La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla

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di Elianda Cazzorla

[Questo è il l’ottavo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Elianda per la disponibilità. gm]

Elianda CazzorlaVedo tre linee che si intersecano sinuose e divergenti e poi si moltiplicano nel mio andare quotidiano. A scuola, nei corridoi, tra i banchi quelle linee si incontrano, si intrigano, si cercano. Il mio e il loro. Leggere. Scrivere. Apprendere. Diventano un labirinto di linee nell’acqua ghiaccia, come sono lì ora i rami riflessi in una vaschetta vuota nel mio giardino, in terra. Giochi d’inverno. Sospese le ore di lezione. Posso fermarmi. Quante linee in tre decenni e un po’ più d’anni? Magia di ogni giorno, fuori e dentro quelle mura. Incrocio di sguardi, pensieri ed emozioni. La loro crescita, la mia crescita A scuola. In ogni stagione.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Finita la quinta ora, alle 13,00, una corsa al supermercato. In fila alla cassa aspetti e leggi un post in Facebook. E pensi. Non posso non parlarne in classe. E paghi. Domani lo farò e chiederò di usare quel testo come modello di scrittura per raccontare un aneddoto delle vacanze natalizie. E ti fermi davanti al rosso. Tempo circoscritto. Non più di dieci minuti. Spazio delimitato. Per esempio: dal dottore. Scena senza commenti. Alternanza di punti di vista. Dialoghi brevi ed essenziali. Chiusa ad effetto. Riparti. I miei studenti del liceo artistico, devono conoscere Matteo Bussola. È un fumettista e loro, che amano disegnare, non possono non leggere i suoi testi così chiari e intensi, devono saper guardare e saper andare in fondo, oltre a dividere la scena in quadri. Devono saper scrivere, interrogarsi. Scegliere. Spegni il motore. Scarichi la spesa. Entri in casa. E saper leggere qualsiasi tipo di testo.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
In un film dei fratelli Taviani Tu ridi in cui sono composte tre novelle di Pirandello, in una canzone di Vecchioni: Vincent in cui cercare i quadri nascosti di Van Gogh, in un docufilm di Rai cinque sulla Capella Sistina della Preistoria, nel podcast di radio tre, che sia lettura ad alta voce dei Promessi o di Rashomon, che sia Wikiradio nel racconto di Giorgio Manzi: Ötzi La mummia del Similaun o il sogno di mezzanotte Una gita di Marco Lodoli. Tutto portato in classe: visto, ascoltato, discusso, confrontato, rielaborato in immagini e parole. Che loro ti danno; che tu dai loro.
In studio a correggere gli ottantaquattro compiti mensili, più i ottantaquattro di storia a quadrimestre. Certo storia è una materia orale. Ma come fai a interrogarli tutti, in tre ore di lezione a settimana? Ventotto alunni per tre classi almeno due valutazioni a quadrimestre. Ridurre l’imprevisto didattico. Ma come si fa? A non ascoltare il loro: – prof. mi può spiegare cos’è il pomerio, il libro non è chiaro-. E tu ti avevi programmato tempi diversi, quel giorno. Ma non puoi non rispondere ai loro dubbi, alle incertezze, alle paure. E continui a studiare e sottolinei. Ti interroghi su quante parole non conoscono in quel paragrafo. Provi in classe. Se dico abbienti, quanti di voi sanno cosa vuol dire? Tre su ventotto in prima. E continui a sintetizzare in power point. In immagini pregnanti. A cercare il modo migliore per dirlo in classe. Parole chiave a caratteri cubitali. Perché loro possano apprendere, amare lo studio. Essere curiosi. E tu non ti annoi. Mai. Con loro, se ne fai una comunità interpretante, come scrive Guido Armellini nei suoi libri, la comunità classe capace di leggere un racconto e scoprirne il fondo di umanità, capace di smontare quel racconto, di scoprirne il meccanismo e farlo proprio. Per arrivare al piacere di leggere che non si può insegnare ma si può imparare. E tu devi far scattare quella scintilla che non sai quando scatterà.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
In treno a rileggere le cartelle che per mesi hai costruito con altri due compagni di viaggio, e percepire quel leggero battito di cuore che ti dice Toc Toc sei emozionata stai andando a Milano nella casa editrice Bruno Mondadori Scuola a incontrare Emilio Zanette e presentare un lavoro di sei anni. Tranquilla. Andrà tutto bene. Le cartelle di Fabula diventeranno cinque volumi nelle scuole d’Italia per dieci anni. E vuoi che il cuore non faccia Toc Toc. Ore infinite di confronto con il coordinatore, con i due colleghi, amici di cordata. E il togliere, mettere, spostare, sostituire, esemplificare e allora ti vengono in aiuto proprio loro i tuoi studenti con le loro osservazioni impreviste, ma legittime. – Prof. qui non è chiaro che vuol dire riassunto con cambio di taglio. – Con l’esercizio a pagina trecentoventinove con la focalizzazione multipla, ci ho perso la testa. Prof. che bella quella poesia di Toti Scialoja a pagina centoottantotto:

