e in terza Il Gattopardo. Il secondo e il terzo, li annovererei ancor oggi fra i libri della mia vita.
A parte questo, a tredici o quattordici anni avevo fatto fuori tutto ciò che di leggibile c’era in casa, e posso assicurare che ce n’era parecchio. Cominciai ad accumulare libri, più di quanti riuscissi a leggerne. Non ho ancora smesso.

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Cosa e come insegnare a scuola / E noi celametiamo tutta

19 gennaio 2015

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 4 / Rossella Monaco

15 gennaio 2015

di Rossella Monaco

[Chi volesse proporsi per la rubrica dedicata alla formazione dell’insegnante di scrittura creativa – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Rossella per la disponibilità. gm]

rossella_monacoHo ventotto anni appena compiuti e sono un “insegnante di scrittura creativa” da due. Ogni volta che salgo in cattedra non mi sento in grado di insegnare nulla. Mi ci ritrovo sempre un po’ per caso, spinta da tre tipi di necessità: far quadrare i conti, continuare un percorso che da un certo momento in poi è sembrato inevitabile, cercare di non disinammorarmi. All’inizio della mia strada ero piena di concetti ingenui sulla scrittura e il mondo editoriale.
Chi scrive si vergogna quasi sempre di ciò che ha creato e oggi guardando indietro alle mie prime prove, a dieci anni fa, mi chiedo cosa avrei prodotto se allora mi fossi trovata davanti me stessa, in un’aula o in una chat. Non sempre la risposta è confortante. Guardo i volti delle persone che partecipano ai miei corsi: le prime lezioni, ci vedo sconforto, sogni infranti, voglia di mettersi in gioco e di impressionarmi; alla fine, ci vedo consapevolezza. E questo mi dà energia. Paragono l’esperienza dei corsi, con ingenuità e anche un po’ di divertimento, ai miei nove anni, a quando la maestra ci salutò prima delle feste di Natale dicendoci che Babbo Natale non esisteva. Quello che seguì fu un misto di ammirazione e odio. Credo che gli iscritti provino questo nei miei confronti. L’ho capito guardandoli ma anche e soprattutto dai questionari di valutazione anonimi che sottopongo loro alla fine di ogni percorso didattico. Se c’è una cosa che ho imparato dai corsi di scrittura creativa, dai miei alunni, e da questo metodo di valutazione del mio lavoro, è che anche l’ultimo arrivato può insegnare molte cose. È per questo che ho preso coraggio e nonostante la scarsa esperienza, sono qui a raccontare il mio percorso. Funziona come in un circolo di alcolisti anonimi, credo: condividere aiuta me a focalizzare il percorso e spero possa servire ad altri, anche solo a intrattenere o a scatenare insulti o indifferenza, a piacere.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla

14 gennaio 2015

di Elianda Cazzorla

[Questo è il l’ottavo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Elianda per la disponibilità. gm]

Elianda CazzorlaVedo tre linee che si intersecano sinuose e divergenti e poi si moltiplicano nel mio andare quotidiano. A scuola, nei corridoi, tra i banchi quelle linee si incontrano, si intrigano, si cercano. Il mio e il loro. Leggere. Scrivere. Apprendere. Diventano un labirinto di linee nell’acqua ghiaccia, come sono lì ora i rami riflessi in una vaschetta vuota nel mio giardino, in terra. Giochi d’inverno. Sospese le ore di lezione. Posso fermarmi. Quante linee in tre decenni e un po’ più d’anni? Magia di ogni giorno, fuori e dentro quelle mura. Incrocio di sguardi, pensieri ed emozioni. La loro crescita, la mia crescita A scuola. In ogni stagione.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Finita la quinta ora, alle 13,00, una corsa al supermercato. In fila alla cassa aspetti e leggi un post in Facebook. E pensi. Non posso non parlarne in classe. E paghi. Domani lo farò e chiederò di usare quel testo come modello di scrittura per raccontare un aneddoto delle vacanze natalizie. E ti fermi davanti al rosso. Tempo circoscritto. Non più di dieci minuti. Spazio delimitato. Per esempio: dal dottore. Scena senza commenti. Alternanza di punti di vista. Dialoghi brevi ed essenziali. Chiusa ad effetto. Riparti. I miei studenti del liceo artistico, devono conoscere Matteo Bussola. È un fumettista e loro, che amano disegnare, non possono non leggere i suoi testi così chiari e intensi, devono saper guardare e saper andare in fondo, oltre a dividere la scena in quadri. Devono saper scrivere, interrogarsi. Scegliere. Spegni il motore. Scarichi la spesa. Entri in casa. E saper leggere qualsiasi tipo di testo.

