Posts Tagged ‘Michela Fregona’

Come sono fatti certi libri, 23 / “Pedro Páramo”, di Juan Rulfo

15 settembre 2017

di Michela Fregona

[In questa rubrica pubblico descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Quando Juan Rulfo acquistò per mille pesos la Remington Rand sulla quale avrebbe scritto il romanzo della sua vita era già stato orfano di un padre ucciso a fucilate, nipote di un nonno di otto dita (i pollici gli erano rimasti attaccati alle corde dalle quali i banditi lo avevano lasciato penzolare), bambino depresso in un orfanotrofio dalla disciplina ossessiva.
A trent’anni suonati aveva alle spalle una intima e solida confidenza con la precarietà della vita: l’infanzia se l’era giocata tra la polvere da sparo del Messico in rivolta (Cristeros contro esercito federale) e il fumo dei ceri nelle infinite veglie funebri per morti sparati, morti annegati, morti e basta che andavano costituendo la sua personale costellazione famigliare.

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Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati

17 agosto 2017

di Michela Fregona

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Fu un addio che non riuscì a dare. E, come tutti i congedi senza compimento, gli è rimasto addosso il destino delle cose che non sono state del tutto: un torpore, un’ambiguità, un mistero, una certa vena di rimpianto.
De I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro di Dino Buzzati, sappiamo più della genesi pratica che del pensiero anteriore; eppure non ce n’è un’altra, tra le opere dello scrittore, così sovrabbondante di sogni, ricordi, cronache, dicerie, leggende, invenzioni, autocitazioni, prestiti letterari, corpi, turbamenti, esagerazioni: Buzzati vi attinge con leggerezza e una punta di ribalderia, totalmente a proprio agio, come se la partita con il proprio inconscio fosse ormai scoperta. E’ il suo ultimo segno nel mondo di qua (sa già di essere malato) ed è un segno ricco della sacralità delle ultime cose: stratificato di memorie, verosimile e falsificato insieme, bambino e adulto.
Libero.
Eppure, non avrà una parola: Buzzati farà in tempo a tenerne tra le mani la prima copia stampata, ma non lo presenterà mai; non lo racconta, non lo spiega, non ne parla, non lo commenta, non risponde ad alcuna domanda: nessuna interazione con chi lo legge. Il libro esce in novembre, lo stesso mese in cui il suo autore varca le soglie della clinica da cui non uscirà più. Due mesi dopo, il 28 gennaio, Dino Buzzati è morto.

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“Quello che verrà…” e quello che è arrivato

22 febbraio 2016
Clicca sul pesce per leggere l'articolo

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La settimana scorsa abbiamo pubblicato l’ultimo capitolo del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Chi volesse dare un’occhiata, o ricuperare qualche capitolo perso, li trova tutti qui. Chi fosse curioso di sapere che cosa succede quando si pubblica un romanzo in questo modo, può leggere questo articolo che Michela ha pubblicato nel proprio sito. Un ringraziamento da parte mia anche ad Alberto Bogo per le immagini (e per varie altre cose). gm

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 21

15 febbraio 2016
Leggi l'ultimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi l’ultimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Si conclude qui la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Qui si possono trovare tutti i capitoli].

Dicembre è un mese pallido, freddo e arriva sempre troppo in fretta. Da quando il fiorino delle caldarroste è andato in pensione, e nessuno ha rilevato l’attività di Lino Speculino – così soprannominato per la proverbiale generosità dei suoi cartoccetti -, a dicembre, in città, è finito il profumo.
Ci sono i rumori dei martelli che montano le solite casette di legno del mercatino di Natale. C’è il misto alcolico chiodi di garofano-cannella del brulè alla bancarella del circolo sportivo ricreativo (e gli affezionati che consumano in piedi a ettolitri, alla brutta, labbra viola mani livide bicchieri fumanti). C’è l’ennesima polemica sulle luci di Natale – sono belle, sono brutte, erano meglio quelle dell’anno scorso, però con i costi che aumentano, varda come che ‘i ‘a tirà l’albero. ‘l sarà anca moderno, lu, ma a mi me par ‘na porcheria. C’è la notte di san Nicolò, quando qualche nonna, zelante interprete del servitore del santo, si fa prestare dal prete il campanello della messa, e percorre le vie gelate per avvisare i bambini che è ora di andare a letto: guai che Nikolaus e il suo mussetto trovino qualcuno ancora in piedi.
C’è tutto, insomma. Meno l’odore di castagne arrostite.