O magre gru, magari,
magari, grigie gru
raggiungervi laggiù.
Vedervi aprire le ali
sulle paludi blu.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola.
Negli incontri con i soci Giscel – Veneto del venerdì, ogni quindici giorni, per vent’anni, a palazzo Maldura, aula di glottodidattica dell’università di Padova. Arrivi affannata. E sei in ritardo. Sono lì una ventina di colleghi provenienti da diversi punti della regione che, scelto il tema nell’ambito di quelli proposti dal comitato scientifico, si confronta su quanto sperimentare in classe, con attività mirate e distribuite nei tre gradi di scuola. Tema rielaborato, con esempi, esercizi e riflessioni e presentato nei convegni biennali. Con l’impegno, di ogni singolo gruppo regionale, di scrivere gli atti per la divulgazione della ricerca. Nel XVII Convegno Nazionale Giscel, tenutosi a Reggio Emilia nell’aprile del 2012, dal titolo: L’italiano per capire e per studiare, Tullio De Mauro ha portato alla luce il dato preoccupante, solo il 19-20% della popolazione attiva italiana (16-65 anni) è in grado di mettere a frutto le competenze linguistiche necessarie a risolvere problemi. È questo lo sfondo da tenere presente nel lavoro in classe. Come non cercare la soluzione a un così grave problema?

