La formazione del fumettista, 11 / Sergio Ponchione

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di Sergio Ponchione

[Questa è l’undicesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Sergio per la disponibilità. gm].

sergio_ponchioneStrrrrraaap.
Forse per una lite, mia madre mi aveva appena strappato in due una copia del Corriere dei piccoli. Piansi così forte che per farmi smettere fu costretta a riattaccarlo pagina per pagina con il nastro adesivo.
Avevo solo tre o quattro anni, e forse basterebbe questo per dare l’idea di quali fossero già allora i miei sentimenti verso i fumetti, seppure solo sfogliati.
Alle elementari imparai a leggerli e decisi che da grande li avrei anche fatti. Come, non ne avevo idea. Ma meglio prenotarsi subito.
Vuoi dire che con tutto quello che ancora non conoscevi della vita decidesti il tuo futuro già allora? Sì. Avevo le idee chiare. Sempre avute.
Mi piaceva disegnare e in realtà i fumetti li facevo già sui quaderni dei compiti. Li ho ancora.
Ma il pensiero di farli professionalmente da grande era quasi da convulsioni. Non desideravo altro.
Quindi pronti e partenza via con tanti, tanti anni da lettore innamorato e felice, quotidiani pellegrinaggi all’edicola, librerie colonizzate, disegni maldestri, sogni ad occhi aperti, disegni decenti, pensieri a nuvoletta, disegni belli.
E nello stretto spazio bianco fra le vignette, il resto della vita.
Ma sullo sfondo sempre quel pensiero.
Così, quando il 29 febbraio 2000 uscì in edicola il mio primo vero lungo lavoro da professionista, l’inchiostrazione di un albo Bonelli, lessi il mio nome nel colophon degli autori e il mio cervello venticinquenne si strappò esattamente come quel vecchio numero del Corriere dei piccoli.

Uno strappo netto, da lobo a lobo.
Da qualche parte, il mio spirito scoppiò di nuovo in lacrime.
Non strabuzzate gli occhi, ora vi spiego.
Me ne accorsi subito. Rilessi l’albo e la sera stessa qualcosa di estraneo si era già impossessato di me. Un malessere subdolo e indefinito. Mi sentivo fragilissimo e mi tremavano le gambe, ma ci misi settimane a capire il perché.
In pochi giorni vennero a trovarmi svogliatezza, ansia, insonnia, inappetenza, capogiri, pensieri tremendi, attacchi di panico e altre meraviglie del creato.
La realtà vacillava. Ero disperato. Non capivo chi era il nemico.
Delle vignette non mi fregava più niente. Loro, loro, da sempre complici e sorelle, mi avevano tradito e abbandonato sul più bello. Loro erano le responsabili di tanta pena. Dovevano esserlo.
Nei momenti neri mi aggrappavo alle pagine di Prima Pagare Poi Ricordare di Filippo Scòzzari, che tanto mi aveva galvanizzato sull’impervio cammino di aspirante autore. “Mi chiesi se fosse il caso di soffrire così per dei fumetti. Pupazzi. China. Puttanate per cretini. Ero forse matto?”.
La mia risposta era identica alla sua: sì.
Ma il punto era trovare il modo di andare avanti.
Fu terribile. Il solo pensiero di avvicinarmi al tavolo da disegno mi dava le vertigini. Quello stesso posto che fino a pochi giorni prima mi aveva esaltato come nient’altro. Il posto giusto per fare la cosa giusta. Esclusi quelli con cui mi confidavo, dall’esterno nessuno si accorgeva di niente. Continuai a lavorare col pilota automatico, per puro impegno preso, senza sapere bene cosa stessi facendo e soprattutto, orrore, perché lo facessi. Ormai la bicicletta era arrivata, hai rotto i coglioni da anni per averla, mica puoi fermarti ora. Pedalare. Ma tutte le energie, motivazioni e spinte che mi avevavo guidato fino ad allora erano sparite, come non fossero mai esistite.
Mi analizzavo, cercando di capire la causa di quel malessere e lentamente, fra le nebbie dell’instabilità, la verità prendeva forma. Era tanto semplice quanto idiota.

