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La formazione dell’insegnante di Lettere, 2 / Maria Rosa Giannalia

12 novembre 2014

di Maria Rosa Giannalia

[Questo è il secondo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Rosa per la disponibilità. gm]

Non ricordo di preciso a quale età, ma ricordo benissimo dove è nata la mia passione per l’insegnamento. Avevo quattro, forse cinque anni, frequentavo, al mio piccolo paese, in provincia di Palermo, una scuola materna privata, gestita da una suora che, non si seppe mai se per forza o per scelta, si era congedata dal convento, mantenendo però l’abito e il titolo: madre Letizia si chiamava. Madre Letizia aveva una grande casa che apparteneva alla sua famiglia e che aveva adibito a scuola parificata sia materna che elementare. Una sola sezione per la materna e una multi classe per le elementari. I più anziani tra noi si ricorderanno delle multi classe: ci si trovavano bambini di età diverse, con una sola maestra che faceva del suo meglio per seguire un po’ tutti.
Io non ero ancora entrata in prima, ma sapevo già scrivere le vocali e di queste riempivo pagine e pagine dei miei quaderni con la copertina nera e i bordi rossi. Andare a scuola mi piaceva moltissimo, ammiravo molto la mia maestra. Era una “signora anziana”. Chissà quanti anni avrà avuto. Forse venticinque o trenta, non me lo ricordo. Ricordo solo i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri e la sua dolcezza, diametralmente opposta ai modi di madre Letizia che si riservava il compito di direttrice ed era severissima e un poco mitomane per quanto riguarda la sua persona. Voleva imporci il culto di sé e ci chiedeva spesso, durante i minuti della ricreazione, se riuscissimo a vedere l’aureola che aveva dietro la testa. Io non la vedevo, ma dicevo di sì per pura piaggeria o forse per timore.
La mia maestra invece era affettuosa e comprensiva. Si chiamava Elena, il suo nome lo ricordo e mi pareva bellissimo. Quell’anno decisi che anch’io da grande avrei fatto la maestra. Come lei. E decisi anche che non avrei voluto fare nessun altro mestiere. Così a casa riunivo spesso i miei tre fratellini, allineavo le sedie davanti a me e facevo la maestra. Distribuivo loro delle matite e dei fogli di carta che finivano presto pestati per terra e ridotti in tanti pezzettini. Mia madre mi sgridava sempre perché sporcavo la stanza appena pulita, qualche volta prendevo pure degli sculaccioni. Ma quel vizio non lo persi mai.

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