Posts Tagged ‘Edoardo Sanguineti’

Complessità/semplificazione: tre specie di opere

18 aprile 2017

Due eroi della narrativa d’intrattenimento

di Alberto Cristofori

[Ricevo e volentieri pubblico. Altri articoli sullo stesso argomento. gm]

La discussione innescata da Gilda Policastro e poi sviluppata da Giulio Mozzi e altri [Alessio Cuffaro, Valentina Durante, Edoardo Zambelli, Alessandro Canzian, gm] sullo spazio gestito da quest’ultimo [e altrove, gm] ha suscitato in me qualche riflessione che spero possa risultare utile. Provo a dire sinteticamente.

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È utile fare le presentazioni o no?

2 dicembre 2015

di Demetrio Paolin

Pongo la questione in maniera diretta: le presentazioni dei libri servono o no? In questi giorni è uscito l’ultimo libro di Giovanni  Cocco La promessa (Nutrimenti) e nell’intervista a Anna Vallerugo  Giovanni ha dichiarato:

Di una cosa sono sicuro: farò pochissime presentazioni. Non vi è alcuna relazione tra la performatività e la qualità letteraria di ciò che uno scrive.

Nella risposta, a onor del vero, Cocco dice altre cose, che mi paiono anche condivisibili, soprattutto quando afferma che non esiste una diretta relazione tra la qualità letteraria del testo e la capacità di presentarlo, ma ciò sui cui mi preme riflettere sono quei due brevi periodi.

Negli stessi giorni Il post pubblica un altro intervento il cui attacco è questo:

Le presentazioni appagano l’ego di scrittori, amici e parenti, ma per gli editori sono quasi sempre una grana. Perché rappresentano un costo, sottraggono risorse alle cose da fare – è carino che l’editore o qualche suo rappresentante sia presente – richiedono un grande sforzo logistico – alberghi trasferimenti ristoranti e quant’altro – e in termini di copie vendute non si ripagano mai. Per questo ogni autore – o quasi – sogna teatri affollati, librerie traboccanti e piazze gremite, e rimane deluso quando si rende conto che il suo editore gli organizzerà una presentazione sola, al massimo due. A parziale giustificazione dell’autore e del suo ego c’è da dire che la prima cosa che le persone ti chiedono, quando pubblichi un libro, non è dove posso comprarlo, ma dove lo presenti, a testimoniare che per una grossa parte del pubblico le presentazioni valgono da succedanei del libro e dispensano dalla lettura.

È interessante che da due diverse angolazioni, quella autoriale e quella dell’editore, vengano mosse perplessità rispetto a un rito, che sembra aver sostituito la lettura dell’opera. Ora nonostante tutto questo mi paia ragionevole e sensato, io dico che non sono d’accordo. Sono anche consapevole che sia necessario motivare questo mio pensiero e credo che questo implichi rispondere a una domanda cruciale ovvero per chi o per cosa scriviamo?

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Un preciso squilibrio. A proposito di uno studio su Giuseppe Pontiggia

29 maggio 2015

di Lorenzo Marchese

smisurato_equilibrioNon era un’impresa da poco proporre uno sguardo sintetico sulla narrativa di Giuseppe Pontiggia, che ha attraversato il secondo Novecento restituendoci una linea di scrittura quanto mai spezzata e affascinante. Autore poco prolifico per via della sua ridiscussione meditata di generi (giallo, romanzo poliziesco, ricostruzione storica, saggio critico) e forme (prosa narrativa, racconto breve, poesia, prosimetro), era e rimane difficile da inquadrare in un suo qualche libro risolutivo, in una circostanza storica che possa rappresentare un suo ipotetico “periodo aureo”.

Uno studioso di Milano, Marco Bellardi, si è cimentato nello sforzo con Uno smisurato equilibrio. La narrativa sperimentale di Giuseppe Pontiggia (Franco Cesati, Milano 2015), un invito alla lettura di Pontiggia che mancava nel nostro panorama: infatti, i commenti all’opera dello scrittore sono sparpagliati in saggi monografici (alcuni, citati da Bellardi, ormai difficili da reperire) e articoli sparsi su riviste accademiche e quotidiani. Uno smisurato equilibrio ripercorre ordinatamente la produzione narrativa di Pontiggia, con un’analisi ravvicinata e un occhio attento all’aspetto stilistico delle opere, senza particolari pretese di esaustività; per quelle, è meglio rivolgere l’attenzione al Meridiano delle Opere a cura di Daniela Marcheschi, che apre all’autore con un utile saggio introduttivo (benché a volte a rischio di pomposità: rischio oltrepassato nella Cronologia) e dà una ricchissima bibliografia critica alla fine del volume. Come riconosciuto nella Nota iniziale, al lavoro di Marcheschi e ai colloqui con la studiosa questo libro deve moltissimo, rappresentando una porta d’ingresso convergente per vedute critiche e più accessibile sotto vari punti di vista – non ultimo quello economico.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La formazione dello scrittore, 25 / Flavio Santi