Ce l’avevo fatta.
Ero riuscito a realizzare il mio sogno e mi sentivo finito.
Incredibilmente, il nemico ero io.
Proprio come Robert Crumb nel suo racconto Uncle Bob’s Mid-Life Crisis (La crisi di maturità di zio Bob), dove il mattino dopo aver ricevuto per posta un prestigioso catalogo delle sue opere non riesce più ad alzarsi dal letto, per la prima volta davvero consapevole del suo status di autore riconosciuto. I suoi pensieri erano esattamente i miei e mi consolavano non poco in uno scenario in cui non avevo più riferimenti, così angosciante da sembrare senza uscita.
Depressione post-parto o crollo dell’atleta riuscito a battere il record così tanto inseguito, chiamatela come volete. Era quella.
In pratica non era cambiato nulla, i fumetti per me li avevo sempre fatti, ma il mio nome su quel lavoro aveva certificato il mio passaggio dall’altra parte, dove i fumetti si facevano davvero, per tutti e venivano anche pagati. Il famoso baratro fra fantasia e realtà.
C’ero cascato in pieno.
Tutti mi facevano i complimenti. Visto che ce l’hai fatta? Non avevo dubbi. Te lo meriti. Ah, fossi anch’io deciso come te. Io invece stavo malissimo e riceverli mi faceva stare ancora peggio.
Mi tormentavo e maledivo per l’incapacità di riuscire a godermi il traguardo e vivere felicemente la nuova prospettiva. Dove gli altri vedevano un inizio io vedevo solo una fine.
Che fesso, eh? Me lo dico ancora.
Ma è un difetto di famiglia, abituati sempre a dare il meglio nei momenti duri e poco avvezzi a godersi i buoni. Venire da anni di rodimenti, ambizioni, lotte, rifiuti, tutti tesi ad un unico obiettivo, ideale panacea e riscatto di tutti i mali, mi avevano distratto dal vero motivo per cui volevo fare i fumetti, pubblicati o meno: li amavo.
Non avevo ancora realizzato che farli era in sé un’esigenza per me più forte di qualsiasi ambizione, a cui non potevo sottrarmi per un buon equilibrio di vita.
Oddio, come poi ho imparato negli anni, del tutto buono non saprei, perché amare una cosa significa spesso farla in eccesso, e l’eccesso logora e priva di altre cose. Ma non farla è anche peggio, quindi diciamo indispensabile. Per non dire di quanto mi sono sentito in seguito più felice, vivo ed entusiasta, in tanti momenti di superlavoro piuttosto che in altri di stagnante tranquillità o ozio.
L’incubo durò comunque diversi mesi, con strascichi periodici anche nei due anni seguenti.
Ma superate certe mitologie grazie alla consapevolezza di cui sopra, nel frattempo ero pian piano riuscito a farmi una ragione delle nuova condizione e iniziare finalmente ad apprezzarla. Concetto che iniziava a starmi appiccicato al cervello, mentre prima continuava a scivolare via come un manifesto senza colla. La strada tornò progressivamente a distendersi liscia e infinita sui miei fogli. Da solo mi ero infognato e da solo ero riemerso.
Lì iniziò il bello. Il vero cammino consapevole.
Tanti anni in cui mi sono divertito come un matto a sudare, a dare il meglio sulla carta per dare forma e sostanza alla mia nuova vita tanto quanto da ragazzo mi ero divertito a sognarla.
Il prezzo era stato alto ma ne era valsa la pena.