Continua a leggere l’ultimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona.

[L’autrice, l’illustratore e il curatore di vibrisse ringraziano per l’attenzione].

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 20

8 febbraio 2016
Leggi il capitolo 20 di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il capitolo 20 di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Ci siamo persi Steven per strada. A inizio novembre, è ormai chiaro: è durato a stento due mesi.
«Merda»
Cecco si tortura come un flagellante: l’ultimo atto si è appena consumato, il padre (un tipo troppo magro, e non del tutto centrato) ha controfirmato il ritiro. Cioè: è stato appena teleguidato dal figlio a
mettere la parola fine alla sua permanenza al Ctp. Del resto, i sedici anni li ha fatti: niente è più dovuto allo Stato italiano. E noi, stando al piccolo lupo, siamo stati così…noiosi a rincorrerlo, che lui, proprio, non ce la fa più a sentirsi pressato.
Per lo meno, non se ne va con l’idea di essere stato abbandonato.
Ma l’ultimo atto non è certo più piacevole di tutto il resto.
«Noi comunque siamo sempre qui»
butta là Cecco, pacato: l’ennesima passerella di salvataggio, lui, la lancia sempre, anche quando ha davanti un no tombale. E Steven lo ricambia a muso duro:
«Sissì. Certo, che me lo ricordo»
taglia corto il ragazzino, serafico, già con un piede fuori della porta.
Il padre, che sembra un residuo hippy fuori stagione (si sono mai visti gli hippy con il tabarro?), ha quasi una mezza intenzione di sentirsi imbarazzato. Mezza solo, però:
«So che per Steven avete fatto molto, ma…»

Continua a leggere il ventesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 19

1 febbraio 2016
Preleva il capitolo 19 del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà

Preleva il capitolo 19 del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

La Manu si sente a dieci chilometri di distanza.
«Capito-o?»
Silenzio.
«È – Chiaro-o?»
La porta è chiusa, e l’aula di italiano per stranieri è l’ultima, in fondo a destra: saranno venti, trenta passi. Appena si imbocca il corridoio che inizia dopo l’atrio, però, è come averla di fianco, la Manu: squillante, che taglia con l’accetta tutte le sillabe della prova di lettura, tenendole distese per aria come tante mutande al sole.
La processione parcheggio-scale-bidelleria-scale-aule dei piani di sopra, dove i corsi Eda occupano tutte le stanze disponibili del primo e, nei momenti di grazia, anche qualcosa del secondo, è in pieno svolgimento.
Pedino un gruppo di corsiste di arabo su per la scalinata esterna: parlano fitto tra di loro, elettrizzate.
Dico: «‘sera»
al solito Vincenzo che aspetta solo di suonare la campanella delle sei per immergersi nell’autoproduzione digitale, chitarra imbracciata, dietro i vetri della bidelleria.
Quindi, svolto a proiettile oltre l’atrio, ripassando a memoria la lezione e pianificando un possibile piano b, o c, o d, a seconda di quanti (e quali) saranno gli assenti. Registro qualcosa di strano sulla curva a gomito, ma non c’è tempo per niente.