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
In studio al computer nel confronto con Adriano Colombo, segretario del Giscel Emilia Romagna, dopo aver letto il suo libro: A me, mi. Dubbi errori, correzioni nell’italiano scritto e ripresi i concetti del testo “sacro” da lui consigliatoti: Bereiter- Scardamaglia, Psicologia della composizione scritta. Discussi gli articoli di Italiano e oltre e quelli della rivista Voci del verbo Insegnare della Fondazione Gramsci con la tua amica collega stimata rigorosa linguista, Vittoria Sofia. E le tue chiacchierate con Paolo Bollini in vista di una pubblicazione di una antologia con la Cappelli editore. Potremmo fare così, diceva lui: – Il lettore principiante, il lettore d’avventura, il lettore razionale, lettore che vuole diventare scrittore. Scegliere testi. Definire gli indici degli esercizi-. E nello scegliere i testi, una notte gli raccontasti che tua nonna era sarta e anche lei come te lavorava di notte. Lei imbastiva i vestiti e tu i testi. E aveva continuato a farlo anche quando all’arrivo dei tedeschi aveva seppellito la macchina da cucire nella terra dietro la casa a Pola. Erano sfollati e la macchina era un tesoro da preservare. E poi chiedevi è stata ritrovata? E nessuno sapeva darti una risposta a quella storia lì. E lei cuciva di notte. E tu alla tastiera a scrivere gli esercizi per la nuova antologia. E’ rimasto un progetto nel computer quell’antologia con la Cappelli perché Paolo, che citava spesso Aldo Capitini, perché ne condivideva le scelte etiche, credeva nella “società che dà e non chiede, società pervasa di libertà e di dedizione” Paolo è morto prematuramente.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
Con l’aereo per raggiungere Palermo, Barletta, Reggio Calabria in veste di formatore Invalsi, con Skype per raggiungere i colleghi di tutta Italia e confrontarsi nella costruzione del progetto Poseidon, per i laboratori in sincrono e la formazione a distanza in piattaforma. Trasformarsi in un e-tutor e partire per il Perù con la collega mai vista e diventata amica nelle notti di silenzioso parlottare al microfono mentre il resto della famiglia dorme e tu con le cuffie e la video camera cerchi con lei le relazioni per impostare lezioni tra lingua uno e lingua due. E nel buio della notte, entri in confidenza e ridi con lei delle paure e dei desideri di donna. Laura Giugnini, collega amica conosciuta a distanza nel progetto Poseidon, vive a Cagliari ed è iscritta al Lend.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
Con i Sissini, amati studenti elisir di lunga vita. Alunni e poi colleghi dopo un anno di percorso assieme. Come spieghereste la complessità semantica? Impostare quattro lezioni: con definizione di obiettivi ed esercizi utili. Come spieghereste l’Orlando Furioso in una classe terza di un liceo artistico e in un professionale e in un liceo classico? Qual è il fare della vostra lezione? Ricordate il laboratorio dell’apprendista attorno a cui Daniela Bertocchi ha costruito le sue lezioni di linguistica e di letteratura, un aiuto essenziale, costruito su basi rigorose, non dimenticatelo. Partire sempre da ciò che gli studenti sanno per trasformarlo.
Con il desiderio di non fermarsi mai e rispondere al bisogno di mettersi in gioco e iscriversi ad un Master di secondo livello per il counseling e la ricerca didattica presso l’università di Venezia, in cui sperimentare lo studio di gruppo in una ricerca qualitativa con colleghe di matematica e fisica, sempre più decise a dimostrare che raccontare e contare hanno molto in comune e che la logica non basta da sola a spiegare il mondo, ma senza logica non si può.