13 novembre 2014

di Flavio Santi

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Flavio per la disponibilità. gm]

Domanda. Si può amare la scrittura avendo come stella polare questa frase di Joseph Conrad: “Il peggior nemico della realtà sono le parole”? Io volevo dipingere. Anzi, no. Disegnare fumetti. Fare il liceo artistico e poi chissà (oltre a voler fare il calciatore nelle file dell’Udinese). Invece a metà terza media – dopo che il mio rendimento scolastico era calato bruscamente, frequentavo teppistelli, importunavo vecchiette per strada e prendevo una nota sul registro a settimana – trovo un’antologia scolastica di mio padre ferroviere (i miei non leggevano, un po’ mio nonno materno che non ho mai conosciuto ma che mi ha lasciato in eredità un bel po’ di Bur grigi stagionati). Iliade e Odissea. Nelle traduzioni neoclassiche di Vincenzo Monti e di Ippolito Pindemonte. Traduzioni che oggi troverei indigeribili, al limite dell’illeggibilità, guarda tu che effetto sortiscono su un povero tredicenne. “… contra i Greci / pestiferi vibrò dardi mortali”, “Nove giorni volâr pel campo acheo / le divine quadrella”, “E come quando di Favonio il soffio / denso campo di biade urta” ecc. ecc. Basta poco e mi innamoro delle parole. Non voglio più giocare a calcio – l’allenatore della Pozzolese viene sotto casa a implorarmi di giocare, e io niente – manco dei fumetti me ne frega più e mi metto a studiare come un forsennato latino e greco. Gli anni del liceo. Spesso mi capita di fermarmi a pensare a quegli anni di letture totalizzanti e mi domando, un po’ inebetito dai ricordi: Lo rifarei? Lo rifarei di leggere per tutta la notte le tragedie di Seneca, le commedie di Plauto, gli annali di Tacito? Con mio padre che rientra a casa dal turno di notte, mi trova chino su Orazio e mormora sconsolato: “Ho un figlio cretino…”? Sì, probabilmente lo rifarei. Lì scopro la bellezza della traduzione (oltre a tante altre cose, però quei primi esperimenti dal greco e dal latino in italiano sono inebrianti).

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La formazione della scrittrice, 6 / Gilda Policastro

17 febbraio 2014

di Gilda Policastro

[Questo è il sesto articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Gilda per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. Lunedì prossimo interverrà Roberta Jarussi. gm]

gilda_policastroPartirò da un piccolo fatto vero, alla maniera di uno dei poeti a me più cari, forse il più caro in assoluto. Ricevo una telefonata, una mattina qualunque, con una curiosa richiesta: «Ho una storia molto importante da raccontare e però mi serve l’aiuto di una sensibilità femminile. Vorrei scrivere, in pratica, un romanzo a quattro mani». L’aneddoto mi torna utile a dire subito come non scrivo io. A quattro mani, e con una sensibilità femminile. Nei miei romanzi ci sono delle donne, sì, ma non parlano in modo diverso dai personaggi di sesso maschile e, più precisamente, ci sono delle donne, nei miei romanzi, che non parlerebbero in modo diverso, io credo, se fossero uscite dalla penna di uno scrittore, cioè di un maschio. Inoltre non scrivo libri come fossero sceneggiature, ovvero partendo da un plot che poi sviluppo, bensì dietro l’impulso di veri e propri raptus, che possono prodursi o meno, e ripetersi o anche no. È sempre stato così? Sì, è sempre stato così.
Ho riempito quaderni, diari e computisterie di romanzi da quando facevo il liceo: ore ed ore chiusa in camera secondo i miei a sgobbare su Cicerone e sul Salinari-Ricci, mentre invece, prevalentemente e per tutto il pomeriggio, scrivevo. Il mio primo romanzo si chiamava Quadri d’autore, ed era effettivamente una carrellata di quadri i cui personaggi cercavano un autore che ne raccontasse la storia. Un misto sovraccarico e lezioso di tableau vivant e di Pirandello, che ora avrei il terrore di veder risorgere dagli armadi di famiglia. Poi venne La logica Fuzzy, serie di appunti su una specie di comunità in cui tutti parevano normali, salvo poi svelare dei tratti insospettabili (almeno, così mi pareva) di aberrazione patologica. A questo nucleo rimasi affezionata per anni, finché La logica fuzzy divenne Remi, il mio primo libro compiuto. Nel senso che si guadagnò, pur nella forma dattiloscritta in cui circolava, i suoi primi lettori, oltre a procurarmi i primi due (e unici, per fortuna) rifiuti editoriali.