Continua a leggere il diciannovesimo capitolo del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 18

25 gennaio 2016
Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Quando gli elicotteri tornano indietro per la terza volta, tagliando davanti alle montagne, la sensazione diventa evidenza: sta succedendo qualcosa di grosso. Non è il Soccorso Alpino. E neanche un Suem di volata verso gli ospedali della pianura, oltre il passo Fadalto.
Questi, scuri lunghi e troppo radenti, sono nuovi per il cielo basso di questa periferia della periferia d’Italia.
È un mattino secco di ottobre. Siamo usciti che le campane di Santo Stefano cominciano appena a suonare il mezzogiorno: tra noi, scivolati fuori dall’ultimo portone di ferro del carcere, e l’acropoli del centro storico, c’è la valletta verde aperta dal torrente Ardo. Il giardino del carcere di Baldenich è un posto assurdo, fermo nel tempo, incoerente con il dolore dei muri tirati su dai Gesuiti. C’è perfino un gazebo di ferro battuto, gentile, con le rose che gli crescono in primavera a godersi lo spettacolo in anfiteatro delle montagne appena oltre la città.
Il tempo che Cecco si accenda la sigaretta (il pollice destro che sfrega sul meccanismo della piastrina, l’altra mano curva, a riparo della fiamma), e i tre bestioni blu ci passano davanti.
«E questi?»
farfuglia il fumatore, tra le nebbie in uscita dal naso.
«Boh».
«Ma sono gli stessi di stamattina?»
«Pare».
Effettivamente, il rumore che torna indietro e riempie tutta la valle, amplificato dalle pareti delle montagne in semicerchio, è lo stesso di due ore e mezzo prima, quando, all’entrata, abbiamo preso la stessa infilata di porte al contrario: attesa ed elicotteri in porta due, attesa ed elicotteri in porta tre, poi il doppio klank del blindo. Corridoio con odore di cipolle e il neon, stinto: sala polivalente; enorme, gelidina, sporca. Come sempre. E gli elicotteri solo un pelo attutiti sopra le nostre teste.
«Sembra la polizia, no?»

Continua a leggere il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 17

18 gennaio 2016
Leggi il capitolo 17 di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il capitolo 17 di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Il primo di settembre è un giorno di sole. Guardarlo, e farsi venire lo struggimento da laguna, da Venezia, da lido, è tutt’uno. Errore. Non c’è inganno più perfido della luce di settembre sulle montagne. Tempo un paio di settimane, e l’aria diventerà cruda, le giornate brevi: si sa benissimo, ma non ci si vuole credere.
In segreteria Francesca è già sotto assedio: con una mano risponde al telefono, con l’altra consulta il computer, con la faccia fa segno di aspettare. Pile di carte alte mezzo metro si stanno mangiando la stanza, dal tavolino alla scrivania, dalla sedia al davanzale.
A inizio anno, gran parte del lavoro del Ctp pesa tutto sulle sue spalle: iscrizioni, liste, classi di lingue, di italiano e di informatica, laboratori prendono forma e sostanza, tutti quanti, attraverso un traffico telefonico spaventoso. Io, il centralino della Nasa, me lo immagino proprio così, il giorno dell’invasione degli extraterrestri. Senza contare gli affezionati: un plotone di inossidabili nonnetti che, ormai, hanno fatto qualsiasi corso ma, pur di non mollare, rifanno tutto daccapo, e si presentano sulla porta della segreteria facendo cucù, serafici:
«A-la vist?»
dicono a Francesca, con un’arietta a metà tra l’orgoglio e la sfida:
«Son ancora qua: vecio, ma son ancora qua!»

Continua a leggere il capitolo 17 di Quello che verrà di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 16