Ci si forma così. Dentro e fuori le mura della scuola
Con i loro occhi nei tuoi e i tuoi occhi nei loro, per dare un senso alla loro vita e alla tua. No. Non è amore, ma partecipazione alla loro crescita, al loro affidarsi a te. Un prendersi cura dei loro scritti e dei loro pensieri. E capita che quando tutti i compagni di classe siano usciti dall’aula perché è suonata l’ultima campanella della giornata e lei ancora lì sulla soglia aspetta che tu chiuda il registro e lei possa finalmente chiederti quasi sottovoce:
– Prof. che dice se vado dallo psicologo del CIC… non so, non è che ho bisogno… ma ci sto pensando.-
E in quel momento di colpo ritorni ai tuoi anni di giovane universitaria che si laurea in filosofia del linguaggio e sai che in qualsiasi “presa di Parola”- come la chiama Roland Barthes – c’è una domanda nascosta: – Chi sono io per te, Chi sei tu per me?- Allora le rispondi, guardandola negli occhi. E lei sa che quella che lei ti ha posto è una domanda importante e che tu farai di tutto per capire cosa veramente nasconde. Tu, allora le dirai: – Certo Anna, va.
Come ha risposto tua madre, quando le dicesti: -Ho avuto una supplenza di cinque giorni a Belluno. Che faccio, vado? E lei disse: – Va. – Ma non era la stessa cosa. Quello è stato un cambio di vita.
Sei partita il 6 marzo 1980 dalla Puglia, per raggiungere uno sconosciuto liceo scientifico di Belluno, si chiamava “Galileo Galilei”, lo stesso nome del tuo liceo a Monopoli. Eri felice! Potevi insegnare. Dopo una notte di viaggio, arrivasti alle dieci in stazione. Gli occhi assonnati. Chiedesti informazioni. Ti risposero. Non capisti nulla. Quello che avevi sentito era dialetto. Bellunese sicuramente. Richiedesti. Tutti parlavano dialetto. Non avevi capito quale autobus dovevi prendere. Era solo un numero da decodificare. Tutti dialetto. C’era la neve, non avevi le scarpe adatte e l’autobus… Ti guardasti i piedi, iniziasti a camminare, dopo dieci passi avevi i calzini brombi, non si va in giro con i mocassini in strade di neve. E chi l’aveva mai vista? Ma non ti importava nulla. Il giorno dopo avresti, per la prima volta, solcato la soglia di una scuola come insegnante. Avevi un lavoro, quello era importante.
Tra te e i tuoi alunni di quinta c’erano solo cinque anni di differenza. Cinque anni e 910 km di distanza dalla tua casa. Com’era già lontana. I cinque giorni divennero due mesi. Passavi pomeriggi interi a studiare letteratura italiana e latino, in quella stanza d’albergo illuminata da pochi watt. Ti sentivi persa, distesa su quell’orribile copriletto a rombi beige e marrone. Non potevi soccombere davanti ai tuoi allievi, davanti a quei cinquantasei occhi che ti scrutavano, ti valutavano, che erano pronti a cogliere ogni più piccolo errore. Non potevi. Ne andava di mezzo la tua dignità. Dovevi dimostrare a quelli del Nord che anche quelli del Sud sono bravi…. e non solo ammutolire davanti alla battuta della cameriera dell’ “Hotel Dolomiti”: – Ah! lei è pugliese! I pugliesi sono più sorridenti dei calabresi e anche un po’ più gentili. Vero? –
Forse per quello cambiasti dimora.
La tua nuova casa la trovasti bussando alle porte di via Mezzaterra. Così ti avevano suggerito all’ufficio turistico. Era la settima porta. Numero quarantatre. Bussasti. Ti aprì una signora che ti parve altissima. Tutta bianca. Statuaria. Ti parlò dietro la porta semichiusa. Solo uno spiraglio per far passare la voce. Era vedova e viveva sola. Era dell’Ariete.
– Anch’io sono dell’ariete. – Dicesti.
– Ah! Sì e quando è nata?
…Aprì la porta e ti fece entrare.
Mai avevi creduto nei segni zodiacali come in quel momento. La signora Ines, sapeva cosa hanno in comune gli arieti, così per settantamila a mese ti metteva a disposizione una camera con bagnetto, ti permetteva l’uso della cucina solo a mezzogiorno, a sera si può arrangiare con latte e biscotti. Ti ordinava di non lasciare nulla in giro, soprattutto le briciole in cucina. Lei avrebbe controllato, passando con le mani sul pavimento lucido a specchio; ti raccomandava di rientrare tutte le sere per le venti… e il sabato potevi fare il bagno e usare il phon.
Il duro prezzo della libertà. Inghiottisti e dicesti di sì.
La signora Ines aveva gli occhi celesti ricoperti da una patina bianca, come garza molliccia. Facevi fatica a guardarla. Ti metteva a disagio. Era cieca. Lei è stata il primo modello di donna sola che vive con le sue difficoltà e riesce a superarle con il sorriso. Retorica? No. Forza di volontà. Alle quattordici si sedeva sul divano in salotto per riposare gli occhi e poi ti chiamava per aver conferma dei suoi calcoli; li faceva tutti a mente: i soldi che le dovevi meno quelli che ti doveva, per piccole spese che le facevi. – Bisogna tener allenata la mente a settantacinque anni. Guai a lasciarsi andare.-
Pian piano riuscisti ad inserirti in quella città nevosa, rifuggendo quei clan che spontaneamente si formavano: i professori meridionali passeggiavano sul listone in piazza Matteotti, a destra. Non sopportavi entrare in un ghetto e allora andavi alla Standa. E compravi pentole. Ti sentivi sola, appiccicata al telefono, in attesa d’essere chiamata per altre supplenze. Ma avevi deciso, dopo quei due mesi di continuare, ad insegnare a Belluno. Ti è costata cara in termini affettivi quella decisione. Ma sopra ogni cosa c’era il tuo lavoro, il tuo bisogno di realizzarti, la tua crescita, il tuo distacco da quel paradiso che giorno per giorno diventava sempre più lontano. Un paradiso perduto.
E coma potevi capire, come si insegna, non bastava studiare da sola nella stanza della Ines? Conoscesti una collega. Entrasti in un gruppo di auotoaggiornamento. Si chiavava Giscel. Non sapevi nemmeno cosa volesse dire. In una stanza con lunghi tavoli di larice per pavimento, e il camino acceso in un angolo, correggevate assieme i quaderni dei compiti dei vostri alunni. Chiedendovi il perché, il per come di certe costruzioni sintattiche. Nell’anno scolastico 1982\83 scegliesti l’incarico annuale ad Arsiè, una sede scomoda, con il suono della prima campanella alle 7,30. Cristina Possiedi, la collega di educazione musicale, ti accolse in casa sua a Feltre. Troppa neve e troppi chilometri per continuare a stare a Belluno. Ma in quella piccola scuola di montagna, quante cose hai imparato: c’era il gruppo degli storici che seguiva le indicazioni didattiche di Ivo Mattozzi. Non c’è tempo senza spazio, geografia e storia vanno studiate assieme. C’era il gruppo dei linguisti guidati dal preside, Valter Deon, che ogni momento sapeva indicarti quale strada seguire per lavorare con il testo e la grammatica in classe. Organizzò un corso di aggiornamento e in quelle montagne giunse Francesco Sabatini e per la prima volta sentisti parlare di grammatica valenziale .