Ora faccio fumetti da più di quindici anni e intorno alla mia testa china sul tavolo sono accadute e cambiate tante cose. Successi e fregature mi hanno esaltato e ammosciato, unite ad altri calci della vita, a volte anche pesantemente, ma mai più come quella volta. Ne sento ancora l’inquietante eco quando cala la tensione dopo un lungo lavoro finito o mi capita di sentirmi nuovamente un pò “arrivato”, ma ora ho imparato a gestirmi. Mi rendo conto di non essere arrivato proprio da nessuna parte, risfodero le penne e ricomincio il cammino, sempre più importante della destinazione.
Avrei quindi potuto parlare dei primi forti e seminali amori per i miei autori preferiti da bambino o dei tanti altri sbocciati poi da grande.
Di come gran parte dei miei ricordi siano scanditi e legati ad albi comprati in giorni ormai lontani in edicole che non esistono più, sbirciate da dietro l’angolo come nemmeno i guardoni con le coppiette in macchina.
Di quante volte ridisegnai quella cazzo di mano rachitica nella terza vignetta di quella tavola di prova rifatta già tre volte.
O di tutto il resto che mi ha fatto scegliere di passare gran parte della mia vita chiuso in casa, nella mia fortezza Bastiani, a scrutare l’orizzonte immaginando e disegnando i Tartari mentre forse gli altri li incontravano davvero.
Ma accadde anche questa cosa enorme che a un certo punto cambiò per sempre la percezione dei miei sogni, pensieri e azioni, segnando il mio ingresso nella maturità, per usare una frase banalissima ma inevitabile.
Una cosa imprescindibile, perché col senno di poi, benchè dolorosamente, contribuì alla mia formazione non meno di tante altre gioie. Anzi, fu il fondamentale vero termometro e cartina di tornasole della mia passione. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma visto che tutte le cose che danno piacere danno anche dolore per compensare, valorizzare e apprezzare ancora di più il primo, la accettai facendone tesoro. Quel che non distrugge fortifica non era più solo una battuta da Baci Perugina.

E le vignette?
Le povere, innocenti, care vecchie amiche che nel loro senso di lettura davano senso alla mia vita? Sono sempre lì. Indifferenti ai nostri paradisi e tragedie, infanzie e maturità, vanitose e ansiose di farsi ammirare e disegnare come la prima volta. Pronte a trascinarci ancora una volta nell’irresistibile, famoso baratro.
Ma ormai io sono pronto. Col sorriso e gli occhi lucidi mi preparo al salto.
Sempre col paracadute.

Sergio Ponchione nasce ad Asti nel 1975, dove vive e lavora. Pubblica le sue prime storie a fumetti sulla rivista Maltese Narrazioni, raccolte poi nel 2007 nel volume Impronte Maltesi, da Scritturapura. Dal 1999 al 2006 disegna la serie Jonathan Steele per Sergio Bonelli Editore e Star Comics. Per Coconino Press crea Obliquomo e Grotesque, lavori tradotti anche in Francia e Stati Uniti. Con storie brevi, illustrazioni e copertine ha pubblicato con editori come Rizzoli, Fabbri, Baldini & Castoldi, Zanichelli, Sperling & Kupfer, Chiarelettere, Edizioni ZERO e su riviste fra cui Linus, Internazionale, Wired, Smemoranda, La Repubblica XL, Barricate, Puck! e Splatter. Ha realizzato lavori per brand e agenzie come ABB e Cohn & Wolfe. Il suo ultimo albo, DKW – Ditko Kirby Wood, è edito da MoltiMedia/Comma 22 e tradotto negli USA da Fantagraphics Books. Con le sue opere ha vinto il Premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2009 e il Premio Micheluzzi a Napoli Comicon 2012. Insegna alla Scuola di Fumetto di Asti. Attualmente sta per collaborare nuovamente con Bonelli Editore ed è al lavoro su un nuovo romanzo a fumetti.

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Una Risposta to “La formazione del fumettista, 11 / Sergio Ponchione”

  1. Morena Silingardi Says:

    “Prima pagare poi ricordare” di Filippo Scòzzari è un libro che mi è tanto piaciuto, così come da sempre mi piacciono i fumetti. La formazione dei fumettisti mi aiuta a capire che anche i fumettisti mi piacciono molto, perché di molti di loro amo la passione, oltre che il disegno.

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