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Cosa o come insegnare a scuola / Pagine a prova di alunno

19 dicembre 2014

Roberto Contu ha 38 anni e insegna Italiano e Storia nel Liceo artistico “Bernardino di Betto” di Perugia. Collabora inoltre con il dipartimento di Italianistica dell’Università di Perugia, dove fa ricerca e si occupa anche di didattica della Letteratura italiana (tiene corsi per il TFA-PAS, le scuole dove si formano i futuri insegnanti). Gli interessano molto, mi dice, “le situazioni dove sembra ‘difficile’ insegnare letteratura”.

E mi manda un interessate contributo dal titolo Pagine a prova di alunno. Per prelevarlo basta cliccare sulla classe sottostante, colta in un momento di intensa concentrazione nello studio.

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Su un argomento affine, vedi l’articolo Che cosa fate leggere agli studenti?

La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 3 / Enrico Ernst

18 dicembre 2014

di Enrico Ernst

[Chi volesse proporsi per questa rubrica – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

enrico_ernstCaro Giulio,
una formazione o vocazione nasce o sgorga, come si sa, dall’infanzia, anche misteriosamente.
Cercando il primo filo di un destino d’insegnante sono andato a recuperare la figura di un artista che dev’essere stato il mio primo modello letterario e, quindi, virtualmente, il mio primo insegnante di scrittura creativa: Renato Zero; è lui l’eroe della prima fase di un «destino»: la fase della mimesi… Volevo comporre qualcosa che assomigliasse alla canzone La rete d’oro. Crescendo, posi sul piedistallo altri maestri, come Eugenio Bennato, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori; i cui lavori però non cercai più di imitare. Mi limitai ad amarli e mandarli a memoria – cantavo integralmente Burattino senza fili, Titanic, Non al denaro né all’amore né al cielo. Entrai, in altre parole, nella seconda fase della mia formazione: interiorizzazione, fagocitazione dell’opera altrui.

Ma risalgo verso l’età adulta.
Nella mia formazione, hanno avuto un ruolo determinante le mie attività professionali di correttore bozze, redattore, autore di paratesti.
Avere a che fare con opere scrittorie errate o manchevoli, da manipolare e mettere in forma, da annotare o da introdurre, da pubblicizzare, ha trasformato in modo radicale il mio modo di essere lettore.
Mi sono messo a pagaiare sui fiumi dei testi altrui con attenzione acuminata, cercando di individuare limiti e ostacoli, ma anche potenzialità sopite. Mi sono impegnato al servizio di autori e della loro scrittura, con l’intenzione di circoscriverne e farne emergere il luccichìo – in una combinazione di rispetto e di libertà trasformativa.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi

17 dicembre 2014

di Luca Tedoldi

[Questo è il settimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Luca per la disponibilità. gm]

luca_tedoldiUna formazione si dice in molti modi. Liceo classico, odiato e amato: belle le lezioni di Italiano, non tutte quelle di Filosofia, pochissimo tutto il resto. Al classico, ma che dico, a Giovanni Valle che venne a farci il corso, devo soprattutto l’amore per il teatro, un’arte che è insieme parola, voce, gesto, letteratura, musica, pittura, ginnastica. Primo anno d’università a Lettere, esami di Letteratura italiana e Storia moderna. Dopo il galleggiamento disanimato del liceo arrivano i primi trenta; ringalluzzito mi metto a studiare davvero ed ogni esame diventa il pretesto di dibattiti infiniti con amici e compagni di facoltà, tanto più che dal secondo anno faccio il passaggio a Filosofia. Alla fine di quelle discussioni non c’era alcun voto, nessuno pensò di riconoscerci un titolo, ma sono state tra le esperienze più formative mai vissute. Peccato per chi, laureato abilitato masterizzato, non ne ha goduto. Molto più utili dei monologhi frontali della Silsis, frequentata sia per Lettere che per Scienze umane (quattro anni di maledizioni), ma meno del tirocinio fatto a scuola (nella trincea della contrapposizione sapere-potere contra diritto all’ignoranza), a vedere quali errori non ripetere. Di primo istinto, dopo aver assistito a tanti, non intenzionali, atti di vandalismo culturale senza poter intervenire, è facile cadere nella forma imperativa e non chiedere, ma pretendere, che chi osi parlare da una cattedra debba fare questo e quello, respingere quell’altro e non dimenticarsi quest’altro ancora. Ad esempio evitare monologhi di un’ora nel silenzio pericoloso dell’aula, decodifiche del testo poetico in cui per quindici minuti si passano in rassegna tutte le versioni di un termine latino nelle lingue romanze, o sette citazioni di testi differenti in sette minuti. Insomma, rigettare come la peste l’autorefenzialità. L’alunno abbagliato accerta la competenza del docente e contemporaneamente nessuna fioritura d’idee o nozioni avviene nella sua mente, aratro senza buoi / che pare dimenticato.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 6 / Michela Fregona

