La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea

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di Sergio Pasquandrea

[Questo è il nono articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

Sergio_PasquandreaNon è che io abbia scelto di fare l’insegnante di lettere. È proprio che, ripensandoci, mi chiedo: ma che cos’altro sarei potuto diventare, nella vita?
A quattro anni, leggevo le favole a mio nonno. Sì, io a lui. E no, non sapevo leggere: avevo imparato a memoria tutti i libri che c’erano in casa, compresi i punti in cui bisognava voltare pagina. L’imitazione era perfetta, tranne quando non c’erano le figure, perché allora, mancandomi i riferimenti, correvo il rischio di tenere il libro a rovescio.

Ricordo poco della materna, e quel poco ha scarsa rilevanza didattica; avevo due maestre: una di cui non ricordo il nome, alta e altera, un’altra che si chiamava Ines, piccoletta e sempre sorridente.
Alle elementari ebbi una maestra bravissima: Vilma Porporino, che il cielo l’abbia in gloria. Coniugata Zaza, e coniugata a scuola, nel senso che anche il marito era un maestro (i maestri elementari, specie ormai estinta in tempi di assoluto predominio didattico femminile). La scuola era un edificio umbertino, al piano di sopra c’era la sezione delle medie dove insegnava mia madre. Sì, sono figlio d’arte, anche se figlio deviato perché lei ha insegnato per trent’anni matematica e scienze.
Delle medie ricordo poco o nulla, chissà perché, e anche qui quel poco non ha rilevanza per la mia futura professione. Però ricordo i testi di narrativa di tutti e tre gli anni: in prima Sussi e Biribissi di Collodi nipote, in seconda Il ragazzo rapito di Stevenson e in terza Il Gattopardo. Il secondo e il terzo, li annovererei ancor oggi fra i libri della mia vita.
A parte questo, a tredici o quattordici anni avevo fatto fuori tutto ciò che di leggibile c’era in casa, e posso assicurare che ce n’era parecchio. Cominciai ad accumulare libri, più di quanti riuscissi a leggerne. Non ho ancora smesso.

Poi presi lo scientifico. No, non il classico. Non mi chiedete perché; forse perché una possibile uscita d’emergenza bisogna pur lasciarsela aperta.
Feci tantissima matematica e tantissima fisica e tantissima biologia e chimica e geografia astronomica. Sul comparto letterario, preferirei stendere un pietoso velo.
Però una volta diplomato mi iscrissi a lettere, dopo aver escluso con una rapida cernita mentale qualunque altra possibilità. Indirizzo filologico, ovviamente. Anche lì, l’esperienza non fu delle più esaltanti.
Alla fine mi laureai in letteratura italiana contemporanea, con tesi sul Calvino saggista. Provai un dottorato senza avere alcun appoggio interno al dipartimento; diciamo meglio: senza cercarlo, perché non mi era proprio venuto in mente che potesse servire un appoggio. Credevo che le selezioni fossero meritocratiche, pensate un po’. Avevo ventitré anni. Ovviamente, il dottorato andò a qualcun altro. Lì capii che non avevo la forma mentis adatta alla carriera universitaria.

Il destino fa strani scherzi: mi ero laureato nel febbraio 1999, il mese dopo scadeva l’iscrizione per il mega-concorsone a cattedra. Mi iscrissi. Preparai l’abilitazione mentre facevo l’obiettore di coscienza in una casa-famiglia per malati psichiatrici. La passai: abilitato per lettere alle medie, italiano e latino negli scientifici e nei tecnici.
A dicembre del 2000 venni chiamato, nella prima tornata. Entrai di ruolo alle medie, senza aver fatto un giorno di supplenza in vita mia. Avevo venticinque anni, sei mesi e due giorni. Era il 5 dicembre, io e la mia ragazza festeggiavamo il nostro secondo anniversario (non c’entra niente, però io credo nelle coincidenze).
Mi presentai a prendere servizio con i capelli lunghi, la barba, un giubotto jeans sdrucito. Dovete capirmi, credevo di essere un intellettuale. La preside continuava a fissarmi, poi sbottò: “Mi scusi, ma è proprio sicuro di essere lei il nuovo prof?”. Dovetti, facendo violenza su me stesso, confermarglielo.