11 gennaio 2016
Leggi il capitolo 16 di Quello che verrà, di Michela Fregona

Leggi il capitolo 16 di Quello che verrà, di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Quando si vive in una città sempre in salita, l’ossigeno deve decidere: se stare con i pensieri, o se stare con i piedi. E, dovendo fare tutte e due le cose insieme (pensare e camminare, pensare e pedalare, pensare e correre) la sintesi diventa una necessità: attraverso il cervello passano solo parole concrete, già mondate, senza fronzoli né ghirigori, ché ogni giro in più a vuoto potrebbe costare caro. Per questo, mica per altro, i bellunesi danno sempre l’impressione di essere gente un po’ musona e di poche parole: è che, anche quando sono a spasso per la pianura, ragionano sempre come quello che deve arrivare in cima al monte coi suoi piedi. E dall’abitudine alla parsimonia non ci si affranca mica: la selezione feroce di tutto, all’osso, nella propria testa come dentro uno zaino da bivacco, è patrimonio genetico, da queste parti.
Dunque, oggi, io pedalo, nella città sempre in salita, spingo giù il ginocchio sulla mia Bottecchia bianca e rossa, e mi chiedo solo: perché.
Perché davanti all’occhio della piazza già spalancato di prima mattina, perché in via Matteotti oltre i lampioni dei martiri, perché agli autobus tutti spogli senza studenti, perché al profilo alto di villa Morassutti sopra l’incrocio per il ponte degli Alpini.
Sì. Un po’ di rischio c’era. Che discorsi: non si è mai del tutto tranquilli. Ma: un po’, di rischio. Un po’.
Del resto.

Continua a leggere il sedicesimo capitolo di Quello che verrà, romanzo di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 15

4 gennaio 2016
Leggi il XV capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il XV capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

«E la madre allora non gli apre il portone: gli dice di andare via, di tornarsene in battaglia. E, piuttosto, morire, farsi piangere da cadavere: perché non era mai stata madre di un figlio sconfitto. Né lo sarebbe mai stata».
Eugenia stira sul tavolo, per lungo, con tutto il palmo aperto, la moneta del suo paese, di carta leggera: il re, adulto, ormai, ci guarda senza sorriso.
«E allora Stefan cel Mare riprende su tutte le sue ferite…».
Eppure quella madre lo aveva pianto, all’inizio della poesia: come tutte le madri costrette ad avere un figlio che la guerra tiene lontano. Nel buio, alle cinque, solo senza neanche una scorta, lui era arrivato al castello, ferito, e l’aveva implorata da fuori: Eu sunt, buna maica, fiul tau dorit, aveva letto Eugenia, traducendo «io sono, buona madre, il figlio tuo adorato». E tutte le anse aperte della sua lingua, crude come un volgare umbro, avevano ripreso ad avvolgersi in metrica su quella storia antica e comune: Soarta noastra fuse cruda asta data, «la nostra sorte è stata dura in questa giornata». Quanti nella storia della letteratura, avevano condiviso la stessa identica amarezza? Cavalieri di Spagna, retrovie di Rolando, campioni bretoni, saraceni, mori, paflagoni, compagni di Ulisse e profughi di Ilio dalle alte torri, soldati di trincea, esuli di San Pietroburgo, generali del Nuovo Mondo e milioni, milioni di truppe di quello vecchio.
La Presidente, Virginia Balestreri, stringe gli occhi sul volto affilato – corona, moschetta e baffi lunghi – che ci guarda imperscrutabile dalla banconota: Stefan cel Mare, figlio di Bogdan II, Voivoda di Moldavia a metà del Quattrocento.

Continua a leggere il quindicesimo capitolo del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 13