Sono passati più di trentanni da quella partenza. Belluno. Feltre. Padova.
Al risveglio guardo l’angelo trombettiere comprato a Napoli nella via dei presepi, San Giovanni Armeno. Guardo l’angelo appeso al nastro di raso che vola nello specchio della camera da letto e i due post it colorati che lo affiancano sulla cornice. Gli dico: – Dammi coraggio in questa nuova giornata e non leggo le parole trascritte da libri amati sui post it. Ormai le so a memoria.

I post-it

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio (I. Calvino, Città invisibili, Einaudi).

II post-it

Interrogare l’abituale. Ma per l’appunto ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costruire un problema, lo viviamo senza pensarci come se non contenesse le domande e le risposte, come se non trasportasse nessuna informazione. (…) Interrogare ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci (G. Perec, L’infra-ordinario, Bollati Boringhieri).

Nel dialetto veneto brombo (in certi luoghi bombo) significa: bagnato fradicio, inzuppato.

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18 Risposte to “La formazione dell’insegnante di Lettere, 8 / Elianda Cazzorla”

  1. mariagiannalia Says:

    Bella narrazione, Elianda. Girerò il link a Laura Giugnini. Sarà contenta.

  2. Michela Fregona Says:

    …ed ecco la storia di un’altra che non si accontenta mai, che guai fermarsi, chi si ferma é perduto, che tempo per riposare ne avró piú avanti ma adesso aspetta che devo…insomma: grazie, Elianda. Forse é proprio cosí: servono sí anche le montagne, per batterci il capo e imparare a sopravviverci e a superarle!!