La scuola era un prefabbricato di plastica basso e oblungo, sperduto fra le colline umbre, gelido d’inverno e soffocante d’estate. Non avevo la macchina, per essere lì la mattina alle otto avevo un unico pullman, alle sette meno un quarto. In quelle livide albe perugine, attraversavo le vie del centro storico spazzate dalla tramontana, arrivavo a scuola che il prato intorno era coperto di brina. Faceva freddo, tanto freddo per un povero pugliese lontano da casa. Alla fine, presi una macchina.
I ragazzi parlavano un dialetto strettissimo, che alle mie orecchie di immigrato ricordava le cadenze dell’italiano trecentesco (“Prof, potem gì a gioché tulìe, che c’èn la murigge?”, mi chiedeva Manuel con gli occhi speranzosi; “Cocchin, tu n’he da gì nduelle”, gli replicava ironica Martina).
Mi assegnarono una terza media. Non avevo messo piede in un’aula scolastica dal giorno della mia maturità, più di sette anni prima, e i modelli didattici che avevo potuto acquisire come studente, si sarà capito che non erano, a usare una litote eufemistica, esattamente all’avanguardia. Sugli esami di pedagogia e didattica sostenuti all’Università, sorvolo per carità di patria.
Quella classe la portai agli esami di terza media, non so neanch’io come. Oggi Alessandro, Marta, David, Laura, Elena, Alessio hanno ventisette o ventotto anni. Chissà se ogni tanto ripensano a me. Spero siano clementi.

In quei primi anni ero un pessimo insegnante, diciamolo. Sapevo troppe cose e non sapevo come insegnarle. Pretendevo il rispetto prima di essermelo guadagnato. Credo di aver sbagliato più o meno tutto quel che potevo sbagliare. Mi sono dovuto costruire gli strumenti sul campo, continuando a studiare, iscrivendomi di nuovo all’Università: stavolta a una specializzazione in glottodidattica, perché avevo alunni albanesi o rumeni che non parlavano italiano e io non sapevo come insegnarglielo.

Comunque, insegno ancora, dopo quattordici anni.
Insegno in un L.E.S. (Liceo delle scienze sociali) ex- Liceo delle Scienze Umane. Quando ho cominciato, l’indirizzo era ancora sperimentale. Avevamo il latino (latino e linguistica, per la precisione), la musica, ore di compresenza interdisciplinare (diritto e storia, ad esempio, oppure scienze naturali e filosofia). Si lavorava con passione, si sperimentava.
Ci hanno tagliato tutto. Ora ho diciotto ore di lezione frontale, i colleghi li incrocio di sfuggita nei corridoi o nei consigli di classe; e non ho idea di che cosa facciano. Quest’anno ho chiesto fondi per fare un laboratorio di musica e mi è stato risposto che i ragazzi, se lo volevano, dovevano pagarselo da soli. Di quella scuola è rimasto il cadavere martoriato.

Però io continuo. Nonostante tutto, nonostante le riforme sempre più sciagurate, il carico di lavoro burocratico sempre più alienante, gli Invalsi, le tapparelle delle finestre che cadono solo a guardarle.
Ho cominciato che avevo dieci anni più dei miei allievi. Quest’anno, i ragazzini entrati in prima sono nati nel 2000, proprio l’anno in cui io ho iniziato ad insegnare.
Ogni tanto incontro qualcuno dei miei ex-alunni: mi pare che mi ricordino con affetto.
Io continuo a studiare.