14 dicembre 2015
Leggi il tredicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il tredicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Forse il tipo non ha capito a chi sta parlando.
Magari questo è il suo intervento standard, e lui se lo porta dietro come fosse un soprabito, chissenefrega se piove o c’è il sole, davanti: sale sul palco, se lo infila, e via.
Del resto: quanti ce ne sono così, in giro, di fenomeni microfonati, che gli piace mettere su uno scandaletto della durata palco-pubblico, roba da piccolo cabotaggio, giusto per fare il pieno di occhiate, una volta giù dal pulpito.
Dalla sveglia delle cinque e trenta, nella famosa macchinata con il preside (un dolcevita inaudito: color senape, ma elettrico. Roba che bisognerebbe farla proibire, prima delle undici di mattina) ci siamo sorbellati due ore di guida prudente e poi, in tangenziale, una gincana tra i camion da farci invecchiare tutti in un colpo.
«E allora, la gita…tutto bene?»
«Sì, grazie»
«Li avete riportati indietro tutti quanti? nessuno lasciato per strada?»
«Tutti sani e salvi. Un colpo di calore in cima al campanile di Torcello, causa stivali col pelo…»
«…col pelo? oh, Gesù!»
«…visita al mosaico del Giudizio Universale molto apprezzata, viaggio in vaporetto senza naufragi, bel tempo, nessuno in acqua fuori programma, pic nic multiculturale, scammellata da San Marco in stazione senza incidenti»
«E il tipo delle maschere, l’avete incontrato, quest’anno?»
«Ahmid? Che memoria, preside! Sì, certo. Ahmid ormai è una tappa fissa»
E anche un vero spettacolo: non solo perché il laboratorio è un luogo pazzesco, stivato dalla terra al soffitto di maschere, parrucche, cappelli, follie di ogni tipo, e Ahmid (scappato a Venezia dall’Iran ormai trent’anni fa) è un personaggio che sembra disegnato apposta per un fumetto degli anni Trenta – occhialini ovali, basco, grembiule bianco con martingala e baffi a manubrio.
Ma soprattutto perché assistere allo stupore delle facce dei nostri, immobili nella sauna del laboratorio, mentre davanti ai loro occhi le mani di Ahmid vanno e vengono con le strisce di carta bagnata, con la colla, con gli stampi, è la vera soddisfazione segreta della gita: da impacchettare e mettere via gelosamente, nella scatola dei ricordi.

Continua a leggere il tredicesimo episodio del romanzo Quello che verrà di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 12

9 dicembre 2015
Leggi il dodicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il dodicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Il preside si chiama Remigio Battaglia. Nonostante il cognome, non l’ho mai visto con le armi in mano. Piuttosto, preferisce la schermaglia sotterranea: la sua vera arte è la guerriglia psicologica. E la sua strategia più raffinata resta l’esercizio del senso di colpa.
Da giovane, è stato prete. Poi ha vinto l’amore.
Dicono fosse anche molto bello.
Ha dei figli bellissimi, in effetti.
Quanto a lui oggi – il dolcevita grigio sotto la giacca, gli occhiali fumè, certe maglie sempre color frate, la faccia giallo-pallida, una stempiatura alta e una cerega rotonda che ricorda la tonsura – sembra quello che è: un ex prete. Che non ha dimenticato: la carità, il prossimo, la volontà di ascoltare, la capacità di intessere rapporti, il senso della gerarchia. E l’importanza della politica.
Con gli umili è sensibile (quasi sempre). Con i forti sta ben attento a non pestare nessun callo. Crede nella persuasione, nel peso del silenzio – che però non sempre viene percepito, soprattutto da chi non ha nessuna intenzione di percepire. E allora si impermalisce.
È il suo ultimo anno di presidenza. Che cosa potrà farsene, dopo, di tutto il tempo di una giornata, senza la scuola, nessuno se lo immagina.
È un uomo all’antica: che crede nel valore dell’istruzione, nel senso formativo dello studio, nell’istituzione scolastica. Cose che non vanno più molto di moda.
All’educazione degli adulti tiene molto. E per questo pretende molto. Sa di pretendere. Nonostante questo, a volte, pretende ancora di più. È allora che, nella riunione del lunedì mattina, ci si scanna. Le posizioni estreme sono due: quella di Alessandro, che dice sempre di sì soffrendo e sapendo che si soffrirà ancora di più, ma che, nonostante tutto, si arrende sempre, rosicando.
E la mia.
Espressa per dritto.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 11