  3. Cristina possiedi Says:

    Un’energia contagiosa….una volontà e determinazione accompagnate da un desiderio di capire ed andare oltre…una curiosità di vita che non molla mai…infaticabile ricerca di nuove domande…e di nuove risposte…una donna che ho la fortuna di avere come amica…

  4. deborahdonato Says:

    Cara Eliandra, quanta gioia nello scoprire di avere colleghi così. Si, hai proprio ragione “Ci si forma dentro e fuori le ura della scuola”. Anzi, come si evince dalla tua pasisone, la scuola non ha muri, è un’esperienza a 360 gradi. Mi rivedo molto nei pensieri tuoi al supermerato: guardare ad ogni cosa che accade pensando di raccontarlo a loro, di farlo diventare oggetto di discussione e approfondimento. Il libro di ui leggi la recensione, il film che vedi, l’articolo che leggi. Grazie.

  5. Roberto Contu Says:

    L’ho letto, bellissimo. Insegno da tredici anni e ho sempre cercato come l’oro colleghi più avanti che ancora sappiano raccontare dell’amore grande per la Scuola. Grazie, di cuore, mi ha fatto bene come l’aria fresca.

  6. Elianda Says:

    Cari lettori di Vibrisse: Maria, Michela, Cristina, Deborah e Roberto e chissà quanti altri silenti, vi ringrazio per la vostra condivisione e so che siamo in tanti ad amare la scuola, quella che in qualche modo ogni giorno costruiamo convinti che ne valga la pena.

  7. Martino Says:

    Leggere e conoscere personalmente chi si è fatto scrittura consente una comprensione particolare… si legge e si ascolta… ma è un testo che suona, forte e bello, alle orecchie anche del lettore ignoto.

  8. Walter Paschetto Says:

    Complimenti, Elianda. Bellissimo

  9. felicemuolo Says:

    Ciao, Elianda.

  10. adriana Says:

    Elianda, mi hai riconquistato. Mi avevi già conquistato 15 anni fa quando scoprii a scuola un libriccino con i deliziosi racconti che avevi fatto scrivere alle tue studentesse, a partire da da una foto di famiglia invecchiata. Poi fu l’antologia – bellissima, stimolante, intelligente – curata da te a conquistarmi. E ora questo racconto appassionato. Grazie. Fiera di essere tua collega. Adriana

  11. Elianda Says:

    Ciao Martino, aver condiviso un esperienza di frontiera fortifica. Lo so. E muta chi la vive. Grazie per avere condiviso.

  12. Elianda Says:

    Ringrazio Walter Paschetto, Felice Muolo e Adriana per il tempo dedicato alla lettura del mio intervento. E’ bello ritrovarsi con le parole.

  13. fernirosso Says:

    intenso, mozzafiato, crudelmente bellissima una narrazione che non lascia spazio all’incertezza e un viaggio senza fine ..in terra con il cielo dentro, tutto il corpo un cielo immenso. Grazie. ferni

  14. Elianda Cazzorla- Quando un’isegnante. Ovvero… La formazione dell’insegnante di Lettere | CARTESENSIBILI Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2015/01/14/la-formazione-dellinsegnante-di-lettere-8-elianda-cazzorla… […]

  15. Elianda Cazzorla- Quando un’insegnante. Ovvero… La formazione dell’insegnante di Lettere | CARTESENSIBILI Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2015/01/14/la-formazione-dellinsegnante-di-lettere-8-elianda-cazzorla… […]

  16. fernirosso Says:

    questo il link esatto:
    https://cartesensibili.wordpress.com/2015/02/18/elianda-cazzorla-quando-uninsegnante-ovvero-la-formazione-dellinsegnante-di-lettere/

  17. Elianda Cazzorla Says:

    Grazie Ferni! Tu che lavori con le parole e lo fai egregiamente e mi sei collega, passante nei corridoi, perplessa nei collegi, pensante nel bar di Sabrina, grazie per l’amore che dai alle parole. sono vita.

  18. fernirosso Says:

    senza relazione non avrebbero la consistenza che invece hanno, in ciascuno di noi, ricchi dell’altro. L’abraccio è sempre tra dove siamo e ancora oltre il corpo. Ciao e grazie di ttuto quanto mi porti. ferni

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