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7 Risposte to “La formazione dell’insegnante di lettere, 9 / Sergio Pasquandrea”

  1. Ippolita Says:

    vero. Abbiamo fatto esperienza di insegnamento senza avere esperienza. 😝😜poi abbiamo imparato dagli alunni😃

  2. robetta mia su Vibrisse | gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea) Says:

    […] (leggi tutto il testo qui) […]

  3. Giovanni Accardo Says:

    Qualche sera fa, in quel di Trento, con Claudio Giunta e alcuni colleghi dei licei trentini con cui stiamo lavorando ad un manuale di letteratura italiana che sarà pubblicato da Garzanti o De Agostini, si parlava dei corsi abilitanti per gli insegnanti (ora si chiamano PAS). Claudio, che organizza tali corsi a Trento, ci chiedeva consigli, soprattutto su quante ore di pedagogia prevedere. Io gli ho consigliato di lasciar perdere le teorie (coloro che frequentano i PAS sono insegnanti precari e hanno già una laurea), per puntare sull’esperienza e su alcuni casi esemplari. Non sarebbe meglio invitare alcuni insegnanti di provata esperienza e fargli raccontare come affrontano concretamente problemi come: motivazione, valutazione, relazione con gli studenti, gestione dei consigli di classe, come fanno un’interrogazione o costruiscono una verifica scritta? Puntare molto sul problem solving, ad esempio, oppure sulla progettazione di percorsi multidisciplinari, o sul potenziamento della creatività, con opportuni laboratori e simulazioni. Questo, certo, senza trascurare la necessaria formazione teorica. Insomma, dopo anni di università e corsi vari, si entra meglio in classe, con più cognizione di causa, se abbiamo un patrimonio di buone esperienze altrui da far fruttare e con cui confrontarci.

  4. Sergio Pasquandrea Says:

    Questa è la voce della ragionevolezza e del buon senso, quindi – lo dico per esperienza – difficilmente sarà ascoltata al MIUR.

  5. deborahdonato Says:

    Bravo Sergio! Hai reso perfettamente l’idea – tra il paradossale il frustrante e il comico – di avere alle spalle un ministero che lavora contro di te.

  6. Daniela Grandinetti Says:

    Una bella testimonianza, veritiera in ogni sua parte, forse si può capire da voci come questa perchè a volte ci si sente dei combattenti in una trincea, “nonostante le riforme sempre più sciagurate, il carico di lavoro burocratico sempre più alienante, gli Invalsi, le tapparelle delle finestre che cadono solo a guardarle”.

  7. mariagiannalia Says:

    Quanto scrive questo giovane collega, è la testimonianza più precisa e diretta su come il MIUR mandi allo sbaraglio i giovani insegnanti senza preoccuparsi minimamente di fornire loro un bagaglio formativo che li possa aiutare a iniziare il loro faticoso percorso di insegnamento. Abbiamo tutti detto ( tutti gli insegnanti di lettere che hanno scritto qui le loro esperienze), quanto sia difficile fare questo mestiere. Soprattutto quando, come nel nostro caso, bisogna fare una gavetta incredibile senza prima avere acquisito neanche lontanamente la nozione della nostra professione. Ma come veniamo preparati a fare questo lavoro? In ogni azienda che si rispetti i nuovi assunti seguono un percorso di preparazione e formazione per il ruolo da assumere. Nella scuola no. E i tentativi migliori in tal senso e quelli meglio riusciti, sono stati eliminati senza pietà, perchè costosi o forse perchè non soddisfacevano alle clientele giuste. Chissà. Per molti decenni si è ritenuto che chi sapeva, avrebbe saputo anche insegnare. Ma così non è stato e non è neppure adesso. Si perdono anni preziosi prima di imbroccare la strada giusta. E nel frattempo si corre il rischio di rovinare intere generazioni di studenti. Auguro a Sergio Pasquandrea un percorso professionale pieno di soddisfazioni, ma desidero anche dirgli che il cammino è impervio e bisogna conquistarsi ogni palmo di terreno ogni giorno, col rischio di perderlo anche subito dopo. Auguri!
    Per quanto riguarda la formazione che il Miur ha fatto e fa, rimando chi ne ha voglia a leggere le mie opinioni qui:
    http://scriverecosa.blogspot.it/

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