30 novembre 2015
Leggi l'undicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi l’undicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Parole. Noi che buchiamo il Fadalto con il sole che decide di farsi vedere sull’autostrada, finalmente. Sotto: il lago Morto, che fa tanto miseria per lo spirito e un nome così non glielo hanno dato a caso. Intorno: le ultime costole delle montagne prima della collina trevigiana. La schiena del Visentin da una parte; dall’altra non l’ho mai saputo.
«E insomma, ‘sta Anita?» chiede Alessandro, con la voce che esce direttamente dalla coppa dell’olio, sotto i nostri piedi: effetto combinato partenza all’alba più sigarette preventive, fumate in piedi davanti al bar della tettona prima di salire in macchina.
«Niente. Non mi ha più chiamato. Dovevo tenerle i bambini, ma non si è fatta viva. Non so che pensare…». Io sto sul sedile dietro.
Davanti, invece, dal lato passeggeri, sta Cecco, da venti minuti in lotta con lo spazio vitale sotto al cruscotto: una, due pacche già ben assestate tra stinco e caviglia. Non trova pace. A quaranta e passa, il mondo continua a conoscerlo via ematoma: a lui, dice, la pubertà non è mai passata. Troppe gambe, troppi piedi.
«E…? Fe-mo che? Dispersa? Ritiro? Dicembre?».
Alessandro guida senza badare ai contorsionismi al suo fianco. La domanda resta in bilico sopra la leva del cambio.
L’abitacolo della Bravo scassata, come al solito, fa anche da sala riunioni. E maggio vuol dire un sacco di punti da mettere. Nonché virgole, e puntini di sospensione. A Padova ci aspetta il re di tutti i convegni, l’annuale appuntamento social-carcerario, ma le due ore di viaggio sono il succo concentrato di tutti i consigli di classe dell’anno.
Cecco boccheggia, come sempre quando è sulle spine:
«No» dice.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona /10

23 novembre 2015
Leggi il decimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il decimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

L’ometto ha la forma di un cubo: un paio di pantaloni di fustagno spiegazzati, una camicia verde marcio con l’ultimo bottone in basso che non chiude. A triangolo, con la base che si perde dentro la cintura di cuoio nero, spunta fuori il bianco di una canottiera a costine: la pancia, rabboccata, sta tutta affacciata là sotto.
Il cubo – solo, in mezzo alla stanza – è appena un poco più alto che largo. Alla fine del corpo bombato, che fa pensare a uno di quei frigoriferi da nonna, col maniglione e la ghiacciaia piccola, resta appesa, con gli occhi sgranati, una faccia da fagiolo di Lamon: rosa ovale, a striature rosso scuro. Una carta geografica di capillari troppo evidenti e di pori troppo dilatati che potrebbe anche alludere alla classica couperose etilica, così frequente tra i settantenni locali. L’ometto è terrorizzato.
«Posso…posso aiutarla in qualcosa?» gli chiedo mettendo giù il faldone di fogli caldi e croccanti, appena usciti dalla fotocopiatrice. Il programma della mattinata prevede di inseguire di nuovo, per la classe dei turnisti, il cervello di Orlando fin sulla luna. È un pezzo che piace sempre: nessuno si aspetta che Astolfo ci ritrovi anche il suo, di senno; né che se lo beva così, senza fare una piega, come se in fondo la cosa non lo riguardasse; per poi comportarsi esattamente allo stesso modo di prima.
«E cosa c’è sulla luna, prof? Cos’è che abbiamo perduto?» chiedeva appena due sere fa l’occhio furbo di Noura.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 9

16 novembre 2015
Leggi il nono capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il nono capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

«P –rhof».
Prem Kumar mi guarda dritto negli occhi.
L’aula è vuota, a parte noi – io, e i tre fratelli freschi dall’India: 15, 16 e 17 anni. Le ragazzine, come al solito, profumano di dolce e di fiori maturi. Quando si muovono, prima che aprano bocca parlano per ognuna i cinquanta braccialetti sottili che gli vanno su e giù per i polsi: con lo stesso suono che le accompagnava nelle loro giornate di Chandigarh, mi immagino. Il suono che continuano a portare in questa nuova vita italiana.
Dalle finestre entra anche uno straccio di sole pomeridiano, misto al viola delle nuvole che si avvicinano, sopra la testa del monte Serva. Prima della lezione del corso serale, inizierà a piovere di sicuro.
La primavera bellunese è monsonica.
Chissà cosa ne pensano, i tre fratelli.
Che effetto gli fa: la pioggia e le montagne, la pioggia e il sole, la pioggia e il vento, la pioggia e il verde dei prati che ancora non arriva. La pioggia e basta.
In un mese e poco più che si sono sistemati nella casa di Limana, i tre ragazzini hanno messo su un tot di chili.
Hanno scoperto la pasta. E, in più, non avevano mai sentito così freddo in vita.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 8