10 dicembre 2014

di Michela Fregona

[Questo è il sesto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Michela per la disponibilità. gm]

MichelaFregonaSi chiamava Giuseppe Martini, e a usare il tempo passato faccio fatica, perché c’è ancora una parte di me che non vuole credere che sia successo quello che, poi, è successo.
La prima volta, era il 2002: rosso, di capelli e di faccia, gli occhiali montatura di metallo. Ho un ricordo di sole, fuori dalle finestre grandi della scuola: come sempre, in settembre. Noi, tutti, nell’aula. Mattina, pomeriggio; e poi, ancora, mattina, e pomeriggio. Venti solide ore.
E fuori il sole, a scaldare che faceva venire le malinconie da autunno in montagna – ecco, avevo pensato appena varcata la porta che, di lì a una decina di giorni, avrei infilato quotidianamente fino al luglio successivo, questo è un giorno da scappare in laguna, le ombre già si allungano e tu sei qui; altro che corso di formazione. La vergogna del pensiero era stata subito pari al senso di ribellione: mai stata brava a fare Lucignolo…
A un certo punto della lezione, lui si toglieva il maglione: arrotolava le maniche della camicia, spingeva gli occhiali indietro sul naso, con la nocca dell’indice, e, intanto, si stropicciava la bocca e il mento con la sinistra. Me lo ricordo così: fermo, in quella concentrazione.
Eravamo: impegnativi. In realtà, esistono pochi uditori più impegnativi di una classe di insegnanti.
E noi eravamo la periferia della periferia dell’insegnamento: eravamo il Ctp, Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Una cosa nata, ministerialmente, cinque anni prima, sulla scorta di cinquant’anni di scuola e corsi per lavoratori. Il carcere di giorno, di sera l’aula multiplex: multilingua, multietà, multietnia, multiscolarizzazione, multimotivazione; multi-tutto.
Com’è che ero finita lì?
Lo avevo scelto. Ovvio.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle

26 novembre 2014

di Marisa Salabelle

[Questo è il quarto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Marisa per la disponibilità. gm]

marisa_salabelleAvevo dodici anni quando uscì Lettera a una professoressa. La prima volta che ne sentii parlare fu dalla mia insegnante di italiano, in seconda media. La piccola signora coi riccioli era indignata: quel libro era offensivo nei confronti della classe insegnante. «È un libro che trasuda odio» commentò mio padre. Ero molto giovane e del tutto ignara del modo in cui andava il mondo e presi per buoni i loro giudizi. Solo alcuni anni dopo, grazie alla mia capo-scout, potei avvicinare quel volumetto dalla copertina bianca. Per me, cresciuta in mezzo ai libri, in una famiglia certo non ricca ma di buon livello culturale, per me da sempre prima della classe, che correggevo con la penna rossa le lettere di mia nonna e delle mie zie, che non riuscivo a capire come mai certi miei compagni di classe fossero irrimediabilmente asini, fu una rivelazione. Uno shock. Avevo sempre creduto che andare a scuola, leggere e scrivere senza errori, imparare poesie e nomi di catene montuose, risolvere espressioni algebriche fosse per tutti facile come lo era per me, e che quei miei compagni che prendevano sempre brutti voti fossero semplicemente dei ragazzi svogliati e fannulloni.
Lettera a una professoressa mi svelò la realtà che avevo sempre avuto sotto gli occhi ma che non ero stata in grado di decifrare, in quelle ragazze dall’aspetto adulto che mi dicevano bonariamente «Tu sei piccola» quando cercavo di inserirmi nei loro discorsi; in quei ragazzi vestiti da uomini, goffi nei modi, che non sapevano mai la lezione, che si esprimevano in un linguaggio rozzo e stentato, ben diverso dall’italiano perfetto che si parlava in casa mia. Erano stati nella mia stessa classe, alle elementari, alle medie: in seconda elementare (non ho frequentato la prima) c’erano, in classe con me, delle bambine di dieci, undici anni contro i miei sei. Alle medie c’erano, in classe mia, ragazzi che venivano dai paesini più sperduti della montagna pistoiese, si alzavano alle sei del mattino, avevano le mani rosse dal freddo, portavano abiti che sprigionavano un forte odore di fumo. Erano gli anni Sessanta e il mondo intero veniva in classe con me, ma io non avevo occhi per riconoscerlo. Ci volle Lettera a una professoressa.

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