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Il corpo di Edoardo Sanguineti

22 maggio 2010

Noi siamo corpi. Questa è la mia idea fondamentale. Raccontare una storia di un individuo è prima di tutto la storia di un corpo.

Leggi tutta l’intervista di Fabio Giarettta a Edoardo Sanguineti nel blog Dire poesia.

Edoardo Sanguineti

19 maggio 2010

Edoardo Sanguineti. Fotografia di Mario Dondero.

di Amedeo Savoia

Oggi alla mia seconda di liceo scientifico toccava la poesia.
Abbiamo letto tanto.

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Trovarobe, 17

1 giugno 2009

di giuliomozzi

[Nel giugno del 2005 Gianni Bonina, direttore di Stilos (una bella rivista che oggi non c’è più, per la quale avevo già compilate le 100 puntate del (non) corso di scrittura e narrazione) mi chiese di inventarmi una nuova rubrica. Nacque così Trovarobe, rubrica dedicata (almeno in teoria) all’andar cercando libri. Poiché non mi sembrano poi brutti articoli, li ricupererò qui. Leggi tutti i Trovarobe].

Una cara amica compie gli anni. Tra qualche giorno la vedrò e le consegnerò il mio regalo. Sarà una scatola contenente un po’ di libri e di riviste letterarie più o meno introvabili. Due plaquettes del poeta friulano Mario Benedetti (non confondetelo con l’omonimo narratore sudamericano): Una terra che non sembra vera, Campanotto 1997, e Il parco del Triglav, Stampa 1999. Non tutte le poesie contenute in queste due plaquettes sono entrate in quello che è, a tutt’oggi, l’unico libro-libro di Mario (Umana gloria, Mondadori): quindi i due volumetti sono preziosi. Uno dei due contiene una dedica a me: ma non ha importanza, cioè che è dedicato a me è dedicato anche alla mia cara amica, alla quale devo molto – la scoperta della mia stessa voce.

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Pulp oggi, quale domani? Il caso italiano (1996)

1 febbraio 2009

di giuliomozzi

[Questo articolo apparve, nell’agosto del 1996, nel periodico in rete Nautilus. E’ interessante confrontare le discussioni letterarie di dodici anni (e mezzo) fa con quelle di oggi. I prezzi, ad esempio, sono in lire. gm] [Sullo stesso argomento: Istruzioni per scrivere un racconto cannibale]

L’anno del pulp – Gli interventi di Giulio Ferroni e del Gruppo 63 – Un tentativo di definire il pulp – «Il pulp in letteratura», un incontro a Venezia organizzato dall’associazione Walter Tobagi

L’anno del pulp. Per la narrativa italiana il 1996 è stato, così si dice, l’anno del pulp. Durante la primavera e l’estate le cosiddette pagine culturali dei quotidiani e delle riviste illustrate ne hanno parlato a iosa, sostanzialmente dicendo: c’è una nuova anzi nuovissima generazione di narratori; il loro riferimento culturale è il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino; raccontano di orrori metropolitani con tanto sangue, liquidi organici vari, superviolenza ovunque e così via; oltre che pulp sono trash e splatter; seppelliscono il passato con uno sputo (catarroso); sono cattivi anzi cattivissimi, nonostante l’aria angelica che si danno nelle fotografie con occhi dolci e gattoni a pelo lungo; la loro morale, se ne hanno una, è il cinismo; sanno di essere, come scrittori, pura merce; e ne godono; e chi più ne ha più ne metta.
I campioni di questa nuova ondata sarebbero: Aldo Nove autore di Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi; Tiziano Scarpa autore di Occhi sulla Graticola, Einaudi; Nicolò Ammaniti autore di Fango, Mondadori; Giuseppe Caliceti autore di Fonderia Italghisa, Marsilio; e, un po’ meno citata, Isabella Santacroce autrice di Fluo, Castelvecchi.

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