9 novembre 2015
Leggi l'ottavo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi l’ottavo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Sgasata. Rapida, giusto per schiarirsi le idee. Due giri di polso: nervo, gas, combustione. Poi motore a razzo: partenza. Velocità shuttle.
Accelerazione – probabilmente in curva. Lo sforzo dei cilindri, messi sotto pressione, sbatte sulla parete della scuola e torna indietro, con una risacca metallica: sulla porzione di cortile, inquadrata dal rettilineo che sbocca a fianco dell’edificio, ancora non si vede nulla. Solo il rumore va e viene a singhiozzo, un momento sì e uno no.
Scalata di marcia. Seconda, terza, quindicesima. Ventesima.
Il motore prima parla; poi barrisce. Viene lanciato su una serie di acuti da teatro lirico, comincia ad ansimare («E dagli tregua, cristosanto…»). Ancora sgasate, in crescendo, alternate all’urlo, ormai isterico, della marmitta.
Previsioni meteo dell’abitato di Cavarzano e dintorni: miscela bruciata a banchi, alta pressione diffusa, con probabile incidenza sul terreno di arti inferiori e superiori sparsi. Possibilità di manrovesci.
Poi c’è un discreto momento di stallo. Mi avvicino passo passo: l’unica presenza perforante di un pomeriggio senza pioggia, senza vento, senza il gelo transiberiano della finta primavera bellunese, è la zanzara a motore che divora benzina nel cortile quadrato davanti alla scuola. Bisogna solo aspettare. È un teorema matematico. Istanti di fiduciosa sospensione.
Perché è solo una questione di tempo: tutti i salmi finiscono in gloria. Anche quelli a motore.

Continua a leggere l’ottavo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona.

“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 7

2 novembre 2015
Leggi il settimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il settimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Che cosa mi è venuto in mente, mi dico. Devono essere stati i pensieri di ieri sera. Non bisognerebbe mai lasciarsi andare in giro così, da soli, certe mattine di finta primavera: con la luce calda sulle montagne che ci gode ogni centimetro di faccia esposto, e le gambe che diventano di ricotta solo al pensiero di simularla, l’estate.
Il viale l’ho fatto guardando fisso il sole, sotto il cappotto a tre strati. Con la voglia di perdere tempo che viene in giugno. E sì che l’aria non è per niente gentile: fa solo finta.
È un viale sereno, con il ghiaino pettinato e regolare. Ai lati il prato, che è il mistero più grande: verde, sempre. Il luogo dove le stagioni si fermano. Appena sopra, verso l’alto, il monte Serva passa dal nevoso al pelato, bruciato dai mesi del gelo. Ma ai lati del viale: verde, sempre. Con l’erba che sembra appena rasata. Sempre.
Neanche un albero per tutta la facciata della villa.
I nonni in carrozzella stanno parcheggiati vicino a qualcuno, o fanno su e giù per il bianco.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona, 6

25 ottobre 2015
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[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

L’apertura della seconda pagina è a quattro colonne. «Le piovono suicidi in casa», titola il giornale. Occhiello: Abita sotto il ponte degli Alpini: «Nessuno interviene».
Questa volta, Santina Miari non ha neanche dovuto faticare per guadagnarsi lo spazio in cronaca: le hanno addirittura telefonato a casa; l’hanno cercata loro, mentre sonnecchiava sulla poltrona di vellutino verde, davanti al telegiornale delle cinque, gli stivali di gomma ancora ai piedi. Mezzo frollati, ormai, a forza di andare su e giù dalla scarpata all’orto. Questione di tempi. Di coincidenze. Di caso, più che altro.
La notizia vera, in effetti, sulla pagina è scivolata molto più in basso. Poco più di un trafiletto: un ragazzino trovato morto sotto il ponte della ferrovia. Diciotto anni compiuti di fresco, appassionato di musica, la sera prima aveva suonato in un locale del centro, ma poi a casa, sembra, non c’era mai tornato. La tragica scoperta nel pomeriggio. Il corpo nascosto dietro a una casa abbandonata, tra i cespugli e gli alberi appena sotto la scarpata. I compagni di classe sconvolti. Il corpo di M.R. (solo le iniziali, come usa in questi casi) portato via dall’ambulanza. Tutto in non più di venti righe. Foto, piccola: il ponte della ferrovia. Foto vecchia, penso: la passerella pedonale chiusa da due reti, alte neanche due metri. Da una parte verso il binario. Dall’altra verso il vuoto. Una immagine di sei, sette anni fa. Dicitura: Il luogo in cui si è consumata la tragedia di lunedì notte.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona, 5

20 ottobre 2015
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L’avevano detto. E l’hanno fatto.
Due cesti di paglia, enormi, pieni fino all’orlo: Max mi passa davanti a gran falcate, prendendo i gradini due a due con una agilità insospettabile per le misure del suo giro vita.
«Manteniamo sempre le promesse, noi, prof».
Petto in fuori. Pancia pure.
I cesti sono chiusi ermeticamente da teli bianchi: rabboccati con la cura con cui si potrebbe coprire un neonato.
Lei lo segue, poco dietro, il rossetto tinta Squilli di Vittoria: ciclamino, identico a quello che usava anche mia nonna. Deve essere una prerogativa delle fumatrici incallite, credo. In mano: un’altra cesta, coperta pure questa in modo amorevole.
In due secondi mi dribblano e mi superano: via veloci, verso l’aula. E poi di nuovo indietro, parlando fitto tra di loro, come due formichine che si fregano le mani, armeggiando dentro e fuori la macchina parcheggiata di traverso davanti alla scuola, sotto la scalinata dell’entrata, con i fari ancora accesi. Sulla porta dell’aula, la processione degli affacci: la curiosità rimbalza di occhio in occhio.
Gli adulti dissimulano con scioltezza: se la prendono comoda fuori sul corridoio, e intanto buttano discretamente uno sguardo – o chiacchierano sparsi per la classe. Miscél con Maria, Eugenia con Ieda, Irina con Noura, Julio César con tutti.
C’è anche Anita, stasera. Dopo due settimane di assenza.

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“Quello che verrà”, di Michela Fregona, 4

12 ottobre 2015
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Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo…

Mi guarda. Si ferma. Ha uno dei suoi attacchi di mal di testa, ma è voluta venire lo stesso al Ctp. Spinge il libro dall’altra parte del tavolo, verso di me (un libro che non è suo, ma in prestito da una amica, sul quale non ci si può scrivere neanche un appunto).
«Non so da che parte prendere».
Stende la pagina con la mano, tutto il palmo aperto, a distanza; la guarda senza vederla. È il suo gesto di resa. Poi riprova a leggere:

…la qual null’altro allegra arbor né fiore…

Quando ha il mal di testa, la pelle le diventa trasparente, e gli occhi si infossano.
«No. Questa non ce la faccio proprio a capirla».
Non è stata una grande mattinata, a scuola.
Aicha spinge indietro la lacrima grassa e bollente che si affaccia dall’occhio destro. Vince l’orgoglio. Almeno per il momento.
Già si era alzata che stava male (le capita sempre più spesso, ultimamente). Il viaggio in corriera e il pezzo a piedi un supplizio. L’ingresso in classe nell’indifferenza consueta. Poi la prof con i compiti.
Cinque secco nel tema di italiano. E pazienza per il voto. Il peggio, come al solito, è stata la cerimonia di consegna.

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